“Monsters Are Easy To Draw”: due parole sull’album d’esordio dei Walking The Cow

Walking the cow: un nome che rimanda direttamente a Daniel Johnston, con tutta la malinconica lunaticità della sua bizzarra idea musica, nume tutelare che non manca di proiettare la sua ombra su questo intero primo lp della band fiorentina, composta da Michelle Davis, Paolo Moretti, Bardus, Nico Volvox e Martino Lega, cinque musicisti provenienti dalle più svariate esperienze che si presentano a noi con questo Monsters Are Easy To Draw, in uscita domani per White Birch Records (che ha già prodotto e distribuito i My Violent Ego con One Day You’ll Laugh At The Sad Saga That Was e i Ka Mate Ka Ora col recente Horst Tappert EP, del quale avete letto il mese scorso anche su queste pagine). Lavoro evocativo fin dall’artwork, e dalle prime note: Summer Dress accompagna ad una solida sezione ritmica una linea melodica che si stampa nella mente per restarci, mettendo in luce una delle caratteristiche che più determinano il suono della band e l’ambiente musicale creato da questo Monsters Are Easy To Draw, cioè una coinvolgente ed elegante ricchezza timbrica, garantita dall’uso di una strumentazione estremamente ampia e particolare. In questo primo brano si respira un’atmosfera quasi bucolica, che sfocia nel suddetto ritornello trascinante: una scheggia di pop sghembo, affascinante quanto complessa nel suo arrangiamento e nella sua struttura, perché una delle grandi abilità dei Walking The Cow sembra essere proprio quella di far apparire semplice ciò che semplice non è affatto. A seguire, Ducks & Drakes conferma queste prime impressioni, rallentando un po’ il tempo: su una tessitura musicale molto ben tornita si adagiano, ancora una volta, linee melodiche vocali molto azzeccate per quello che probabilmente rappresenta uno dei momenti migliori dell’album, nel quale le chitarre si intrecciano agli arpeggi che attraversano l’intero brano duettando coi crescendo della batteria; River P. si apre con un intreccio di arpeggi che sarà presto dominato da un suono di organo, e che rivela un qualche debito con la world music, se non altro nella scelta strumentale. Rorschach hands comincia come il classico pezzo folk per chitarra, basso, batteria e un pizzico d’organo per disperdersi poi nel ritornello e principalmente nelle sezioni strumentali in divagazioni cinematografiche, quasi fosse un’ideale soundtrack per un road movie ambientato nel deserto. Movin’ Things si appoggia su scelte ritmiche inconsuete, e cresce con incedere zoppicante fino ad un ritornello di grande dolcezza per chiudersi su una sezione strumentale ovattata, avvolta nei riverberi, nella quale una chitarrina sgangherata drappeggia note sparse delle tastiere e rullate della batteria. La titletrack Monsters Are Easy To Draw inizia con qualcosa di ambient, ma alle note delle tastiere si aggiungono pochi sparsi ricami di chitarra e infine una batteria sincopata: alla voce troviamo Paolo Moretti, che dà il cambio alla fin qui inappuntabile Michelle Davis, autrice anche di tutti i testi eccezion fatta per quello di questo brano e della successiva Sweetheart, opera appunto di Moretti, che non a casa si cala alla perfezione nell’interpretazione vocale di questo brano dall’andamento diseguale. Con Jesus (Buy Some Porn) si apre idealmente la seconda parte del lavoro, e sembra di ritornare alle atmosfere dell’iniziale Summer Dress: intrecci di linee vocali si sovrappongono ad un lieve arpeggio di chitarra che va crescendo in intensità e convinzione col passare dei secondi per lasciare spazio ad un’inattesa sezione dalla ritmica sincopata ed elettronica, con ululati dei synth che sembrano usciti da un film di fantascienza degli anni ’50, un autentico loop dal sapore folktronico-futuribile. L’intermezzo che, a questo punto, non ti aspetti. Barry inizia lenta sul piano e lo sciabordare dei piatti, e si lascia dominare dalla voce per sgorgare, con l’ingresso delle chitarre e dei bassi, in un momento di grande emozione che sfocia a sua volta in una struttura musicale che ha molto degli anni ‘60 e del folk di autori come Neil Diamond. Nightknocking si fa forte ancora delle doti vocali di Michelle Davis, che duetta con Paolo Moretti su un tappeto sonoro discontinuo e ricco di invenzioni timbriche le quali, oltre a fare da semplici coloriture, stabiliscono un autentico mood dell’ambiente sonoro tratteggiato nel brano; Grandchildren Are Weird inizia lenta e sfilacciata, ma tutte le linee vengono ad annodarsi con l’ingresso della batteria, su cui imperversa ancora la voce di Moretti: a momenti di pieno si alternano magistralmente momenti di vuoto, sui quali ricama la voce femminile, contraltare ai bassi profondi e alla chitarra distorta dal tremolo, solo per tornare al pieno musicale sul quale la voce maschile, sempre più distorta e stratificata, completa un ottimo duetto. Chiude il disco Sweetheart, che parte avvolta in riverberi cattedratici, pulsante come un magma lento e inesorabile dal quale a poco a poco emergono note di chitarra e melodie vocali di chiara matrice folk, che si incarnano in uno slow tempo malinconico indirizzato dalla voce di Moretti verso un finale in crescendo. La bolla di magma si rompe e la musica dei Walking The Cow rientra nella “noce” dalla quale era uscita solo undici brani prima: non scelgo la noce a caso, ma a ragion veduta. Com’è possibile, infatti, compendiare questi minuti di musica in una definizione? Sembra appunto di osservare una noce, un oggetto a prima vista semplice, quotidiano, ma solcato da una grande quantità di rughe che, a distanza di sicurezza, non sarà mai possibile tratteggiare con precisione. Questo quintetto fiorentino si rivela principalmente un gruppo di ottimi musicisti, in grado di maneggiare con sicurezza e inventiva i linguaggi musicali più disparati oltre che,  banalmente, i propri strumenti: eppure, senza abbandonarsi al flusso della musica, il rischio è quello di trovare l’operazione iniziata con questo Monsters Are Easy To Draw più semplicistica di quanto in realtà essa non sia. L’aspetto pop della confezione, l’abbacinante gusto per la melodia, l’eleganza delle scelte timbriche non devono lasciar pensare ad un’opera di facile consumo: dietro la dolcezza apparentemente innocua dei drappeggi imbastiti dai musicisti, infatti, si nasconde la raffinatezza di scelte musicali a volte simpaticamente strampalate, altre volte decisamente controcorrente, in realtà mai banali e mai, davvero, innocue. Il miglior modo per nascondere una lacrima, a volte, è mascherarla dietro una sonora risata: in questo Monsters Are Easy To Draw si nasconde molto di più di quello che appare ad un primo ascolto, ed ecco perché, come tante volte mi è capitato di consigliare su questo blog, occorre un ascolto consapevole e serio per approfondire tutti i rivoli lungo cui si disperde l’idea musicale della band. Perché forse i mostri sono facili da disegnare, e tutti magari sapremmo fermare su carta alcuni dei nostri, ma assai più difficile è capirli, carpirne l’essenza, esporla con consequenzialità e sprezzo del pericolo: sia chiaro, è solo musica, ma si farebbe un torto all’ottimo lavoro d’esordio dei Walking The Cow trascurandone la ricchezza dei referenti e derubricando quest’opera al mero, disimpegnato intrattenimento.

Per ascoltare il disco in streaming, ancora per qualche giorno, cliccate qui; la band ha un sito internet ufficiale, dal quale sarà possibile acquistare copia del cd a partire da domani, un MySpace e due pagine Facebook (un gruppo e una fanpage). Per quanto riguarda White Birch Records, maggiori informazioni possono essere reperite qui e qui. Buon ascolto!!

“Mimikry”, Alva Noto & Blixa Bargeld (2010)

Lo so, siamo in ritardo. Il disco di cui mi accingo a parlare, Mimikry, è stato pubblicato nell’ottobre del 2010 da Alva Noto, al secolo Carsten Nicolai, grande compositore di musica elettronica e visual- artist tedesco, e Blixa Bargeld, già voce e mente dei berlinesi  Einstürzende Neubauten, oltreché spalla di Nick Cave coi suoi Bad Seeds fino al 2003, e rappresenta il primo lp per questo “combo” che abbiamo imparato a conoscere (anche su queste pagine) con l’ep di debutto intitolato Ret Marut Handshake. Già le cinque tracce date in pasto al pubblico con l’ep d’esordio avevano chiarito lo stile e le ambizioni dei due artisti, e questo Mimikry non fa che rafforzare quelle sensazioni: la musica che il duo crea attraverso la fusione di stridii metallici e glitch digitali con le potenti doti vocali del cantante degli Einstürzende Neubauten è quanto di più moderno e, al contempo, evocativo possa capitare di sentire in giro di questi tempi. Già l’iniziale Fall, che apre con acufeni della voce per lasciar spazio a un tappeto di piccoli glitch ed estendersi poi su “aperture” dal vago sapore sinfonico, sporcate dai sussurri di Bargeld, chiarisce bene gli obiettivi di una musica che rappresenta una potentissima mimesi col reale: l’apparente freddezza dei suoni crea nell’ascoltatore spaesamento, disagio, persino tensione, perché rivela la freddezza del mondo in cui tutti ci troviamo a vivere, non semplicemente additandola ma mostrandola in tutta la sua forza. Così Fall scivola via ondeggiando tra il rumore e la melodia, e la successiva Once Again, con l’incedere martellante di un trapano e le voci potentemente distorte, crea nuove sensazioni forti e inquietanti, a due passi dal frastuono, strappando anche un inatteso sorriso quando Bargeld ripete la parola italiana “pazienza” durante un bridge, per poi stemperare inevitabilmente nel primo pezzo del disco che già conosciamo dall’ep d’esordio, quella One che con digitale eleganza (e tenerezza) riporta l’ascoltatore a cullarsi con l’altalena degli umori suggeriti dai due musicisti. A One seguono i singulti ritmici di Ret Marut Handshake, possente intreccio di voci e rumore industrial- elettronico processato dai pc di Noto che evolve in una bizzarra danza per drum machine martellanti ed echi diafani di suoni che avrebbero potuto essere, una pioggia di parole sommerse nel frastuono più cieco. La successiva Bersteinzimmer, long version del brano contenuto nell’ep, inizia con oscuri rintocchi su sfondo di rumori tremolanti, per lasciar spazio a sinfonie strozzate su cui la voce di Bargeld si arrampica salmodiando melodicamente il testo; I Wish I Was A Mole In The Ground, anch’essa estesa rispetto alla versione già conosciuta nel primo assaggio del lavoro del duo, continua a stupire con la sua originale fusione di folk americano tradizionale e sgradevolezze elettroniche d’avanguardia quali piccoli glitch, acufeni, disturbi, rumor bianco e altre amenità assortite, il tutto dominato dalla vocalità di Bargeld, prima calda e poi di nuovo estrema, sul tappeto intessuto da drum machine e suoni digitalizzati che accompagna il pezzo alla sua conclusione. La title- track Mimikry è di nuovo un’orgia di basi ritmiche sincopate e sprazzi melodici che si affacciano all’orizzonte, sfuggenti quasi quanto seducenti, sulla quale ancora una volta si ritaglia un ruolo da protagonista indiscussa la voce di Bargeld, vero elemento vivificante di tutta questa che si potrebbe definire, forse arditamente ma certo non senza qualche ragione, una vera e propria esperienza estetica e artistica prima ancora che un semplice disco di canzoni più o meno comunemente dette: non semplicemente musica, ma una sorta di installazione multidimensionale, nella quale occorre accettare di venir accompagnati dal trait d’union costituito dalle parole ossessive, ora sussurrate ora gridate, del cantante tedesco, attraverso angoli acuti e asperità tecnologiche disseminate lungo il percorso da Alva Noto, a mo’ di intricate prove da superare; una voce che in ogni brano si fa essa stessa puro suono, musica, ritmo, rumore, per tornare poi a scandire parole che riescono ad essere contemporaneamente (e miracolosamente) dure, come la lingua in cui sono pronunciate, e calde, come le sensazioni che riescono ad evocare nei passaggi maggiormente melodici ed evocativi, che sono rari e ben nascosti ma comunque presenti, disseminati con grazia e buon gusto malcelato dall’apparenza rude di questa musica. Accade questo in Mimikry e anche in Berghain, prima dell’esplosione rumorista finale, due minuti circa lungo i quali tutto diventa suono puro, ritmo e figura, e le parole filastrocca oblunga e misteriosa. Wust colleziona suoni distanti e stridenti intervallandoli ai rintocchi di quello che sembra lo spettro di un pianoforte lontano, per poi salire sui gorgheggi della voce e su ritmi meccanici, in un crescendo sonoro schiacciante che lascia spazio a vuoti su cui, ancora, Bargeld recita con la sua voce di un altro pianeta qualcosa che deve avere sinistramente a che vedere col mondo in cui viviamo. Questo penultimo brano ondeggia di nuovo, un po’ come l’iniziale Fall, tra silenzio e rumore, e non manca, indirettamente, di rimandare con la memoria, ad esempio, al percorso musicale intrapreso dagli Einstürzende Neubauten, dal fragoroso industrial degli esordi al raffinato Neubauten- pop portato a compimento con Silence Is Sexy. Chiude l’album l’elegante Katze, dove strani miagolii elettronici/ vocali si inseguono lungo il profilo ritmico disegnato dalle drum machine, in un pezzo che si avvale di un non meglio specificato featuring di Veruschka (supermodella tedesca in voga negli anni ’60) compiendo definitivamente l’inglobamento della vocalità di Bargeld nel magma sonoro alimentato da Noto, fino a fare di essa una sua parte indistinguibile, un ingrediente dosato con cura al pari di ogni altro glitch, rumore o loop prodotto dai pc del compositore tedesco.
Avevo già avuto modo di sottolineare, pur nella voluta freddezza dei suoni sprigionati da queste composizioni, come la musica di cui Noto e Bargeld ci fanno dono abbia in effetti un senso tutto umano: lungo gli spigoli taglienti di queste dieci tracce scivola via dolorosamente un intenso canto di solitudine e indifferenza, melodie queste che dovrebbero nostro malgrado esserci note nelle eleganti e curatissime società industriali avanzate in cui viviamo ogni singolo giorno della nostra vita. Eppure, forse senza che ce ne accorgiamo, ogni giorno qualche pezzo di noi viene strappato via nel clangore metallico del nostro mondo estraneo, ci abbandona e, scarnificato, resta lì appeso, distante a sua volta, freddo e privo di vita. La musica contenuta in questo Mimikry è dotata del grande dono di sconvolgere chi le si avvicina, presentandosi in tutto il suo freddo e lucido raziocinio come la reale colonna sonora dei nostri tempi, il trionfo dell’inumano sull’umano, una successione binaria di sì e no, uno e zero, e anime digitalizzate abbandonate a se stesse in un flusso gelido e virtuale: musica di oggi che parla di oggi. La solitudine che gorgheggia nelle tracce è reale, e il suono digitale che la lascia emergere è il suono pulsante e vivo che meglio può descrivere quei meccanismi disumanizzanti che questa solitudine, tra le altre cose, creano. Forse questa è solo musica, e tutte queste parole nient’altro che ricercato vaniloquio. Tuttavia, se siete pronti per esperire una visione realmente artistica sul vostro mondo, questo è il momento giusto per mollare sul posto la band para-impegnata del momento e gettarvi a capofitto nel labirinto sonoro imbastito per voi da questi due teutonici simpaticoni, con la certezza, questa volta sì, di essere coi piedi ben saldi dentro i nostri tempi contradditori, muti e lucidamente folli. Un’esperienza che farebbe bene a parecchi per aprire gli occhi una volta per tutte sullo stato dell’Arte.

Consigli musicali per questo nuovo anno: “Horst Tappert EP”, Ka Mate Ka Ora

Cover dell'EP Horst Tappert dei Ka Mate Ka Ora (2012)
Quando hai alle spalle due album che hanno definito ampiamente gli orizzonti artistici entro i quali ti muovi è sempre dura essere capace di rinnovare te stesso, dare un’altra forma alle tue intuizioni e plasmarle da capo, non semplicemente riadattarle alle circostanze: sicuramente, nello stendere questo Horst Tappert EP, i Ka Mate Ka Ora si saranno trovati ad affrontare questo problema. Dopo due album come Thick As The Summer Stars e Entertainment In Slow Motion, summe cristalline delle ascendenze e delle intenzioni musicali della band, non dev’essere stato facile porsi in animo di trovare un punto di svolta, e raccogliere le forze per far compiere al proprio modo di suonare e alla propria attitudine quel balzo in avanti che la maggior parte del pubblico, educato all’ascolto inoffensivo della Musica (di qualsiasi musica), probabilmente non si sarebbe atteso.
Horst Tappert EP, dunque: cinque tracce, tre versioni alternative di brani pescati dai due precedenti lavori di studio, un inedito, una cover di lusso, scelta nel repertorio sconfinato di una delle maggiori esperienze musicali dello scorso secolo, quella dei Pink Floyd, e un denominatore comune, la volontà di riscrivere le proprie sonorità in una chiave acustica- folk assolutamente non scontata, venata di tentazioni psichedeliche e raffinatezze compositive. Apre le danze Jasmine’s Lullaby, l’inedito, il consueto sound dei KMKO sorretto da un’inconsueta chitarra acustica, accarezzato da strascichi del suono che abbiamo imparato a conoscere nei capitoli precedenti e lungo il quale le asprezze elettriche restano sullo sfondo, come il lontano lucore del primo sgorgare dell’alba, a sporcare elegantemente la tavolozza dei colori. La successiva All Around, già ascoltata in Thick As The Summer Stars, diventa un autentico pezzo folk, nel quale le venature country s’incarnano nello scontro tra slide guitar e una pioggerella sottile di note provenienti da un inatteso mandolino, in un incedere zoppicante e trascinante che prelude alla rilettura soft di Vincent, brano che apriva Entertainment In Slow Motion e che, spogliato di tutto il suo nervosismo elettrico, lascia spazio ad un delicato intreccio di chitarre sul quale cresce la voce, in questo come in altri episodi molto à la Kozelek, nume tutelare nobile e mai nascosto del nostro trio. Draw si apre su un pulsare ininterrotto di basso e poche note sparse di piano, episodio di rottura lungo lo sviluppo omogeneo di questo ep, ma come nella versione originale cui si riferisce (Draw a Straight Line and Follow it, ancora proveniente da Thick As The Summer Stars) capace di disorientare e scuotere: un’ideale ballad rivoltata come un calzino, dove è il basso a portare la distorsione e nel quale la decostruzione musicale dell’originale la fa da padrona, conducendo ad un risultato finale spiazzante e totalmente nuovo. Chiude questo breve lavoro la già citata cover dei Pink Floyd, If, recuperata dal fantastico Atom Heart Mother (1970): un ABC della psichedelia riveduta e corretta in versione elettroacustica, dove ancora una volta sono le coloriture strumentali a creare un ambiente sonoro ricco, stimolante e compiuto, poche note di chitarra filtrata attraverso un tremolo, leggere distorsioni nelle retrovie, ombre su uno sfondo abbacinante, che donano nuova dinamica e tridimensionalità al brano, già indiscutibile nella versione di Waters e soci (e ci mancherebbe!).
Dicevo all’inizio, il coraggio e la capacità razionale di trovare nuove strade, nuovi orizzonti espressivi: tutto questo traspare inequivocabilmente dal quarto d’ora scarso lungo il quale si consumano queste cinque tracce. Lo slow- core che si respirava nei due album precedenti non viene affatto rinnegato, ma i Ka Mate Ka Ora ci insegnano che esistono molti modi di infondere vita alle proprie idee musicali, alcuni dei quali, senz’altro i meno banali, consistono nel rivoltare il proprio consueto modus operandi per cercare di aprirsi una nuova direzione: è stata sicuramente una sfida rileggere pezzi tanto ben definiti e caratterizzati come Vincent o All Around riuscendo a trasformarli al punto da farne emergere un nuovo significato; è stato sicuramente un azzardo sbriciolare la struttura, già di per sé minimalista, di Draw A Straight Line And Follow It, rimescolarne gli ingredienti e trasformarla in una scheggia di suono a metà tra ballad e oscura marcia psichedelica; è certamente difficile affrontare mostri sacri della storia del rock come i Pink Floyd, talmente inscritti nel pantheon della musica popolare da risultare quasi refrattari a qualsiasi tentativo di rilettura che superi la semplice cover; certo, tutto questo deve essere stato difficile. Ma riuscire in un tentativo del genere, crearsi la possibilità e i presupposti per un nuovo inizio, distingue probabilmente una band che ha qualcosa da dire da centinaia di altre che ripetono a menadito lo stesso stereotipo, comunicando il niente. Allora forse lo slow- core non sarà il vostro genere, forse siete tra quelli che si addormentano al volante se un vostro amico infila nel lettore C’mon dei Low, forse vi viene l’orticaria se qualcuno nomina gli anni ’70 psichedelici (musicalmente e non solo); forse tutto questo può accadere a qualcuno tra voi, non lo nego, ma seguite il consiglio, date una chance alla vera buona musica italiana, che vuole comunicare qualcosa e che sa farlo in molti modi, senza sclerotizzarsi e adagiarsi sugli allori, con coraggio, senso del pericolo, e volontà, perché se un’idea c’è troverà comunque modo di uscire, esprimersi, arrivare a destinazione, e qui quell’idea c’è davvero, e non necessita di battage pubblicitari che conducano allo sfinimento il consumatore, scene cui tutti siamo abituati, ma solo di un misero quarto d’ora del vostro tempo. Horst Tappert EP potrà forse disorientare perfino il fan più accanito del terzetto toscano, ma se sentirete la sensazione che vi manchi il terreno sotto i piedi ricordate questa frase di Hölderlin: “laddove aumenta il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E, mi permetto di aggiungere, sbocciano perle che per colore, ricchezza e fascino non hanno eguali in nessun altro luogo al mondo, reale e non.

Potete seguire i Ka Mate Ka Ora attraverso la loro pagina MySpace, il loro spazio WordPress e su Facebook (qui e qui); l’ep invece si scarica gratuitamente da qui. Buon ascolto!!

Anno nuovo, vita nuova (forse)

Dunque infine ci siamo riusciti: abbiamo trasferito il blog. La notizia della prematura chiusura di splinder ci ha colto parecchio di sorpresa, dobbiamo ammetterlo: abbiamo brancolato a lungo nel buio. Dopo qualche tentativo fallito di trasferimento verso nuova piattaforma, abbiamo optato per spostare tutto qua sopra: siamo riusciti a salvare i post e, soprattutto, i commenti di chi ci ha seguito in questi anni, sia quelli irrinunciabili che, ovviamente, quelli ai quali si sarebbe rinunciato ben volentieri (con ciò mi riferisco a chi è passato da qua solo per infastidire: capita anche questo). Ovviamente la situazione è totalmente nuova per noi, e sarà necessario un po’ di tempo per acclimatarci col nuovo host: vi chiediamo quindi ancora pazienza, sperando di riuscire a entrare presto a pieno regime in questo nuovo universo.
Un caloroso abbraccio virtuale a tutti voi che ci avete seguito sin qui, a quelli che sceglieranno di continuare a seguirci e anche a quelli che ci perderanno di vista, e a tutti i nuovi lettori che, auspicabilmente, arriveranno. A presto, con nuovi contenuti e nuove discussioni.
Demetrio

Il Futuro passa (anche) da qui

È impossibile non essersi imbattuti, in questi ultimi giorni, nel dibattito suscitato all’interno del PD dall’iniziativa “Big Bang” promossa dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, e svoltasi alla Stazione Leopolda nel capoluogo Toscano. E, almeno per chi scrive, è impossibile non essersi sentiti travolti da un’inesorabile senso di alienazione. “Facce nuove, idee nuove, cambiare le persone e non riverendere sempre le stesse cambiando semplicemente nome ai partiti”: tutti validi slogan, tutti allegramente traditi dalla sostanza dei fatti, che come sempre appare molto diversa. Quali sono le facce nuove, quali le nuove idee? Al convegno di Firenze hanno preso la parola un po’ tutti, politici, comici, attori, imprenditori, giovani, scrittori. Io però non ho sentito una sola idea il cui centro fosse la persona, il cittadino, l’uomo. È evidente che là fuori c’è crisi, e chi scrive certo non lo ignora: quali risposte alla crisi dalla Stazione Leopolda? Meno sindacati, meno conservatorismo, meno lagne e più “dinamismo”. Mi è rimasta in mente principalmente questa parola: “dinamismo”. In un suo breve intervento è stato lo scrittore Baricco a stigmatizzare la “vecchia sinistra”, nella quale ha militato, per aver fatto il male della gente (e in particolare dei giovani) proponendo l’idea dei “diritti” piuttosto che quella del “dinamismo”. Quando lavorerò, dopo aver studiato una vita intera per seguire una passione che fosse utile a me, certo, ma anche agli altri, e guadagnerò 800 € al mese per uno stage semestrale, e avrò bisogno della garanzia di una persona terza con un contratto a tempo indeterminato per potermi permettere un auto, un mutuo, qualsiasi cosa, allora ripenserò a Baricco e potrò consolarmi perché nel 2011 c’è chi ha cercato (e probabilmente e già riuscito nel suo intento) di regalarmi il “dinamismo”. Devo rendere grazie non a dio, ma alla società degli uomini per questo dono imprescindibile che ci è stato fatto: la dinamicità. Non moriremo arroccati ai diritti, al posto di lavoro, vecchi e noiosi: saremo dinamici fino a 90 anni quando forse, finalmente, andremo in pensione con meno di 1000 € al mese. Poi cambi canale e scopri, seguendo Crozza su La7, che Giuliano Amato si pappa una pensione di 31.000 € al mese, e Lamberto Dini di 40.000 € al mese: due nomi a caso, so bene che ci sono pensioni anche più faraoniche, è la sostanza che conta e quella non cambia. Mia nonna non prende nessuna pensione, nemmeno di invalidità, e praticamente non riesce a muoversi dalla sedia. Allora faccio due più due e mi viene un’idea veramente moderna, un’idea ggggiovane da suggerire ai convenuti della Leopolda: riformiamo le pensioni. Ma attenzione, attenzione: nessun aumento dell’età pensionabile. Voglio proporre una riforma basata sulla “redistribuzione”. Con i 40.000 € al mese di Lamberto Dini si mandano in pensione 40 persone con 1000 €/mese, o 26,6 periodiche (sono uno scienziato, una di quelle categorie di persone di cui non v’è mai traccia nei bei discorsi di queste facce pulite) con 1500 €/mese, o 20 con 2000 €/mese. Demagogia? Facile rispondere così. Ma riflettete un attimo: uno lavora tutta la vita e paga le tasse (o dovrebbe farlo) in proporzione a quanto guadagna, cioè quanto può permettersi di pagare per poter vivere in modo dignitoso (anche qui ci sarebbe un lungo discorso da fare). Poi va in pensione: uno che ha guadagnato 100.000 ha sì pagato molte più tasse di chi ha guadagnato 10.000 (in proporzione!!!), ma si suppone (o a me sembra lecito farlo) che abbia accumulato anche più ricchezza. Quindi perché lo Stato, cioè NOI, perché NOI dovremmo fare tali disparità nell’assegnazione delle pensioni? Tutti in pensione con 1000/1500 € al mese, a seconda del reale potere d’acquisto del denaro! Dice: ma non è corretto, io ho pagato una valanga di tasse nella mia vita. Rispondo: perché hai guadagnato una valanga di soldi. Non hai messo da parte niente per la vecchiaia? Fatti tuoi. Avessi voluto metter su un allevamento di cicale l’avrei fatto, invece sono CITTADINO di uno Stato in cui oggi NON SIAMO TUTTI UGUALI. Provocazione? Può darsi. Come provoca chi, alla domanda “accetterebbe di tagliare la sua pensione?”, risponde “Queste domande io non le capisco” (cfr. Giuliano Amato a “In Mezz’ora”, se non erro). Invece io non sento proposte che mirino a ridurre il privilegio e la disuguaglianza: sia chiaro, non le sento provenire quasi da nessuna parte, ma soprattutto non le sento provenire dai GGGGiovani della Leopolda. Invece li ascolto e mi sento fuori luogo, diverso, distante anni luce da professionisti in giacca e cravatta della politica e non solo, gente che cerca di venderti il vecchio per il nuovo mettendoci la faccia (come per vent’anni, tra virgolette, ha fatto anche il nostro attuale premier), faccia giocoforza ancora scarsamente solcata dalle rughe: GGGGiovani dinamici, GGGGiovani imprenditori, GGGGiovani in maniche di camicia pronti a comprarsi il mondo col loro dinamismo. Sia chiaro, largo ai giovani: ma né in platea, né tantomeno sul palco, ho visto qualcuno simile a me. Mi spaventa che la televisione li propagandi come “i Giovani” (la maiuscola non è casuale), “il Nuovo che avanza” (nemmeno qui è casuale), “il Futuro” (idem). Che futuro ci aspetta se non riusciamo ad abbattere il privilegio? Perché nessuno risponde alla più banale delle domande, “come mai vengo al mondo per lavorare sfruttato e sottopagato di modo che si arricchisca sempre qualcun altro, che tra l’altro nemmeno saprei dire che faccia abbia”? Un misto di demagogia e provocazione? Fate voi. Pur non essendo un esperto in materia, mi piace citare una frase di Marx: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Bisogna intendersi, e scusate la ripetizione, su quali siano questi “bisogni”: poter sfamare la propria famiglia, potersi vestire, vivere in maniera dignitosa e poter perseguire il miglioramento di sé. Bisogni reali, per dirla con Marcuse, contrapposti ai bisogni imposti artificialmente dal contesto in cui viviamo, dalla nostra Società. Abbiamo bisogno di vivere una vita piena, degna, e di accrescere noi stessi. Non di essere catechizzati da un Baricco qualsiasi che si alza dalla platea per salire sul palco a lanciare i soliti strali sul lavoro, la scuola, il futuro. Lo stesso Baricco che, non tanto tempo fa, fu protagonista di una voluta provocazione lanciata dalle colonne del “Corriere della Sera”: basta soldi alla Cultura sclerotizzata dei teatri, dei festival, dell’Opera, sì ai contributi per le tv, luogo dove (ahinoi) la maggior parte della gente forma la propria cultura ogni giorno a colpi di “Italia sul Due”, “Pomeriggio Cinque”, “Striscia la Notizia”, “Grande Fratello”, “Mistero”. Sì all’ingresso dei privati negli spazi lasciati vuoti dal pubblico. Ma Baricco si domanda per caso quanto il nostro paese destini oggi alla Cultura, che è fondamentale per poter raggiungere l’obiettivo (forse romantico ,ma certo non disprezzabile) della Pienezza della propria esistenza? Assai meno della media europea, inutile lanciarsi in cifre. E chi sono i privati a cui delegare la Cultura? “Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. E’ davvero così terrorizzante?” Per rispondersi, al nostro sarebbe bastato indagare sulle persone cui fanno capo queste società. Però, e qui voglio essere io a provocare, mi ha sorpreso molto non aver sentito nessuna lamentela da parte di Baricco sui finanziamenti pubblici al cinema, di cui beneficiano film di interesse culturale assai dubbio (cinepanettoni e roba del genere), oltre a opere di indubbio valore. Intendiamoci, è giusto che lo Stato promuova la Cultura, io ci credo e penso si capisca da ciò che scrivo: ma se Baricco non ci crede poi così tanto, perché non sottolineare anche questo dettaglio? Sarà perché in parte con quei contributi (si dice 300.000 €) è stato girato anche un film intitolato “Lezione Ventuno”, di assai dubbio valore culturale e intellettuale, ma ci tengo a sottolineare come sia solo una mia opinione: indovinate chi l’ha diretto. Direte: polemiche sterili, servono solo a colpire chi vuole combattere per il futuro. Lasciatemi dire che la mia idea del Futuro è assai diversa, come forse avrete già capito: sono stanco di gente che parla da un palco solo perché innamorata del suono della propria voce. Sono stanco dei privilegi, e no, non ritengo un privilegio andare in pensione ad un’età decente, pretendere una pensione che permetta di vivere con dignità gli anni che restano, pretendere una contrattualizzazione che permetta il pieno sviluppo della persona senza negare la possibilità di farsi una famiglia, realizzare qualcosa di buono, farsi una cultura; non ritengo un privilegio pretendere che lo Stato promuova la Cultura, la Scuola, un’idea di Dignità del Lavoro e della Persona. Cos’è un privilegio, dunque? Vestirsi da catechista su un palco facendosi pagare la propria vanità coi soldi di tutti. Ho sentito tante chiacchiere, ma non ho sentito niente di concreto contro il privilegio e la disparità. L’idea di futuro che emerge dalla Leopolda è un’idea di Futuro che non mi appartiene, forse perché io, come tanti altri, NON ESISTO. Servo solo a fare numero, a rilanciare l'Economia, a mandare avanti il carro. Questo è tutto ciò che conta di me. Allora forse è arrivato il momento di riappropiarci del nostro diritto all'esistenza, e temo sia difficile attendersi che questi signori lo facciano per noi.

"May The Days Be Aimless" da oggi in FREE DOWNLOAD!

Abbiamo il piacere di comunicarvi che da oggi, 20/07/2011, potrete scaricare gratuitamente il nostro ultimo album, May The Days Be Aimless, uscito nello scorso novembre, semplicemente cliccando qui o, se preferite, qui. I file potranno essere scaricati in formato di grande qualità (.MP3 320, .FLAC e molti altri) come brani singoli o album integrale, e nel pacchetto del cd completo troverete anche l’artwork originale dell’edizione fisica, pronto da stampare. Al momento del download vi verrà semplicemente richiesto un indirizzo e-mail e pochi altri dati per creare una mailing list (non invasiva, non temete) allo scopo di fare rete e comunicarvi successive novità e pubblicazioni sotto etichetta eosrec.
Che aspettate? C’è un disco intero da ascoltare! Buon download e, ovviamente, aspettiamo di conoscere il vostro parere sull’album.

"Man Alive", Everything Everything (2010)

Cominciare quella che vorrebbe essere una sorta di recensione premettendo come il genere musicale di cui si andrà a parlare non sia proprio il mio genere può sembrare un po’ fuori luogo; però ormai l’ho fatto, quindi non c’è molto da aggiungere. Mi sono accostato a questo Man Alive, opera prima degli inglesi Everything Everything, praticamente per caso, dopo aver ascoltato, in una delle mie rare incursioni tv, il brano che apre il disco, dall’impronunciabile titolo MY KZ, UR BF: la mia reazione ha spaziato nell’arco di quindici secondi dalla risata a scena aperta ad un ascolto quanto mai attento e incuriosito. Il primo e più grosso errore che potreste infatti commettere avvicinandovi a questo dischetto è quello di attendervi la solita fuffa indie-rock più o meno modaiola e all’ultimo grido; intendiamoci, non che elementi del genere non siano compresi nel mix degli Everything Everything, ma fortunatamente, come con un po’ di pazienza avrete modo di accorgervi, non ne costituiscono l’essenza ultima. L’abilità del quartetto di stanza a Manchester è semmai quella di pescare elementi che vanno dall’indie-rock al pop, dall’elettronica alla dance spensierata, dal progressive (alcune ritmiche reclamano il copyright dei Genesis dell’ultimo Gabriel, per intendersi quelli di The Lamb Lies Down On Broadway) al soul fino all’R’n’B, vero motore di molte di queste tracce, condendo tutto con un massiccio uso di accordi e armonizzazioni decisamente inconsuete per la band indie di turno, oltre che con straordinarie sequenze ritmiche (l’interplay tra basso e batteria è da capogiro, specialmente quando si incontrano, e tra i 12 brani che compongono questo Man Alive è tutt’altro che raro, scansioni ritmiche basate su tempi dispari), restando allo stesso tempo completamente riconoscibili, stordenti, adorabili e decisamente odiosi. Tutto questo preambolo potrà sembrarvi drammaticamente inconcludente, ma vi assicuro che restituirà bene le sensazioni che proverete facendo girare il cd nel vostro stereo. L’esordio della già citata MY KZ, UR BF metterà immediatamente le cose in chiaro, e comincerà subito a spaccare in due l’uditorio nelle categorie “quelli che sopportano la voce del cantante” e “quelli che proprio non ce la fanno”. Perché il timbro di Jonathan Higgs, come avrete modo di sentire, è davvero molto particolare e scivola con facilità tra soul, venature decisamente black e acuti di yorkiana memoria, senza contare una decina di altre citazioni che potrebbero venirvi in mente ma che, inevitabilmente, aggiungeranno poco al contesto, volutamente stordente e caleidoscopico. MY KZ, UR BF è un pezzo totalmente avulso dagli standard radiofonici dell’indie che ha imperversato nel primo decennio del secolo, un brano costruito sull’incastro di blocchi armonici accostati tra loro in modo straniante, così da creare un incedere spezzato impalcato su tempi sghembi e coloriture elettroniche, con il rifinitissimo lavoro di voci e chitarre a inseguirsi arrampicandosi su tutte queste asperità. Un singolo, strano a dirsi, orecchiabilissimo ma del tutto impossibile da canticchiare che, se ci pensate, per un gruppo dichiaratamente pop costituisce già un bel paradosso. Qwerty Finger prosegue su questa falsariga, con le chitarre che passano in primo piano e un finale davvero molto bello, stemperato su tappeti di synth; Schoolin’ pesca a piane mani da ritmiche dance e R’n’B, o comunque semplicemente ballabili, sovrapponendole in modo ammaliante a soluzioni melodiche che rimandano direttamente al soul: imponente il finale, costruito sul poderoso lavoro ritmico di Michael Spearman alla batteria e Jeremy Pritchard al basso elettrico. Leave The Engine Room costituisce uno strambo esempio di ballad, un pezzo lento e melodico intessuto sui synth e le acidità elettroniche, e venato da azzeccate coloriture della chitarra di Alex Robertshaw, protagonista di scelte armoniche mai banali lungo tutto il lavoro: la tensione e il groove dei primi brani si allentano, e si crea una certa atmosfera ai limiti dell’ambient. La successiva Final Form ripropone la formula dei primi brani, dimostrando ancora la capacità della band di mescolare tutti questi elementi e ispirazioni ottenendo un mix paradossalmente originale e di qualità. Probabilmente uno dei brani che meno aggiungono è la seguente Photoshop Handsome, secondo singolo estratto: costruzioni tipicamente indie-rock su tempi veloci, un brano che passa e va ed è, sostanzialmente, innocuo, ma che di certo suonato con minor faccia tosta di quella mostrata dai nostri avrebbe causato maggiore imbarazzo. Tutt’altro discorso per Two For Nero, che inizia con un mantra di voci intrecciato con cura su un tappeto arpeggiato di gusto avvicinabile al progressive più romantico e sinfonico per stemperare in una parte finale in cui i suoni caldi e rotondi del basso duettano con lontani interventi della batteria a comporre un quadro che sembra di vedere attraverso uno spesso vetro appannato: uno dei momenti migliori e più curiosi dell’intero disco. Suffragette Suffragette, primissimo singolo della band, pubblicato addirittura nel 2008, mescola melodie pop con ritmiche curate su cui crescono chitarre che rimandano inizialmente a band come i The Strokes: solo che non fai a tempo a fare il paragone che Robertshaw ti inanella un giro armonico che Casablancas e soci non avrebbero mai tirato fuori, più vicino a certo Math-Rock che all’estetica indie, una soluzione abbastanza inconsueta per un brano che si può per il resto considerare senz’altro nel genere. Godibili anche le scelte melodiche di Come Alive Diana, nelle quali continua a fare capolino un’elettronica discreta e vagamente glitch a sporcare strutture sempre in bilico tra estremi molto lontani, blocchi concatenati senza soluzione di continuità a creare una sensazione come di ondeggiamento. NASA Is On Your Side rallenta il ritmo, come già aveva fatto Leave The Engine Room: un lieve strumming di pianoforte apre a nuove riuscitissime ritmiche stoppate di basso e batteria che creano un andamento a singhiozzo molto particolare. Subito dopo arrivano i rintocchi elettronici di Tin (The Manhole), avvolti da bassi mai così fondamentali e da una pioggia di riverberi e rumori d’ambiente che preludono all’ingresso di atmosferici tappeti di synth: la voce, di nuovo costituita da più linee accuratamente intrecciate tra loro, disegna melodie mai stucchevoli con una continuità invidiabile, e Tin (The Manhole) ondeggia nelle orecchie di chi ascolta come il ricordo di un sogno lontano del quale si sa dire soltanto che deve essere stato molto dolce. La conclusiva Weights è il brano che forse più di tutti compie il succitato saccheggio dalle ritmiche marcate Rutherford/ Collins del genesisiano The Lamb…, ancora una volta un incedere dispari e zoppicante ma colorato e cucito assieme alla perfezione dalle melodie cantate da Higgs, e dalle chitarre ricercate di Robertshaw. Un brano assai riuscito, probabilmente uno dei momenti migliori di un lavoro che qua e là paga un po’ lo scotto di essere concepito come una sorta di grandioso greatest hits sui primi anni di lavoro di una band all’esordio discografico, inanellando in buona sostanza dodici potenziali singoli con una facilità impressionante, ma contribuendo a mantenere intatto l’interesse per le future evoluzioni di questo quartetto, che promette senz’altro bene (ma come sempre, in questo ambiente, bisogna sperare con tutte le forze che le buone promesse vengano mantenute e non svuotate di senso da un’industria la cui decadenza attuale è ben testimoniata dalla bulimia di nuove proposte che possano in qualche modo essere appetibili commercialmente e che rischiano di esser lasciate appassire ai primi segni di “minore successo”). La sensazione più piacevole lasciata dal disco, tra le altre, è che questi quattro cerchino di sorprenderti costantemente durante l’ascolto, spesso anche riuscendoci: la ricchezza armonica e ritmica di queste composizioni è ben al di sopra della media di prodotti analoghi che ormai escono al ritmo di decine al mese. Intendiamoci: Man Alive è un prodotto pop d’ispirazione R’n’B (i quattro citano Beyoncé tra i propri riferimenti… mannaggia!), e ha tutti i difetti e i pregi del genere, ma unisce a questa matrice molto ben evidente una ricchezza di spunti e idee che aggiungono indubitabile freschezza ad un edificio musicale altrimenti a pesante “rischio banalità e noia mortale”. La voce sui generis di Higgs, le chitarre sempre inconsuete di Robertshaw e l'ottima sezione ritmica imbastita da Spearman e Pritchard fanno più che ben sperare per il futuro; per adesso, comunque, regalano un disco piacevole e, credo, pesantemente sottovalutato in un paese come il nostro, sempre pronto a inseguire l’italico qualunquismo dei guitti che meritiamo di chiamare artisti e forse troppo provinciale e isolato per mettere il naso fuori dalla cameretta (e dagli stilemi confortanti e sempre riconoscibili dei generi ai quali ci piace ascriverci allo scopo di sentirci meno soli e inutili, o semplicemente di farci dire chi vorremmo essere da qualcun altro a cui vogliamo disperatamente riconoscere un’autorità) per ascoltare qualcosa che non sarà rivoluzionario ma che senz’altro è inconsueto e realizzato con tantissimo buon gusto musicale e ricchezza di spunti a noi (sigh) sconosciuta. E non è poco. Perchè da noi, sulle nostre riviste e nei nostri programmi tv, il pop-rock italiano è incarnato dai Negramaro, e poi da oltremanica arrivano cose così, assolutamente imparagonabili? Anche nella leggerezza sembriamo aver perso originalità. Per citare un amico, “da noi ci sono due categorie di musicisti, "gli outsiders tuttologi" e gli "spensierati tronisti mancati". Il resto è critica”: quanto è vero!

Referendum 12/13 Giugno 2011: un invito alla partecipazione consapevole

Come forse saprete, domenica 12 (dalle 8 alle 22) e lunedì 13 Giugno (dalle 7 alle 15) i cittadini saranno chiamati ad esprimere la loro opinione su quattro quesiti referendari, riassumibili brevemente come due sulla questione dell’acqua, uno sul nucleare e uno sulla legge che ha previsto l’introduzione del legittimo impedimento per il premier e i ministri. Purtroppo, e spiace constatarlo ogni volta, non è stata condotta una seria campagna d’informazione sui quattro quesiti, sulle motivazioni e sulle argomentazioni che dovrebbero guidare l’elettore nella formazione di una propria opinione in merito alle questioni affrontate nel referendum. Questo tentativo di boicottare (perché di boicottaggio si tratta) la consultazione referendaria non fa che contribuire ad estendere quel male tutto italiano per cui non si va mai a votare avendo preso coscienza delle alternative, ma si riduce ogni scelta ad un “o con noi o contro di noi”. In questo l’abuso dell’istituto referendario portato avanti negli ultimi anni ha concesso terreno fertile in primis ai sostenitori dell’astensione (che io personalmente reputo addirittura immorale, in quanto svuota di senso l’idea stessa di esercizio di democrazia diretta che dovrebbe essere incarnata dal referendum, ed è un male assoluto per quella che ci ostiniamo a chiamare democrazia) e in secondo luogo alla paziente opera di affossamento del pubblico dibattito (e della crescita personale e collettiva che ne derivano) sotto la scure del SI o NO post-ideologico, una scelta tra due posizioni operata solo in virtù di un’appartenenza politica che si vuole rimarcare e non a seguito di una seria disamina delle alternative e di un loro paziente confronto. Quello che voglio dire è che un referendum purtroppo non esprime più un momento correttamente e pienamente “politico”, che riguarda cioè la nostra vita sociale, il nostro essere parti di un tutto più grande, ma unicamente una “scelta politicizzata”, nel senso (deleterio) di un momento nel quale ribadire posizioni dettate unicamente da calcolo e convenienza. Come non ricordare il referendum sulla fecondazione assistita di qualche anno fa, affossato dalla predica dell’astensione condotta da Vaticano, CL, centrodestra (UDC in primis) e come non rimanere stupefatti oggi di fronte ad un Casini che invita gli elettori ad andare a votare intravedendo nel referendum unicamente la possibilità (tutt’altro che remota, a dire il vero) di creare imbarazzo al governo? Non si può essere per l’astensione o contro ad intermittenza. Quindi la prima cosa che va detta è: andiamo a votare. È un nostro diritto ma anche un nostro dovere, specialmente quando si tratta di quesiti che riguarderanno non solo il nostro tempo presente ma anche quel futuro che accettiamo di guardare con sempre maggiore difficoltà. Non fatelo per fare un favore a chicchessia, fatelo per fare un favore a voi stessi.
In secondo luogo, anche se forse è tardi per questo, andate a votare essendovi formati un’opinione seria sugli argomenti in discussione: e qui cominciano i dolori. Già, perché purtroppo in Italia potersi informare su come stanno davvero le cose è sempre più difficile, e se ci si basa unicamente sulla televisione (come purtroppo molti italiani fanno, e il confronto tra i dati di tiratura dei quotidiani e quelli di ascolto dei tg la dice lunga a proposito) sarà assai arduo emergerne con un’opinione che sia realmente approfondita e propria. Nel mio piccolo, in qualità di scienziato (o se non altro di aspirante tale) e di studente di chimica, posso contribuire indicandovi brevemente, se avrete la pazienza di leggere, due cose che potrebbero interessarvi e che vi saranno utili per formarvi un'opinione circa il quesito sul ritorno all’energia nucleare, soprattutto per liberare il campo dagli opposti schematismi e approfondire la questione nei suoi punti centrali. Mi rendo conto che in un paese nel quale il dibattito televisivo in merito è condotto unicamente da persone quali Adriano Celentano o Chicco Testa, e nel quale il presidente dell'agenzia per la sicurezza nucleare è un medico (Veronesi, senza nulla togliere alla sua professionalità), pretendere un dibattito serio che centri il punto sulle vere questioni (quella della sicurezza in realtà è solo una questione marginale, anche se è quella che fa più effetto) possa essere considerato utopico: è davvero così conveniente l'energia nucleare? Dipendiamo davvero così tanto dall'energia prodotta dall'atomo e importata dall'estero? Credo che la risposta ad ambedue queste domande possa essere tranquillamente riassunta in un "no", e non sono io a dirlo, ma i numeri (quelli seri: qui, e anche qui). Ci fosse stato un intervento in uno di questi pseudo- dibattiti televisivi in cui qualcuno avesse detto "guardate che il nucleare non è poi così conveniente, le rinnovabili lo sono molto di più: ecco i numeri" o “guardate che noi non dipendiamo poi così tanto dall’energia nucleare prodotta fuori dai nostri confini: ecco, questa è l'energia che importiamo in totale, queste le quantità che importiamo da ciascun paese, ma badate bene che in questi paesi non tutta l’energia è prodotta dall’atomo; se prendiamo una calcolatrice e facciamo una percentuale vediamo che…”. No. Le argomentazioni avanzate in queste settimane si possono riassumere in "avete paure antiscientifiche (detto da gente che non ne sa niente, si badi bene) e l'Italia non può più dipendere per l'84% del suo fabbisogno energetico dall'energia nucleare importata dall'estero (ci sono più inesattezze in questa frase che ossigeno nell'aria, vedere il link del consuntivo Terna)" e in "io non voglio la centrale nucleare nel mio cortile e non voglio le scorie sulle colline dietro casa mia (più che giusto, e chi le vorrebbe? Ma non è agitando lo spauracchio che si imbastisce un discorso serio e approfondito che dimostri la totale inutilità di un passaggio rabberciato e "all'italiana" all'energia nucleare)". Capisco che gli incidenti nucleari e tutto ciò che ne consegue abbiano maggiore appeal sulle nostre menti di telespettatori compiaciuti dal e allenati al disastro, ma per dire un netto SI al referendum nel quesito sul nucleare è sufficiente far capire alla gente quanto siano falsi i numeri che si sentono in giro. Leggere i due link che ho lasciato per credere. Quindi non è la de-responsabilizzazione rappresentata dall'idea dell'astensione a poter risolvere la questione nucleare (che comunque, temo, non si risolverà con l'auspicabile vittoria del SI al referendum: stiamo tentando di strappare un osso succulento dalla bocca di un cane molto affamato, dovremo guardarci con attenzione dalla sua reazione rabbiosa, perché qui parliamo di contratti, interessi e tanti, tanti soldi): solo un dibattito serio poteva darci gli strumenti per affrontare questa scelta senza ridurre tutto ad uno schema post-ideologico dove Si e No significano soltanto Si e No, senza riflessione critica, come piace a tanti nelle nostre società industriali avanzate che, è evidente, sono ormai allo sbando. Altrimenti, come dice un mio caro amico, sarà solo "No al nucleare, Si a Valsoia". Votate, e votate consapevolmente: informatevi e capirete da soli che del nucleare non abbiamo così tanto bisogno. Io vi ho portato un paio di esempi, ma sono certo che, andando a studiare le ricerche serie e confrontando i numeri, chiunque possa arrivare a conclusioni analoghe.
Ripeto: non lasciamoci intrappolare nella comoda schematizzazione per cui “votare SI al referendum è di sinistra, votare NO al referendum è di destra”. Queste sono questioni che non hanno colore, e che dipendono solo dai numeri, dai dati. Un po’ come le questioni sui cambiamenti climatici, che sempre più vengono ridotte a sterile polemica tra posizioni “radical chic” (l’effetto antropico sul clima sta determinando catastrofi ambientali e riscaldamento globale: se sostengo questa tesi sono di sinistra) e posizioni “conservatrici” (i cambiamenti climatici non esistono e, qualora anche esistessero, non sono poi così significativi, e il resto è allarmismo e terrorismo mediatico comunista: se sostengo questa tesi sono di destra). No. La scienza del clima (come l’approvvigionamento energetico) è una questione complessa, che deve essere sviscerata e studiata nei dettagli, e nella quale devono contare solo i numeri e i dati, chiari e semplici. Il resto è aria fresca.
Non si tratta di essere pregiudizialmente anti-nuclearisti: si tratta di prendere coscienza del fatto che una decisione in materia può nascere solo dalla conoscenza dei termini della questione. È inutile fare outing in questa sede e dirvi che voterò quattro sì: quello che conta è che scegliate di cogliere l’occasione per conoscere, informarvi, formarvi un’opinione che non sia basata sul niente che aleggia in tv e nei giornali, sempre più ridotti al ruolo di “veline del politico di turno”.
Andate a votare, perché è bello e giusto e perché non conviene accettare di dare in concessione il proprio cervello a chi, irresponsabilmente e per proprio tornaconto, vi inviata a fregarvene; andate a votare ed approfittatene per migliorarvi, per capire, per studiare, per conoscere. C’è già tanta gente, in questo paese, che parla di cose che non conosce (mi dispiace che questo link non potrà essere consultato da chi non ha un account facebook: vi consiglio di leggere soprattutto il commento in calce alla foto per farvi un'idea dell'ignoranza al potere): cerchiamo di non aggiungere rumore al rumore.
Auguro quindi un buon esercizio di democrazia diretta a tutti!

"The Tree Of Life", di Terrence Malick

"Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini. sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lí? Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, é forse solo un sogno? Non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C’é veramente il male? E gente veramente cattiva?
Come puó essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?
Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed é ancora cosí.
Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere. ed é ancora cosí.
Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí.
A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta, e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande.
E questo, é ancora cosí.
Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com’é ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.
Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare."

(Peter Handke, Lied vom Kindsein)

Parlare di un’opera di Malick non è mai semplice, dato lo status di regista di culto raggiunto dall’autore americano. Ancora più complesso condensare in poche righe un lavoro come questo ultimo The Tree Of Life, per sua stessa natura, verrebbe da dire, destinato a straripare dai bordi esigui dello schermo e degli schemi narrativi per riversarsi, con la stessa furente maestosità di una delle tante manifestazioni naturali riprese e incastrate nel flusso diegetico del film nel corso delle oltre due ore di proiezione, direttamente dentro la nostra vita. Malick fa Malick e affronta con coraggio e lirismo una pagina del proprio percorso artistico che a molti è sembrato doveroso definire “la più autobiografica” mai scritta dal sessantottenne regista statunitense: la trama, ridotta all’osso, racconta la vita di una famiglia texana degli anni ’50, con padre (Brad Pitt) inflessibile, severo e teso a tentare di estrarre il meglio dalle (per le) vite dei propri tre figli, madre (Jessica Chastain) dolce, comprensiva e un po’ ingenua e, appunto, i tre fratelli. Fin dall’inizio si sa della morte di uno dei tre, all’età di diciannove anni: il film prende poi letteralmente a ondeggiare tra i ricordi d’infanzia del fratello maggiore (interpretato nell’età adulta da Sean Penn), i suoi rimorsi per il rapporto incrinato e difficile da ricomporre col padre, e i momenti della dipartita del figlio, che getta nella disperazione i genitori e nel caos un’intera famiglia. Dunque, un film sulla famiglia e sui ricordi d’infanzia di Malick. Può darsi, ma ridurre The Tree Of Life a questa banale considerazione significherebbe lasciarsi sfuggire il suo senso più profondo, che si nasconde nelle immagini raccolte da Malick (e dai suoi collaboratori) in giro per il globo, e che intercalano la flebile trama connettendone i mille rivoli con la storia del mondo, dell’universo, della vita tutta intera, in un susseguirsi di accostamenti paratattici incantevoli accompagnati dal frastuono stesso dell’esistenza, che si tratti di un’eruzione vulcanica o di una composizione lirica. The Tree Of Life è principalmente un film incentrato sul percorso di nascita, crescita e morte che attende ogni uomo; i momenti in cui il cinema di Malick riesce a restituire, con la semplice luce di un’immagine, tutta una gamma di sensazioni che ciascuno di noi ha provato nella vita, legate allo stupore, alla meraviglia, alla scoperta, rendono la storia narrata in quest'opera tutt’altro che particolare, tutt’altro che privata. L’opera va a comporsi di un mosaico di sensazioni, ricordi, colori, luci, suoni, aspirando a racchiudere in un senso ultimo tutta la storia della vita stessa, uguale ovunque al di là delle differenze accidentali, culturali, e quant’altro. Facendo un largo uso della metafora e muovendo la macchina da presa come chi dovesse dare vita a un sogno, a una sensazione o semplicemente a un’idea, Malick accarezza i suoi attori, scivola leggero sulle immagini dei neonati, abbraccia con grazia lo splendore terribile della natura e la tenera impotenza di chi tenta di trovarvi un disegno, un’occasione di consolazione, un posto. Nessun posto è casa perché ogni posto lo è: le domande che innervano l’opera frastagliandone ulteriormente la trama già decostruita da un montaggio strepitoso, sotto forma di invocazioni e voci che si rincorrono fuori campo, sono le grandi domande che ciascuno di noi si è posto, che per il “bambino” della poesia di Handke citata in apertura sono forse le uniche domande vere e sensate. È ancora il tempo di queste domande, sembra dirci The Tree Of Life: non è ancora finito il tempo di queste domande, né probabilmente finirà mai. Queste domande sono il succo stesso della vita, questo multiforme flusso impetuoso che è fatto della stessa materia sia che si tratti di una grande città sfavillante di luci, di una cascata enorme e inarrestabile, sia che si tratti di un canyon nel deserto o della danza senza tempo di pianeti, stelle, galassie, o ancora dei vetri a specchio di altissimi, inaccessibili grattacieli. Malick tenta l’impresa forse più ambiziosa che si possa immaginare: conciliare l’estremo microcosmo di ciascuno di noi, il mistero della coscienza, il percorso nascita- crescita- morte (inevitabilmente e dolorosamente soggettivo) con l’estremo macrocosmo di un universo freddo, distante, indifferente eppure splendido, luminoso e vitale anche nelle sue manifestazioni più mortifere, anche nella violenza e nella sopraffazione, anche nel frastuono senza padrone che divora e avvolge le nostre misere esistenze; condisce questo viaggio di dialoghi frammentari che sembrano riemergere da ricordi lontani e arrivano alle orecchie come suoni articolati da bocche impastate, non più avvezze alla fonazione, di voci fuori campo che tentano di dire l’indicibile e palesare ciò che è talmente sotto gli occhi di tutti da rischiare seriamente di restare non visto, di immagini che si accalcano e si accostano le une alle altre con una potenza e una magnificenza visiva che può solo lasciare a bocca aperta e, cosa non da tutti, di amore; è amore reale quello che traspare dalla macchina da presa di Malick, perché ci sono pochissimi artisti al mondo che sarebbero capaci di mostrarti un fiore, una foglia, un albero, un neonato, un uomo, una relazione, una storia o un’idea riuscendo ogni volta a fartene scorgere un particolare nuovo, diverso, che non avevi mai notato vuoi per pigrizia, vuoi per disattenzione, vuoi, e questa è la cosa più atroce, per reale indifferenza. Perché le storie raccontate in The Tree Of Life, che partono tutte dal microcosmo interiore del figlio e dai ricordi d’infanzia sulla scoperta del dolore, della finitudine, del silenzio e della violenza, in realtà non sono che manifestazioni di qualcosa di enorme e continuo, inarrestabile, che sottende tutta la nostra esistenza. Probabilmente sono giuste le parole usate da Alberto Crespi su L’Unità: […] immagini naturalistiche si alternano a visioni digitali di nebulose, cellule che proliferano, universi che esplodono. Compaiono i dinosauri, nasce la vita sulla Terra, forse nascono i bambini che Brad Pitt alleverà con troppa durezza. Come già recitava la voce fuori campo de La Sottile Linea Rossa, tutto è intimamente connesso e la guerra è odiosa perché è la violenza della natura contro sé stessa, e come tale un’insensata automutilazione (così come odioso è l'arrivismo e l'arroganza di quel che resta dell'american dream, sembra sottolineare la sequenza interpretata da Sean Penn). Non saprei dire se si debba essere religiosi, appassionati di filosofie orientali o new age o semplicemente, come qualcuno direbbe con disprezzo, un po’ “toccati” per andare in giro a sostenere idee come queste. La verità è, inutile negarlo, che un senso di misteriosa meraviglia c’è, e persiste incrollabile dentro ciascuno di noi: l’abilità di Malick è risvegliarlo nelle immagini dell’infanzia dei tre bambini, nel loro percorso di crescita, e confortarlo con l’immensa speranza dischiusa nel finale del film, quando la lenta, inesorabile discesa nel dolore e nella consapevolezza si rivela forse come anche l’ultima occasione di salvezza. Se tutto è scaturito da un punto a quel punto dovrà, prima o poi, tornare. Malick ha studiato filosofia e tradotto Heidegger in inglese, sicuramente conosce (e probabilmente ci avrà anche riflettuto a lungo) questa citazione di Hölderlin, già molto amata dal filosofo tedesco: “laddove aumenta il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Chissà che la storia del mondo, dell’universo e della vita, questa storia di amore, dolore, il mistero della nascita e della coscienza, della crescita e della morte, chissà che tutto questo non possa essere racchiuso in questa frase.
Non lasciatevi ingannare da chi sommerge di “buuu” e critiche superficiali questo film, lo fa soltanto perché ne ha paura. Ma non dimenticate che non è troppo tardi per la purezza e per le domande; anzi, non dimenticate che è e sarà sempre il tempo di queste domande.

E soprattutto, se potete, perdonatemi per questa recensione esageratamente sconnessa: qui trovate un breve scritto un po' più "centrato". E soprattutto fatevi un regalo, e andate a vedere questo film. Ne sarà valsa comunque la pena.

"C'mon", Low (2011)

Scrivere dei Low significa affrontare un pezzo di storia della musica (se non altro di quella più recente): due dischi almeno, per il gusto personale di chi scrive, assolutamente imprescindibili (il primo I Could Live In Hope e il meraviglioso Trust), uno stile personale e sempre in fieri, ovvero una musica che è passata negli anni attraverso un gran numero di mutazioni, arricchimenti, esperimenti, conservando sempre quel tocco così tipico e la sua innegabile, magica riconoscibilità. Quindi con questo C’mon, che arriva a quattro anni dal precedente Drums & Guns, ci troviamo a battere territori “importanti” per il piccolo recensore, senza contare che, come soleva dire qualcuno, “scrivere di musica è un po’ come ballare di architettura”, e non c’è espressione più felice per dare l’idea della difficoltà di esprimere con poche (o anche molte) parole la profondità dei lavori della band di Duluth. C’mon riporta subito alla mente un ritorno al passato concretizzato in Try To Sleep, una classica ballad arricchita da una pioggia di xilofoni e governata dalla voce meravigliosa di Sparhawk; You See Everything riprende con forza il sound che abbiamo imparato a conoscere in Trust, ma il primo episodio che conquista per ricchezza e completezza è probabilmente Witches (l'unico video che ho trovato è abbastanza agghiacciante…chiedo venia!), sospeso tra le asprezze elettriche dello stesso Trust e suoni di banjo ignoti alla precedente produzione della band del Minnesota, un brano coinvolgente quanto semplice, ricco quanto scarno, armonica fusione di istanze e sensazioni diametralmente opposte, probabilmente uno dei momenti migliori dell’intero album. La successiva Done è lenta e corale, quasi un gospel nel quale si intrecciano le voci di Sparhawk e Mimi Parker, raggiungendo le consuete vette emotive, su un tappeto tenue intessuto dalle chitarre e sostenuto a tratti dai rintocchi della batteria; Especially Me trova nella voce eterea della Parker un perfetto appoggio per un incedere cupo e strozzato, sul quale vengono tratteggiate melodie tra le migliori dell’album in un crescendo cadenzato di grande impatto emotivo. $20 inizia con la voce si Sparhawk accompagnata da lievi singhiozzi delle chitarre per sfociare in un ritornello dilatato, un brano lentissimo ancora strettamente imparentato col gospel e, forse, con le notti scure del midwest, cucito addosso a quella che già altrove è stata definita, giustissimamente, una disperata richiesta d’amore. Una sensazione sempre fortissima, connessa all’ascolto della musica di Sparhawk e soci, è data dal contrasto tra l’intimismo e la contemporanea ariosità degli spazi che evoca: il contrasto tra i grandi spazi aperti, dunque, i suoni notturni, l’erba spazzata dal vento (tutte immagini, queste, che popolano i brani di questo C’mon così come quelli di molti altri album della band) e il grande impatto emotivo di composizioni scarne, fatte di pochi accordi e malinconiche armonie, suonate con un’urgenza che le rende vicinissime, la loro potenziale infinita apertura, come fossero minimali brecce in un disegno più ampio, solo “parti” di un canto più lungo, schizzi freschi portati sulla spiaggia dal riflusso di una marea enorme e nera, ignota e misteriosa in virtù della sua stessa enormità. Majesty/ Magic cresce proprio da questa oscura enormità, un crescendo di potenza realmente infernale, e sfocia nelle carezze chitarristiche di Nightingale, che ancora rimanda alla mente le atmosfere soffuse e notturne di Trust: la voce di Sparhawk si adagia perfettamente sui riverberi e gli echi strumentali, contribuendo a creare un senso di ondeggiamento in armonie vocali di profondità e incedere quasi religioso, per un altro dei momenti migliori di questa carrellata. Nothing But Heart inizia con una chitarra gracchiante, pesantemente distorta, per lasciare spazio ancora una volta alle delicate melodie disegnate dalla voce: un gioiellino slow-core incastonato nei sibili di delicati slide chitarristici, cadenzato dal charleston e dal rullante di Mimi Parker e sul quale vanno a intrecciarsi, nel crescendo finale, le voci dei coniugi Sparhawk. Si resta ammirati di fronte all’eleganza e al rigore con cui la band di Duluth riesce a fondere gli elementi di cui si nutre la propria musica andando a toccare sempre, invariabilmente, le corde giuste: la distorsione ritorna a sporcare e accompagnare il dondolio catartico del brano nel suo finale, per otto minuti che riconciliano con l’idea stessa di Musica e che dovrebbero esser studiati e ricordati a lungo. Something’s Turning Over riprende il discorso acustico avviato con la prima traccia, con una ritmica leggera e un piglio quasi pop, e chiude con freschezza un album che scivola via dolcemente lasciando una sensazione di calore dentro l’ascoltatore, qualcosa che si può compendiare nell’idea di sentirsi presi per mano e accompagnati a fare quattro passi fuori, sulla strada spazzata dal vento, sotto un sole freddo o alla fioca luce delle stelle, in un tempo/ non tempo indefinito, sospeso, ovattato. Non c’è in realtà niente di nuovo in questo C’mon: c’è un suono che ormai è un marchio di fabbrica, immediatamente riconoscibile e che abbiamo con pazienza e convinzione imparato ad amare, e fa davvero piacere rendersi conto di quanto i Low siano invecchiati bene negli anni. L’urgenza e la disperazione dei sentimenti cantati da Sparhawk e Parker e incarnati dalla musica della band sono rimaste le stesse, meravigliose sensazioni che innervano le minimali composizioni del debutto di I Could Live In Hope come le atmosfere dilatate e notturne di Trust o i singulti elettronici di Drums & Guns: lungo tutte queste dieci tracce si avverte la presenza costante di un sentimento lacerante e pervasivo, che non è stato affatto limato o normalizzato dal tempo ma che è ancora qui, in tutto il suo trasporto, in tutta la sua violenza, in tutta la sua disperata tenerezza. C’mon è un disco profondamente umano, e in un mondo che dell’umanità ogni giorno perde qualcosa è un po’ come una benedizione piovuta dai cieli di Duluth, Minnesota, “acqua che riflette il cielo”, se è giusto l’etimo del nome, collegato al vocabolo dakota minisota (wikipedia docet): su queste acque galleggiano ancora i suoni, le emozioni e la voce della band di Sparhawk, e sono suoni ed emozioni sempre magicamente vivi, dei quali non potremmo/dovremmo/vorremmo mai fare a meno.