Due passi dentro gli “universi paralleli”: il disco raccontato

"di universi paralleli"

Ho pensato fosse carino raccontare, traccia per traccia, qualcosina su questi otto pezzi. Così, tanto per dare al tutto un’idea di vita. Il disco è stato realizzato tra il 2010 e il 2016, nel senso che i primi testi sono stati scritti a fine 2010, le parti musicali lungo il biennio 2011-2012 (con annesse registrazioni) e, infine, le parti di voce di Francesca sono state elaborate a partire dal Gennaio di quest’anno e incise nello scorso Agosto. La cosa particolare è che anche questo progetto, come i precedenti del nostro collettivo, nasceva come spoken word: in altre parole, il cantato non era previsto, e quello che immaginavamo era una voce che avrebbe dovuto recitare le piccole “poesie” (le possiamo chiamare così?) che costituiscono la parte lirica del lavoro. L’ingresso di Francesca nel progetto ha scompaginato tutto, e il risultato è qualcosa di lontanissimo da quello che immaginavamo: come ogni cosa inattesa, è stato qualcosa di incredibilmente stimolante per tutti noi. Una parola sulla frase che accompagna il disco. Si tratta di due versi di Allen Ginsberg, tratti da Wichita Vortex Sutra: “I search for the language/ that is also yours-“. Abbiamo scelto queste parole perché legate all’idea della ricerca di una lingua comune, non corrotta, nella quale fosse possibile un incontro, che poi è il tema principale di tutto questo lavoro.


Poesia delle metropoli
L’idea era quella di costruire un pezzo
“ondeggiante”, senza strutture fisse, in cui la batteria soprattutto si muovesse in maniera “free”. E in effetti è la scansione ritmica di Andrea che fa, letteralmente, il pezzo, insieme a una miriade di piccoli suoni (compreso quello di una seggiolina metallica suonata da Alessio negli unici cinque minuti in cui mi ero allontanato dalla saletta). I versi raccontano di due viaggi diversi, fusi assieme nel ricordo a distanza di circa 7-8 anni: due gite scolastiche a Amsterdam e Monaco di Baviera. L’idea del testo voleva essere quella di una visione/illuminazione.


Alexanderplatz
Il primo pezzo che abbiamo scritto, e il primo testo elaborato per questo progetto. Racconta di un viaggio immaginario perché ancora non compiuto, al tempo della sua scrittura. È incentrato proprio sull’immaginazione e, di fatto, contiene una collezione di momenti che sono frutto della fantasia: la visione di
Alexanderplatz dall’alto è, nella mia immaginazione, quella che si può godere dal Park Inn hotel sito sulla grande piazza. Il testo originale da cui questi versi sono stati estratti è parecchio più lungo (almeno il doppio).


Magic Doors
L’ultimo pezzo arrivato, in ordine di tempo, riarrangiato e registrato quest’anno. Abbiamo scelto questa cover perché, personalmente, adoro la versione originale dei
Portishead. Nel disco da cui questo brano proviene, Third, c’è un altro pezzo intitolato Deep Water che è costruito (in totale opposizione al resto del lavoro) su ukulele e voci. Abbiamo deciso di fare lo stesso per Magic Doors, sottraendogli la sezione ritmica e consentendo allo stesso tempo a Francesca di suonare uno strumento nel disco.


A piccoli passi
Questo era il nostro pezzo rock all’interno de disco, quello in cui le distorsioni dovevano prendere il sopravvento. Inizialmente non doveva esserci una linea di basso, che abbiamo aggiunto solo a posteriori quando tutto il resto era già al suo posto. Il titolo originale doveva essere
“Il viandante minuscolo”, e l’idea del viaggio qui si dovrebbe sposare a quella della perdita di senso: non è la prima volta che dedichiamo un brano all’idea di chi cammina, e tutto nasce da una frase di Werner Herzog che mi piaceva molto e che recitava più o meno “chi va a piedi è sempre indifeso”.


This universe a thing of dream
Questo brano è il fulcro dell’idea degli universi paralleli, il centro concettuale di tutto il disco. Nel testo, scritto in questo 2016, ci sono tanti riferimenti alle poesie di
Allen Ginsberg, in particolare Metedrinvisione a Hollywood. La città di cui si parla è Firenze a Dicembre, e l’idea è quella di una realtà nella quale i diversi futuri possibili sono tutti ugualmente reali ma solo diversamente probabili. L’immagine della tempesta non è mia, la devo a qualcun altro, ma l’ho usata perché permette lo scioglimento del racconto in una nota di speranza: una persona mi disse che stava per entrare nella tempesta, e non sapeva come ne sarebbe uscita. Io ho tentato semplicemente di immaginarlo: la tempesta perfetta, quella che spazza via le probabilità e cambia le vite degli uomini, che sfocia nella possibilità di un nuovo incontro.


Uragani del poi
Anche il testo di questo brano è stato scritto in questo 2016, e anche qui ho saccheggiato le poesie che mi piacciono:
Montale (cui ho rubato l’immagine del titolo), Pavese, Mandel’štam. Stavolta la canzone è ambientata nel mese di Luglio: potevamo intitolarla “luce di Luglio”, perché di fatto la vedo come un’elegia sulla luce, e comunque il succo è di nuovo quello della possibilità di un incontro.


Poesia dei viaggi
L’idea di questo brano è il crescendo: dentro ci abbiamo messo un ukulele perché non avevamo un banjo, e abbiamo lasciato che le dinamiche crescessero fino al climax della seconda parte. Le liriche prendono spunto da un periodo in cui avevo l’ipertiroidismo, che curavo con le pillole di
Tapazole, mentre faceva caldissimo e studiavo per l’esame di Chimica Analitica II (da cui il fluorene). Il tema è più prettamente quello della partenza, la poesia del viaggio è quella di una cronica lucidità. Mi piace che la tensione si accumuli nella ripetizione senza una reale soluzione catartica, offerta solo dall’ultimo brano.


Haiku/Ero
Dunque, questa è la prima canzone che
Francesca ha completato, ed è stata il nuovo inizio di tutto quanto. Le prime 6 parole sono un haiku di Kobayashi Issa, che viene usato come refrain. Il resto è una divagazione su un cammino (di nuovo) in un territorio ostile. Il cammino è quello erratico di una persona che si è persa su un tappeto di neve e suoni glaciali, distanti. L’accordatura della chitarra di Alessio su questo pezzo è semplicemente folle, e ribadisce l’importanza di scriversi ogni piccola cosa per porre rimedio alle falle della memoria. Il doppio titolo (“Haiku/Ero”) nasce dal momento in cui ho ascoltato il brano con sopra la traccia di voce incisa da Francesca, che aveva sminuzzato e rimescolato le mie parole: “Haiku” da solo non bastava più perché non mi trovavo più di fronte ad una piccola poesia, ma ad una vera e propria canzone.

E a questo punto non mi resta che rinviarvi alla pagina Bandcamp, dove potrete scaricare l’album, e augurarvi un buon ascolto!

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