Il trionfo del Cinema: “L’Atalante”, di Jean Vigo (1934)

Jean Vigo è un nome che, pronunciato oggi, appare ad un cinefilo quasi come un sinonimo della parola Cinema: ma le cose non sono sempre andate così. Vigo scomparve prematuramente all’età di soli 29 anni per l’aggravarsi della sua tubercolosi: le condizioni di salute del cineasta precipitarono nel 1933 anche a causa delle riprese condotte sui canali fluviali attorno a Parigi allo scopo di completare il film simbolo della sua intera filmografia, L’Atalante. Uscito postumo nel 1934, montato da Louis Chavanche su indicazioni di un Vigo già prossimo alla fine, censurato pesantemente dai produttori, che arrivarono addirittura a cambiarne titolo e finale (dopo che tagli e censura avevano falcidiato anche il precedente mediometraggio di Vigo, Zéro de conduite), infine uscito nei cinema risolvendosi in un fiasco totale che, per anni, fece cadere l’opera (e il suo autore) in un inglorioso oblio, L’Atalante non fu mai presentato nelle sale dal cineasta francese nella forma in cui egli lo aveva inteso: negli anni seguenti, molti tentativi furono condotti per riproporre una versione fedele dell’opera, culminate con l’uscita nel 1940 di un montaggio probabilmente fedele all’idea originale di Vigo, ma sfortunatamente andato perduto durante la guerra. La riscoperta dell’opera di Vigo la si deve soprattutto ai cineasti della Nouvelle Vague, primo tra tutti Truffaut, colpito indelebilmente dalla prima visione di quest’opera, avvenuta nel 1946, durante la sua adolescenza: da quel momento, la fama e l’amore dei massimi registi di ogni epoca (non si contano gli autori che hanno omaggiato Vigo nei propri film, da Truffaut a Bertolucci, da Kusturica a Leos Carax) hanno sempre accompagnato l’opera del cineasta francese, maltrattata dalle ingiustizie della storia e dalla cecità dei suoi contemporanei. Ora, al parziale lieto fine di questa storia, si aggiunge un nuovo tassello, la ciliegina sulla torta, per così dire: la Cineteca di Bologna ha infine raccolto la grande eredità cinematografica di Jean Vigo, restituendole nuova vita e riportando in sala in questo mese di Gennaio tutti i film realizzati dal cineasta francese, restaurati dai suoi laboratori di Bologna e Parigi (L’Immagine Ritrovata e L’Image Retrouvée). Un’operazione non nuova, per la Cineteca di Bologna, ma che finalmente restituisce giustizia a un intero immaginario cinematografico, un caleidoscopio fragile di immagini e suoni che rischiava, al pari di tanti altri, di essere sopraffatto dall’usura del tempo (e delle menti). Nello scorso fine settimana è stato quindi possibile assistere alla proiezione dell’intera filmografia restaurata di Vigo presso il Cinema del Centro Pecci di Prato, organizzato e gestito con la collaborazione dell’associazione Mabuse: un’occasione assolutamente imperdibile in una cornice quanto mai adatta. Quelle che seguono, sono poche (e inadatte) parole su L’Atalante, opera centrale dell’intera operazione di restauro.
La storia narrata da Vigo è semplice, e comincia con un matrimonio, quello di Jean (
Jean Dasté) e Juliette (Dita Parlo): l’ingresso di una giovane coppia nella Vita. Solo che si tratterà di una vita un po’ particolare: Jean è infatti capitano di una chiatta che naviga lungo la rete fluviale francese trasportando carichi tra i vari moli, chiamata appunto L’Atalante. I due si imbarcano subito, e iniziano la nuova vita insieme condividendola con gli altri membri dell’equipaggio, père Jules (Michel Simon) e il giovane mozzo (Louis Lefèbvre). Ben presto, però, la routine del viaggio metterà a dura prova il giovane matrimonio e in particolare Juliette, desiderosa di una vita un po’ più avventurosa: la giovane riuscirà infine, dopo varie peripezie, a convincere il marito a farsi portare a ballare in un locale di Parigi, dove diverrà presto oggetto delle attenzioni di un giovane venditore ambulante, che si proporrà di condurla alla scoperta delle meraviglie della Ville Lumiere, ottenendo solo di essere malmenato da Jean. Furioso, Jean tenta di allontanare la nave dalla capitale, ma durante la notte Juliette fugge prendendo il treno: sconvolto dal dolore e preda di una violenta gelosia, Jean decide di muovere verso la prossima destinazione abbandonando Juliette al suo destino, condannando così entrambi a una dolorosa solitudine. Nessuno dei due troverà ciò che cercava: piuttosto, Jean e Juliette impareranno a proprie spese la sofferenza della separazione dall’altro, prima di riuscire a riunirsi in un finale che è insieme dolce e amaro, e ad accettarsi per ciò che entrambi sono.
Se da una parte
L’Atalante ha i tratti del cinema di quasi 90 anni fa, dal magnetismo degli occhi degli interpreti all’ampiezza della loro gestualità, retaggio del teatro inevitabile per un’Arte ai tempi ancora così giovane, dall’altra ciò che stupisce immediatamente dell’opera di Vigo è la sua assoluta modernità: una modernità che si rinviene prima di tutto nel suo linguaggio, nei movimenti della macchina da presa che si accosta delicatamente ai protagonisti, come cingendoli; nel montaggio, che ora racconta lo scorrere del tempo e ora lo anticipa, paratatticamente (per esempio, la visita alla sala da ballo evocata e vagheggiata nel tragitto notturno lungo il fiume e alla quale si arriva immediatamente attraverso un unico stacco); nelle inquadrature, quasi sempre audaci e spesso insolite; nella composizione stessa dell’immagine, che partorisce sequenze il cui splendore figurativo è ancora oggi intatto e travolgente (oltre alla nota sequenza sottomarina di Jean, penso alla corsa del protagonista sulla spiaggia).
Il microcosmo nel quale si pretende di costringere il desiderio e la fame di vita della giovane Juliette è quello dell’Atalante: l’esistenza sull’imbarcazione trascorre lenta e placida come le acque, talvolta minacciata dalle nebbie che impediscono la visuale (e che sono anche metafora delle incomprensioni tra i due protagonisti), scandita dai continui attracchi e dalle ripartenze. Una vita di doveri cui si contrappone, fin dalla sequenza delle inserzioni pubblicitarie alla radio, la sfavillante vita mondana di Parigi, coi suoi negozi, sale da ballo, il suo brulicare di vita ed emozioni sempre nuove. Presto il germe della routine si insinua nella vita quotidiana degli sposi, mettendo a dura prova soprattutto Juliette: Jean è un brav’uomo, in qualche modo desideroso di rendere felice la propria splendida sposa, ma incapace di coniugare l’amore e il trasporto che prova per lei con i doveri e le responsabilità che derivano dal dover comandare la sua chiatta. Ben presto la convivenza diventerà difficile, ancor più a causa delle intemperanze del marinaio père Jules, dedico all’ubriachezza almeno quanto all’onesto e tranquillo lavoro, legato quasi unicamente ai molti gatti che ospita nella sua cabina e sull’Atalante, che ne prendono letteralmente possesso, arrivando persino a partorire una piccola cucciolata nell’alcova di Jean e Juliette (una chiara allusione agli eventi che, dall’esterno, minacciano il microcosmo della vita coniugale appena avviata dai due).
Père Jules, burbero ma grande affabulatore, al pari dell’istitutore Huguet di
Zéro de conduite (ancora interpretato da Jean Dasté) che realizza caricature animate dei cattivi maestri del collegio, accende lo stupore nel cuore dell’annoiata Juliette mostrandole le meraviglie nascoste nella sua cabina, gli oggetti raccolti lungo mitici viaggi per mare, vagheggiati attraverso i nomi di città esotiche, i tatuaggi che ne ricoprono il corpo (e che, confrontati a quello che si vede in giro oggi, strappano più che un sorriso) e infine la meraviglia del grammofono, oggetto magico che evoca la melodia ma che, per poter funzionare, necessità ancora di cure amorevoli e qualche aggiustatina (e, in particolare, del furto di una tromba per diffondere il suono, che l’astuto père Jules metterà in atto durante la sua capatina a Parigi). Ed è ancora père Jules, attardandosi fuori dall’imbarcazione dopo l’attracco a Parigi, a causare un primo iato tra i due sposini, impedendo di fatto loro di uscire per visitare la città: egli prima accende la curiosità della giovane donna e poi minaccia col suo comportamento la vita della coppia, che sarà definitivamente incrinata poco dopo quando, realizzata finalmente la fantasia di un ballo nella grande città, saranno le attenzioni di un damerino a dividere Jean e Juliette, spingendo l’una a rincorrere il fascino di una vita sconosciuta e l’altro, convinto del tradimento e accecato dalla gelosia, all’abbandono dell’amata. Ma non a caso sarà proprio una melodia, la canzone dei marinai e dei barcaioli che Juliette si attarda ad ascoltare in un negozio di dischi, squassata dalla nostalgia dell’uomo amato, a costituire l’occasione per père Jules di ritrovarla, e ricondurla, finalmente, a casa, al marito chiuso in un mutismo che minaccia non solo la sua vita personale ma anche quella lavorativa: casa, laddove si trova quel grammofono, finalmente funzionante e dotato di ogni sua parte, pronto a diffondere musica anche nella chiatta in navigazione sul fiume, presagio di una possibile, ritrovata armonia.
La grammatica dell’amore e del desiderio si esplica lungo i fotogrammi negli abbracci tra i due protagonisti, con le parole sussurrate alle orecchie, i sorrisi e gli occhi luminosi di Juliette, i tumulti e le emozioni della vita mondana, i corpi che si toccano nel ballo, che si stringono durante il sonno, il pensiero dell’amato. Tuffando la testa nell’acqua, si vede colui o colei che si ama: questo Juliette rivela a Jean all’inizio del film, ricevendo in cambio allegre canzonature. Ma lo stesso Jean si ricorderà delle parole della moglie quando, temendo di averla ormai per sempre perduta, non esiterà a tuffarsi nel fiume nella speranza di riottenerne, sia pure per un attimo, la visione, in una sequenza resa iconica dall’uso che
Enrico Ghezzi ne ha fatto per la sigla di Fuori Orario (accompagnandola alle parole e alle note di Because the Night di Patty Smith: se negli ultimi anni avete vissuto sulla Luna, qui potete vedere quello di cui sto parlando): una sequenza che segna il definitivo trionfo dello sguardo, della visione e del Cinema realizzato nella sovrimpressione tra le immagini acquatiche di Jean (che rievocano quelle del precedente cortometraggio di Vigo, La natation par Jean Taris, Champion de France) e l’immagine fantasmatica di Juliette che appare agli occhi dell’innamorato in tutta la sua diafana sensualità, che è in fondo un ossimoro ma descrive meglio di ogni altra locuzione il sentimento inafferrabile che lega i due amanti.
Alla fine,
L’Atalante costituisce una grande parabola all’interno della quale l’alfabetizzazione amorosa della coppia, che si affaccia alla vita mano nella mano, si traduce in un percorso che va dalla furia dei sensi, dalla potenza del desiderio, fino all’accettazione dell’altro, racchiusa nell’abbraccio frenetico e profondo col quale si conclude il racconto, non prima che un altro abbraccio, stavolta dello sguardo del regista/della macchina da presa, cinga dall’alto il battello durante la sua navigazione, volendo inquadrare forse la vita stessa nella sua completezza e nelle sue contraddizioni.
La successione di idillio, frattura, perdita, separazione e nuovo incontro fa della storia narrata da Vigo un grande tòpos delle storie d’amore cinematografiche di tutti i tempi: un’opera leggiadra e affascinante, in costante bilico tra la grigia materialità dell’esistenza e la fluttuante meraviglia del sogno, un dedalo di immagini della vita quotidiana e slanci fantastici di amore e desiderio, una grammatica poetica dei rapporti amorosi come poche se ne sono viste sul grande schermo.

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