Di luoghi e cammini: “5”, nuovo album dei Werner

Se la memoria non m’inganna, prima d’ora non ho mai scritto a proposito di un disco ancora non uscito: inutile dire che mi riempie d’orgoglio pensare che i Werner abbiano scelto proprio me per questo ascolto preliminare del loro nuovo lavoro. Per chi frequenta queste pagine, il moniker Werner non è certo una novità: la band pistoiese dipinge musica di qualità da molti anni ormai, che lo faccia nella formazione a tre degli esordi, che ha prodotto gli album Oil tries to be water e Down below on your own oltre a una buona quantità di EP (QQ, Blue River EP, Earth), nella forma del duo (seguita all’abbandono di Elettra Capecchi), dando alle stampe l’esperimento artistico di Delirium Cordis e, soprattutto, il recente Way to the ice, terza prova sulla lunga distanza e, per chi scrive, uno dei migliori lavori del 2017 appena concluso o, adesso, in un’inedita formazione a cinque, con questo nuovo album che apre il nostro 2018 musicale. A Stefano Venturini (chitarra, voce) e Alessia Castellano (violoncello, voce) si aggiungono in questo album, intitolato semplicemente 5, Mirko Maddaleno (chitarre), Lorenzo Cappelli (basso e chitarre) e Ilaria Castellano (batteria). Fin troppo facile constatare come 5 sia un lavoro che nasce dall’incontro: una deviazione dal percorso, se si vuole; o una rilettura di ciò che è stato in un’ottica nuova, diversa. Il percorso che ha condotto a questa profonda reinterpretazione è stato influenzato soprattutto dalle recenti esperienze live della band, che con questa formazione “allargata” ha suonato spesso nel corso dell’anno appena concluso, e portato in superficie nel magma sonoro che anima 5, catturato in presa diretta, trattando il tempo stesso come un elemento malleabile: le strutture rallentate, allargate, tese al limite, spesso stravolte; il nocciolo dei brani, che altrove si sarebbe teso a comprimere, finalmente espanso e lasciato libero di dispiegarsi, di prendersi i propri spazi. Le molteplici nuove sfaccettature che si colgono nei sette episodi dell’album agiscono come gorghi, che lentamente inghiottono e inesorabilmente rapiscono l’ascoltatore: la musica dei Werner richiede la vostra attenzione, tutta quella che potete concedere, la vostra reale partecipazione; cresce con incedere sotterraneo, coinvolge in un modo oscuro e profondo, al quale non ci si può negare; tratteggia panorami sonori che sono anche, forse soprattutto, stimoli visivi, ed è per questo una musica quasi tattile, sensibile, capace di materializzare davanti agli occhi immagini che si credevano sepolte e sono invece potenti, vive.
Annie emerge da rintocchi lievemente dissonanti, avvolta in una sospensione quasi sacrale, enormemente dilatata fin quasi ad essere sul punto di spezzarsi: la voce di Alessia riscalda poche note sparpagliate in un seducente labirinto di echi prima di sovrapporsi a quella di Stefano, stagliandosi su riverberi profondissimi. Winter ’74 mantiene una struttura più classica ma ben presto il suo passo folk, delicato ed elegante, viene squassato da riverberi e distorsioni, lasciando spazio a un maelstrom sotterraneo e inquietante che va a prendersi l’intera scena nel crescendo finale. Un lieve strumming di chitarra e l’intreccio geometrico delle voci emergono come da una distanza sul tessuto sonoro di Molly, che fa pensare a un mare calmo, un moto ondoso senza tempo, screziato da suoni alieni, la quiete presto travolta ancora da percussioni oscure e distorsioni gonfie, sature, come portatrici di una tempesta improvvisa e violentissima. Rooster si erge su un tappeto straniante di piccoli suoni, arpeggi sovrapposti, quasi un’alba dopo la tempesta sonora di Molly, preludio al folk dilatato di Russian Sky, accarezzato da un efficace riff di chitarra elettrica. Sunrise/Sundown si gonfia dolorosa e profonda come un’onda, accrescendosi sulle percussioni e le eco di chitarre distorte, abbattendosi senza soluzione catartica sugli otto minuti di Ice, una composizione di rumori concreti e rintocchi di basso su cui la voce è una cantilena sottile, un ambiente sonoro fatto di picchi emotivi e discese lievi verso il silenzio.
Mentre ascoltavo questo disco ho più volte ripensato ad
una sequenza di un film di Werner Herzog, quella che ritrae il cammino di Jonathan Harker verso il castello del conte Dracula in Nosferatu- Phantom der Nacht, sulle note dei Popol Vuh prima e del Preludio all’Oro del Reno di Wagner poi: il viandante Harker che attraversa a piedi una natura selvaggia, carica di elementi fantastici, dirompente con la sua profonda e irrazionale vitalità, che lo accompagna al limite estremo, quel castello che esiste solo se lo si vuole vedere davvero, in un tumulto irrisolto di nuvole che corrono veloci nel cielo e si affastellano le une sulle altre, minacciose e gravide di una sospensione irreale. Certo, oltre 45 minuti di musica sono un fatto troppo sfaccettato e complesso per essere ridotte ad un’unica immagine, ma in qualche modo le sette tracce che compongono questo lavoro mi hanno a tratti riportato davanti agli occhi quella sequenza, con quella stessa forza. Non è un caso che, come accadeva in Way to the ice, composto seguendo quei Sentieri nel ghiaccio descritti nel diario del viaggio compiuto a piedi da Herzog tra Monaco di Baviera e Parigi, ancora una volta si parli di un cammino: l’atto del camminare inteso come tracciare un percorso, compiere un tragitto, muoversi lentamente in un viaggio scandito dal ritmo dei passi, in accordo a quello, totalmente umano, del respiro. Credo sia questa l’origine del suono dei Werner. Quello che mi piace di questa band, quello che ho sempre avvertito nei passati lavori e soprattutto in questo, è che puoi quasi sentire il respiro dei musicisti in ogni movimento dell’archetto, in ogni colpo sul tamburo, in ogni arpeggio di chitarra: c’è un senso di umanità profonda, che ti fa scoprire come il magma sonoro non sia in fondo altro che un grumo di sentimenti, sensazioni, colori, suoni, immagini, un grumo esploso, in un certo senso, finalmente libero di esprimersi in meravigliose tonalità multicolore, in un movimento incessante, affascinante, umano troppo umano, saturo di una risoluta vitalità. Come dicevo poco sopra, la musica dei Werner ti sembra di poterla toccare con mano, accarezzare; ti colpisce, ti stordisce, ti spinge; ti trasporta e ti porta altrove, da qualche altra parte. Ecco, 5 ti porta in un luogo che esiste davvero soltanto se vuoi davvero vederlo; e penso che non esistano luoghi di nessun altro genere, in questo nostro mondo, o meglio: che non esistano altri luoghi che valga davvero la pena di visitare.

Come avrete notato, ci sono un paio di novità: da oggi questo blog ha un nome, Arcipelaghi, mutuato da una splendida poesia di Derek Walcott, e un nuovo header, un dettaglio del quadro Seestück I, di Gerhard Richter. Cosa significa tutto questo? Beh, per farla semplice: che qualcosa bolle in pentola.

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