Sentieri nel ghiaccio: “Way To The Ice”, il nuovo album dei Werner

Nel 1974 Werner Herzog, autore cinematografico capofila del Nuovo Cinema Tedesco (assieme a Wenders, Fassbinder e molti altri, che conoscerete senz’altro se siete frequentatori assidui di questo blog), intraprende un curioso (e apparentemente insensato) viaggio a piedi da Monaco di Baviera, dove risiede, a Parigi, dove la studiosa di cinema Lotte H. Eisner, che tanto si spese per il giovane regista fin dai tempi del suo splendido film Fata Morgana, si trova ricoverata in ospedale, a rischio di vita. La premessa al viaggio di Herzog è semplice: “La Eisner non deve morire, non morirà, io non lo permetto. Non ora, questo non deve farlo. No, ora non muore, perché non muore. I miei passi sono decisi. E ora trema la terra. Quando io cammino, cammina un bisonte. Quando mi fermo, si riposa una montagna. Guai! Lei non deve. Lei non morrà. Quando io sarò a Parigi, lei sarà viva. Non sarà altrimenti, perché non può essere altrimenti. Non può morire. Magari più tardi sì, se noi lo permettiamo.” Una sorta di fioretto, la forte convinzione che, se egli arriverà a Parigi col proprio passo, contando soltanto sulle proprie forze, lei non potrà morire: tenere lo spirito di lei attaccato alla terra con la forza di un uomo che cammina, diretto a una meta. Un diario molto intimo, questo di Herzog, che qualche anno più tardi divenne un libro (Sentieri nel ghiaccio, pubblicato in Italia da Guanda) che ho avuto il piacere di leggere molte volte, e ogni volta con rinnovato stupore per la forza dirompente delle immagini evocate nello spazio di poche pagine (una settantina circa), il diario di viaggio più strano che possiate pensare di frequentare, che a più riprese mi ha rimandato alla memoria uno dei testi più “sacri” per il regista tedesco, ovvero il Lenz, estremo, allucinato e incompiuto frammento in prosa dello scrittore e drammaturgo Georg Büchner; ma, conoscendo lo stile e la ricerca musicale cui ci hanno abituato i Werner con i loro lavori fino ad oggi, non mi stupisce affatto che il loro nuovo album, Way to the ice, in uscita oggi per White Birch Records, riprenda il tema di e colga ispirazione da queste poche, potentissime pagine.
La musica dei
Werner ha subìto, nel corso degli anni e degli album, una paziente, carsica evoluzione, un movimento delicato e sotterraneo che ha portato alla luce il suono-Werner che possiamo ammirare oggi: dal rock da camera di Oil Tries To Be Water, nel quale l’elegante combinazione di pianoforte, violoncello e chitarra acustica riusciva a intessere raffinate melodie ancora in parte debitrici alle esperienze seminali di gruppi come Red House Painters o Low; al secondo episodio, Down Below On Your Own, che più scopertamente iniziava a frequentare i luoghi del folk, quello più acustico, tuttavia reinventandoli in un orizzonte che non poteva già in alcun modo esser ascritto alla pura appartenenza ad un genere; fino ai lavori più recenti, Earth e Delirium Cordis, soundtrack/installazioni sonore pensate l’una per l’esposizione “Come afferrare il vento” dell’artista pistoiese Federico Gori, e l’altra per una collaborazione con l’artista Maria Chiara Cecconi, nelle quali il suono dei Werner, già capace di coniugare la massima pregnanza di significato con il massimo minimalismo dei significanti, diviene pian piano più rarefatta, ambientale, se possibile ancora più sospesa. A questo occorre aggiungere un passaggio fondamentale, e cioè l’uscita dalla line up dei Werner di Elettra Capecchi, al cui pianoforte si doveva molta dell’atmosfera magica creata nei primi due album, avvenuta proprio nel lasso di tempo intercorso tra la pubblicazione di Earth e l’uscita di Delirium Cordis. Una defezione importante, che ha creato (almeno in me) un’attesa fortissima per intuire l’evoluzione che i Werner superstiti avrebbero indicato per il proprio universo musicale: e, adesso si può dire, Stefano Venturini (chitarra e voce) e Alessia Castellano (violoncello e voce), con l’importante inserimento qua e là di validissimi collaboratori (Mirko Maddaleno alla chitarra elettrica, Francesco Nigi ai più discreti interventi del piano e Stefano Ciardi al basso e cori, oltreché responsabile per il lavoro di registrazione, compiuto la scorsa estate al Rockwool Studio di Casamarconi (PT), e per quello di missaggio e mastering, eseguito presso lo studio SUM di Berlino all’inizio di questo 2017), non hanno certo deluso le attese.
Way To The Ice rappresenta un luminoso equilibrio tra la delicatezza dei suoni e una violenta implosione emotiva, timidamente trattenuta: un equilibrio magico, fatto della stessa natura di cui sono composte le pagine di Herzog da cui queste tracce traggono ispirazione. Dieci brani nei quali la lentezza del passo di un uomo che cammina nei ghiacci si riverbera nei pochi, pochissimi bpm che attraversano l’intera opera, in quello che però è un suono magmatico, ribollente, continuamente differente da se stesso. Non ci sono tracce che si assomigliano, in Way To The Ice: ci sono forse schemi che sembrano ripetersi, ma nei quali, ad un ascolto attento, impercettibili movimenti e variazioni rappresentano piccole frane che lasciano scivolare via i brani dalla sede prestabilita, verso direzioni sempre nuove. E così come non c’è uno schema “di genere” cui aggrapparsi per etichettare questo lavoro, Way To The Ice non offre neppure una singola direzione per essere attraversato: è una collezione di canzoni, con melodie a volte cristalline, che può essere però fruita anche come un soundscape, un panorama sonoro vero e proprio, una specie di immagine a 360 gradi, avvolgente e totale. Un orizzonte continuamente sfuggente, nel quale l’unica possibilità per restare umani è riconosciuta nel movimento: lento, carsico, costante, determinato, un movimento che comincia con il folk malinconico di Hundred Leaves, primo passo di un cammino nel buio, accompagnato solo dalla luna piena, un arpeggio spezzato di chitarra e la voce di Alessia cullati dall’archetto che lascia vibrare lunghe note del violoncello; Hundred Leaves si spegne su A Little Caress, più cupa, che inaugura l’alternanza delle voci di Stefano e Alessia e nel finale della quale violoncello e chitarra si lanciano in un dialogo incalzante, bordate graffianti come feroci carezze, un momento brevissimo di luminoso rapimento estatico. Winter ’74 introduce una venatura melodica, con le due voci che si mescolano su un giro armonico semplice quanto affascinante, a rievocare probabilmente l’inverno nel quale Werner Herzog intraprese il suo viaggio, tra improvvise tempeste di neve, ripari di fortuna e incontri bizzarri, ed è la colonna sonora ideale di un viaggio a piedi nella natura ostile, scandito dal ritmo regolare del respiro, che si spegne sul breve intermezzo bucolico di Witches At The River, episodio delicato che prelude alla prima digressione ambientale del lavoro, racchiusa nel suono magnetico di Molly. Ora, mentre ascolterete questo pezzo, pensate a un filmato accelerato in cui si susseguono albe e tramonti, il ciclo delle ore del giorno, in quello che potremmo chiamare un time lapse: a me è venuta in mente esattamente questa immagine, nella quale la folle velocità accelerata delle immagini crea una meravigliosa armonia con il suono, potente ma trattenuto, che caratterizza il brano. Molly introduce una discontinuità forte, che nei primi brani era solo accennata e che rende difficile scindere il suono dall’immagine, o meglio: da questo momento in poi i brani sembrano magicamente in grado di creare immagini, storie, evocare fantasmi, giochi di luce e ombre. Un po’ come accade lungo le pagine di Herzog, nelle quali i dettagli pratici del viaggio e il suo puntuale resoconto finiscono pian piano per affiancarsi, sovrapporsi e poi mescolarsi irrimediabilmente alle visioni immaginifiche che colgono l’autore lungo il cammino, quelle stesse potenti visioni che scuotono Lenz nella succitata opera di Büchner, nella musica di Way To The Ice è celato un segreto che produce un delicato slittamento: la musica sposa l’immaginazione e crea nuove immagini meravigliose, i brani diventano abbacinanti brandelli di una bellezza feroce come solo l’autentica bellezza sa essere, e iniziano a suggerire ben più che il loro suono, tradendo stimoli visivi sempre più forti e pregnanti. La seguente Take A Walk si tramuta allora in una piccola pausa, pescata gettando la rete in un mare di mille, profondissime notti, una danza delicata in cui alla chitarra e al violoncello torna a mescolarsi il piano, rievocando il passato, certamente, ma con un piglio che di nostalgico non ha niente e si chiude su un climax spezzato delle voci per spegnersi lentamente nel gioiellino che prende il titolo di Fog Outside, un’altra raffinata ballata folk, meno di tre minuti di una melodia purissima, profonda come la nebbia che evoca, e davvero non riesco ad immaginare una musica più adatta ad un cammino a tentoni in una regione nella quale non si riesce più a riconoscere una direzione. Worn rallenta ancora il ritmo, in un momento di raccoglimento emotivo nel quale comincia ad avvertirsi il cuore magmatico di tutto questo progetto, l’esplosione trattenuta di cui parlavo inizialmente: Worn rappresenta un po’ l’inizio dello scioglimento, la tempesta sul punto di compiersi, immortalata un secondo prima che da un cielo livido sgorghino le prime gocce di pioggia. Le sue pause assomigliano a momenti in cui il tempo si sia fermato, e annunciano (anti-climaticamente) una catarsi che non si compirà. Sunrise/ Sundown è forse il brano nel quale tornano maggiormente alla memoria tante immagini del cinema di Herzog, un elemento non nuovo per una musica che dell’elemento cinematografico ha sempre avuto più che qualcosa, fin dai tempi di Oil Tries To Be Water: il magistrale bordone del violoncello sul quale emergono poche note di piano, nella coda del pezzo, replica lo schema di Worn lasciandolo derivare verso un suono ancora più atmosferico, rarefatto, e trattenendo a stento l’esplosione catartica, di nuovo rimandata. La conclusiva Ice, puzzle di suoni concreti incastonati in bassi profondi, intesse nella rarefazione un mantra in cui la voce di Alessia rimanda alla memoria certe melodie di Rachel Goswell targate Slowdive (o forse Mojave 3?), ancora echi di un passato musicale che forse, in profondità, resta fortemente presente: la tensione cresce fino ad un massimo ma l’esplosione, la catarsi, è ancora trattenuta, indefinitamente, mentre brandelli di melodie possibili si affastellano senza soluzione di continuità, suoni sospesi e indecifrabili.
Ecco, se dovessi indicare una cifra caratteristica di questo
Way To The Ice, direi senz’altro che cresce di traccia in traccia accumulando una tensione che, nelle fasi finali, diventa tanto potente da essere quasi insostenibile: una tensione elettrica, carica di presagio, quasi di una tempesta sul punto di scoppiare. Way To The Ice comincia come un disco di canzoni e finisce come un viaggio ai confini del mondo, in un flusso impetuoso e travolgente di immagini (e suoni, certamente) di rara bellezza: un disco da ascoltare ad occhi chiusi mentre si cammina ad occhi aperti per i percorsi tortuosi che ci accomunano, rendendoci umani. Herzog chiudeva il suo diario di viaggio con l’attestazione che chi va a piedi è per forza di cose un indifeso, ma un indifeso che sa volare: che non ha paura di sprofondare, non può proprio averne, e sa di non potersi fermare. La bellezza ammaliante che si incontra lungo la strada è anche terrificante e questo i Werner lo sanno bene: la bellezza pura è potente e può distruggere, stritolare, annientare. Mi tornano in mente decine di sequenze di Werner Herzog e quasi ogni suo film, fondamentalmente tutti incentrati su quest’idea affascinante e terribile del sublime. Comunque voi vogliate affrontare il viaggio attraverso le dieci tracce che tratteggiano la profonda, densa e terribile bellezza di Way To The Ice, ricordate che il passo che si confà a questo cammino è quello, lento, del viandante, che permette di ammirare lo splendore dei passaggi e la bellezza feroce del percorso, l’equilibrio delicato tra l’estasi che permette di cogliere la verità e il pericolo dell’annientamento, una corda tesa su un abisso oscuro: e allora Way To The Ice vi insegnerà, con una delicatezza e un’eleganza sempre più rare nell’asfittica “scena alternativa”, a mantenere l’equilibrio mentre camminate su questa corda.

Per chi volesse, fino a domenica 26 Marzo il disco dei Werner si potrà trovare in streaming sulla loro pagina Bandcamp; nel caso foste troppo pigri per cercarla via Google, CLICCATE QUI e ascoltatene a sazietà!!!

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