José Saramago, un ricordo

José SaramagoCome forse saprete, venerdì 18 giugno è morto José Saramago, grande scrittore portoghese e vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Mi è molto dispiaciuto non averne scritto niente prima, ma ammetto di essermi quasi subito trovato di fronte ad una difficoltà non da poco: avrei desiderato riportare un passo, una pagina di questo grande autore sul mio blog, come faccio di solito parlando di Letteratura, ma al momento di scegliere mi sono come bloccato. Non è stato perchè non vi sia in effetti l'imbarazzo della scelta: c'è, eccome. Mi sono bloccato perchè, in un attimo, ho realizzato che sarebbe stato una specie di tradimento, di certo un tradimento piccolo rispetto a quelli che normalmente ci riserva la vita, ma comunque un tradimento che l'Arte dell'autore portoghese non merita affatto. Estrapolare una pagina, un passo, poche righe da una delle opere di Saramago sarebbe stato come mutilare non solo la ricchezza e l'eleganza della sua prosa, ma in qualche modo anche come disperdere nella banalizzazione e nella semplificazione tutto il succo contenuto in quelle parole, un succo che, credetemi, merita d'essere goduto tutto e senza "spreco" nella lettura completa dei suoi "libri", termine quanto mai riduttivo, temo. Non so se sia riuscito a farvi capire il problema che mi si è posto davanti, ma sono sicuro che farete del vostro meglio per capirlo. Non me la sono sentita di decapitare L'Anno della morte di Ricardo Reis, o Cecità. In fondo ha anche poco senso. Se la grande Letteratura ci dà qualcosa, questo qualcosa è senz'altro da ricondurre alla capacità di affrontare criticamente i problemi che la realtà in cui viviamo ci presenta, fornendo nel contempo strumenti per immaginare un futuro (e un mondo) migliore. Nei libri di Saramago troverete tutto questo. Adesso alcuni saranno molto impegnati a proferire anatemi, scomuniche, offese di dubbio gusto e a pronunciare medioevali damnatio memoriae: basta leggere certi ridicoli giornaletti degli ultimi giorni (non trovo epiteti migliori, vi sarò grato se vorrete aiutarmi) per rendersene conto, e d'altronde chi tali cose scrive non fa che dimostrare la più antica e banale delle verità, ovvero che la grande Letteratura come tutta la grande Arte è mal sopportata dal potere in quanto unica vera Rivoluzione. La verità è che quando muore un poeta, uno scrittore, qualcuno che con la sua Arte ha cercato davvero di migliorare la nostra vita, di strapparci da e non di catapultarci completamente nella tenebra dell'ignoranza, io finisco sempre per sentirmi un pò più solo: Saramago mi mancherà, come altri prima di lui, e altri dopo; mi mancherà quel periodare inesausto che sembrava sempre inseguire qualcosa di maledettamente sfuggente; mi mancherà quella saggezza quasi rassegnata ma mai indifferente, e la forza delle proprie idee che questo anziano signore continuava a spingere con grandissima eleganza dentro le proprie pagine. Tutto questo mi mancherà, e mi manca già. Mi sento un pò più solo. Il cicaleccio di piccoli uomini senza dignità, quello invece non mi mancherà affatto, quando sarà finito per sempre.
E allora da queste pagine povere e forse prive di ogni valore, mando un piccolo abbraccio a un grande scrittore che non c'è più.

"Hanno Ucciso Ulrike Meinhof", Lev

I Lev vengono da Napoli, e ho scelto di parlarvene in quanto ritengo siano una realtà interessante del panorama (sinceramente) alternativo italiano. Quello che mi ha immediatamente colpito è la modalità di distribuzione di questo lavoro, intitolato Hanno ucciso Ulrike Meinhof (se non conoscete la storia evocata dal titolo, fatevi un giretto in rete), che chiunque può liberamente scaricare dal sito della band, e diffondere con ogni mezzo a disposizione, oltreché, più canonicamente, comprare: mi ha colpito perché è un gesto importante, che se in una band affermata può essere facilmente derubricato a strategia commerciale per conquistare il popolo della rete, in una band ancora emergente non può che riferirsi, come in questo caso effettivamente avviene, alla volontà di “condividere” veramente la Cultura con gli altri, secondo modalità che non siano ingabbiate in partenza dalle logiche del “possesso” e del “mercato”, ma in qualche modo “dal basso”, sostenendo una reale circolazione dell’Arte e della Cultura, cosa che a mio avviso non si può che ritenere auspicabile nel triste e desolato panorama culturale di questo nostro paese (come loro stessi recitano nel libretto che accompagna il cd, "[I Lev] sono convinti che la musica abbia una genesi sociale, che sia il risultato di un insieme di relazioni collettive e che debba essere considerata un’opportunità per condividere un modo di sentire, non un mezzo per "arrivare" al successo o fare profitti"). Se non altro, i Lev cercano di dare una bella scossa. Hanno ucciso Ulrike Meinhof, il loro album, è storia praticamente divisa a metà, incentrata sull’esterno che fa irruzione nell’interno (e non è un caso che il movimento suggerito nell’album conduca dall’esordio di Dall’esterno al momento di mezzo, che taglia in due il discorso musicale, rappresentato dal brano Dall’interno), proponendo dunque sin dall’idea di partenza una riflessione di fatto "politica" nel senso più nobile del termine. I brani scorrono tra asprezze punk in odore di CCCP, spesso con suoni e coloriture noise molto interessanti sulle chitarre, e cambi di ritmo, pause, momenti di vuoto alternati a momenti di pieno: da questo punto di vista, proprio Dall’esterno, che apre il lavoro, può essere considerato una “summa” di questa modalità compositiva. Una nuova militanza prosegue musicalmente su questa linea, alternando cambi di tempo e di passo a vere e proprie variazioni armoniche colorate nel loro dipanarsi da quei suoni particolari delle chitarre di cui già dicevo, e così accade con la successiva Questo è il frutto: ma qui è necessario fermarsi e sottolineare come un altro momento importante dell’esperienza di questo disco sia l’orizzonte concettuale aperto dai testi, votati ad un impegno politico e sociale che definire desueto nel panorama musicale odierno costituirebbe un mero eufemismo. I testi dei Lev sono un continuo invito a rifiutare l’omologazione e l’omogeneizzazione di massa, ad uscire da un certo conformismo che a più livelli ammorba le nostre vite, senza sottrarsi allo scontro col reale che porta necessariamente a sporcarsi le mani. Una dimensione concettuale importante, e che spesso oggi è accantonata per promuovere sentimenti e emozioni paradossalmente “spersonalizzanti”, quando tutto ciò che servirebbe è una mera “Espressione di vitalità”, per dirla un po’ con Pasolini anche una “disperata vitalità”. L’interesse del gruppo per tematiche politiche e sociali anche complesse torna anche in Bombe su Kabul, un brano costruito sull’alternanza di parti parlate e parti melodiche, che condanna duramente il vuoto lasciato da “guerre preventive” le cui reali motivazioni sfuggono o cadono sempre più spesso nel nulla del potere e del denaro: qui è soprattutto il grande valore del testo a rapire l’attenzione dell’ascoltatore, tanto da esser valso alla band la pubblicazione sul sito Canzoni Contro la Guerra, in mezzo a nomi tutt’altro che di secondo livello. Assolutamente da ascoltare. La critica non si allenta per un attimo nemmeno in un pezzo battagliero già dal titolo, Macellai, sullo sfondo di un interessante e disorientante lavoro di chitarre e con una bella linea melodica della voce. Un’introduzione percussiva presto sorretta da arpeggi di chitarra ci accompagna nel lato per così dire “intimista” del disco, quello aperto da Dall’interno: le sonorità si fanno meno spigolose, pur senza rinunciare al lavoro sui timbri già ravvisato nella prima parte, e i testi più immaginifici, meno diretti, per quanto ancora capaci di colpire. Casa continua su questa linea, pur col ricorso ad una ritmica a tratti più serrata, e In Agosto sottolinea la necessità, appunto, di quello “sporcarsi le mani col mondo” che non può mancare in una dimensione di vera critica e di vero impegno (“In agosto non fa testo contemplare l’universo”). Piccole cose è costruita su una ritmica maggiormente brillante, così come La vita è un buco nero, attestazione a metà strada tra la filastrocca divertita e la denuncia; ne nasce un chiaro e inesorabile bisogno di nuova “complicità”, quella cantata in Ceci (“M’hanno generato confinato dentro un quadro di Mirò/ Che cosa non darei per poter dirti/ Che io non mi stancherò di noi…”), e chiude le danze un nuovo invito all’azione, contenuto in La prima cosa che farò, a sottolineare il bisogno di dare un senso a ciò che appare vuoto, per non rassegnarsi all’indifferenza di tutto (“Se sapessi soddisfarmi non sarei qui ad imbracciar le armi/ Dare un peso a questi anni, è questa qua/ La prima cosa che… immediatamente…/ Da lunedì comincerò!”). Un invito a combattere l’indifferenza, un invito che non deve cadere nel vuoto, una bella scossa, come già detto: un’esperienza musicale e umana dalla quale magari in molti potrebbero avere qualcosa da imparare, perchè per migliorare questo mondo nel quale viviamo (che al di là del benessere diffuso è probabilmente il peggiore dei mondi possibili) bisogna rimboccarsi le maniche e metterci la faccia tutti quanti, con coraggio, dignità e anche, perchè no, con un pizzico di paura, perchè la sfida che ci attende è grande forse più di noi, ma non possiamo esimerci dall’affrontarla.
Un buon inizio può essere ascoltare questo album.

Approfondimenti: i Lev sostengono il colletivo Get Up Kids!, e credono nella libera circolazione della cultura. Per questa ragione il loro album è disponibile per il download gratuito direttamente sul sito ufficiale della band, che invita tra l’altro l’ascoltatore a diffondere liberamente Hanno Ucciso Ulrike Meinhof con qualsiasi mezzo a disposizione (dal passaparola al masterizzatore, per intendersi). Dunque, scaricate, ascoltate, diffondete. Per i cultori del cd inteso in senso più canonico, comunque, l’album si può anche comprare: le informazioni sono tutte sul sito testè indicato. Buon ascolto!

Benvenuti Nel Nostro Meraviglioso Paese!!/16

Rai, il dg Masi sospende Vauro: ”Annozero va riequilibrata”

All’origine del provvedimento la sua vignetta: ‘Aumento delle cubature. Dei cimiteri’ giudicata ‘‘gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico”

(ultimo aggiornamento: 15 aprile, ore 14:30)

Roma, 15 apr. (Adnkronos/Ign) – La Rai sospende Vauro. La decisione arriva direttamente dal direttore generale di viale Mazzini Mauro Masi che con tutte le strutture aziendali competenti ha esaminato la puntata di giovedì scorso di ‘AnnoZero’ dedicata al terremoto in Abruzzo.

Nel mirino è finita la vignetta di Vauro Senesi ‘Aumento delle cubature. Dei cimiteri’ gudicata "gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico. Il Direttore Generale ha quindi comunicato ai direttori Antonio Di Bella e Antonio Marano e allo stesso Senesi che la Rai in via cautelativa e da subito non intende avvalersi delle prestazioni dello stesso Vauro Senesi.

Fatte salve le valutazioni di competenza del CdA, il Direttore Generale ha inviato poi a Michele Santoro e ai direttori del Tg3, Antonio Di Bella e di Raidue, Antonio Marano, una lettera sulla "necessità che sin dalla prossima puntata siano attivati i necessari e doverosi riequilibri informativi specificatamente in ordine ai servizi andati in onda dall’Abruzzo". Non sono stati invece ravvisati sostanziali elementi di squilibrio nel dibattito svolto in studio nel corso della trasmissione.

(Fonte ADNKronos/Ign)


Benvenuti nel meraviglioso paese in cui tutto si può fare ma non criticare i potenti.

PS: Adesso nel mirino c’è persino "Report", e cioè l’unico programma di inchiesta giornalistica seria della tv italiana. Leggete, leggete

Promemoria

1) La Dignità ha un prezzo, ed è basso. Estremamente basso. Tutto aumenta, qualcosa che cali dovrà pur esserci…

2) Devo ricordarmi di approfondire i nuovi significati della parola "indecente".

3) 2009, Italia, Europa, Terra, Via Lattea, Ammasso Locale, Universo: la critica non ha diritto di cittadinanza, ma io, come un Fox Mulder dei poveri, voglio crederci.

4) Presto il nuovo disco.

 Ma lo rivoglio indietro.

"La Colazione Dei Campioni", K. Vonnegut

La colazione dei campioni, ovvero Addio, triste lunedì, ovvero (aggiungo io) la resa dei conti di uno scrittore, giunto al traguardo dei 50 anni, con tutte le ossessioni, le storie e i personaggi che hanno popolato i suoi libri fino a quel momento. Servirebbe una grande quantità di pazienza e di tempo per elencare tutto ciò che questo libro rappresenta e tutto ciò che non rappresenta, quello che vuole dire e quello che invece non vuole dire, dove si nascondano i significati ed anche dove questi si mostrino apertamente; è assolutamente riduttivo definire quest’opera una lunga, feroce satira di tutto ciò che di “satirizzabile” ci circonda, così come non rende affatto l’idea definire questo testo semplicemente grottesco, visionario, folle. Vonnegut ha creato un’opera completamente anarchica, camuffando i suoi intenti e nascondendo la sua profonda e sottile critica sotto il racconto della pazzia di Dwayne Hoover, riccone di provincia che dà segno di squilibrio a causa di “certe cattive sostanze chimiche nella sua testa” e che perde definitivamente le rotelle quando incontra Kilgore Trout, scrittore di fantascienza ignoto ai più (forse anche a se stesso) e pubblicato solo da riviste pornografiche piene di, letteralmente, “tope spalancate”, che gli fornisce, sotto forma del suo delirante romanzo Ora si può dire, tutti gli strumenti di cui lo squilibrio ormai necessitasse per trasformarsi in follia cieca e violenza incontrollabile. Quello che succede dentro il testo è una sorta di progressivo “scivolare” in questa follia, un escalation di comportamenti assurdi, un percorso lastricato di feroce ironia dall’autore, che non perde occasione per esercitare la propria vis satirica su qualsiasi argomento riguardi i suoi primi 50 anni di vita e gli Stati Uniti tutti, il suo paese con tutte le storture che ormai sapremmo tutti quanti enumerare anche ad occhi chiusi, dall’ossessione per il denaro ed il successo alla guerra, dalla follia del razzismo a quella della religione: la satira è condotta attraverso il racconto delle assurdità che riempiono le nostre vite ogni giorno come attraverso i sunti, che costellano qua e là la narrazione, di varie opere di Trout, ovviamente tutte quante, per quanto fantascientifiche, ben legate ed ancorate alla realtà, grottesche deformazioni della nostra assurda vita quotidiana e durissime condanne della nostra sempre più presente povertà di spirito ed intelletto. Ma, come detto, La Colazione dei Campioni è anche l’occasione per Vonnegut di una resa dei conti con se stesso e la propria vita: per dare un’idea dell’anarchia che regna sovrana nell’opera, ad un certo punto non dovrete stupirvi di veder spuntare, in prima persona, l’autore stesso all’interno della sua storia di fantasia, protagonista e testimone, con un intento particolare e che lo lega a doppio filo alla storia della follia di Dwayne Hoover. In Ora si può dire, quest’ultimo legge la storia di un uomo al quale il Creatore svela di essere l’unico essere vivente dotato di libero arbitrio di tutto il creato, e che tutto ciò che lo circonda non sono altro che macchine, robot che servono al Creatore dell’Universo per studiare il suo comportamento e le sue reazioni (sempre imprevedibili, perché libere) a differenti stimoli, positivi e non; Vonnegut giunge nel libro per liberare i suoi personaggi, e donare il libero arbitrio alla sua creatura che risponde al nome di Kilgore Trout (quasi un alter ego, a dire il vero). Credete che Trout saprà fare un uso intelligente di quel libero arbitrio? Ma allora non avete ancora capito nulla dell’uomo! L’uomo che è una macchina vanesia, arrivista, cattiva e bieca, meschina anche, sempre pronta a trarre guadagno dalla situazione, se possibile… eppure, contemporaneamente, l’uomo che è come “un fascio di luce verticale”, qualcosa di totalmente buono che trova la sua realizzazione nell’espressione artistica, perché alla fine ciò che conta vedere dell’uomo è quel nocciolo, quel grumo di luce (a volte secco, a volte rattrappito, spesso non curato) che dovrebbe continuare a risplendere anche nel buio della follia più cieca nella quale ogni giorno affondiamo i nostri passi quasi con soddisfazione. C’è un umanesimo di fondo nell’opera di Vonnegut che resiste anche all’ultima, liberatoria risata e che rende questo testo qualcosa di magico ed irrinunciabile.

Ora si può dire? Si può dire. Kurt Vonnegut un po’ ci manca.

"In America ci si aspettava che ognuno arraffasse tutto quello che poteva e se lo tenesse. C’erano americani bravissimi ad arraffare e a tenere ed erano favolosamente ricchi. Altri invece non riuscivano mai a mettere le mani sui quattrini. [....] "

"Una creatura di nome Zog arriva sulla Terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap. Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono. Il padrone di casa gli spacca il cranio con una mazza da golf."

(dal libro di Kilgore Trout "L’Idiota Ballerino", riassunto nel testo)

Tra le altre cose, esiste anche un film omonimo tratto da questo libro, con Bruce Willis e diretto da Alan Rudolph… pare non sia un granchè, ma per dovere di cronaca ve lo segnalo. Buona lettura e, se vorrete, buona visione!

"La Cantata Rossa Per Tall El Zaatar", G. Liguori, G. Stocchi, D. Stratos (1977)

[...] Ahi

figlio
figlio
figlio

che ti porto sulle braccia
e che i tuoi anni mi pesano
figlio

come tre spade d’assenza
per ferirmi il cuore

figlio

che t’hanno spezzato
perché io più non veda
la primavera del tuo sorriso
figlio

e dolcemente prendere forma
il tessuto promesso dei giorni
figlio

figlio
che t’hanno strappato
per lasciarmi
fra i nodi della notte
muta e senza sonno

figlio
che per nove mesi
ci siamo parlati
tu confidandomi
i tuoi segreti d’acqua
ed io
la terra del futuro
figlio

che tutto intorno
è fuoco e maceria
e fumo
e urla
figlio

che ti porto
sulle braccia

ahi
figlio
figlio
figlio

e con tre spade d’assenza
in fondo al cuore

Perché questo silenzio
che ti posa sulle labbra
come una farfalla di gelo?
[...]


È sempre difficile attestare come spesso le grandi tragedie della storia non facciano che ripetersi: magari cambiano i protagonisti, magari cambiano le condizioni, ma il succo dei fatti non cambia, le cose più terribili ritornano, per quanto si speri sempre che ciò non avvenga. La cantata rossa per Tall El Zaatar ci racconta una di queste tragedie: era il 12 agosto del 1976 quando il campo palestinese di Tall El Zaatar (la collina del Timo), già duramente provato nel corso della guerra civile libanese, iniziata nel 1974, cadde dopo un assedio di cinquantatre giorni, e cadde con l’inganno di una tregua non rispettata per mano dei falangisti, appoggiati dai siriani, che con il pretesto di evacuare donne e bambini compirono l’immane strage di migliaia di persone. La cantata rossa per Tall El Zaatar nasce così, dall’unione del genio creativo di Giulio Stocchi, poeta- operaio che declamava la sua opera in strada come Majakovskij, e di Gaetano Liguori, pianista jazz da sempre impegnato in ambito politico, e principale esponente di tutta una corrente del jazz italiano di tipo dichiaratamente politico che si sarebbe spenta sostanzialmente con gli anni ’70; nasce dalla fusione di parola e suono, poesia e musica; nasce per condannare il massacro di donne, bambini, innocenti perpetrato, come sempre è stato e sempre sarà, consapevolmente, dietro la spinta del desiderio di potere, della violenza cieca, della paura irrazionale. La cantata rossa per Tall El Zaatar è un’opera di pace, e come tale deve essere letta e ascoltata ed accolta oggi, quando più che mai c’è bisogno di tornare alle nostre radici umane: tutti gli artisti che parteciparono alle registrazioni ed all’esecuzione lo fecero a titolo completamente gratuito, con l’intenzione di devolvere quanto ricavato alla causa dei profughi, degli sfollati e dei disperati palestinesi. Ovviamente, a causa degli impegni di tutti i partecipanti, nella sola occasione della sua presentazione al pubblico la partitura fu eseguita con l’organico completo: seguirono una serie di date in tutta Italia col trio (P. Liguori, batteria; G. Liguori, piano; R. Del Piano, basso) e Stocchi, che registrarono una importante risposta di pubblico, e alcune puntate all’estero, come a Colonia, in Germania, dove agli spettatori fu consegnato un libretto contenente traduzione dei testi di Stocchi, e si registrò una reale commossa partecipazione del pubblico alla tragedia narrata nell’opera (fonte: Roberto Del Piano). L’opera si apre con Fedayn, una splendida progressione che vede l’ingresso delle percussioni, seguite in sequenza dal basso, dal piano, e dalla voce di Stocchi, carica di un enfatico tono declamatorio che sarà la cifra stilistica dell’intero lavoro, ricca di richiami armonici di stampo mediorientale, per sfociare in I 53 Giorni, brano dove il peso delle liriche dolenti di Stocchi e della sua voce si fa predominante. Libertà subito è una lunga tirata strumentale carica ancora di echi mediterranei, dominata nella prima parte dal piano di Liguori che a poco a poco stempera la melodia iniziale assumendo toni sempre più aspri e aritmici in un accalcarsi di note, un andirivieni tra momenti calmi e sincopati, nei quali il piano scorre nervoso, sostenuto poi dalla sezione ritmica in una lunga serie di note percussive, che pian piano tornano a far emergere una più chiara frase melodica per poi esplodere di nuovo vorticose, come una pioggia inesorabile e violenta, un diluvio. La tensione cresce fino a divenire massima, insostenibile, per spegnersi quasi di colpo sul giro iniziale, per poi tornare a salire, per poi spegnersi ancora, e ancora, e ancora. Amna segna l’ingresso, nell’opera, della voce di Demetrio Stratos, che si avvolge, si raddoppia, si erge sopra il pianismo inquieto e lunare di Liguori: storia dello stupro di Amna, dodicenne fatta prigioniera dai falangisti, resa con quello che altrove è stato definito “un espressionismo pop agghiacciante”. La voce parte lenta come una marcia, come la marcia dei prigionieri, incarna di volta in volta i vari personaggi, le varie voci, ha picchi improvvisi, e accelera e diventa incalzante, e forte, quasi insostenibile nel culmine della violenza narrata nel testo, gela il sangue in un crescendo di grande intensità, un gioco di voci che si sdoppiano, nel quale la voce stessa, anche quando sembra voler cullare l’infanzia spezzata di Amna, stride, si contorce, si trasforma in una lama, incide e precipita altro freddo sulla tragedia ormai compiuta. Piccolo Fadh, pochi versi di Stocchi e un solo del basso di Del Piano, in bilico tra melodia e ritmiche serrate, su un tappeto di percussioni, segue quindi uno dei momenti emotivamente più difficili da sostenere dell’intero lavoro, e ne precede un altro, La Madre, sul quale Stocchi declama un testo in bilico tra un orrore ed un dolore indicibili ed una rabbia che grida vendetta, sul sottofondo di nenie popolari siciliane cantate da Concetta Busacca: anche qui l’impatto e la tensione emotiva non possono che lasciare realmente stremati, senza forze e senza parole. Sulle Macerie è un brano lento e riflessivo, desolato, nel quale l’iniziale melodia disegnata da basso, batteria e piano ben presto si spezza, per tornare a salire nuovamente, accelerando e rallentando. La rabbia e la voglia di giustizia giungono solo con La Cantata Rossa, una ritmica eccezionale ad accompagnare il testo in un crescendo emotivo sottolineato dallo sciabordare dei piatti e dalle rullate della batteria fin quasi a giungere al rumore, assordante come la violenza cieca di questo nostra realtà, di fronte alla quale siamo tutti chiamati a restare “in piedi con la nostra statura ed abitare il mondo”. Fedayn è la ripresa del primo pezzo, nella quale il testo declamato da Stocchi assume valore universale e si colora di nuove tinte (“..questo popolo ha sette anime ogni volta che muore rinasce più giovane e bello”), chiosa ideale di un discorso circolare come unicamente può essere un discorso fatto attorno alla violenza folle e che si autoalimenta e cresce in se stessa come una spirale di odio lunga e profonda, che avvolge e dalla quale sembra non esistere via d’uscita. Cosa può la poesia, cosa le parole di fronte ad una tragedia muta e senza volto, infinita e profonda come il tempo? La cantata rossa per Tall El Zaatar è la risposta a questa domanda, ed è una risposta carica di rabbia e di desiderio di giustizia, una risposta di pace. A chi oggi si tappa occhi ed orecchie si chiede il coraggio di guardare ed ascoltare, e prendersi la propria responsabilità.

Si ringrazia di cuore Roberto Del Piano per le informazioni e i ricordi che ha accettato di condividere con me, e che mi sono stati di grande aiuto nella stesura di questo post, e soprattutto per la disponibilità e l’amicizia. Alcune recensioni del disco sono reperibili su qui, e qui; maggiori informazioni sul lavoro si trovano invece qui, dove potrete trovare anche tutti i testi, oltreché nei link da me aggiunti lungo il post; questa è una pagina scritta in occasione della recente ristampa su cd del disco; infine questo il sito di Giulio Stocchi, sul quale sono presenti riferimenti all’opera

"Ghiaccio-Nove", K. Vonnegut

“Che speranze ci sono per l’umanità,” pensai, “finché esistono uomini come Felix Hoenikker che danno un giocattolo come il ghiaccio-nove a dei figli miopi più o meno come quasi tutti gli uomini e le donne del mondo?” E mi ricordai del Quattordicesimo libro di Bokonon che avevo letto da cima a fondo la sera prima. Il Quattordicesimo libro si intitola: “Che speranze può nutrire un uomo ragionevole per l’umanità su questa terra, tenendo conto dell’esperienza dell’ultimo milione di anni?” Non ci vuole molto a leggere il Quattordicesimo libro. Consiste in una parola e in un punto. Eccoli: “Nessuna”.

La storia di Ghiaccio-Nove comincia con un libro, intitolato provvisoriamente “Il giorno in cui il mondo finì”. Chi redige questo testo, un giornalista alquanto nichilista, nonché narratore in prima persona di tutti i fatti, racconta di aver sentito il forte desiderio di raccontare cosa stessero facendo alcuni importanti personaggi americani nel giorno e nel momento stesso in cui veniva sganciata la prima bomba atomica sul Giappone. La scelta di questi “americani campione” è quasi obbligata, e si tratta del defunto premio nobel dottor Felix Hoenikker, scienziato immaginario e immaginario padre della bomba, e dei suoi tre strani figli, Angela, Frank e Newton, una famiglia tutt’altro che… comune. Sulla scia delle testimonianze, si spalanca di fronte al nostro giornalista una realtà ancora più incredibile, nella quale uno scienziato del tutto disinteressato alle conseguenze delle proprie gesta può creare, su richiesta di un marine preoccupato delle difficoltà dei suoi sottoposti a passare attraverso il fango, un’arma letale al confronto della quale ogni altra impallidisce, e che tutti quanti, senza eccezione, cercheranno in ogni modo di avere per sé. Questo il lascito del defunto Felix Hoenikker all’umanità, un’arma in grado di annientarla, il ghiaccio-nove, una forma di ghiaccio stabile a temperatura ambiente e che non si scioglie fin oltre i cento gradi centigradi, capace, con una banale reazione a catena, di “congelare” le scorte d’acqua dell’intero pianeta. Di queste vicende narra il testo, il tutto visto alla luce dei precetti della religione bokononista, nata sull’isola di San Lorenzo (isola dominata dalla violenta dittatura di “Papa” Monzano), religione immaginaria e scopertamente menzognera (uno dei suoi presupposti è che tutto ciò che è contenuto nei suoi libri sacri sia una totale menzogna, e che il lettore debba prenderne atto), rassegnata quanto inutilmente complessa, carica di termini ed allusioni eppure del tutto basata sulle panzane più assurde…
Vonnegut costruisce, con questo suo Ghiaccio-Nove (nell’originale "Cat’s Cradle", la “cesta del gatto”, una particolare figura che si può realizzare intrecciando dei fili tra le dita delle mani, uno dei giochi preferiti del dottor Hoenikker, il quale aveva un rapporto molto particolare col tema del “gioco”) un perfetto mix di fantascienza “intelligente” e satira sociale, sottoponendo ad una corrosiva critica carica della sua innata, feroce ironia i grandi temi della guerra, della scienza, della religione, del potere e della stupidità umana. Come si riporta sulle note di copertina, Ghiaccio-Nove è un’opera che “contesta la società con la parodia”, un agile e profondo ritratto di ansie, paure, inquietudini del secolo appena trascorso che però non mancano di riverberarsi anche nel nostro: la religione ed il potere politico come forme di controllo delle masse in equilibrio sempre apparentemente precario ma in realtà totalmente pianificato tra loro (esemplare la dittatura anti-bokononista di “Papa” Monzano, in realtà fervente praticante bokononista), la guerra come specchio della follia e della miopia dell’uomo (tema quanto mai attuale), il progresso che, in mani sbagliate, può portare ben lontani da un reale miglioramento delle condizioni di vita degli uomini (il delirio scientista di Hoenikker, uomo del tutto disinteressato a tutto ciò che non sia scienza, numero e calcolo, che partorisce l’arma definitiva, il ghiaccio-nove, appunto, abbandonandola, complice una morte improvvisa, nelle mani di tre figli “complessati” dal padre e dalla loro diversità, che il mondo non manca mai di fargli notare, a volte fisica, come per il nanismo di Newton, a volte mentale, come nel caso dei complessi di inferiorità di Frank). Ghiaccio-Nove affronta tutti questi temi fondamentali con l’arma dell’ironia, strappando spesso sorrisi, per quanto amari, ed ha spinto Graham Green a definire questo testo, al momento della sua pubblicazione, “uno dei tre migliori romanzi dell’anno scritto dal più bravo scrittore vivente”. Certamente, Ghiaccio-Nove è uno di quei libri che sarebbe bene leggere, dal momento che ci offre una visione “critica” della società della quale oggi si sente tanto la mancanza.

“Oggi siamo qui riuniti, amici,” disse, “per onorare i Cento Martiri Della Democrazia, bambini morti, tutti morti, uccisi in guerra. È tradizione, in giorni come questi, chiamare questi bambini uomini. Io non riesco a chiamarli uomini per un semplice motivo: che nella stessa guerra in cui perirono i Cento Martiri Della Democrazia, perì anche mio figlio. La mia anima si ostina a piangerlo non come un uomo, ma come un bambino. Con questo non voglio dire che i bambini morti in guerra non muoiano da uomini, se devono morire. A loro eterno onore e a nostra eterna vergogna, essi muoiono da uomini, rendendo così possibile la virile esultanza delle feste patriottiche. Ma quegli eroi sono e restano bambini assassinati. Pertanto, se dobbiamo porgere i nostri sinceri omaggi ai cento bambini caduti di San Lorenzo, penso che faremmo meglio a farlo impiegando questo giorno a disprezzare ciò che li ha uccisi; vale a dire la stupidità e la cattiveria del genere umano. Forse, quando commemoriamo la guerra, dovremmo toglierci i vestiti e dipingerci di blu e camminare per tutto il giorno a quattro zampe grufolando come maiali. Questo sarebbe indubbiamente più appropriato di qualsiasi nobile discorso e sventolio di bandiere e presentat’arm con fucili ben oliati.”[…] “Ma se la giornata di oggi è davvero in onore di cento bambini uccisi in guerra,” disse, “siamo sicuri che oggi sia il giorno adatto ad un’eccitante parata? La risposta è sì, ma a una condizione: che noi, i celebranti, ci impegniamo consapevolmente e instancabilmente a ridurre la stupidità e la cattiveria tanto nostra che di tutto il genere umano.”[…] “La corona che ho portato è un dono del popolo di un paese al popolo di un altro paese. Non importa quali paesi. Pensate al popolo… e ai bambini uccisi in guerra… e a qualsiasi paese. Pensate alla pace. Pensate all’amore fraterno. Pensate all’abbondanza. Pensate a che paradiso sarebbe questo mondo se gli uomini fossero saggi e gentili.”

Contro

Vorrei che per una volta fossimo in grado di mettere da parte divinità varie ed eventuali, brama di potere, di possesso, di distruzione, di violenza, la nostra infinita stupidità che gode nel far la guerra e nell’infliggere dolore; vorrei che non volassero più missili né aerei che sganciano bombe e che non succedessero più cose come queste; vorrei che si smettesse di scrivere scemenze che poi appaiono sui quotidiani, sono stufo di esser chiamato alle armi; vorrei che la miopia di chi ci chiama alle armi con tanta solerzia avesse una cura;  vorrei che tutti ci rendessimo conto della direzione nella quale stiamo scivolando; vorrei.

Vorrei che per una volta avessimo gli occhi ed il pensiero rivolti all’uomo, e a nient’altro.

"Madre Notte", K. Vonnegut

«In un paese civile Madre notte di Kurt Vonnegut dovrebbe essere diffuso nelle scuole al pari di Se questo è un uomo di Primo Levi. Le osservazioni sulla vita mascherate da filosofia spicciola concentrate nei romanzi di Vonnegut sono una forma di sapienza naturale che una volta tanto nega che tutto debba risalire ad un’ancestralità sorda e bestiale [...] Solo James Thurber e Salinger possono vantare la stessa leggerezza nel parlare delle cose del mondo senza emettere giudizi» (D. Brolli, Segrete identità, p.222 Baldini & Castoldi, 1996).

Con questo romanzo del 1961, Vonnegut ci presenta uno dei personaggi che torneranno anche in Mattatoio n.5, Howard W. Campbell Jr., americano vissuto in Germania e passato alla causa del nazismo, del quale divenne megafono e voce nelle onde corte, lavorando al Ministero della Propaganda sotto Joseph Goebbels. Un personaggio che ha fatto il male, che ha dato al male un "appeal mediatico", che ne ha giustificato le azioni, che ha diffuso il pregiudizio e l’odio, quasi l’incarnazione del Male assoluto, come viene definito nel romanzo da un vecchio soldato americano, romanzo che altro non è se non la raccolta delle confessioni di una vita, scritte in prima persona da un Campbell ormai anziano, rinchiuso in attesa di processo per crimini contro l’umanità in una cella dello stato d’Israele. Così nelle pagine scorrono le memorie di un’intera vita, e veniamo a conoscenza dell’attività di drammaturgo, poeta e scrittore rivestita a Berlino prima della guerra da Campbell e, soprattutto, scopriamo come fosse diventato una spia al servizio degli Stati Uniti d’America, e come sia riuscito, in tale veste, a raggiungere i gradi più alti del partito nazista, mentre la sua propria vita andava a rotoli, sbriciolandosi completamente. Con le sue trasmissioni nelle onde corte, Campbell passava messaggi cifrati agli americani, basati sulle pause, sui respiri, sull’uso e la posizione di certe parole; una vita schizofrenica, la sua, come quella di molti uomini moderni, in cui la finzione si somma alla finzione mentre anche gli affetti sinceri, inevitabili pur in un clima di totale menzogna, iniziano a sfuggire. Campbell era riuscito, sotto la protezione degli americani, a vivere sano e salvo per quindici anni a New York, salvo venire poi scoperto da tutti a seguito di una serie di sfortunate coincidenze. Vonnegut ci mostra, con una prosa asciutta e sotto la forma delle “memorie” (un personaggio di finzione che nel corso della vita si finge qualcos’altro e che adopera, nel narrare di sé, quella che Tabucchi ebbe modo di definire la “sottile finzione letteraria dell’autobiografia”), il lento scivolare di un uomo verso il labilissimo confine che separa bene e male in situazioni estreme come quelle della guerra: “un uomo è quel che finge di essere, sicché deve stare molto attento a quel che fa finta di essere.”: e cos’è Howard W. Campbell Jr.? Un uomo che ha sposato il nazismo per convinzione politica o per necessità di spionaggio? Un razzista, un antisemita o un uomo che ha recitato fino in fondo la propria parte, fino alle estreme conseguenze, fino a rendersi del tutto inconfondibile da quel Campbell- nazista che tutti credevano realmente fosse? Interrogativi importanti, che fanno il paio con la sensazione, che si diffonde nel corso della lettura, della guerra come uno stupro, qualcosa che ruba definitivamente l’innocenza a chiunque ne venga raggiunto, o anche solo sfiorato, rendendo alla fine impossibile discernere bene e male quando l’uomo diventa bestia ed incubo per l’uomo. Campbell vive sulla sua pelle una realtà di orrore e follia che ha definitivamente cambiato tutti i suoi protagonisti, da una parte e dall’altra, offesi ed umiliati dalla storia: rigurgiti neonazisti nel bel mezzo dell’America liberale, tutti persi nei loro folli propositi (il vecchio dottor Jones e la sua cricca), alla ricerca di un’autorità, qualcuno che ordini loro come muoversi (lo stesso Campbell, in uno degli ultimi capitoli); ex vittime dei campi di concentramento che perseguono la rimozione del ricordo per sopravvivere all’orrore, come il dottor Epstein, oppure che non possono fare a meno di ricordare, cercando vendetta più che giustizia, parola questa che sembra aver perso ogni significato di fronte all’abominio della “soluzione finale”, come la madre dello stesso giovane dottore ebreo. Un orrore e una follia della quale Campbell è in larga parte riconosciuto come artefice ed ispiratore, con le sue trasmissioni di propaganda alla radio: come gli riconosce il suocero, Werner Noth, nel corso del loro ultimo colloquio, Campbell ha dato spessore alla causa nazista, ha  dato motivo di convincersi che ci fosse un perchè in ciò che sembrava irrazionale, impedendo a molti di pensare che l’intera Germania stesse scivolando nella follia: e qui si insinua l’interrogativo inquietante del testo, fa differenza che Campbell fosse in realtà una spia, un infiltrato? Pur se fosse riconosciuto innocente e quindi non imputabile di crimini di guerra e contro l’umanità, non graverebbe su di lui qualche altra colpa? Dove inizia l’obbligo e dove finisce la sua libera scelta, in tutta la sua vicenda? Come distinguere il vero dal falso, il Campbell commediografo di un certo successo, giovane idealista imbevuto di sogni e speranze, marito fedele della splendida attrice Helga, dal feroce antisemita, agitatore e propagandista che trasmette in onde corte? Una finzione tanto perfetta da sembrare la sola realtà. Cos’è l’innocenza, quando bene e male sono a tal punto confusi da non esser più riconoscibili? Campbell vive costantemente in questa contraddizione, estratto dal suo bozzolo decennale solo dall’intervento della cosa più simile ad un amico che abbia mai avuto dal tempo della guerra, guarda caso una spia comunista, in un rapporto basato ancora una volta sul confine insondabile tra realtà e bugia, come tutti quelli che lo attendono nel corso della narrazione. Più volte, durante la lettura, mi è sovvenuta quella frase di Sartre, che voleva l’uomo appartenere al regno della libertà, e la libertà essere la sua essenza: non si è mai liberi di cessare di essere liberi (perdonate la citazione, forse un pò libera e quindi non accuratissima). Questo introduce fortemente il “principio di responsabilità” nella nostra vita di tutti i giorni, e quindi porta alla domanda “quali le responsabilità di Campbell?”. Domande che non dovremmo mai cessare di porre per capire l’orrore del quale sempre più spesso sembriamo affamati, bestie più che esseri umani.






“Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere,” dissi, “ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? È quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. È quella parte di ogni uomo che trova attraente qualsiasi genere di brutalità. È la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra.”