Area, "1978. Gli Dei se ne vanno, gli Arrabbiati restano!" (1978)

Il 1977 degli Area trascorre nel tour Anto/ Logicamente, partito dal Teatro Uomo di Milano e accompagnato dall’omonimo strano greatest hits, contenente le canzoni più misconosciute della band, quelle in qualche modo dimenticate e trascurate, così da costituire un punto d’accesso laterale ma non meno interessante a quello che è stato il lavoro degli Area dai tempi di Arbeit Macht Frei all’ultimo Maledetti. Il tour consisteva in sostanza di uno show in due tempi, un primo che si apriva con Evaporazione per proseguire con Arbeit Macht Frei, Luglio, Agosto, Settembre (nero), L’abbattimento dello Zeppelin (tutti brani tratti da Arbeit Macht Frei), ZYG, Cometa Rossa e Lobotomia (da Caution Radiation Area) ed un secondo imperniato su brani tratti da Crac! e Maledetti, quali Il Massacro di Brandeburgo, L’Elefante Bianco, La Mela di Odessa, Gioia e Rivoluzione, Gerontocrazia, Scum, Giro Giro Tondo, il tutto condito da ulteriori “brani che cambiavano a seconda delle serate e che potevano includere anche cover di classici del rock & roll” (Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”). Il disco consisteva invece di sette brani, presentati, come da note di copertina, con queste testuali parole: “ Dalla miseria della critica alla critica della miseria (anche nella musica). Anto/logicamente, per riportare alla luce i brani nascosti, ignorati dai critici… e da molti altri”. Ovvio, ed evidente, come i rapporti con la critica musicale fossero tesissimi, e come fosse tra l’altro giunto il momento, per la Cramps e per gli Area, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Va detto che l’ambiente della critica musicale italiana, pur negli anni ’70, anni nei quali l’impegno non doveva essere una novità trascurabile, aveva sempre guardato con diffidenza all’universo artistico e concettuale chiamato Area, maggiormente attratto, probabilmente, dal potenziale di altre proposte più “facili” e, almeno per quel che mi riguarda, sostanzialmente inoffensive (e in questa generalizzazione, sbagliata in partenza proprio perché generalizzazione, e me ne rendo conto, [e mi rendo conto anche della possibilità di scatenare un vespaio] introduco buona parte di quel progressive italiano che, a partire dai nomi altisonanti, non ha saputo essere che una riproposizione di stilemi e modi nella quale oggi, a distanza di tanti anni, mi è difficile vedere qualcosa di più che una mera esibizione di capacità tecniche e strumentali e “commerciale” furbizia): sono passate alla storia le “battaglie cartacee” tra Stratos e Bertoncelli (anche se non è dato sapere quanto sincere e quanto “opportunistiche”), ma anche altrove è facile trovare conferma a questa sensazione di diffidenza nei confronti della musica degli Area, di volta in volta accusata di essere troppo volta alla ricerca timbrica, o di farsi latrice di un’eccessiva ideologizzazione. Personalmente, mi permetto di sottolineare come l’Arte effettivamente scomoda (l’unica Arte?) non possa mettere d’accordo tutti quanti: ed ecco che attorno agli Area è sempre regnata la divisione critica, ed è sempre mancata l’unanimità. In qualche modo la pubblicazione del disco di Anto/logicamente costituì, almeno nel lancio pubblicitario, l’occasione per questi “killer del pop” (come si definivano gli stessi Area) di prendersi qualche rivincita sulla critica. Ma i momenti davvero difficili erano ancora di là da venire. Con la fine del 1977, arriva infatti la defezione di Tofani: già negli anni passati gli Area si erano trovati ad affrontare abbandoni gravosi (si pensi solo a quello di Djivas, scippato dalla PFM dopo Arbeit Macht Frei, abbandono dal quale la band seppe risollevarsi, fortunatamente, col fondamentale ingresso di Tavolazzi), ma la dipartita del geniale alchimista dei suoni elettronici avrebbe rappresentato un vuoto assai difficile da colmare. Semplicemente, Tofani aveva cominciato a stare stretto dentro la “piccola gabbia” della pesante connotazione politica degli Area (“Un’artista è un’artista. Sì, può essere anche stimolato dalla società e da tutto quello che lo circonda (del resto nella storia dell’arte è sempre stato così), però ha anche la necessità di avere degli spazi propri per manifestare dell’altro. Invece lì c’era sempre questo stigma della politica, della sinistra super sinistra, “compagno di qui compagno di là”… una cosa che col passare del tempo diventava un po’ pesante e questo è stato uno dei motivi per cui me ne sono andato: mi sentivo come in una scatola rossa da cui non potevo uscire”, cfr. intervista effettuata da Coduto nel 2004, op. cit.): Tofani sentiva la necessità di staccarsi, e di realizzare il proprio sogno di un viaggio, “perché vorrei fare nuove esperienze di vita, e poi sulla strada continuare la mia ricerca musicale” (Coduto, op. cit.). Dopo gli iniziali screzi coi compagni, il geniale chitarrista accetterà di restare in studio con gli Area per aiutarli nella registrazione del nuovo disco, data la sua eccezionale competenza tecnica coi suoni; purtroppo però questa collaborazione non poté funzionare, causa incomprensioni generate dall’incontro di Tofani con la spiritualità Hare Krishna e la religiosità, incontro (pare) non ben accolto dagli altri membri della band, e che causò il distacco definitivo, ben prima del termine delle registrazioni di 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!. Oltre a questa defezione, un altro abbandono scosse il mondo Area, e cioè quello della Cramps: di fronte alle difficoltà economiche crescenti, l’etichetta di Gianni Sassi non era più in grado di assicurare agli Area il denaro che sarebbe servito per portare avanti la sperimentazione musicale intrapresa e anche, più prosaicamente, per sopravvivere. Questo fu probabilmente il principale dei motivi che spinsero la band a firmare un contratto con la CGD, etichetta alternativa della major Ascolto, creata da Caterina Caselli, che assicurava più mezzi e totale libertà creativa: in questo periodo, l’ultimo minimo contatto della band con la Cramps si incarnerà nella figura di Gianni Emilio Simonetti, che aiuterà gli Area nella fase compositiva ed anche nella stesura dei testi, essendo in quello stesso periodo coinvolto nello sviluppo del nuovo lavoro solista di Demetrio, Cantare la voce, realizzato ancora con la collana DiVerso della casa discografica di Gianni Sassi. Dunque, molte novità e molte sfide per questo 1978: per la prima volta “niente più riunioni alla Cramps, né lunghe discussioni sui brani da affrontare” (Coduto, op. cit.), tutto in mano a Stratos e compagni. Anche questo fa di 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! un’esperienza musicale ed artistica completamente diversa da quello che negli anni si era affermato come il classico “sound Area”, per così dire: Stratos & Co. non rinunciano affatto alla dimensione critica e concettuale della propria musica, e la stessa scelta del titolo, dovuta a Simonetti (cfr. Coduto, op. cit.), testimonia questa volontà di analizzare ancora i problemi con sguardo lucido, e si riferisce con ironia e arguzia al decennale del 1968, madre di tutte le rivoluzioni (miseramente fallite). Cosa resta dopo 10 anni di retorica rivoluzionaria? “Ci si rendeva conto della fine di un momento storico. Attorno a quelle date si chiudeva un importante periodo, un’epoca di accentuata sensibilità nei confronti del sociale e se ne apriva un’altra, molto più votata all’individualismo. Il nostro sguardo si volgeva anche, ironicamente, su chi, forse disilluso dal fallimento delle grandi rivoluzioni, invece di pensare a come ricominciare tutto da capo, “mollava” rinnegando il proprio pensiero critico e cercava un comodo posticino all’interno dell’establishment” (Patrizio Fariselli, intervista da pagine70.com). Gli Area ripartono da qui per proporci un disco diverso, venute meno buona parte delle asprezze elettroniche e avanguardistiche degli anni passati (dovute soprattutto, almeno per quanto riguarda l’elettronica, a Tofani), nel quale la cura degli aspetti ritmici affianca, fino a superare per importanza, la ricerca timbrica: 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! è un disco che mescola il jazz col rock, a tratti con vere e proprie tirate fusion, elementi presi da groove tipicamente funky e inattese aperture alla melodia diretta ed alla forma canzone, sporcando il tutto coi suoni sintetici di Fariselli e colorandolo con il complesso lavoro ritmico dell’affiatatissima coppia Capiozzo- Tavolazzi, fornendo un tessuto armonico più accessibile (per quanto non meno ricercato ed intelligente) sul quale Demetrio Stratos può dare prova dell’incredibile padronanza raggiunta nell’uso del proprio strumento, la Voce. In continuità con la scelta critica del “concept”, 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! ci introduce ad una galleria personaggi ai limiti, in qualche modo figure di rivoluzionari o protagonisti di esperienze ai margini, da Shanfara, poeta solitario (visse buona parte della sua vita in completa solitudine nel deserto del Hijaz) autore della qasida (un componimento arabo di 100-120 versi, generalmente politematico) cui si ispira Il Bandito del deserto, a Violette Nozières, figura di pluriomicida molto amata dai surrealisti che videro in lei il simbolo della “rivolta”, con in mezzo riferimenti alla presa della Bastiglia (Ici on Dance!), al maggio francese (Guardati dal mese vicino all’Aprile), all’orrore dei gulag, buco nero del socialismo reale (Return From Workuta) e ai sottili riferimenti psicoanalitici e socio-politici di Acrostico in memoria di Laio. Un background concettuale ampio e denso di significati, dunque. Musicalmente, Il Bandito del Deserto apre il lavoro riecheggiando nella melodia quelle tonalità mediterranee e mediorientali tipiche degli Area: il brano mette in mostra l’eccezionale lavoro al basso di Tavolazzi, qui su livelli altissimi, oltre all’incredibile carica emotiva del cantato di Stratos, che tra l’altro al termine della prima strofa ci dà esempio di un acuto di potenza ed espressività assolutamente inusuali (sporco e sbracato com’è, eccezionale specialmente se confrontato con la freddezza glaciale degli acuti cui ci abituano le voci odierne, per fare un esempio pensate ai Muse). Ma tutto il brano è una rincorsa a rotta di collo, come la corsa sghemba dello sciacallo cui il poeta Shanfara si paragona: un’apertura degna dei migliori Area. A seguire Interno con Figure e Luci, che cita nel libretto persino Nietzsche, e che è tutta costruita sul contrasto tra l’oscurità delle parti in cui entra in gioco la voce folle di Stratos e le parti, invece, strumentali, colorate e “luminose”, spesso ancora echeggianti melodie mediterranee. Il terzo brano rappresenta uno dei momenti di maggior forza emotiva, ed è Return from Workuta, sostenuto dai sintetizzatori e dal contrabbasso estremamente melodico di Tavolazzi a disegnare un’armonia senza tempo, sospesa, su cui si stagliano le flautofonie di Stratos, a descrivere l’esperienza di una rivoluzione tradita e svuotata di senso: come riporta il libretto, “ritorno da un buco nero della storia del comunismo bolscevico… C’è mancato poco che la scintilla -”iskra” – si spegnesse, scrive Lenin, piangendo.[…] Ritorno da un paradosso della storia che svuota di senso la collera morale del “manifesto” del ’48.” Guardati dal mese vicino all’Aprile riprende con forza l’analisi critica del fallimento della rivoluzione del ’68, lasciata a metà: musicalmente, all’esposizione del tema, fanno seguito i gorgheggi di Demetrio e poi, dopo la nuova riproposizione del tema, ancora la decostruzione dello stesso nelle note sghembe del piano di Fariselli, e “la distruzione del mythos si accompagna alla polverizzazione dell’harmonìa, nell’unico momento di free- jazz nell’ambito dell’album” (Gianpaolo Chiriacò, “Area. Musica e Rivoluzione”): d’altronde, citando ancora le note di copertina, “Dieci anni d’indebite euforie. Adesso che l’”annèe terrible” è lontano tutte le celebrazioni sono possibili. Ma l’amore o l’odio che lo circonda sono (ai nostri occhi) sospetti. 1968: il tramonto tragico di tutte le rivoluzioni impossibili ha sciolto l’ultimo abbraccio dei rivoluzionari/amanti, un’epoca si è chiusa per sempre. Ma perchè, allora, tutti si ostinano ad affermare il contrario? Guardati dal mese vicino all’aprile, dicono i contadini del meridione d’Italia che hanno imparato a temere i rovesci improvvisi di marzo. Guardati, compagno, dal mese di maggio, noi non siamo più gli eredi di nessuno, bisogna ricominciare tutto da capo!”. Hommage à Violette Nozières invece è forse il pezzo più orecchiabile dell’intero album, con la scelta azzeccata della mandola suonata da Tavolazzi, e la grande forza e chiarezza dello yodel e dei fraseggi di Stratos, davvero eccezionali sul finale: il brano prende spunto, come già detto, dal surrealismo, e surreale e straniante è l’effetto ottenuto, sullo sfondo dei tempi dispari imbastiti da Capiozzo. Ancora Ici on Dance! giunge a mettere in guardia dalla mistificazione della retorica, “Ici on dance! Per chi fa le rivoluzioni a metà la polvere della storia si mescola spesso con la cipria della trousse: tutto si perverte in souvenir!”: musicalmente, tra suoni sintetici e cori stranianti, si fa strada la ritmica devastante di Capiozzo- Tavolazzi, capace di dare al brano una spinta in più nei momenti strumentali, mentre la voce di Stratos è ancora padrona indiscussa della scena. Acrostico in memoria di Laio è un brano che invece non può non ricordare, nella sua struttura, il recitativo frammentato di altri pezzi del gruppo da L’abbattimento dello Zeppelin a, soprattutto, La mela di Odessa (1920), e si eleva in difesa del’isteria, definita da Breton e Lacan “stato mentale caratterizzato dalla sovversione dei rapporti tra il soggetto e il mondo… come di un supremo mezzo di espressione”, con un testo che è un pastiche psico- socio- politico recitato con grande verve da uno Stratos in evidente stato di grazia, scherzoso e serio al tempo stesso, veramente “isterico”, come da tema: sensazionale la ritmica funky imbastita nel finale del brano, “un elastico groove, sciupato dalle fiondate di synth” (Coduto, op. cit.). fff (festa, farina e forca) analizza con durezza il tema della festa (fondamentale per un gruppo cresciuto all’ombra dei festival musicali alternativi come quello di Parco Lambro, e via dicendo), che diventa sempre più aggregazione cieca in cui lo spettatore resta confinato di sotto dal palco, impedito ad entrare in reale contatto con l’arte, a farsi egli stesso artista: il tutto, su un tessuto musicale inizialmente arioso che si fa, sempre più, jazzistico. Chiude le danze Vodka Cola, denuncia clamorosamente in anticipo sui tempi (almeno vent’anni!) della globalizzazione e dei suoi metodi spersonalizzanti: e basterebbe questo a dare un’idea di quanto questo collettivo sapesse vedere nel futuro della nostra società. Il disco ebbe un’accoglienza migliore del solito, e i complimenti stavolta si sprecarono anche per Stratos: purtroppo però il gruppo dovette ben presto registrare innanzitutto alcuni gravosi problemi di comunicazione con la CGD, priva dei mezzi necessari a gestire una band del livello (concettuale ed artistico) degli Area, e che porteranno ad un prematuro divorzio dalla nuova etichetta, e poi, soprattutto, la frustrazione derivante dall’impossibilità di restituire dal vivo, al di fuori della sottile finzione dello studio di registrazione, l’energia dei brani di 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!. Un disco che, pur mancante delle arditezze sperimentali dei suoi predecessori, dimostra come la rabbia possa continuare ad avere una dimensione critica ben distinta dal nichilismo totale (e alla fine miseramente astratto) della peggiore estetica individualistica; un disco generoso come i suoi autori, generoso come Demetrio Stratos e il suo impegno appassionato e insieme totale; un disco che fa crescere il rammarico, pensando a cosa avrebbero potuto essere in seguito gli Area, a come avrebbero saputo cambiare, non fosse accaduta la tragedia di Demetrio. Con la morte di Stratos, si chiuse un’intera epoca di fermenti culturali reali nell’Italia dei ’70, un’epoca di ideali, di contraddizioni, di sbagli ma anche, forse soprattutto, di sincera passione, quella che oggi si fatica ancora a rintracciare, forse intrappolata nel solipsismo in cui ciascuno di noi si è lasciato rinchiudere: la musica degli Area ci insegna ancora oggi che un altro mondo è possibile. Sta a noi avere il coraggio di affrontare quello che non va e cambiare le cose, con le sole armi della critica, del pensiero, della parola, della musica. Dell’Arte: le uniche armi che valga la pena di usare.“Se non fosse successa la tragedia di Demetrio, credo che lui oggi sarebbe forse il cantante più prestigioso al mondo e gli Area sarebbero un gruppo mondiale (intendendo per mondiale tutti i mercati, anche quello mediorientale e orientale). Gli Area sarebbero il gruppo più vivace e con un respiro completamente mediterraneo.” (Gianni Sassi, nel decennale della morte di Demetrio Stratos)

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, “Area. Musica e Rivoluzione”, Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”, Auditorium Edizioni n. 35, 2005. Approfondimenti: trovate qui una recensione del disco, qui tutti i testi dei brani e i testi di accompagnamento dal libretto del disco, e infine qui un’interessante intervista a Fariselli.

Area, "Event '76" (1976)

Event L’esibizione nell’aula magna dell’Università Statale di Milano, avvenuta il 27/10/1976, e documentata nel live indicativamente intitolato Event ‘76, è soltanto uno dei numerosi “eventi” culturali che hanno visto protagonisti gli Area in quell’anno decisamente florido, dal punto di vista artistico, per la band, nonostante le temporanee defezioni di Tavolazzi e Capiozzo. Nel bel mezzo delle registrazioni di quel “progetto- concetto di fanta- socio- politica” che prenderà il nome di Maledetti, agli Area si presenta l’occasione di suonare alla Statale, occupata, con il prezioso accompagnamento di due jazzisti di grande fama come Steve Lacy ai sassofoni e Paul Lytton alle percussioni. Il clima era a dir poco incandescente, e la platea si gonfiò presto di pubblico e, soprattutto, di musicisti ed esperti di jazz, attratti più che altro dalla presenza di Lacy e Lytton: gli Area decisero di “stupire” il pubblico accorso presentando una performance sui generis, un’esibizione unica e decisamente particolare in luogo di un più comune set di canzoni. D’altro canto, come lo stesso Demetrio ricorda in una ben nota intervista di Massimo Villa, “[…] questa era una cosa molto particolare, che si fa una volta, forse, nella vita, con questi due musicisti che sono di passaggio qui (quindi un indomani magari non ci saranno); abbiamo recuperato questo frammento dal disco Maledetti che si chiama Caos, l’abbiamo prolungato un pochino e l’abbiamo proposto” (Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”). In sostanza quindi gli Area proposero una versione estesa e ancor più estrema di Caos (Parte II), lo stesso brano che chiuderà Maledetti, proposto spezzato in due parti sul cd di Event ‘76, e un pezzo totalmente improvvisato che darà il titolo a questo inconsueto disco live. Sul palco, una disposizione non consueta: là dove avrebbe dovuto trovarsi la batteria di Capiozzo si potevano osservare percussioni ed oggetti vari, che di lì a poco avrebbero costituito gli strumenti di Lytton; al posto del Rhodes di Fariselli, e dei suoi sintetizzatori, un pianoforte preparato (non dimentichiamo che il 1977 vedrà la pubblicazione di Antropofagia, primo lavoro solista di Fariselli, nel quale l’uso dello strumento preparato troverà largo spazio); poi Lacy, col suo sax soprano, Tofani con chitarra e onnipresenti synth e Demetrio, con la sua incredibile voce. La serata era piovosa, e questo non è un dettaglio secondario. Dunque gli Area si presentarono sul palco intenzionati a replicare Caos (Parte II), seguendo l’invito di Cage ai musicisti ad improvvisare senza seguirsi gli uni con gli altri, suonando tutti insieme ma ciascuno separatamente dagli altri fino a spingersi molto oltre i confini del free- jazz, in territori largamente inesplorati dove l’improvvisazione potesse finalmente liberarsi da tutti quei topos che, nel tempo, avevano finito per ingabbiarla fino a negarne l’essenza stessa di “momento di libera espressione”: Event ‘76 documenta la ricerca di liberazione del musicista nel momento dell’improvvisazione. Ad ogni musicista vengono affidati cinque bigliettini, recanti ciascuno cinque stati di banalità emozionale da rappresentare col propri strumento indipendentemente dagli altri, “ipnosi, silenzio, violenza, ironia e sesso”: allo scoccare di tre minuti (diversamente da quanto avveniva nel disco Maledetti, nel quale ogni rotazione durava circa 90 secondi), i musicisti dovevano cambiare bigliettino e passare ad interpretare il successivo stato ivi descritto. Ne uscì fuori qualcosa di "assurdamente strano": sonorità improbabili delle percussioni, metalliche, quasi “industriali”, a tratti; suoni sintetizzati da Tofani che fanno da tappeto o si ergono, schizzando in tutte le direzioni; il pianismo inquieto di Fariselli, con i timbri del piano acustico sporcati dalla “preparazione” dello stesso con viti, chiodi e quant’altro; i sussulti ora melodici, ora sporchi del sax di Lacy e la voce, calda e mai “immobile”, ma sempre dinamica e “aperta”, di Demetrio, che si produce in vocalizzi estremi e avventurosi. Dicevo degli ombrelli, dettaglio non secondario: in effetti il pubblico accorso si attendeva probabilmente un concerto più canonico, con la proposta dei pezzi forti della band, da Luglio, Agosto, Settembre (nero) in giù, e trovarsi di fronte a questo strano esperimento dovette lasciare disorientata buona parte delle persone presenti. Pare che il pubblico iniziò ben presto a rumoreggiare, intuendo come la situazione non volgesse al meglio (ma qui invito tutti a leggersi lo spassosissimo resoconto della serata fatto da Fariselli sul suo sito personale, che troverete tra i link in fondo a questo post), salvo poi rassegnarsi e in qualche modo iniziare persino a collaborare, battendo i piedi come supporto alle ritmiche o aprendo e chiudendo a tempo i famosi ombrelli di cui poco fa: in qualche modo l’esperimento degli Area (probabilmente per sfinimento, ma tant’è), era riuscito a superare e rompere la barriera tra i musicisti sul palco ed il pubblico, un po’ come accadeva nella perfomance di Caos (Parte I), solo nella maniera opposta, quella testimoniata dalle modalità espressive di isolamento dei musicisti sperimentate in Caos (Parte II). C’è da credere che comunque gli Area si divertirono alquanto durante quella serata, e la scelta di presentarla su disco fu quantomeno coraggiosa, dato che questo Event ‘76 non si presenta certo come un prodotto di facile consumo: d’altro canto, la Cramps ci ha sempre abituato alla costanza con la quale ha saputo proporre al pubblico esperienze discografiche significative per quanto difficili, sacrificando spesso proprio l’aspetto economico. Sul momento, questo non sembrò essere un grande dramma. Negli anni a venire però, con la morte di quel Movimento ribattezzato proletariato giovanile (e il suo funerale al Festival di Parco Lambro del ’76), l’aumentare dei costi di gestione e il progressivo venir meno delle occasioni per la band di esibirsi dal vivo (uniche reali occasioni di guadagno, tra l’altro, perché si deve pur mangiare e va detto che i dischi degli Area, per quanto avessero un proprio pubblico di affezionati supporter, non vendevano certo quanto altre operazioni commerciali, già all’epoca), anche l’aspetto economico diverrà motivo del distacco della band dalla sua storica etichetta. In mezzo tra questa gravosa separazione ed il momento della registrazione di Event ‘76 ci sono ancora Maledetti, un tour (partito dal Teatro Uomo) accompagnato ad un “Greatest Hits” molto particolare, Anto/logicamente, contenente per lo più i pezzi maggiormente trascurati della band nei precedenti album, una pioggia di lavori solisti (Indicazioni, l’eccezionale opera seconda di Tofani, e il già citato Antropofagia di Fariselli) e purtroppo, all’alba del nuovo rapporto di lavoro con la CGD, etichetta “alternativa” della major Ascolto, la defezione di Tofani, sempre più interessato a proseguire nel suo nuovo cammino spirituale, affrontato con la consueta ricchezza d’animo e generosità. Event ‘76 in qualche modo chiude un’epoca, aprendo una del tutto nuova, almeno per gli Area: è un peccato che l’invito dei musicisti non sia stato colto e sviluppato negli anni, e chissà dove avrebbe potuto condurre. Restano le parole di Tofani, al microfono di Villa, a restituire l’emozione e le aspettative di quella serata: “Io mi sono divertito tantissimo, è stata un’esperienza interessantissima suonare con Lacy e Lytton ed è ovviamente chiaro che questo tipo di musica presenta delle difficoltà per quanto riguarda il pubblico, però bisogna iniziare una buona volta a farle, quindi secondo me va benissimo” (Coduto, op. cit.); ai nostri occhi, noi spettatori di un mondo musicale ridotto all’ombra di se stesso e ad una mera ombra dell’Arte, resta soprattutto l’amara attestazione che Cage fece a suo tempo, dopo aver dato quell’ormai noto “suggerimento” che sta alla base di Caos (Parte II), e cioè che “è difficile essere liberi”.

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, "Area. Musica e Rivoluzione", Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, "Il Libro degli Area", Auditorium Edizioni n. 35, 2005.

Approfondimenti: innanzitutto, dalle pagine del sito di Patrizio Fariselli è possibile leggere il famoso “resoconto” della serata citato nel testo, cliccando qui. Questa, invece, è l’unica recensione che sono stato in grado di reperire in rete. Buona lettura

Benvenuti Nel Nostro Meraviglioso Paese!!/16

Rai, il dg Masi sospende Vauro: ”Annozero va riequilibrata”

All’origine del provvedimento la sua vignetta: ‘Aumento delle cubature. Dei cimiteri’ giudicata ‘‘gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico”

(ultimo aggiornamento: 15 aprile, ore 14:30)

Roma, 15 apr. (Adnkronos/Ign) – La Rai sospende Vauro. La decisione arriva direttamente dal direttore generale di viale Mazzini Mauro Masi che con tutte le strutture aziendali competenti ha esaminato la puntata di giovedì scorso di ‘AnnoZero’ dedicata al terremoto in Abruzzo.

Nel mirino è finita la vignetta di Vauro Senesi ‘Aumento delle cubature. Dei cimiteri’ gudicata "gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico. Il Direttore Generale ha quindi comunicato ai direttori Antonio Di Bella e Antonio Marano e allo stesso Senesi che la Rai in via cautelativa e da subito non intende avvalersi delle prestazioni dello stesso Vauro Senesi.

Fatte salve le valutazioni di competenza del CdA, il Direttore Generale ha inviato poi a Michele Santoro e ai direttori del Tg3, Antonio Di Bella e di Raidue, Antonio Marano, una lettera sulla "necessità che sin dalla prossima puntata siano attivati i necessari e doverosi riequilibri informativi specificatamente in ordine ai servizi andati in onda dall’Abruzzo". Non sono stati invece ravvisati sostanziali elementi di squilibrio nel dibattito svolto in studio nel corso della trasmissione.

(Fonte ADNKronos/Ign)


Benvenuti nel meraviglioso paese in cui tutto si può fare ma non criticare i potenti.

PS: Adesso nel mirino c’è persino "Report", e cioè l’unico programma di inchiesta giornalistica seria della tv italiana. Leggete, leggete

Promemoria

1) La Dignità ha un prezzo, ed è basso. Estremamente basso. Tutto aumenta, qualcosa che cali dovrà pur esserci…

2) Devo ricordarmi di approfondire i nuovi significati della parola "indecente".

3) 2009, Italia, Europa, Terra, Via Lattea, Ammasso Locale, Universo: la critica non ha diritto di cittadinanza, ma io, come un Fox Mulder dei poveri, voglio crederci.

4) Presto il nuovo disco.

 Ma lo rivoglio indietro.

"La Cantata Rossa Per Tall El Zaatar", G. Liguori, G. Stocchi, D. Stratos (1977)

[...] Ahi

figlio
figlio
figlio

che ti porto sulle braccia
e che i tuoi anni mi pesano
figlio

come tre spade d’assenza
per ferirmi il cuore

figlio

che t’hanno spezzato
perché io più non veda
la primavera del tuo sorriso
figlio

e dolcemente prendere forma
il tessuto promesso dei giorni
figlio

figlio
che t’hanno strappato
per lasciarmi
fra i nodi della notte
muta e senza sonno

figlio
che per nove mesi
ci siamo parlati
tu confidandomi
i tuoi segreti d’acqua
ed io
la terra del futuro
figlio

che tutto intorno
è fuoco e maceria
e fumo
e urla
figlio

che ti porto
sulle braccia

ahi
figlio
figlio
figlio

e con tre spade d’assenza
in fondo al cuore

Perché questo silenzio
che ti posa sulle labbra
come una farfalla di gelo?
[...]


È sempre difficile attestare come spesso le grandi tragedie della storia non facciano che ripetersi: magari cambiano i protagonisti, magari cambiano le condizioni, ma il succo dei fatti non cambia, le cose più terribili ritornano, per quanto si speri sempre che ciò non avvenga. La cantata rossa per Tall El Zaatar ci racconta una di queste tragedie: era il 12 agosto del 1976 quando il campo palestinese di Tall El Zaatar (la collina del Timo), già duramente provato nel corso della guerra civile libanese, iniziata nel 1974, cadde dopo un assedio di cinquantatre giorni, e cadde con l’inganno di una tregua non rispettata per mano dei falangisti, appoggiati dai siriani, che con il pretesto di evacuare donne e bambini compirono l’immane strage di migliaia di persone. La cantata rossa per Tall El Zaatar nasce così, dall’unione del genio creativo di Giulio Stocchi, poeta- operaio che declamava la sua opera in strada come Majakovskij, e di Gaetano Liguori, pianista jazz da sempre impegnato in ambito politico, e principale esponente di tutta una corrente del jazz italiano di tipo dichiaratamente politico che si sarebbe spenta sostanzialmente con gli anni ’70; nasce dalla fusione di parola e suono, poesia e musica; nasce per condannare il massacro di donne, bambini, innocenti perpetrato, come sempre è stato e sempre sarà, consapevolmente, dietro la spinta del desiderio di potere, della violenza cieca, della paura irrazionale. La cantata rossa per Tall El Zaatar è un’opera di pace, e come tale deve essere letta e ascoltata ed accolta oggi, quando più che mai c’è bisogno di tornare alle nostre radici umane: tutti gli artisti che parteciparono alle registrazioni ed all’esecuzione lo fecero a titolo completamente gratuito, con l’intenzione di devolvere quanto ricavato alla causa dei profughi, degli sfollati e dei disperati palestinesi. Ovviamente, a causa degli impegni di tutti i partecipanti, nella sola occasione della sua presentazione al pubblico la partitura fu eseguita con l’organico completo: seguirono una serie di date in tutta Italia col trio (P. Liguori, batteria; G. Liguori, piano; R. Del Piano, basso) e Stocchi, che registrarono una importante risposta di pubblico, e alcune puntate all’estero, come a Colonia, in Germania, dove agli spettatori fu consegnato un libretto contenente traduzione dei testi di Stocchi, e si registrò una reale commossa partecipazione del pubblico alla tragedia narrata nell’opera (fonte: Roberto Del Piano). L’opera si apre con Fedayn, una splendida progressione che vede l’ingresso delle percussioni, seguite in sequenza dal basso, dal piano, e dalla voce di Stocchi, carica di un enfatico tono declamatorio che sarà la cifra stilistica dell’intero lavoro, ricca di richiami armonici di stampo mediorientale, per sfociare in I 53 Giorni, brano dove il peso delle liriche dolenti di Stocchi e della sua voce si fa predominante. Libertà subito è una lunga tirata strumentale carica ancora di echi mediterranei, dominata nella prima parte dal piano di Liguori che a poco a poco stempera la melodia iniziale assumendo toni sempre più aspri e aritmici in un accalcarsi di note, un andirivieni tra momenti calmi e sincopati, nei quali il piano scorre nervoso, sostenuto poi dalla sezione ritmica in una lunga serie di note percussive, che pian piano tornano a far emergere una più chiara frase melodica per poi esplodere di nuovo vorticose, come una pioggia inesorabile e violenta, un diluvio. La tensione cresce fino a divenire massima, insostenibile, per spegnersi quasi di colpo sul giro iniziale, per poi tornare a salire, per poi spegnersi ancora, e ancora, e ancora. Amna segna l’ingresso, nell’opera, della voce di Demetrio Stratos, che si avvolge, si raddoppia, si erge sopra il pianismo inquieto e lunare di Liguori: storia dello stupro di Amna, dodicenne fatta prigioniera dai falangisti, resa con quello che altrove è stato definito “un espressionismo pop agghiacciante”. La voce parte lenta come una marcia, come la marcia dei prigionieri, incarna di volta in volta i vari personaggi, le varie voci, ha picchi improvvisi, e accelera e diventa incalzante, e forte, quasi insostenibile nel culmine della violenza narrata nel testo, gela il sangue in un crescendo di grande intensità, un gioco di voci che si sdoppiano, nel quale la voce stessa, anche quando sembra voler cullare l’infanzia spezzata di Amna, stride, si contorce, si trasforma in una lama, incide e precipita altro freddo sulla tragedia ormai compiuta. Piccolo Fadh, pochi versi di Stocchi e un solo del basso di Del Piano, in bilico tra melodia e ritmiche serrate, su un tappeto di percussioni, segue quindi uno dei momenti emotivamente più difficili da sostenere dell’intero lavoro, e ne precede un altro, La Madre, sul quale Stocchi declama un testo in bilico tra un orrore ed un dolore indicibili ed una rabbia che grida vendetta, sul sottofondo di nenie popolari siciliane cantate da Concetta Busacca: anche qui l’impatto e la tensione emotiva non possono che lasciare realmente stremati, senza forze e senza parole. Sulle Macerie è un brano lento e riflessivo, desolato, nel quale l’iniziale melodia disegnata da basso, batteria e piano ben presto si spezza, per tornare a salire nuovamente, accelerando e rallentando. La rabbia e la voglia di giustizia giungono solo con La Cantata Rossa, una ritmica eccezionale ad accompagnare il testo in un crescendo emotivo sottolineato dallo sciabordare dei piatti e dalle rullate della batteria fin quasi a giungere al rumore, assordante come la violenza cieca di questo nostra realtà, di fronte alla quale siamo tutti chiamati a restare “in piedi con la nostra statura ed abitare il mondo”. Fedayn è la ripresa del primo pezzo, nella quale il testo declamato da Stocchi assume valore universale e si colora di nuove tinte (“..questo popolo ha sette anime ogni volta che muore rinasce più giovane e bello”), chiosa ideale di un discorso circolare come unicamente può essere un discorso fatto attorno alla violenza folle e che si autoalimenta e cresce in se stessa come una spirale di odio lunga e profonda, che avvolge e dalla quale sembra non esistere via d’uscita. Cosa può la poesia, cosa le parole di fronte ad una tragedia muta e senza volto, infinita e profonda come il tempo? La cantata rossa per Tall El Zaatar è la risposta a questa domanda, ed è una risposta carica di rabbia e di desiderio di giustizia, una risposta di pace. A chi oggi si tappa occhi ed orecchie si chiede il coraggio di guardare ed ascoltare, e prendersi la propria responsabilità.

Si ringrazia di cuore Roberto Del Piano per le informazioni e i ricordi che ha accettato di condividere con me, e che mi sono stati di grande aiuto nella stesura di questo post, e soprattutto per la disponibilità e l’amicizia. Alcune recensioni del disco sono reperibili su qui, e qui; maggiori informazioni sul lavoro si trovano invece qui, dove potrete trovare anche tutti i testi, oltreché nei link da me aggiunti lungo il post; questa è una pagina scritta in occasione della recente ristampa su cd del disco; infine questo il sito di Giulio Stocchi, sul quale sono presenti riferimenti all’opera

Contro

Vorrei che per una volta fossimo in grado di mettere da parte divinità varie ed eventuali, brama di potere, di possesso, di distruzione, di violenza, la nostra infinita stupidità che gode nel far la guerra e nell’infliggere dolore; vorrei che non volassero più missili né aerei che sganciano bombe e che non succedessero più cose come queste; vorrei che si smettesse di scrivere scemenze che poi appaiono sui quotidiani, sono stufo di esser chiamato alle armi; vorrei che la miopia di chi ci chiama alle armi con tanta solerzia avesse una cura;  vorrei che tutti ci rendessimo conto della direzione nella quale stiamo scivolando; vorrei.

Vorrei che per una volta avessimo gli occhi ed il pensiero rivolti all’uomo, e a nient’altro.

Area, "Maledetti (Maudits)" (1976)

Maledetti (Maudits)Il periodo compreso tra l’uscita di Crac! e le registrazioni di Maledetti (Maudits) è estremamente intenso per gli Area, in particolar modo per quel che riguarda le esibizioni live: numerosi concerti, nuovi happening (l’esecuzione di Caos- Prima Parte, col suo reale coinvolgimento del pubblico, ne è un esempio) e una tournee tra Francia (alla Fete de L’Humanitè di Parigi) e Portogallo appena liberato dalla rivoluzione dei garofani (tournee successivamente “immortalata” nel cd Parigi- Lisbona), senza contare l’uscita del primo disco in solo di Demetrio, Metrodora, e l’esibizione del 27 ottobre del ’76 all’Università Statale di Milano occupata dagli studenti, nel pieno delle registrazioni di Maledetti, esibizione che sarebbe stata documentata nel cd Event ‘76. Nel contempo, la situazione politica italiana e del movimento del proletariato giovanile inizia a degenerare, sfociando nei disordini dell’ultimo festival di Parco Lambro: il movimento, partito dalle giuste premesse, sta lentamente scivolando nella violenza e nell’incomprensione, avviando inesorabilmente la fine di una straordinaria stagione di impegno sociale e politico. Un ’76 impegnativo, dunque, e non è un caso se, al momento di iniziare a lavorare sul nuovo disco, gli Area si trovano inaspettatamente “mutilati”, con le dipartite di Capiozzo e Tavolazzi (solo temporanee e presto rientrate, tanto che i due sono presenti anche in Maledetti), dovute alla voglia di cimentarsi col jazz più classico, passione sempre più forte per entrambi. Gli Area "superstiti" devono decidere come portare avanti il progetto della band, e la scelta ricade sulla modalità del gruppo aperto, che consente da un lato l’ingresso di nuove e sempre fresche forze creative, dall’altro anche l’arricchimento culturale personale dei musicisti, che può scaturire solo dal contatto con sensibilità e progetti di ricerca “altri” dai propri consueti: entrano così nella band Hugh Bullen (basso), Walter Calloni (batteria), i fratelli Arze (txalaparta), i jazzisti Steve Lacy (sax) e Paul Lytton (percussioni), Eugenio Colombo (kazumba) e il quartetto d’archi di Umberto Benedetti Michelangeli. Con queste premesse, Maledetti (Maudits) non potrà che costituire un episodio a parte, tutto particolare, nella discografia della band italiana, un concept album atipico, definito dal gruppo un “progetto- concetto di fanta- sociopolitica”. L’idea di partenza è quella di una società futura, che improvvisamente “(dis)perde” la propria memoria storica, conservata sotto forma di plasma liquido all’interno di una particolare banca dati fantascientifica: di fronte alla perdita di questo punto d’appoggio, che definisce tutto ciò che la società è ed è stata, le sue origini, esplode la confusione, nella ricerca di una sistematizzazione politica che recuperi l’ordine restituendo alla società stessa il suo placido perpetuarsi. Gli Area ci accompagnano in questo “dramma” proponendo alcune alternative per la sua soluzione (senza dimostrare però di privilegiarne alcuna), schematizzabili nell’idea del potere agli anziani, alle donne, ai bambini e, infine, con una piccola digressione sul ruolo dell’Arte nella società. Il disco è musicalmente diverso dai precedenti, pur portando l’evidente marchio Area, e questo non può che esser dovuto alla nuova formazione aperta (cfr. Gianpaolo Chiriacò, “Area- Musica e Rivoluzione”), con l’arricchimento timbrico introdotto dagli atipici strumenti suonati dai fratelli Arze o da Colombo, e, paradossalmente (visti i motivi che avevano portato alla dipartita di Capiozzo e Tavolazzi), con un sound nel complesso più jazz, sul quale le presenze di Lacy e Litton sono da considerare determinanti. Evaporazione, primo brano in scaletta, presenta il compiersi del “dramma”: Demetrio, “per metà araldo e per metà giullare” (Chiriacò, op. cit.), annuncia al mondo l’avvenuto incidente mettendosi poi a giocherellare con le proprie parole, mentre in sottofondo sentiamo Tofani radersi con un rasoio elettrico fischiettando un motivetto e passi che si avvicinano e si allontanano di corsa, come in un corridoio, nella concitazione del momento. La perdita del fluido erode progressivamente la coscienza della società, cominciando dalle parole del suo araldo; l’urlo finale di Demetrio prelude a Diforisma urbano, seconda traccia del disco nonché uno dei brani più riusciti del lavoro, uno strumentale che mostra il plasma “sgocciolare via” con la coscienza dell’umanità, precipitando la società nel caos ed annichilendola. Le ritmiche della batteria di Calloni e dei bassi incrociati di Bullen e Tavolazzi disegnano un tappeto concitato sul quale intervengono prima i synth di Tofani (che si produce anche in un fantastico assolo) e di Fariselli, e poi la voce (splendida, nell’inciso) di Demetrio. Persa la memoria, è il momento di pensare alle alternative: la prima è il mantenimento dello status quo, il potere agli anziani, opzione descritta in Gerontocrazia. Il brano inizia con Stratos che canta, in greco, il testo di una ninna nanna dell’Asia Minore (gli anziani di quei paesi usavano infatti addormentare i nipotini con tali nenie, aiutandosi anche con l’apporre un pane di hashish sotto il loro cuscino, per renderne ancora più profondo e duraturo il sonno), accompagnato dalla txalaparta dei Fratelli Arze, ed evolve in un tipico ritmo pluricomposto in crescendo targato Area, coi “sintetizzatori in evidenza ed il sax di Lacy che raddoppia all’unisono l’intervento vocale di Stratos” (Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”). Il quarto brano è Scum, testo e titolo mutuati dal manifesto politico della femminista Valerie Solanas, “Society For Cutting Up Men” (1967), più nota per aver sparato ad Andy Wahrol: tempi dispari alla Capiozzo ed il “pianoforte sghembo” (Coduto, op. cit.) di Fariselli che danno il là ad una furente improvvisazione jazz cui nel finale, su un tappeto di synth, si lega la voce “automatizzata” e caricata di effetti di Stratos, che con verve ed ironia reinterpreta il manifesto della Solanas prefigurando il potere alle donne. Segue Il massacro di Brandeburgo in Sol Maggiore, incursione (ma sarebbe quasi meglio dire “blitz”, visti i suoi effetti) degli Area nel mondo della musica classica: se L’Abbattimento Dello Zeppelin (da Arbeit Macht Frei, 1973) criticava e demoliva l’industria discografica ed un certo rock mainstream, ora è il momento di Bach, che “paga per tutti” come prima di lui i Led Zeppelin, e del corporativismo che governa la classica. Assistiamo ad un delitto che in realtà è un suicidio: la musica del terzo concerto brandeburghese di Bach cade sotto i colpi degli archi di U. B. Michelangeli, suo naturale esecutore ed ora imprevedibile carnefice, mutilandosi di un pezzo per volta. In pratica l’esecuzione (nel suo duplice termine, mai come stavolta) procede per progressive sottrazioni che denaturano la struttura armonica del brano “fino al colpo di grazia finale della cadenza sul tritono (Re- Sol#)” (Chiriacò, op. cit.), l’intervallo demoniaco cui soccombe l’armonizzazione classica bachiana. Così il “corporativismo orchestrale” ne esce decapitato, e l’ironia sta nel fatto che si è tagliato la testa da solo! Legato a questo esperimento è il brano seguente, Giro, giro, tondo, che investiga l’ultima alternativa, il potere ai bambini, unici in grado di dare un futuro differente alla società con la loro creatività libera da preconcetti seppur carica di una naturale, non premeditata “violenza”: “Il gioco rivoluzionario dei musicisti prende inizio da questo punto: il bambino si ribella al padre- maestro, ne polverizza gli insegnamenti e introduce il demoniaco intervallo nella composizione paterna, con l’irriverenza indomabile dell’innocente fanciullo che scarabocchia un paio di mustacchi sotto il naso della Gioconda. Giro, giro, tondo, proseguendo nell’esplorazione di questa terza utopia, approfondisce l’argomento legato al potere della fantasia e illustra la carica distruttiva del gioco. Il tipico passatempo infantile, delimitando il mondo con l’accerchiamento, “domina, controlla, soggioga e stritola” la realtà” (Chiriacò, op. cit.) La musica è splendida e senza tempo, con i vocalizzi iniziali di Stratos che lasciano spazio ad una trascinante ritmica di piano, basso e batteria su cui sale in cattedra ancora Demetrio, con un cantato vibrante e di sicuro impatto. La libertà ha comunque un prezzo, ed è tanto bella quanto difficile: questo il senso di Caos- Parte Seconda, brano vicino all’estetica dell’happening cageano, nato proprio da un aneddoto che il compositore amava raccontare, la storia di alcuni musicisti free desiderosi di sperimentare ancora cui egli suggerì, un bel giorno, di tentare di suonare senza ascoltarsi gli uni con gli altri. L’idea degli Area è questa: quattro stati di “banalità emozionale” scritti su bigliettini, uniti ad altri biglietti recanti la dicitura silenzio (per un totale di trentuno foglietti), estratti a sorte in numero di sei per ogni musicista. Il rapporto si rovescia rispetto a Caos I, happening provato dal vivo e basato su una sostanziale “condivisione” del mezzo musica, con due cavi collegati al synth e passati tra il pubblico che tenendosi per mano cambiava l’impedenza dello strumento e dunque il suo suono (col risultato che ogni diverso pubblico aveva la propria, personale, irripetibile musica); qui si è soli e separati dagli altri, vasi non comunicanti. Il senso è politico, rompere gli schemi che intrappolano anche l’improvvisazione, sempre più inquadrata e sempre meno libera, “liberarsi” effettivamente, lasciando esplodere il suono ed il rumore in tutta la loro violenza e forza “creatrice”, e quindi “artistica” nel senso più pieno del termine. Perché in fondo Maledetti, come anche il titolo sembra suggerire, parla di questo, del rapporto tra Arte e Vita. L’idea alla base di Caos II è in opposizione radicale con la società del dominio e della razionalità tecnologica, sempre più corporativa; annulla la distanza fra Arte e Vita abolendone infine le differenze, facendo della Vita il luogo della forza creatrice. La grande Arte si oppone allo status quo indicando l’alternativa che, sola, può consentire una vita piena: qui è essa stessa l’alternativa, in qualche modo, la possibilità di un cambiamento positivo, l’orizzonte verso cui convergere. Può non interessare, o sembrare “intellettualistico”, ma questo discorso costituisce un approdo davvero importante per gli Area e per la loro musica, quasi quanto lo sarebbe per la società intera, qualora riuscisse a pensare questo pensiero, difficile almeno quanto intrigante, pericoloso quanto salvifico, perché, come voleva Holderlin, “laddove aumenta il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, "Area. Musica e Rivoluzione", Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, "Il Libro degli Area", Auditorium Edizioni n. 35, 2005.

Approfondimenti: innanzitutto, per chi fosse interessato a leggere le note di copertina, i testi ed i credits del disco, segnalo la pagina dedicata a Maledetti sul sito del Patrizio Fariselli project. Per quanto riguarda invece le recensioni, nel segnalo alcune tratte da Debaser (qui e qui), dal sito TrueMetal.it (qui) e dal sito ilCibicida.com (qui). Purtroppo, come avrete notato, i video postati nella recensione per Scum e Giro, Giro, Tondo sono analoghi, una sorta di "medley": non si è trovato di meglio. Buona lettura, buon ascolto e buona visione!

Area, "Are(A)zione" (1975)

Are(A)zione (Area)Per un gruppo all’apice del successo, un live è quasi un passo obbligato. Lo è oggi, lo era anche ieri, ai tempi dei nostri Area. Se poi consideriamo quanto la band amasse il contatto col pubblico, esprimersi dal vivo e restituire l’energia delle proprie composizioni in un contesto di “mutuo scambio” e di dialogo con gli spettatori giunti a partecipare all’evento (non a caso gli Area amavano definirsi una “band da live”, che dava il meglio di sé nelle esibizioni dal vivo, anche in virtù del forte peso che aveva già in questo periodo l’estetica dell’happening, la multidimensionalità artistica ed espressiva perseguita dal gruppo), il gioco è fatto. Ne nasce Are(A)zione, uscito nel 1975, perfetta testimonianza dello stato di grazia della band e della complicità raggiunta col pubblico e col movimento: il disco contiene un brano da ciascuno dei precedenti album della band, e cioè Luglio, Agosto, Settembre (nero), La Mela di Odessa (1920) e Cometa Rossa in quest’ordine, seguiti da un brano inedito, la totalmente (o quasi) improvvisata traccia intitolata appunto Area(A)zione, per chiudere con un’azzeccata riproposizione de L’Internazionale “à la Area”, brano divenuto ormai un appuntamento fisso in ogni concerto della band (anche contrariamente al senso che i musicisti volevano conferirgli, ad essere onesti). Le esecuzioni, tutte pregevolissime (specialmente se viste alla luce della difficoltà dei brani), raggiungono il livello più alto in alcuni passaggi quali la parte lenta di Luglio, Agosto, Settembre (nero), precedente all’ultima riproposizione del tema; l’happening tra le due parti di Le Mela di Odessa (1920), durante il quale Stratos (o Fariselli, onestamente qui c’è un po’ di confusione), fuor di metafora, addenta e sgranocchia la mela del titolo, e l’esecuzione di Cometa Rossa, di incredibile impatto emotivo, addirittura più potente che nella versione di studio. Come la band spiega nel libretto, Are(A)zione nasce dalla somma dei termini “Area” (“complesso di fenomeni localizzati in un definito ambito territoriale”) e “Azione” (“soggetto di un’opera letteraria drammatica o narrativa, in prosa o in poesia o destinata a un’elaborazione musicale”) e vuole proprio indicare la decisiva partecipazione del pubblico alla riuscita dello spettacolo: al di là di banalità come “musica gratis per tutti” eccetera, ed altri slogan che andavano per la maggiore in quel periodo, ci si riferisce con questo termine composto alla necessità che la gente si riappropri di sé e del proprio spazio anche nella dialettica musicale, per non subire passivamente la musica ma “farla” attivamente. Il brano omonimo costituiva a questo punto proprio una sfida per il pubblico, sfida vinta: nei suoi quasi 15 minuti, Area(A)zione restituisce l’immagine di una band affiatata, di un sound rodato nei minimi particolari, anche laddove si confronta con un materiale melodico scarsissimo (in sostanza una sola, breve, frase, reiterata da Fariselli). La creazione estemporanea diviene quasi il soggetto di questo brano, e spinge i musicisti a ritagliarsi, con invidiabile automatismo, spazi di variabile intensità pur partendo da una base tanto angusta, spazi che restano tutti sottilmente interconnessi, con interventi che, come già accennato, giungono sempre al momento giusto. “Composizione automatica”, verrebbe da dire, tanto per fare i surrealisti: non male, comunque, per un’improvvisazione! Con l’esecuzione de L’Internazionale si chiude il disco ma, sebbene nessuno potesse ancora immaginarlo, in qualche modo si chiude anche un’epoca. I tempi stanno per cambiare, la violenza tornerà ad impadronirsi delle strade e del movimento spegnendo ben presto gli ultimi fuochi della ribellione “critica e consapevole” della quale gli Area avevano saputo farsi portavoce.

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, "Area. Musica e Rivoluzione", Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, "Il Libro degli Area", Auditorium Edizioni n. 35, 2005.

Approfondimenti: una recensione di questo lavoro può essere consultata qui; purtroppo, sul sito di Fariselli non è ancora online una pagina esplicitamente dedicata a questo album… non resta che attendere! Mi scuso anche per il numero esiguo di video proposti, ma purtroppo su YouTube non si trova altro relativamente al materiale di "Are(A)zione".

Area, "Crac!" (1975)

Crac!Il 1975 è un anno fondamentale per gli Area: il gruppo si trova costantemente in tournee, arrivando a suonare anche alla Festa nazionale de l’Unità di Firenze e al secondo Festival di Parco Lambro, fino all’incisione del terzo lavoro di studio, intitolato “onomatopeicamente” Crac!. Anche a livello politico il 1975 sembrava un anno di svolta: le rivoluzioni in Portogallo ed in Grecia, due note svolte democratiche, ed il ritiro americano dal Vietnam (avvenuto nel ’74) sembravano dare linfa vitale al movimento delle sinistre, e tante piccole e grandi rivendicazioni ed istanze sociali e politiche sembravano sul punto di divenire realtà. In questo clima di grintoso ottimismo, carico di energia, nasce Crac!, probabilmente il disco più “positivo” del gruppo, nel quale ci si imbatte per la prima volta in composizioni di natura veramente ottimistica, “leggere” e semplici come inni (Gioia e Rivoluzione), o cariche di briosa ed ironica fantasia (La Mela di Odessa (1920)). Anche il linguaggio della band si fa più “diretto”: i testi, finora fortemente criptici, finalmente chiariscono chi sia il destinatario del messaggio Area, e cioè il proletariato giovanile, il “movimento”, impersonificato dal ragazzo che corre forte ne L’Elefante Bianco, vero brano manifesto di questa stagione della band; anche l’estetica dell’album, le immagini ed i colori scelti per la copertina, sembrano lasciar spazio ad una “minor tenebrosità grafica”, e l’uovo digitale, dalla cui rottura origina l’onomatopea del titolo, attrae immediatamente lo sguardo. Certo, come ricorda anche Chiriacò nel suo lavoro “Area. Musica e Rivoluzione”, questa minor pesantezza del disco rispetto ai precedenti, il tono più diretto, meno nevrotico, non sono da considerarsi come un segno di “maggior spensieratezza”: Crac! è, in piena tradizione Area, un disco “radicale e militante” (Chiriacò, op cit.), magari “può nutrirsi di ottimistico idealismo, ma in nessun modo può sconfinare nella spensieratezza” (Chiriacò, ibidem). Semmai può essere considerato prova del ritrovato vigore del movimento contestatore, di contro alla denuncia sorda ed esasperata (quasi disperata) di Caution! Radiation Area. Anche la dimensione dell’improvvisazione trova in questo lavoro una propria definita consapevolezza, con una cura maggiore per l’interplay, l’intervento contemporaneo dei vari musicisti ad intessere una tela armonica fatta di strutture “botta e risposta” (antifonali), momenti melodici improvvisati e rapidi interventi solistici e un approccio generalmente meno “nevrotico” al solo. Alla nevrosi di Caution! Radiation Area, dunque, in cui ogni strumento disegnava linee non comunicanti, si sostituisce ora un ritrovato senso del dialogo, la “discussione” e la dialettica tra i musicisti, anche questo controprova del ritrovato clima di fiducia a livello politico. L’incipit del disco è L’Elefante Bianco, brano che si salda perfettamente con gli episodi iniziali dei precedenti lavori, anch’esso carico di suoni e segnali acustici di stampo mediterraneo e mediorientale, con un testo di forte impegno politico dal referente finalmente chiaro, come già accennato, quel proletariato giovanile che può giovarsi ora di una maggiore fruibilità del messaggio indirizzatogli e, ma questa non è una novità, della perfetta compenetrazione tra valenza critica del testo, carica del canto e potenza dei suoni. Un esordio quanto mai azzeccato ed atto a stabilire il tono del lavoro. La Mela di Odessa (1920) riprende invece il filone del recitativo frammentato de L’Abbattimento dello Zeppelin, ma attingendo ad una dimensione allegorico- fiabesca precedentemente sconosciuta: la storia del dadaista Apple, dirottatore (per protesta) di una nave tedesca condotta fino al porto di Odessa e ivi donata ai russi in omaggio alla fresca rivoluzione (giusto per la cronaca, i russi festeggeranno facendo saltare la nave. Con tutti i tedeschi dentro…), diviene la storia della “mela a cavallo di una foglia”, mela che non si rassegna alla “monodimensionalità del mondo”, a differenza della foglia, che non riesce a rinunciare all’idea di un mondo piatto (ad una dimensione, se vogliamo) che, in quanto a sua volta “piatta”, le compete. A livello musicale, La Mela di Odessa (1920) è fusione di una parte iniziale di furente improvvisazione jazzistica, che si stempera in una seconda parte caratterizzata dall’unisono dei vari strumenti su una linea di basso decisamente “funky” (!), unisono sul quale si adagiano il testo recitato, con la consueta grandezza, da Demetrio ed interventi musicali ironico- contrappuntistici (ad esempio, le familiari note del Silenzio militare che si odono ad un certo momento di contro ad una situazione festosa presentata nel testo). Una favola nella quale “l’ironia si incontra con la carica rivoluzionaria” (Chiriacò, op. cit.). Megalopoli, il terzo episodio dell’album, offre un vero e proprio campionario di quei momenti antifonali sui quali, come già accennato, si basa l’intero lavoro: una meravigliosa melodia vocale si interseca con un sottofondo di sintetizzatori, e la stessa melodia è eseguita, di contro, da Fariselli, in un botta e risposta di grande suggestione. Interessanti gli interventi solistici del basso, che spezzano il reiterarsi dell’antifonia di cui prima, e contribuiscono a fare di Megalopoli uno dei brani migliori dell’album; tra l’altro, questo è uno dei numerosi brani di Crac! che ad un testo esplicito sostituiscono una serie di vocalizzi eseguiti da una “voce-strumento”: i progressi nella tecnica vocale fatti da Stratos si fanno sentire. Così anche Nervi Scoperti, che vive su un’evidente struttura dialogica tra i musicisti, marcata dal forte lavoro timbrico di Tofani e dalle “follie pianistiche” di Fariselli, utilizza in due parti una “voce-strumento”, che contribuisce a creare un’educata “nevrosi collettiva”: Nervi Scoperti è forse il brano più vicino alle asperità di Caution! Radiation Area. E la “voce-musica” di Stratos ritorna anche nel finale di Gioia e Rivoluzione, quarta traccia dell’album e, come già detto, brano dall’atmosfera alquanto inusuale per gli standard della band: un inno, un pezzo da cantare a squarciagola tra la folla, una “quasi canzone” (“quanto di più vicino alla forma canzone gli Area potessero mai donarci”, segnala Chiriacò), che rimanda con forza all’atmosfera delle feste (il festival di Parco Lambro, ad esempio), all’incontro gioioso tra i giovani, ad una visione idealistico- ottimistica, per una volta. Un episodio che testimonia ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la versatilità della band, la capacità di affrontare stili e generi diversi senza per questo lasciarsi ingabbiare da alcuno di essi. La sesta traccia, Implosion, è colorata in lungo e in largo dai sintetizzatori di Tofani: dall’evocativa introduzione alla sezione tematica il predominio delle chitarre elettriche è netto ed evidente. Suoni futuribili e futuristi, e la sensazione di un’implosione imminente: l’atmosfera in qualche modo si fa più tesa, e questo conduce direttamente al pezzo successivo. Già, perché Crac! si conclude con il pezzo che proprio non t’aspetteresti dal disco che contiene Gioia e Rivoluzione, e cioè Area 5, un brano del tutto agli antipodi rispetto alla traccia di cui prima ma, ad essere onesti, un po’ agli antipodi rispetto a tutto. La composizione è firmata da Juan Hidalgo e Walter Marchetti, due dei più importanti compositori post- cageani, ed il brano è costituito da una serie di interventi slegati tra loro da parte dei vari musicisti, privi di compiuto senso ritmico o melodico, delle specie di “infiltrazioni”, emersione compiuta di una dimensione individuale a scapito del sin qui perseguito processo corale. Domandarsi quale sia la struttura del brano è forse inutile, dato che di destrutturazione si tratta, della volontà di “frantumare le cristallizzazioni musicali” (quali melodia, contrappunto, armonia) precostituite per giungere altrove, verso una libera espressione della molteplicità, verso un’esperienza della molteplicità. Crac! è, alla fine, un album diretto, senz’altro più dei precedenti, e probabilmente davvero improntato ad una scoperta del molteplice e ad un approfondito studio del possibile: di certo, quanto di più “im-mediato” Stratos e soci potessero regalarci, e nel contempo un lavoro mai disimpegnato, mai spensierato, nemmeno nei momenti apparentemente più leggeri, quasi il manifesto di una “Gaia Scienza” versione Area.

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, "Area. Musica e Rivoluzione", Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, "Il Libro degli Area", Auditorium Edizioni n. 35, 2005.

Approfondimenti: recensioni di questo lavoro degli Area, decisamente più noto al pubblico, sono reperibili qui, qui e qui. Un’introduzione approfondita al disco, con testi delle canzoni e stralci delle note di copertina, può essere come al solito reperita sul sito di Patrizio Fariselli (cliccate qui). Per dare un’idea, infine, del numero di citazioni e/o riletture ingenerato da "Gioia e Rivoluzione", vi lascio un video della cover del brano eseguita dagli Afterhours come colonna sonora del film "Lavorare con Lentezza". Come sempre, buon ascolto e buona lettura!!!
PS: credo che, tra breve, pubblicherò un’agile appendice a questa recensione… illuminante, sotto molti aspetti. A presto!