"Urlo" (Howl), di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

Questo post arriva in ritardo: era stato pensato come recensione e invito alla visione al cinema, alla fine della scorsa estate, e si tramuta oggi, a causa dei nostri problemi di connessione (dei quali già a lungo si è parlato) in una specie di “consiglio per gli acquisti”, dato che l’opera in questione è disponibile già da un po’ in DVD. Tuttavia il consiglio credo mantenga la sua forza, se è vero che siamo nel 2011 e può sembrare quantomeno anacronistico incaponirsi a scrivere e dirigere un film sulla Poesia: se c’è qualcosa di cui ci sembra di poter fare a meno è proprio quello, la poesia. In fondo abbiamo i Baci Perugina, le canzonette, il mercato dell’intrattenimento mascherato da Letteratura, i reality show e la possibilità, sempre più concreta, di realizzare ogni nostro sogno. Non è un discorso banale, in realtà, anche se ammetto che possa sembrarlo: “ecco, la solita critica dei luoghi comuni della società, il solito intellettualismo mal indirizzato” etc. Quando ho visto Urlo, dei registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già premi oscar per il miglior documentario nel 1985 per The Times of Harvey Milk (solo Epstein) e nel 1990 per Common Threads: Stories from the Quilt (entrambi), ho pensato a più riprese di stare vedendo un film “a tesi”: ogni personaggio sembrava incarnare una precisa visione del mondo, e riproporla con invidiabile ottusità nel corso della storia; ogni personaggio sembrava rappresentare una precisa visione del mondo, somma sintesi di una dialettica cui l’opera dei due registi non sembrava essere interessata: ecco il critico accademico e parruccone che affonda la poesia di Ginsberg perché non sarebbe poesia Alta, il conservatore applicato all’Arte (uno dei più grandi controsensi che possano essere partoriti, ma mi rendo conto che detto nel paese che ancora vanta Sandro Bondi come Ministro della Cultura la portata del problema possa apparire sminuita); ecco invece la grande esperta di poesia che passa la sua vita a tradurre e riscrivere opere altrui in una mimesi sterile, convinta che solo l’imitazione possa sfociare nell’Arte e nella grande Letteratura, e che trova fastidiosa l’opera del giovane Ginsberg per il linguaggio esplicito, colorito, vivo (ovvero, il conservatore a tutti i livelli che bolla tutto ciò che è nuovo e diverso invariabilmente come malato); c’è l’avvocato che difende la moralità pubblica (non la morale, che è diverso) dai grandi pericoli portati dall’oscenità dei versi del poeta americano, versi che ovviamente non capisce (e rappresenta un po’ il popolo bove che si abbevera a fonti avvelenate nutrendosi di rassicurante, placido conformismo, unico antidoto ai pericoli di una vita libera); e c’è il poeta che scrive per mettersi davvero in contatto con se stesso, che riversa il suo intero animo nei versi e si comunica senza filtro, corpo nudo colto nell’estrema debolezza, disarmato e folle, che si consegna per ciò che è e non per ciò che, come fanno tanti, vorrebbe apparire. È da quest’ultima riflessione che sono dovuto ripartire per considerare seriamente questo film che in realtà è tre film in uno, dramma giudiziario (ricostruzione del processo per oscenità subito dal poema di Ginsberg Urlo e dal suo editore, quel Lawrence Ferlinghetti già a sua volta poeta e promotore culturale, punto di riferimento di un’intera grande generazione di autori americani), documentario sulla poesia con stralci di dichiarazioni di Ginsberg (ricostruito anch’esso, con Ginsberg a cui presta volto e voce uno straordinario James Franco), e la Poesia stessa, riproposta nelle immagini del primo reading di Urlo tenuto da Ginsberg (ancora interpretato da Franco, ovviamente) e vivificata attraverso l’immagine animata, animazioni che cercano di dare respiro e volume ulteriore a parole che, già da sole, non possono lasciare indifferenti. Così ho lentamente capito che Urlo è un gran film/ non film, o un ottimo documentario/ non documentario, che dir si voglia: attraverso un montaggio sapiente riesce a parlare della Poesia, dell’Ispirazione e del senso ultimo dell’Arte conferendo nuova vita a parole immortali. Probabilmente non tutto è allo stesso livello (ad esempio, per chi scrive, le sequenze animate non sono sempre all’altezza dei versi che vorrebbero commentare), forse (come già accennato) alcune necessità di scorrevolezza rischiano di far deragliare il treno sui binari di una schematizzazione troppo rigida, ma quel che resta vivo e pulsante è il nocciolo di purezza delle Parole: i registi riescono a dare forza a queste Parole, a questi Versi; il film non parla se non attraverso i versi di questo poema tanto pericoloso da essere processato (non il suo autore, che non si presenterà nemmeno in aula, ma il poema stesso, che non ha altre difese se non, appunto, se stesso). Forse l’idea di processare un poema può far sorridere, ma fa già meno ridere se si pensa come oggi, molto più semplicemente, ciò che è pericoloso venga lasciato appassire nell’indifferenza, senza ovviamente offrirgli l’opportunità di crescere. Che sarebbe accaduto se Ginsberg avesse scritto oggi questi versi nella società delle canzonette che impara le poesie a memoria per l’interrogazione con la mente volta unicamente allo sballo a (non più) desolata sottoveste alzata? Cosa riusciamo a imparare oggi del senso di vuoto, cosa capiamo delle prigioni nelle quali ci lasciamo intrappolare, dove andranno a disfarsi della vita divenuta inutile le menti migliori della nostra generazione? Che servizio stiamo facendo a noi stessi e a chi verrà dopo di noi, raschiando il fondo e svuotando l’esistenza di ogni succo e linfa vitale? Che cosa sappiamo affermare tra le troppe cose che siamo perfettamente in grado di negare con la spaventosa forza dell’indifferenza? Urlo è stato poema politico,e questo è innegabile, ma forse solo ad un primo sguardo: è Poesia carica di partecipazione giocosa della Meraviglia, che trae linfa dal dolore (che nessuno, purtroppo, può negare) per cercare di immaginare un mondo diverso, dove nessuno resti solo, dove Ginsberg può scrivere “Carl Solomon! Son con te a Rockland/ dove sei più matto di me/ son con te a Rockland/ dove devi sentirti molto strano[…]”, dove a ben guardare forse c’è qualcosa di santo persino nei cazzi dei nonni del Kansas, dove l’inferno artificiale degli elettroshock e degli psicofarmaci sconfina pericolosamente nell’inferno reale di desertificata solitudine che d’esser pazzi è in grado di convincere. Urlo è Poesia di vita, cacciata a gran voce nel mezzo del deserto: ricostruire. Da capo. Per questo il film di Epstein e Friedman è importante: ci spinge a domandarci quale sia il nostro Moloch, forse la foschia tabacco narcotica del Capitalismo, magari un amore che è petrolio e pietra senza fine, di sicuro un mostro i cui occhi son mille finestre cieche; ci spinge a non accontentarci della prosa da best seller alla quale ci sembra di dover aspirare d’esser ridotti, ma a desiderare qualcosa di nuovo, di diverso, un nuovo sguardo o un nuovo punto d’osservazione. Urlo faceva paura perché non era/ non è sclerotizzato; non era/ non è capace di lasciare indifferenti. E mi permetto di dire che, colto e fruito nei suoi valori, nemmeno il film lascia indifferenti, e riesce nel difficile compito di restituire in qualche modo la forza di versi in grado di cambiare il mondo.

José Saramago, un ricordo

José SaramagoCome forse saprete, venerdì 18 giugno è morto José Saramago, grande scrittore portoghese e vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Mi è molto dispiaciuto non averne scritto niente prima, ma ammetto di essermi quasi subito trovato di fronte ad una difficoltà non da poco: avrei desiderato riportare un passo, una pagina di questo grande autore sul mio blog, come faccio di solito parlando di Letteratura, ma al momento di scegliere mi sono come bloccato. Non è stato perchè non vi sia in effetti l'imbarazzo della scelta: c'è, eccome. Mi sono bloccato perchè, in un attimo, ho realizzato che sarebbe stato una specie di tradimento, di certo un tradimento piccolo rispetto a quelli che normalmente ci riserva la vita, ma comunque un tradimento che l'Arte dell'autore portoghese non merita affatto. Estrapolare una pagina, un passo, poche righe da una delle opere di Saramago sarebbe stato come mutilare non solo la ricchezza e l'eleganza della sua prosa, ma in qualche modo anche come disperdere nella banalizzazione e nella semplificazione tutto il succo contenuto in quelle parole, un succo che, credetemi, merita d'essere goduto tutto e senza "spreco" nella lettura completa dei suoi "libri", termine quanto mai riduttivo, temo. Non so se sia riuscito a farvi capire il problema che mi si è posto davanti, ma sono sicuro che farete del vostro meglio per capirlo. Non me la sono sentita di decapitare L'Anno della morte di Ricardo Reis, o Cecità. In fondo ha anche poco senso. Se la grande Letteratura ci dà qualcosa, questo qualcosa è senz'altro da ricondurre alla capacità di affrontare criticamente i problemi che la realtà in cui viviamo ci presenta, fornendo nel contempo strumenti per immaginare un futuro (e un mondo) migliore. Nei libri di Saramago troverete tutto questo. Adesso alcuni saranno molto impegnati a proferire anatemi, scomuniche, offese di dubbio gusto e a pronunciare medioevali damnatio memoriae: basta leggere certi ridicoli giornaletti degli ultimi giorni (non trovo epiteti migliori, vi sarò grato se vorrete aiutarmi) per rendersene conto, e d'altronde chi tali cose scrive non fa che dimostrare la più antica e banale delle verità, ovvero che la grande Letteratura come tutta la grande Arte è mal sopportata dal potere in quanto unica vera Rivoluzione. La verità è che quando muore un poeta, uno scrittore, qualcuno che con la sua Arte ha cercato davvero di migliorare la nostra vita, di strapparci da e non di catapultarci completamente nella tenebra dell'ignoranza, io finisco sempre per sentirmi un pò più solo: Saramago mi mancherà, come altri prima di lui, e altri dopo; mi mancherà quel periodare inesausto che sembrava sempre inseguire qualcosa di maledettamente sfuggente; mi mancherà quella saggezza quasi rassegnata ma mai indifferente, e la forza delle proprie idee che questo anziano signore continuava a spingere con grandissima eleganza dentro le proprie pagine. Tutto questo mi mancherà, e mi manca già. Mi sento un pò più solo. Il cicaleccio di piccoli uomini senza dignità, quello invece non mi mancherà affatto, quando sarà finito per sempre.
E allora da queste pagine povere e forse prive di ogni valore, mando un piccolo abbraccio a un grande scrittore che non c'è più.

"Agora" (Alejandro Amenábar, 2008)

AgoràPartiamo da un semplice dato di fatto, che comunque niente toglie al fondo di verità che quest’opera contiene, come le alterne vicissitudini della sua distribuzione (si dice, ma non fatico a crederci, avversata dalle Gerarchie ecclesiastiche: ricordate? Ne avevamo già parlato qui), per la quale si sono dovuti mobilitare quotidiani (come La Stampa) e popolo della rete (vedi Facebook), dimostrano pienamente: Agora contiene inesattezze storiche, piccole e grandi, ed una certa tendenza “cinematografica” alla semplificazione ed alla spettacolarizzazione. Probabilmente non è nemmeno un grande film, tecnicamente parlando, e di certo non un capolavoro, ma, e qui sta il fulcro, è Grande Cinema, nel senso di "cinema di cui abbiamo un maledetto bisogno".
La storia è semplice e ben nota: Ipazia, filosofa e scienziata (ma all’epoca non vi era molta differenza), entra in conflitto con le gerarchie religiose della città di Alessandria, nella figura del vescovo Cirillo. In realtà l’intolleranza e le “guerre religiose” erano già iniziate molto prima tra cristiani e pagani e avevano condotto, per decreto di Teodosio e su forti pressioni dell’allora vescovo di Alessandria Teofilo, alla distruzione di tutti i simboli religiosi elleni e, soprattutto e ben più tristemente, del Serapeo contenente la Biblioteca di Alessandria, rinomata in tutto il mondo antico e già precedentemente protagonista di “sfortunate” vicende. Con sistematica applicazione, i vescovi procedono, dopo l'annientamento del paganesimo, alla cacciata degli ebrei e infine alla condanna di Ipazia, lapidata al grido di “strega” e “pagana” dai parabolani, ordine dedito alla cura di poveri e malati ma contemporaneamente autentico “braccio armato” del vescovo, lapidazione che avviene per ragioni strettamente politiche e legate al forte conflitto di potere in atto tra il vescovo Cirillo e il prefetto Oreste, sul quale pare che la filosofa esercitasse un forte ascendente.
Amenábar ci racconta una storia che, purtroppo, è stata a lungo ed è in larga parte tuttora attuale, e lega a doppio filo l’affermazione delle credenze religiose monoteiste con il serpeggiare incontrollato dell’intolleranza nei confronti dell’Altro: non è un mistero che l’alterità abbia spaventato in passato e spaventi tuttora le gerarchie religiose, siano essere cristiane, ebraiche o musulmane (solo per restare nell’ambito dei tre grandi culti monoteisti). La vicenda di Ipazia è in tal senso letteralmente esemplare: perseguitata inizialmente in quanto pagana e restia a convertirsi al cristianesimo in ascesa, ma non per questo accecata dall’odio e dall’intolleranza (ricordando come siano molte più le cose che ci uniscono che non quelle che ci dividono, per quanto nella storia dell’uomo è sempre sembrato che quest’ultime fossero più importanti), si ritrova ad essere indigesta alle gerarchie ecclesiastiche a causa dei suoi approfonditi studi astronomici che finiscono per andare contro l’imperante verbo tolemaico. Quello che guida la ricerca di Ipazia, contrariamente a quanto avvenga con la cecità imposta dal verbo religioso, è la capacità di mettere in discussione le cose in cui crede, capacità senza la quale nessuna maturazione, crescita o cambiamento può essere possibile, ma che finisce per costarle caro: il verbo religioso infatti mal s’adatta alla libertà di pensiero e all’approfondimento critico che davvero occorrono per raggiungere la conoscenza, e una persona che per sua stessa ammissione crede solo nella filosofia (ce ne fossero ancora oggi!) fa un po’ la fine del proverbiale vaso di coccio tra due vasi di ferro. Se a questo aggiungete il fatto che Ipazia era donna, e che la religione cristiana allora come adesso tende ad avere una visione molto subordinata del sesso femminile, non faticherete a capire quanto imbarazzo potesse generare la profonda stima ed amicizia instauratasi tra la filosofa e il prefetto Oreste, che nel film è un ex discepolo di Ipazia, di lei innamorato fin dalla giovane età, e come potesse diventare pretesto per colpire politicamente il prefetto stesso per assecondare la propria fame di potere. Le tensioni politiche tra il prefetto e il vescovo sfociano nella barbara esecuzione di Ipazia, nel film graziata dall’intervento di un suo ex schiavo convertitosi al cristianesimo che in un atto di estrema e sofferta pietà, non potendo fare null’altro, la soffoca affinché non debba patire la lapidazione da viva; un ex schiavo che, nel plot cinematografico, era stato a sua volta innamorato della filosofa e scienziata e si era in parte convertito alla nuova religione per rabbia e odio della propria misera condizione. Come sempre riassumere una trama o una storia tentando di farne convergere tutti i rivoli finisce unicamente per mettere più confusione che altro nella testa di chi legge, ne sono ben conscio. Quello che conta alla fine non sono i colpi di scena, o le trovate e le figure più o meno inventate o romanzate (ad esempio appunto la figura dello schiavo convertito Davus, che fa in qualche modo da trait d’union per l’intera vicenda e risulta dunque essere un necessario espediente narrativo per legare insieme gli avvenimenti, rendendo contemporaneamente complesse le divisioni mostrate nel film in quanto, con la sua umanità che si preserva fino alla pietosa conclusione e col racconto della sua vicenda di schiavo liberato che trova nei parabolani altresì fanatici e violenti una qualche forma di rifugio e rispetto, permette ad Amenábar di superare quel manicheismo in cui, in mani meno accorte, la sua opera avrebbe rischiato di scivolare), ma il valore che la vicenda di Ipazia ha ancora oggi, in un mondo che senza aver imparato niente dal suo passato continua a indulgere nell’odio e nell’intolleranza religiosa che mascherano la brama di potere delle Gerarchie: Ipazia è uccisa perché, storicamente, coinvolta in un conflitto di potere più grande di lei, ma la sua uccisione è contemporaneamente un paradigma delle tendenze religiose nei confronti della libertà di pensiero e di critica, negata allora come oggi semplicemente perché una massa di pecore obbedienti ed ignoranti è molto più facile da gestire che non una società di esseri senzienti e consapevoli e capaci di decidere per se stessi, “maturi” nel senso kantiano del termine, anche se seguendo quest’altro rivolo andremmo fuori strada e finiremmo per parlare di illuminismo, tradendo a nostra volta in parte la dimensione storica nella quale si colloca la vicenda narrata dal film. Eppure non è un caso che la chiesa ancora oggi condanni recisamente quell’illuminismo che ha saputo dare al mondo idee di tolleranza, libertà e rispetto dell’altro che la religione, pur nelle sue belle prediche, in realtà non è mai riuscita ad ispirare fin dai suoi più alti rappresentanti. Alla fine due sono le “sequenze” o se vogliamo i “momenti” del film che restano nella mente: il continuo richiamo alla distanza, che significa capacità di riflessione critica e scevra da preconcetti, espresso dalle inquadrature stranianti della terra vista dallo spazio, appunto messa in prospettiva di modo che le grida, la violenza e la sopraffazione che la abitano non siano altro che ciò che sono realmente, cicaleccio pericoloso e infondato; e la sequenza dello scempio del Serapeo e della Biblioteca, distrutta nell’irruzione dei cristiani, con le pergamene che vengono strappate ed arse in un’orgia di violenza ed ignoranza che, purtroppo, non ha mai smesso di echeggiare lungo i millenni della nostra Storia (a me vengono in mente i roghi nazisti del ‘900, e la censura dei regimi totalitari tutti che a lungo anche la Chiesa, forte del proprio peso politico, ha esercitato: traete le vostre conclusioni, perché certo non sta a me giudicare). In questa sequenza, di forte impatto emotivo, la telecamera ruota su se stessa fino a “ribaltare” la scena e la prospettiva, come davvero è avvenuto e avviene ogni giorno: il mondo capovolto, quello nel quale l’ignoranza come strumento di controllo sociale e politico schiaccia e distrugge la cultura, la ragione, il pensiero, la critica e alla fine schiaccia e distrugge la libertà stessa, che non è solo una parola che fa figo mettere in appendice a slogan, nomi di partito e quant’altro, ma una dimensione che si nutre di piccole cose irrinunciabili, come il diritto a conoscere ed a migliorarsi e a crescere nel solo e necessario rispetto della libertà altrui, concetto che “il cicaleccio” di cui sopra non può in alcun modo digerire. Alla fine la Biblioteca di Alessandria diviene una stalla, nella quale riposano capre, buoi, galline, e questa è una metafora dura da digerire e nemmeno troppo nascosta di ciò che diventa il mondo in cui viviamo quando rinuncia a ciò che ha di più prezioso, il pensiero. Viviamo come animali facendoci violenza l’un l’altro per egoismo, stupidità, intolleranza, razzismo, e dimentichiamo una volta di più come siano molto maggiori le cose che ci uniscono che non quelle che ci dividono. Ricordarci questa semplice verità per bocca della sua protagonista è ciò che fa di Agora un esempio di Cinema maledettamente importante, e con la C maiuscola.

"Agora", di Alejandro Amenábar

AgoràA volte su questo blog trovano pubblicazione recensioni di film, come i più assidui tra voi avranno notato: certo non con sistematicità, ma non appena c’è qualche visione "cinematografica" che mi colpisce non esito a scriverci su due parole. Però c’è un film del quale rischio di non poter parlare, nemmeno se volessi: questo film è Agora, del regista cileno Alejandro Amenábar, già autore di The Others e Mare Dentro. Rischio di non poterne parlare perchè il suo autore, Amenábar appunto, ha scelto per esso un tema che ha scatenato, per l’ennesima volta, l’ostracismo religioso ed il timore reverenziale delle case di distribuzione cinematografica. Agora racconta la storia di Ipazia, scienziata e filosofa alessandrina, depositaria di una grandiosa e millenaria cultura, che fu trucidata dal vescovo di Alessandria Cirillo in nome, manco a dirlo, della fede cristiana. Oggi si sta cercando di fare quello che altri hanno fatto con interi popoli: cancellarne la memoria, e persino il nome nella cultura popolare, in quanto, evidentemente, la sua storia potrebbe costituire motivo d’imbarazzo per le gerarchie ecclesiastiche; oppure no, magari si tratta soltanto della stupidità preventiva cui, purtroppo, le figure religiose più importanti di questo paese allo sbando non smettono mai di dare prova.
In ogni modo, è nostro dovere combattere perchè il film non sia censurato e trovi una distribuzione adeguata. Quindi, qui di seguito trovare un sito con una petizione perchè il film venga distribuito, il sito ufficiale dell’opera e la pagina Facebook (per chi usa Facebook) che sostiene questa nostra stessa battaglia. Qui, invece, la pagina Wikipedia relativa al film di Amenábar.
Fatevi sentire!

"Antichrist", Lars Von Trier

Si è tanto parlato di “scandalo” a proposito di questo film e soprattutto, con sarcasmo (quello stesso che a Von Trier, sin dai tempi di The Kingdom, non è mai mancato) di film ridicolo; non sono mancate, durante la proiezione cui ho assistito (ben lontano da Cannes, sia chiaro), risatine isteriche, battutine e soprattutto disagio ed imbarazzi assortiti da parte di un pubblico che probabilmente, al sedersi in sala, si attendeva altro. Ma è davvero tutto questo scandalo, Antichrist? È davvero un film gratuito, perverso e privo di significato? Forse la domanda che è necessario porsi è diversa, diciamo ribaltata: quando un’opera è gratuita, perversa e priva di significato? Di primo acchito, risponderei “quando è priva di una coerenza interna”. Ritengo Antichrist un film assolutamente coerente, pur nell’apparente incoerenza paratattica della messa in scena. Antichrist è un film di segni, dove tutto è un’allegoria, dove tutto rimanda a qualcos’altro. Non ci sono scene, sequenze, fatti gratuiti quando quella cui assistiamo è una rigorosa rappresentazione di qualcosa (in questo caso, almeno a giudicare dalle parole dello stesso Von Trier, della psiche del suo autore, duramente provata da una lunga depressione, la riproposizione di un sogno nero, oscuro, terribile). Paradossalmente questo "rigore" dell’opera richiede, nella sua lettura ed interpretazione, una totale mancanza di rigidità: presentarsi in sala “rigidi”, per qualsivoglia motivo, equivarrà a fraintendere, a cadere nell’imbarazzo e, stavolta sì, nella gratuità del giudizio. Perché forse il punto sul quale, più di ogni altro, si sbaglia e si confonde chi tenta di ricondurre il film alle consuete categorie, risiede nel tentativo razionalista di porre tutto in relazione di causa ed effetto. Visivamente l’opera di Von Trier è indiscutibile, e l’autore danese dimostra di conoscere alla perfezione i meccanismi della sua Arte e, in soldoni, la macchina da presa; la sua rilettura di generi come l’horror o (in parte) la pornografia, generi che hanno in comune, pur con un differente grado di esposizione, la volontà di generare risposte immediate nello spettatore (per lo più, in entrambi i casi, eccitazione), è sempre personale e mai schematica; la scelta di incentrare tutta la narrazione su due soli personaggi, e la scelta dunque dei due attori protagonisti, entrambi eccezionali (per quanto fiaccati, nella versione italiana, da un doppiaggio a dir poco indecente, che rende lei melensa e lamentosa e lui serafico e spento), denota grande capacità di dirigere gli interpreti e di restituirli sullo schermo con la giusta “forza” e “presenza”; certe sequenze, realmente immaginifiche, inattese e sconvolgenti sono in grado, per la loro forza, di lasciare scossi e ammirati. Per il resto, Antichrist è come un’allucinata sequenza di quadri, l’elaborazione di un lutto e di un dolore profondissimo attraverso tre passaggi (“Pain”, “Grief” e “Despair”, ciascuno rappresentato, allegoricamente, da un differente animale che anima il bosco di Eden, vero centro dell’azione) più un prologo ed un epilogo, visivamente similari per quanto, concettualmente, di senso opposto; Antichrist è una lenta processione attraverso il senso di colpa, passando per le relazioni di coppia, il sesso e l’erotismo e, soprattutto, il significato e la presenza del Male, quella malvagità che risiede in fondo all’animo di ogni essere umano e che è “captivitas” nel senso proprio di “prigionia”, una specie di gabbia che intrappola l’uomo privandolo della sua umanità, una malvagità con la quale niente di ciò che definiremmo terribile può competere. In questo percorso, l’opera di Von Trier mostra tutta la sua forza e coerenza quando, con l’uso sapiente delle immagini e di un accompagnamento musicale prettamente d’ambiente, riesce a suggerire questo senso di malvagità, l’oscurità delle profondità dell’animo che va a braccetto con l’oscurità della foresta, l’uomo che è vittima e carnefice di se stesso al pari degli animali che si mangiano tra loro o si cibano di loro stessi, nell’automutilazione attraverso la quale, in un’orgia di follia, cercare un’estrema espiazione delle proprie colpe e dei propri peccati. Quello che Von Trier ci mostra è qualcosa che preferiremmo dimenticare, nella nostra vita cosciente, e cioè quanto piacere e dolore, amore e sopraffazione e violenza si compenetrino e rappresentino l’uno una parte differente dell’altro: non a caso è lo stesso Von Trier ad ammettere di aver trovato ispirazione, almeno nel titolo dell’opera, in quell’Anticristo di nietzscheana memoria. Non serve rigidità nell’accostarsi a quest’opera, non serve la ricerca di un’evidente necessità nei quadri che la animano: serve la capacità di leggere, nell’accostarsi paratattico dei momenti, la coerenza interna di un percorso che porta a scivolare dentro un incubo che svela, in qualche misura, chi siamo. Alcuni si sono lamentati per l’eccessiva efferatezza dell’opera, definendola “estrema”: probabilmente queste persone non hanno mai messo piede dentro un museo di arte moderna e contemporanea (basterebbero certe stanze della Tate Modern, per questo), ma nemmeno in un museo tout- court, nei quali spesso è possibile vedere cose ben più estreme, con la giusta attenzione e la capacità di rendersi conto come l’Arte debba “scuotere” chi guarda. Per questo ritengo sterili le polemiche sulle sequenze esplicite di sesso, sull’automutilazione o sulla tortura, specialmente quando provengono da gente che poi incensa film come Hostel, film nei quali, nella migliore tradizione, la violenza è sempre fine a sé stessa, e non significa alcunché se non quello che, banalmente, è. Antichrist non è opera facile da digerire, ma non lo è semplicemente perché ci mette a confronto con qualcosa di oscuro, distorto, malato, malvagio che alberga dentro di noi, dentro tutti gli esseri umani, che vorrebbero vivere sempre all’interno della consolazione della bellezza e della perfezione e finiscono sempre per sbriciolare tutto con le loro mani grandi ed inadeguate, prive di grazia: è ben più facile schernire l’opera, che affrontarla. Ma per chi vuole sperimentare un significato dell’Arte e della Bellezza più pieno e profondo, che vada oltre la mera conciliazione degli opposti, un’esperienza da provare.

Trovate qui un’interessante recensione, e qui una breve intervista rilasciata da Von Trier. Buona lettura e buona visione

Liberazione!

E un augurio per un buon 25 Aprile a tutti voi, festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista, festa di tutti gli italiani, festa della nostra Democrazia stessa. Perchè la nostra Repubblica, non dimentichiamolo, è una Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza… Ancora auguri, e manifestate, manifestate, manifestate! E’ importantissimo!

Benvenuti Nel Nostro Meraviglioso Paese!!/16

Rai, il dg Masi sospende Vauro: ”Annozero va riequilibrata”

All’origine del provvedimento la sua vignetta: ‘Aumento delle cubature. Dei cimiteri’ giudicata ‘‘gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico”

(ultimo aggiornamento: 15 aprile, ore 14:30)

Roma, 15 apr. (Adnkronos/Ign) – La Rai sospende Vauro. La decisione arriva direttamente dal direttore generale di viale Mazzini Mauro Masi che con tutte le strutture aziendali competenti ha esaminato la puntata di giovedì scorso di ‘AnnoZero’ dedicata al terremoto in Abruzzo.

Nel mirino è finita la vignetta di Vauro Senesi ‘Aumento delle cubature. Dei cimiteri’ gudicata "gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico. Il Direttore Generale ha quindi comunicato ai direttori Antonio Di Bella e Antonio Marano e allo stesso Senesi che la Rai in via cautelativa e da subito non intende avvalersi delle prestazioni dello stesso Vauro Senesi.

Fatte salve le valutazioni di competenza del CdA, il Direttore Generale ha inviato poi a Michele Santoro e ai direttori del Tg3, Antonio Di Bella e di Raidue, Antonio Marano, una lettera sulla "necessità che sin dalla prossima puntata siano attivati i necessari e doverosi riequilibri informativi specificatamente in ordine ai servizi andati in onda dall’Abruzzo". Non sono stati invece ravvisati sostanziali elementi di squilibrio nel dibattito svolto in studio nel corso della trasmissione.

(Fonte ADNKronos/Ign)


Benvenuti nel meraviglioso paese in cui tutto si può fare ma non criticare i potenti.

PS: Adesso nel mirino c’è persino "Report", e cioè l’unico programma di inchiesta giornalistica seria della tv italiana. Leggete, leggete

Promemoria

1) La Dignità ha un prezzo, ed è basso. Estremamente basso. Tutto aumenta, qualcosa che cali dovrà pur esserci…

2) Devo ricordarmi di approfondire i nuovi significati della parola "indecente".

3) 2009, Italia, Europa, Terra, Via Lattea, Ammasso Locale, Universo: la critica non ha diritto di cittadinanza, ma io, come un Fox Mulder dei poveri, voglio crederci.

4) Presto il nuovo disco.

 Ma lo rivoglio indietro.

"La Colazione Dei Campioni", K. Vonnegut

La colazione dei campioni, ovvero Addio, triste lunedì, ovvero (aggiungo io) la resa dei conti di uno scrittore, giunto al traguardo dei 50 anni, con tutte le ossessioni, le storie e i personaggi che hanno popolato i suoi libri fino a quel momento. Servirebbe una grande quantità di pazienza e di tempo per elencare tutto ciò che questo libro rappresenta e tutto ciò che non rappresenta, quello che vuole dire e quello che invece non vuole dire, dove si nascondano i significati ed anche dove questi si mostrino apertamente; è assolutamente riduttivo definire quest’opera una lunga, feroce satira di tutto ciò che di “satirizzabile” ci circonda, così come non rende affatto l’idea definire questo testo semplicemente grottesco, visionario, folle. Vonnegut ha creato un’opera completamente anarchica, camuffando i suoi intenti e nascondendo la sua profonda e sottile critica sotto il racconto della pazzia di Dwayne Hoover, riccone di provincia che dà segno di squilibrio a causa di “certe cattive sostanze chimiche nella sua testa” e che perde definitivamente le rotelle quando incontra Kilgore Trout, scrittore di fantascienza ignoto ai più (forse anche a se stesso) e pubblicato solo da riviste pornografiche piene di, letteralmente, “tope spalancate”, che gli fornisce, sotto forma del suo delirante romanzo Ora si può dire, tutti gli strumenti di cui lo squilibrio ormai necessitasse per trasformarsi in follia cieca e violenza incontrollabile. Quello che succede dentro il testo è una sorta di progressivo “scivolare” in questa follia, un escalation di comportamenti assurdi, un percorso lastricato di feroce ironia dall’autore, che non perde occasione per esercitare la propria vis satirica su qualsiasi argomento riguardi i suoi primi 50 anni di vita e gli Stati Uniti tutti, il suo paese con tutte le storture che ormai sapremmo tutti quanti enumerare anche ad occhi chiusi, dall’ossessione per il denaro ed il successo alla guerra, dalla follia del razzismo a quella della religione: la satira è condotta attraverso il racconto delle assurdità che riempiono le nostre vite ogni giorno come attraverso i sunti, che costellano qua e là la narrazione, di varie opere di Trout, ovviamente tutte quante, per quanto fantascientifiche, ben legate ed ancorate alla realtà, grottesche deformazioni della nostra assurda vita quotidiana e durissime condanne della nostra sempre più presente povertà di spirito ed intelletto. Ma, come detto, La Colazione dei Campioni è anche l’occasione per Vonnegut di una resa dei conti con se stesso e la propria vita: per dare un’idea dell’anarchia che regna sovrana nell’opera, ad un certo punto non dovrete stupirvi di veder spuntare, in prima persona, l’autore stesso all’interno della sua storia di fantasia, protagonista e testimone, con un intento particolare e che lo lega a doppio filo alla storia della follia di Dwayne Hoover. In Ora si può dire, quest’ultimo legge la storia di un uomo al quale il Creatore svela di essere l’unico essere vivente dotato di libero arbitrio di tutto il creato, e che tutto ciò che lo circonda non sono altro che macchine, robot che servono al Creatore dell’Universo per studiare il suo comportamento e le sue reazioni (sempre imprevedibili, perché libere) a differenti stimoli, positivi e non; Vonnegut giunge nel libro per liberare i suoi personaggi, e donare il libero arbitrio alla sua creatura che risponde al nome di Kilgore Trout (quasi un alter ego, a dire il vero). Credete che Trout saprà fare un uso intelligente di quel libero arbitrio? Ma allora non avete ancora capito nulla dell’uomo! L’uomo che è una macchina vanesia, arrivista, cattiva e bieca, meschina anche, sempre pronta a trarre guadagno dalla situazione, se possibile… eppure, contemporaneamente, l’uomo che è come “un fascio di luce verticale”, qualcosa di totalmente buono che trova la sua realizzazione nell’espressione artistica, perché alla fine ciò che conta vedere dell’uomo è quel nocciolo, quel grumo di luce (a volte secco, a volte rattrappito, spesso non curato) che dovrebbe continuare a risplendere anche nel buio della follia più cieca nella quale ogni giorno affondiamo i nostri passi quasi con soddisfazione. C’è un umanesimo di fondo nell’opera di Vonnegut che resiste anche all’ultima, liberatoria risata e che rende questo testo qualcosa di magico ed irrinunciabile.

Ora si può dire? Si può dire. Kurt Vonnegut un po’ ci manca.

"In America ci si aspettava che ognuno arraffasse tutto quello che poteva e se lo tenesse. C’erano americani bravissimi ad arraffare e a tenere ed erano favolosamente ricchi. Altri invece non riuscivano mai a mettere le mani sui quattrini. [....] "

"Una creatura di nome Zog arriva sulla Terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap. Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono. Il padrone di casa gli spacca il cranio con una mazza da golf."

(dal libro di Kilgore Trout "L’Idiota Ballerino", riassunto nel testo)

Tra le altre cose, esiste anche un film omonimo tratto da questo libro, con Bruce Willis e diretto da Alan Rudolph… pare non sia un granchè, ma per dovere di cronaca ve lo segnalo. Buona lettura e, se vorrete, buona visione!

Una Piccola Verità

"Credo che sia giunto il momento per chi ha votato contro i matrimoni gay di sedersi e riflettere, e di cominciare a provare la propria vergogna e quella che ci sara’ negli occhi dei propri nipoti se continua su questa strada. Dobbiamo avere gli stessi diritti per tutti"


(Sean Penn all’atto di ricevere il premio oscar per "Milk, fonte: AGI)