A volte ritornano…

Sì, è vero: è passato un pò di tempo dall’ultimo post. Sono stati, ve lo assicuro, mesi orribili di lotte senza quartiere con le offerte truffaldine di “certi” operatori telefonici: ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo di nuovo online. Nell’attesa di tornare a pubblicare qualcosa come ai bei tempi, comunico a tutti colori che si siano distratti nel frattempo che è disponibile per l’acquisto il nostro ultimo album, May The Days Be Aimless: per richiederlo, è sufficiente scrivere a eoslab@libero.it. Costa solo 5 euri più spese di spedizione che, detto tra noi, non dovrebbero mandarvi in rovina.
Per chi fosse ancora più distratto, rammentiamo anche che sono disponibili dall’ottobre scorso le quattro tracce di Lullaby EP, pensato come “lancio” dell’album vero e proprio e contenente il singolo Lullaby: potete scaricarle gratuitamente dal sito della nostra net-label Èos Rec. (non è difficile, basta cliccare sulla cover…)
Prima di salutarvi e darvi appuntamento ai prossimi post, voglio mettervi a conoscenza del fatto che, presto, ci saranno interessanti “sorprese” sul sito della nostra net-label: il Laboratorio inizia a fare sul serio e si prepara a distribuire nuova musica originale. Restate in zona, e un “bentornati su queste pagine”.

A tutti noi, ovviamente!

Consigli musicali novembrini: "Entertainment In Slow Motion", Ka Mate Ka Ora

Non è passato molto tempo da quando, su queste pagine, vi consigliavo di concedere ben più che un ascolto al disco d’esordio dei Ka Mate Ka Ora, intitolato Thick As The Summer Stars: “correva l’anno…” 2009, e più precisamente era giugno. Probabilmente nelle poche righe che scrissi allora mi scappò qualche frase del tipo “esce in pieno giugno, ma è perfetto per tenervi compagnia quando fuori farà molto freddo”. Di acqua sotto i ponti ne è passata, Thick As The Summer Stars ha ottenuto molti riscontri e recensioni, la band ha suonato in molti posti e Carlo, il loro bassista, ha intrapreso una fruttuosa collaborazione con questo blog. Qualcuno a questo punto potrebbe storcere il naso: sono amici tuoi, per forza che ci consigli il loro disco. Così ho deciso di togliermi il pensiero subito e invitare questi “qualcuno” a storcere immediatamente il naso, tanto non posso farci proprio nulla: storcetelo adesso e non pensateci più, io questo disco ve lo consiglierò comunque. Esce oggi ed ha un titolo profetico, Entertainment In Slow Motion: profetico perché, se avete un po’ seguito i Ka Mate Ka Ora, saprete che i nostri hanno fatto della “lentezza” la propria cifra distintiva. Inserendo nel vostro stereo questo dischetto, quindi, non dovrete aspettarvi musica da stadio, riff potenti e melodie insignificanti: aspettatevi l’esatto opposto. Entertainment In Slow Motion prosegue sulla strada tracciata da Thick As The Summer Stars unendo a un suono carico di riverberi e di distorsioni un naturale senso d’intimità, la sensazione di qualcosa di meravigliosamente forte e dolce allo stesso tempo. Tra l’altro, a differenza di Thick As Summer Stars, questo dischetto esce nel periodo astronomico giusto: col freddo che fa fuori, un po’ di calore non fa mai male. Durante l’ascolto vi imbatterete in brani come l’iniziale Vincent, la strumentale Pig’n Sheep In A Toothless Dream, che sembra ruotare su se stessa come per darsi la spinta, la dolcissima Comes with The Fall o l’insolita The Lowering Sun Reddens The Body Of A Hanged Man; episodi come My Psychedelic Teacher, che unisce con eleganza le atmosfere dei Low più rarefatti ad esplosioni chitarristiche alla Mogwai (per fare un solo nome) e ancora armonie come quelle di Suga, che sembrano quasi cullare come onde di uno strano mare fatto non già d’acqua, ma di quella che sembra solo un’eco contemporaneamente calda e lontana dell’acqua: in ogni caso, merce rara in questo primo scorcio di anni ’10. La verità è che mi sento di consigliare un disco come questo perché, nel consapevole rischio di frequentare un genere sempre in bilico sulla banale ripetizione di quanto già fatto dai grandi del passato, i Ka Mate Ka Ora sono riusciti a tirar fuori una miscela personale, propria, assolutamente inconfondibile e realmente comunicativa. Questi ragazzi sono quanto di più diverso si potesse sperare da quell’idea vuota, vanesia e vanamente magniloquente di “comunicatività” (sembra una parolaccia, lo so, ma è la migliore che ho trovato per tentare di chiarire un concetto sul quale ho un’opinione che non esiterei a definire francamente come ambivalente) che sembra emergere a ogni piè sospinto dalle analisi di mercato, dalle classifiche dei download su i-tunes, dai reality show e dalla televisione. I Ka Mate Ka Ora riescono ad essere davvero senza tempo, cioè ad essere qui e adesso, in questo momento, ma a diffondere l’eco del proprio suono in un tempo dilatato che non è soltanto, banalmente, quello presente. In realtà non so se questa possa definirsi un’analisi critica o anche semplicemente una conclusione logica per un discorso, forse è più un auspicio, un augurio. Però quando ascolto un brano come Back Home non posso fare a meno di pensare che questa musica non sia semplicemente qui, ma venga da lontano e sia destinata a durare. Me lo auguro con tutto il cuore, e voglio chiudere scimmiottando un noto programma tv: ascoltate e sostenete quella che è davvero la buona musica italiana, i link li trovate più in basso. Penso che non ve ne pentirete, ma questo devo averlo già detto.

Qui
 trovate la pagina MySpace della band, e qui potete acquistare il disco. Buon ascolto!

01/06/2010: esce "Il Cavallo di Troia", album di debutto dei S.U.S.

Oggi niente recensioni ma, come ogni tanto capita su queste pagine, un “suggerimento”, o se preferite una bella “Pubblicità Progresso” (perché come insegna la tv “l’ottimismo è il sale della vita”,  o qualcosa del genere). I meno distratti tra voi ricorderanno i S.U.S. (acronimo di Succede una Sega, un nome che, come capirete almeno voi, non necessita di spiegazioni ulteriori), che già han popolato i nostri post i questi anni (a proposito di rimembranze, ecco uno, due, anzi tre promemoria): oggi l’occasione che ci riporta a parlare di loro è ben più importante, e riguarda l’uscita tanto attesa del loro primo album, intitolato Il Cavallo di Troia. Siccome sono abbastanza stufo di questa premessa asettica e razionale sottolineo subito che i S.U.S., come i già citati "meno distratti tra voi" saranno sicuramente in grado di ricordare da soli, sono il gruppo del mio compare Alessio Chiappelli, che decisamente molto ha dato al nostro laboratorio (e darà, si spera, anche in futuro…), e quindi questo già chiarisce la ragione per la quale questa non può considerarsi una recensione seria e super partes e la deontologia, e bla bla bla. Questo è un invito ad ascoltare un po’ di musica italiana fatta col cervello: non dovete procurarvi a tutti i costi questo disco soltanto perché conosco questi ragazzi da ormai molti anni, e li considero buoni vecchi amici; non soltanto perché mi hanno invitato mezza giornata ad assistere alle registrazioni dell’album, nel gennaio del 2009 a Firenze, e ricordo ancora con grande piacere quelle due- tre ore o perché voglia trasferire su di voi un po’ di quello snervante senso di attesa che da allora mi ha accompagnato per avere tra le mani il prodotto finito; non soltanto perchè ho assistito ad un numero incalcolabile di loro esibizioni live, guadagnandomi imperituri odio e incomprensione da parte della mia ragazza quasi sempre costretta suo malgrado ad accompagnarmi; non vi invito nemmeno a procurarvelo perché potrebbe essere, chissà, una “next big thing”, e magari tra una ventina d’anni rimpiangereste di non avermi dato retta. Tutte queste sono circostanze, cose accessorie. Per usare le parole che gli stessi S.U.S. usavano sulla loro pagina Facebook qualche giorno fa, ricordare il presente è un duro lavoro: ecco forse perché dovreste procurarvi questo album, oggi. Perché a fronte di tanta (a volte anche buona) musica che si sottrae al confronto col proprio mondo, col proprio tempo e con tutto ciò che è urgente, conseguentemente a quella che molti definirebbero una “ovvia paura di bruciarsi”, i S.U.S. entreranno nelle nostre teste sulla scorta del loro cavallo di Troia, per prenderci di sorpresa con la forza dei loro suoni e delle loro parole, ancora in grado di rivelare qualcosa di ignoto circa il mondo grottesco che ci troviamo ad abitare. E per questo che vi consiglio fortemente di seguire e sostenere questi ragazzi: perché Alessio scrive maledettamente bene, e ve ne accorgerete ascoltando le sue parole; perché queste canzoni parlano un po’ di tutti noi, di come siamo oggi e magari di come potremmo essere domani; perché queste canzoni sono bella musica italiana cantata in italiano, musica che è in grado di ispirarsi senza scopiazzare, di citare senza volgarizzare e di dire qualcosa di più, musica attenta al significato; perché questa, come dicevo poco fa, è musica fatta col cervello, merce rara nell’A.D. 2010.
 

Dunque, qua sopra avete un video di uno dei brani inclusi nell'album: qualcos'altro potrete ascoltare direttamente sulla pagina YouTube dei S.U.S. Cliccando invece qui visiterete il loro sito ufficiale, dal quale sarà possibile (ma ancora non so per quanto) scaricare il primo singolo estratto dall'album, l'omonima Succede Una Sega; e infine, cliccando qui, potrete visitare il MySpace della band con tutte le informazioni sulle date live e quant'altro. A questo punto, vi auguro il consueto "Buon Ascolto"!

18 Maggio 2010, Nadir@Stazione Leopolda, Firenze

Faccenda abbastanza inusuale, per il nostro blog, è raccontare un concerto: non che non sia mai stato fatto (ricordo almeno un’occasione, questa), e non che non si vedano concerti da queste parti, è solo che difficilmente se ne parla qui (più che altro per una malcelata nostra pigrizia). Ma stavolta vale la pena fare un’eccezione. Ieri sera alla Stazione Leopolda di Firenze è andato in scena, nell'ambito dell'edizione 2010 del festival della Fondazione Fabbrica Europa per le Arti Contemporanee, lo spettacolo del quartetto Nadir, formato da Elias Nardi (oud), Emanuele Le Pera (percussioni varie ed eventuali, e nello specifico douf, bendir, darbouka, riqq, gong, piatti, cartelli di rimozione forzata e la lista potrebbe proseguire), Edmondo Romano (fiati, clarinetti, sax) e, ultimo ma certo non per importanza, Ares Tavolazzi (contrabbasso); uno spettacolo incentrato su un elegante e interessantissimo incontro/scontro tra la tradizione classica mediorientale (araba- ottomana principalmente) e le forme aperte dell’improvvisazione jazzistica, mutuate da quella che ormai possiamo definire “tradizione occidentale”, sbocciata in Africa e ormai presente nei suoni di tutto il nostro mondo. Parlare di questo concerto non è semplice, e forse “sezionarlo” ed analizzarlo come fosse costituito da tanti mattoncini separati non è il modo migliore per “capire” l’esperienza che il quartetto propone, basata non sulla “divisione” ma su una sorta di metafisica “comunione” e fusione, quindi legata al tutto piuttosto che alla parte: attraverso l’esecuzione di brani propri, scritti prevalentemente da Nardi e arrangiati col resto della band, e di brani classici del repertorio tradizionale di compositori principalmente turchi e della zona “di Tigri e Eufrate”, quella che un tempo, prima di renderla obiettivo (o “target”, per dirla con un termine che va di moda) delle nostre bombe intelligenti, avremmo definito la culla della civiltà, il quartetto riesce nell’impresa di unire intimamente una componente fortemente spirituale (naturalmente presente nella musica in questione) con la forte e trascinante fisicità delle ritmiche inusuali, che trova espressione nell’atto stesso dell’esecuzione (in particolar modo per quel che riguarda le percussioni, per le quali la presenza scenica del fantastico Emanuele Le Pera risulta determinante nel restituire tutta una grande gamma di sensazioni, accompagnando di fatto lo spartito vero e proprio e “vivificandolo” ulteriormente). Che si tratti di riproporre composizioni Samai, di improvvisare totalmente da zero su ritmiche tradizionali sufi in 9/8 o prodursi in improvvisazioni e momenti solistici di elevatissimo livello; che si tratti di lasciar risuonare le corde dei propri strumenti in rarefatti intermezzi “quasi ambientali”, spingersi in infuocate “jam” su tempi dispari, quasi danzabili, o raffinare un interplay tra i musicisti già eccezionale, nonostante alcune piccole difficoltà tecniche con l’amplificazione del palco, in ogni caso il suono prosegue mescolandosi nelle due direzioni, raggiungendo contemporaneamente l’interno e lambendo l’esterno, accarezzando la pelle e l’anima, per così dire. Si vede, si sente e quasi si tocca con mano che questa musica è il prodotto di una civiltà estremamente raffinata, perché raffinato è il rapporto che in essa si instaura tra la spiritualità della composizione la fisicità della sua esecuzione, che trasfigura la melodia e il puro suono in un insieme di gesti capaci di allargarne il respiro e divenire anch’essi parte di una reale comunicazione tra l’artista e il suo pubblico, in una fruizione che pare riduttivo definire meramente inusuale. Al quartetto di Nardi riesce una magia non da poco: mettersi in comunicazione reale con l’uditorio pur attraverso una “forma” lontana anni luce dal linguaggio cui siamo abituati. Ma come per i bambini che si muovono a tentoni prima di porre saldamente un passo dietro l’altro, il gusto sta tutto nell’imparare.

Per approfondire, qui trovate il canale MySpace di Elias Nardi, con qualche brano interessante nel player. Buon ascolto!

Consigli Musicali per i primi giorni di primavera: Shiva Bakta, "Homerec. Album"

Confesso di averci messo un bel po’, di certo più del lecito, per tirar giù queste poche righe su Shiva Bakta. Mi sono trovato in difficoltà, e lo sono tutt’ora, nell’inquadrare questo cantautore dalla penna malinconica e dalla voce fragile proveniente da La Spezia ma di stanza a Bologna. Ancor più dopo averlo scoperto fan accanito del misconosciuto e grandissimo scrittore emiliano Paolo Nori. Ma questa, forse, è un’altra storia.
Avevo ascoltato un bel po’ di volte Homerec album, raccolta di 11 canzoni maledettamente imperfette e registrate in modo ancor più imperfetto, e sentivo che c’era qualcosa che non riuscivo a spiegarmi.  Finiva sempre con il lasciarmi addosso un senso di inquietudine inatteso:  in fondo si tratta di canzoni in cui domina in larga parte una chitarra acustica arpeggiata, piccole melodie delicate disegnate da una voce tanto particolare quanto incerta. O meglio, particolare perché incerta.
Molti ascolti dopo, le cose mica sono cambiate, le inquietudini me le tengo, ma posso almeno provare a spiegare da dove vengono.
E’ come se Shiva Bakta mi avesse sbattuto davanti, senza mediazioni, senza filtro alcuno, la sua fragilità. Cristo, avrei voluto dirgli che aveva sbagliato tutto, che non aveva capito che la musica è un medium e come tale un filtro attraverso cui svelare, comunicare, rivelare. E invece lui continuava a ficcarci dentro una sorta di rassegnata e pacificata disperazione e anche a fischiettare che è time to sing another song.
Finché non ho sentito che quella fragilità, ostentata e quasi oscena, è anche la mia fragilità, è la fragilità di voi tutti, che vi piaccia o no. E le canzonette di questo anti-eroe della musica “indie” magari vi aiuteranno a scoprirla e ad accettarla, come se non ci fosse nulla di male.
Io non lo so se in questa forma di svergognata fragilità ci sia o no qualcosa di male, ma so di certo che, ogni volta che ascolterete You miss me, sentirete il bisogno di un abbraccio. E so anche per certo che, una volta tanto, in un abbraccio non c’è proprio nulla di male.


(Carlo Venturini)
 

Approfondimenti: chiunque lo voglia, trova tutte le informazioni su Shiva Bakta direttamente qui, sulla sua pagina MySpace. Ascoltate, incuriositevi, ascoltate e ancora ascoltate…. mai come stavolta giunge a proposito il consueto augurio di "Buon Ascolto"!

Soffiamo via la polvere dallo scaffale dei nostri vecchi cd! La perla di oggi: "A Night At The Opera" (Queen)

Così stamattina, tra un’equazione di Maxwell e l’altra, mi ritrovo a piluccare distrattamente dal mio scaffale di cd, dischetti faticosamente accumulati in anni (lontani) di sforzi economici inimmaginabili, e nel bel mezzo della mia piccola collezione di album dei Queen (vi anticipo che non risponderò ad alcuna possibile domanda tendenziosa in merito) rinvengo A Night At The Opera. Saranno almeno cinque anni che non lo sento per intero, ma riflettevamo proprio l’altro giorno con Alessio, un altro pezzo del nostro piccolo laboratorio musicale (il pezzo fondamentale, a dire il vero), su come nell’era dell’mp3 e di iTunes sia sempre più difficile riuscire a “seguire” un album per intero, a restare dietro ai brani con attenzione, insomma, su come siamo un po’ tutti diventati consumatori di emozioni rapide incapaci di resistere alla piccola maratona quale l’ascolto assennato di un disco può essere assimilato. Dunque, A Night At The Opera e i Queen, la band di Freddie Mercury, e io che mi domando che effetto possa farmi, dopo tanto tempo: un titolo mutuato da un film dei fratelli Marx, una cover essenziale disegnata dallo stesso Mercury, nel libretto della versione rimasterizzata nel 1994 soltanto i testi e poche fotografie d’epoca. Premetto subito che, per quanto mi riguarda, parlando dei Queen potete attingere a piene mani dagli anni ’70, principalmente dai primissimi album, scartando qualche (in)evitabile eccesso disseminato random qua e là (ampie parti di Jazz, tanto per dirne una); saltare a piè pari gli anni ’80, gonfi di “gargantuesche tronfiaggini” (per citare a sproposito un buon uomo), eccezion fatta per qualche stralcio di Hot Space, il disco forse più sottovalutato della loro discografia, per quanto fin troppo danzereccio- kitsch- robotico; e tornare ad ascoltare con l’animo in pace, nei loro brevissimi anni ’90, l’ultimo giro di giostra di Innuendo, per quanto diseguale e non del tutto compiuto. I Queen non hanno inventato niente, in tanti anni di carriera: hanno prodotto musica per intrattenimento, un po’ hard rock e un po’ art rock, un po’ da stadio e un po’ da camera (con una leggera prevalenza per la prima accezione). Perché dunque riascoltare A Night At The Opera, e cosa se ne può ricavare? Intanto perché nel 2010 è diventato estremamente difficile trovare una band o un’artista mainstream a cui passi anche solo per l’anticamera del cervello di criticare o prendere addirittura a male parole il proprio management, i propri manager, i propri produttori e la propria distribuzione, cosa che invece i Queen sembrano non porsi problemi a fare nell’incipit rappresentato da Death On Two Legs (Dedicated to…): va bene, va bene, si trattava del vecchio manager e quant’altro, lo riconosco, ma resta un fatto più unico che raro in un mondo ormai abituato a sostituire il flower power col molto più luccicante money power, e un po’ di sana cattiveria non può far troppo male. In seguito c’è molto kitsch- teatrino dell’assurdo- dandy/glam/art rock (Lazing On A Sunday Afternoon e Seaside Rendezvous su tutte), anche se le cose davvero kitsch e nel senso più deleterio del termine stanno altrove (vedi l’agghiacciante I’m In Love With My Car, cantata dal buon Roger Taylor, che è stata di nuovo capace, a distanza di tanti anni, di gelarmi il sangue con quel pedissequo strombazzare di cilindri che ne percorre in lungo e in largo lo spartito). Per fortuna, i Queen dell’epoca disseminavano piccole perle di luminoso pop qua e là lungo la loro pièce: You’re My Best Friend, nota hit scritta dal bassista John Deacon, The Prophet’s Song, scritta da May, che anticipa le parti vocali operistiche di Bohemian Rhapsody fondendole con elementi e sonorità di chiara matrice progressive/ hard rock, appunto Bohemian Rhapsody, un pezzo unico nel suo genere, o la già citata Death On Two Legs; c’è il romanticismo barocco pompato con ampie iniezioni di arpa strappalacrime di Love Of My Life, uno dei cavalli di battaglia della band nelle leggendarie esibizioni dal vivo di quei tempi e degli anni a venire; ci sono le bordate rock di Sweet Lady, e la sua cavalcata finale verso una veloce simil-jam infuocata; c’è Brian May che canticchia Good Company accompagnato da un esile hukulele, sempre per il capitolo kitsch, e ancora May vestito da cantastorie per il rock venato di folk di ’39, oltreché padrone della scena nella splendida orchestrazione chitarristica che rilegge, in conclusione di questo spettacolo, l’inno britannico God Save The Queen alla maniera di Hendrix. E c’è appunto la già abbondantemente citata Bohemian Rhapsody, un miscuglio brillante e fortunato di romanticismo pianistico, follie operistiche e tentazioni hard rock, un mattone che ancora oggi costituisce la pietra portante di edifici assai meno nobili quali quello eretto, negli ultimi anni, dai Muse (tanto per fare un nome soltanto). Potete ascoltare A Night At The Opera per sentire un po’ l’effetto che fa, dopo tanto tempo, come ho fatto io; o per capire da dove nascano tante tendenze musicali ancora oggi presenti (vedi Muse, appunto); o per riascoltare un gruppo che sa intrattenere senza troppe pretese, un gruppo di musicisti che almeno sanno suonare, dove il basso elettrico torna ad essere ben più che una chitarra elettrica con due corde in meno, dove la chitarra ha un suono inconfondibile, la batteria è suonata con onestà (ho sempre immaginato Roger Taylor come uno che ci crede con tutte le sue forze…) e la voce, beh, è quella voce là, sulla quale tutto è già stato detto e resta ben poco da aggiungere. Più che altro mi scopro ad immalinconirmi un po’ pensando allo stile, alla classe e all’onestà di questo “prodotto da intrattenimento” reo confesso, specialmente se confrontato con quanto l’industria del divertissment riesce a presentare al suo pubblico al giorno d’oggi. Questa resta buona musica, certamente non musica geniale, non musica che ha cambiato un’epoca, non musica di rottura o di approfondimento critico, non musica intellettuale, ma buona musica, scritta e suonata con una grazia e un’eleganza (anche nel kitsch più estremo, ebbene sì) che ha avuto (ed ha) pochi eguali.
Quindi, quando finalmente sarete stanchi dei vostri undisclosed desires, fatevi un giretto all’Opera.
Tra virgolette, spero che questa serie dello “Scaffale” divenga un appuntamento con scadenze non troppo distanti tra loro… ma non prometto niente. Comunque, il menù a tendina che trovate nella colonna di sinistra serve pressappoco a questo: indicizzare questa nuova rubrica, “Lo Scaffale”. Avrà futuro? Chi vivrà, vedrà. In fondo, tutti noi abbiamo sui nostri scaffali qualche cd che avevamo dimenticato di possedere…

Nico & The Gentless3, "I've Buried Your Shoes Down By Garden"

Raramente accade che capiti di ascoltare una manciata di canzoni letteralmente stupende, di quelle che ti riscaldano il cuore, e, dopo pochi giorni, di assistere ad un live di coloro che queste perle le hanno estratte. In questi casi è praticamente automatico che ti lasci catturare da loro, da questa combinazione, dalle canzoni e da coloro che le suonano.
A me è capitato non molto tempo fa con questi Nico & the gentless3, terzetto siciliano dotato di una qualità che non fa vendere dischi ma fa scrivere musica che colpisce l’anima: la purezza. Purezza in alcun modo da leggersi come ingenuità, ma come il risultato della piena consapevolezza della propria rara sensibilità.
Nonostante un nome che richiama alla mente i Velvet e la musa warholiana, in realtà, con lou Reed e soci, i tre siciliani non paiono aver molto a che fare, dedicandosi invece alla scrittura, in larga parte, di ballate scure, introverse ed emotive, evocative e commoventi. Un suono che richiama alla mente certa America anni novanta, intrecci di chitarre che citano il post-rock delle origini, certe ritmiche rilassate ma non rilassanti.
Si parte con Since ’98 e vengono in mente i Calla privati di quella spocchia che li ha sempre tenuti un po’ Nico & The Gentless3 livedistanti. Si tratta di uno dei brani più belli dell’intero lavoro. Umiltà ma non remissività, questa la ricetta. Come dire: la rivoluzione a mani nude. Comeback from? e Alphabet city citano i primi Karate, con quegli intrecci di chitarre ossessivi e voce a scandire, in un perfetto equilibrio di pace tormentata e rabbia trattenuta di chi sa che bisogna pur fare. Ignorando cosa. Il contrabbasso si impadronisce di On busting the sound barrier, trasposizione in musica di una poesia di Bob Dylan, e l’atmosfera si fa più rarefatta: se Dylan incrociasse i The Black Heart Procession, probabilmente, suonerebbe così. Peggy and the houses trasuda magnifica disperazione con i suoi 4 minuti trascorsi a cantare sdraiati sul pavimento, sguardo al soffitto. E’ la canzone che gli Idaho non riescono più a scrivere dai tempi del primo disco ma insomma, che importa, qualcun altro l’ha fatto. E tanto basta.
E’ davvero difficile trovare un solo momento di questo disco che non trasmetta devozione e sincerità ( a melodia esanime e senza tempo di Another ghost world).
Non c’è la voglia di stupire ad ogni costo, ma l’amore incondizionato per la propria musica. Amore che condividiamo e che speriamo possa, almeno in parte, trasparire dalle nostre parole.

(Carlo Venturini)

Per saperne di più, cliccate la pagina MySpace ufficiale dei Nico & The Gentless3, oppure questa pagina di Virb, dove potrete ascoltare ancora qualche pezzo.
 

Ofeliadorme, "Sometimes It's Better To Wait"

Il sottobosco musicale italico è pieno di gioielli. Ma di certo questo lo sapete già. Spesso, questi gioielli rimangono lì, magari qualcuno li scova ma non ha la forza o il coraggio di tirarli fuori.
Tra quelli in attesa di essere portati definitivamente alla luce ci sono gli Ofeliadorme, quartetto di stanza a Bologna, dedito a sporcare di sporadici inserti elettronici la sostanza elettro-acustica, che non sarà ricetta nuova ma che in questo Sometimes it’s better to wait è declinata all’insegna del gusto e del senso della misura. Si comincia con To wait e si capisce che sullo sfondo non ci sono esanimi ghignatine indie all’italiana, semmai un occhio buttato là, alla P.J. Harvey meno rabbiosa e più ispirata. La voce di Francesca Bono è ambiziosa, disegna melodie che pretendono attenzione, non disposte a svelarsi all’ascolto superficiale. A voi decidere se si tratta di pregio o difetto, ma se siete avvezzi all’ascolto usa e getta, vi conviene fermarvi qua, non troverete molto che faccia per voi in questo disco. Chi, invece, avrà la voglia di andare avanti finirà col rimanere imprigionato in New pieces of science, nelle sue tenere trame strumentali, nelle sue chiusure e aperture, con basso e chitarre a guidarsi a braccetto. Con Bells verrete trascinati nella delicata malinconia tanto cara ai Picastro, dove rare note e tanta intenzione vi sapranno accudire. Ché la malinconia, svegliatevi, non è solo roba vostra! Eppure l’episodio più fascinoso di tutto il lavoro pare proprio The ballad of the bitter end, dove la voce di Francesca si fa sussurro in mezzo ai rumori di fondo , e se vi lasciate avvicinare, non potrete non chiudere gli occhi e lasciarvi cullare da questa dolce e un po’ sghemba ninnananna, come quelle che qualche tempo fa vi sussurrava Lisa Germano in persona.
The ballad of the bitter end è la chiusura di un EP che mette in luce una rara capacità di padroneggiare le idee e le capacità di cui la band dispone. Non vi colpirà al petto, né vi rivelerà verità ignote, ma chi l’ha detto che la musica (come l’arte) debba sempre scuotere? Talvolta è bello anche lasciarsi cullare…

(Carlo Venturini)


Per approfondire, qui trovate il MySpace ufficiale della band, dove potrete ascoltare un pò dell’ep in streaming, e qui il sito internet, dove potrete scaricare l’ep o trovare tutte le istruzioni necessarie a procurarvene una copia personale, oltre alle informazioni sui live e quant’altro possiate desiderare. Buon ascolto!

Consigli musicali per questi primi giorni d'autunno: "La Conseguenza Di Tutto", SUS e Simone Molinaroli

Pensate a quelle signore che si preparano all’ultimo giorno della loro vita tessendo cuscini da toilette per tema di tradire un interesse troppo vivo nel loro destino: quasi si potesse uccidere il tempo senza ferire l’eternità. La maggioranza degli uomini vive in quieta disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata.
(Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi)


È con profondo interesse che mi sono avvicinato a questo progetto di Simone Molinaroli, poeta pistoiese, e dei S.U.S., band del mio “compagno di incursioni musical- sperimental- avanguardistiche” Alessio (che abbiamo già incontrato una o due volte sulle pagine di questo blog), che rappresenta, fatte le dovute proporzioni, un’intensificazione e una compiuta realizzazione di quelle che sono le istanze che vorrebbero animare lo stesso progetto musicale chiamato Èos di cui questo blog è una costola (la costola “parlante” o “scrivente”, per così dire…). Accanto alla vita che, inesorabilmente, scivola via ogni giorno senza che nessuno di noi sappia scegliere a cosa e a come pensare per nobilitarne i momenti apparentemente più vuoti e futili, e accanto ad entusiasmi sempre più freddi e secchi come foglie e rami morti, La Conseguenza Di Tutto dimostra che esiste ancora la resistenza di chi non si arrende alla “terribile assenza di poesia” già denunciata da Pier Paolo Pasolini, che ci precipita nell’abbrutimento, nel rincoglionimento televisivo e nell’estetica del già visto- già sentito- niente- mi- tocca- mi- annoio- e- credo- che- me- ne- resterò- qui- senza- far- nulla- a- lamentarmi- da- adesso- all’eternità. Innanzitutto parlare di questo breve ep (cinque brani in tutto) costringe a confrontarsi con quella che, a mio modo di vedere, dovrebbe essere l’essenza di ogni musica che voglia considerarsi Arte matura, e cioè la compenetrazione di Parola e Suono, Significato e Significante che non possono essere accidenti ma devono nascere, in armonia, accordo od opposizione che si voglia, seguendo un preciso intento comunicativo: siamo oberati da musica che non significa niente e da parole che, parimenti, hanno perso ogni connotazione, e la fusione originale di musica e poesia che Molinaroli e i S.U.S. ci propongono tenta di ovviare a questa situazione che non esiterei a definire disperata mettendo da parte tutto ciò che è superfluo e concentrando i mezzi e l’attenzione sul cuore vivo e pulsante delle liriche, testi poetici tratti dalle raccolte dello stesso Molinaroli Cani Al Guinzaglio Nel Ventre Della Balena e Il Crollo Degli Addendi. In effetti mi sembra riduttivo definire La Conseguenza Di Tutto semplicemente un “reading”, altra parola che va estremamente di moda ma che rischia, nella facilità con cui la si pronuncia, di perdere la sua ideale connotazione: qui c’è qualcosa di più che questo. Il basso pulsante e le distorsioni che dipingono panorami di desolazione e abbandono su cui si stagliano netti e potenti i versi declamati da Molinaroli, le ritmiche serrate e contratte che lasciano col fiatone ad inseguire la Parola, i riverberi e i suoni atmosferici e lontani, come di un mare freddo e piatto, una musica che sa essere incalzante quanto lenta, violenta quanto suggestiva, semplice quanto ricercata ed elegante; e ancora “l’invenzione che di due solitudini/ fa una festa feroce”, la definitiva affermazione dell’anestetizzato homo televisivus, per il quale l’orrore della vecchia storia dell’assassino che compare alla finestra man mano che completa un puzzle che scopre con crescente angoscia rappresentare la stanza nella quale egli si trova si trasforma in qualcosa di paradossalmente opposto, l’assenza di ogni emozione, e infatti “il terrore è scarico/ buonanotte”, e il “moto ondoso” dei ricordi e la sensazione di esser “nati lontano”, dove tutto è in qualche modo intonso e forse disinteressato, dove non siamo altro che “la dolorosa assunzione della verità”, dove “sceicchi affondano il culo in piscine senza senso”, un mondo così lontano eppure, allo stesso tempo, tanto vicino, il nostro mondo fatto di vite che scivolano via svicolando dietro un angolo, come se fossimo tutti un po’ “curve della strada”, per dirla con Pessoa, e come se si morisse ogni giorno un po’ nel rinunciare alla nostra umanità e, sapendo bene come questa sia la più assoluta tra tutte le verità, spegnendosi in uno sguardo che nega il mondo e gli Altri per affermare solo, con quella che Wallace avrebbe definito “modalità predefinita naturale”, l’irriducibilità del nostro personale egoismo. Mi risulta estremamente difficile parlare con consequenzialità di un progetto che ha saputo ridestare in me numerose considerazioni, e forse a chi dalla musica si aspetta solo Intrattenimento, Emozione (altra parola fastidiosamente abusata), colonna sonora di un momento più o meno speciale della vita o quant’altro, probabilmente queste parole suoneranno ampollose, strane e, in ultima analisi, noiose e superflue. Ma questi cinque brani ci insegnano qualcosa di più: ci insegnano che dall’incontro- scontro tra la Melodia e la Poesia, tra il puro Suono e la Parola può scaturire un mondo diverso, nuovo, e uno sguardo aperto su questo mondo, un’alternativa a tutto quanto c’è di più gretto e piccolo e grigio, e la speranza di poter realizzare questa alternativa, con la forza, l’impegno, la passione, il cuore. Mi rendo conto di come certe parole, quali ad esempio la parola “impegno”, al giorno d’oggi e specialmente quando si parla di musica possano sembrare fuori luogo, pretestuose, e lascino immaginare solo proposte pseudo- intellettualoidi prive di valenza concreta, quasi che uno sguardo lucido e critico sulla realtà fosse qualcosa da rifuggire a vantaggio di un mondo di plastica e palloni gonfiabili, carico di colori stordenti nelle loro tonalità metalliche, “carico di letterine”, di cantanti che emergono da programmi televisivi sberciando più o meno a caso in un microfono, del vecchio tubo catodico che oggi sembra unica fonte creatrice di realtà, come se l’unica aspirazione degna e condivisibile fosse quella alla “libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato” (sempre con le parole del buon vecchio David Foster Wallace), di spegnersi e lasciarsi esistere in background, come quando il mio pc cerca di fare la scansione antivirus preoccupandosi di “non disturbare” ogni altra possibile, preziosa attività. “La conseguenza di tutto è tutto/ & le parole hanno confini desolati/ & sceicchi affondano il culo in piscine senza senso/ & autostrade morte/ & sole a scacchi./ Ma di colpa non ne hanno le parole.”: le Parole non hanno colpa, e di Parole oggi c’è tanto bisogno, di Parole nuove, di nuove associazioni tra le idee; in altre parole (e scusate il bisticcio) oggi ci manca tanto la Poesia, come mancava ai tempi in cui Pasolini pronunciò quella frase. La Conseguenza Di Tutto tenta coraggiosamente di rispondere a questa “terribile assenza di poesia”, e a me non resta che sperare che anche altri tentino, a loro volta, di farlo, senza rassegnarsi a quella che Thoreau definiva una “vita di quieta disperazione”, senza cullarsi nella sensazione ingannevole che niente serva e tutto sia parimenti inutile, tradendo in un nichilismo senza scopo la grande lezione del Pensiero e dell’Arte che da Nietzsche a Pollock arriva fino ai giorni nostri. Nella poesia di Molinaroli c’è forza, c’è impegno, passione, cuore, e la consapevolezza che “di colpa non ne hanno le parole” e, anche se “il pensiero dà fastidio”, che “abbiamo tutti amato/ qualcosa che non esiste”: ed è per questo che oggi siamo qui. E da qui, occorrerà ripartire.

Vi lascio alcuni link interessanti: per quanto riguarda Simone Molinaroli, qui trovate la sua pagina personale sul sito dell’associazione culturale AssCultPress, qui la pagina della stessa associazione, "progetto culturale-editoriale-esistenziale", e infine la pagina MySpace di Enduring Poetry, atto performativo e nuova forma di reading portato avanti da Molinaroli con l’apporto della stessa AssCultPress. Per quanto riguarda i SUS, qui la loro pagina MySpace, con i primi quattro pezzi che entreranno a far parte del loro primo album di studio, di prossima uscita. Buona lettura, buon ascolto e… procuratevi questo ep!

Intervista ai La Calle Mojada

Piccole novità quest’oggi sul blog del Laboratorio. Per la prima volta pubblichiamo un’intervista e, insieme con essa, guadagniamo quello che diverrà un prezioso collaboratore di questa pagina, Carlo Venturini, bassista dei Ka Mate Ka Ora e, da oggi, membro a tutti gli effetti della redazione… buona lettura!!

Coloro che seguono questo blog con attenzione hanno già sentito parlare dei La Calle Mojada. Non molto tempo fa è apparsa su queste pagine una recensione del loro Ep, So far from winter to fall, da poco uscito per l’etichetta romana Raise Record. Non è per ridondanza né per carenza di argomenti che ne torniamo a  parlare, bensì perché riteniamo che la band romana sia davvero uno dei segreti meglio custoditi (ci sia perdonata l’espressione) della scena sommersa nostrana. Abbiamo dunque deciso di tornarci sopra, facendo due chiacchiere con Marco Poloni (bassista e voce) e Michele Pollice (chitarra), due terzi de La Calle (l’altro terzo è il batterista Michele Toffoli).
E questo semplicemente perché a noialtri non piace custodire segreti…

Carlo- Solitamente si comincia col chiedere qualche notizia sul nome: perché lo avete scelto (o vi è capitato?), in che modo si collega alla vostra musica…

Marco- La Calle Mojada è il titolo di una canzone di Senor Chinarro, artista sivigliano che noi stimiamo ed apprezziamo. L’amore per la Spagna e l’immagine autunnale di un selciato bagnato (possibilmente in un contesto notturno) hanno fatto il resto. Ci rendiamo conto che non ci siamo facilitati le cose. Quasi tutti La Calle Mojadastorpiano il nostro nome o ci chiedono “Come si dice?”, ma se all’inizio questa cosa era abbastanza fastidiosa ora ci ridiamo su e ci divertiamo a pensare a quanto la gente si possa sforzare, in effetti, per pronunciare bene il nostro nome!
Michele P.- La scelta del nome, in principio, ci ha praticamente lasciati indifferenti… poi ci hanno chiesto di suonare dal vivo e siamo stati costretti a sceglierne uno il più evocativo possibile.

Carlo- Da poco, per l’etichetta romana Raise Records, è uscito il vostro ep So far from winter to fall: dobbiamo considerarlo l’anticipazione di qualcosa di più corposo o dobbiamo accontentarci così per il momento?

Marco- Il primo Ep per un gruppo ha un’importanza fondamentale perche rappresenta il vero e proprio “biglietto da visita” da far girare quanto è più possibile. Noi ci abbiam provato, anche se avremmo potuto fare di più! Non siamo certo molto intraprendenti da questo punto di vista, ed è senza dubbio un limite, caratteriale, di tutti e tre. L’ep è uscito fuori dopo un periodo di gestazione piuttosto lungo, passato tra correzioni, modifiche, decisioni passate con votazioni per alzata di mano…. Alla fine dei conti siamo contenti del risultato ottenuto, anche se l’esperienza accumulata ci fa rendere conto di alcuni “errori” e lungaggini sulle quali non vorremo più imbatterci, e cercheremo in ogni modo di evitare nei prossimi lavori. Entro la fine dell’anno ci metteremo al lavoro per l’uscita del nostro primo album, che non comprenderà nessun pezzo di So far from winter to fall. Cose totalmente nuove che già abbiamo definito nei contorni, e che dovremo fissare nei dettagli.

Carlo- Da quello che date a vedere e che siamo riusciti a percepire, siete piuttosto chiari nel definirvi un gruppo shoegaze e non fate molto per celare le vostre influenze musicali. Non temete che qualcuno possa rimproverarvi di “scarsa originalità”? Come vedete la questione (dell’originalità, intendo)?

Marco- Non ci siamo mai reputati un gruppo shoegaze al 100%. Crediamo di andare ad abbracciare diversi tipi di approcci musicali, e forse questo è un aspetto penalizzante, proprio perche non si appartiene a un “canale” definito, ad una “scena”, parola che odio, precisa. Chiaramente quella musica ha influenzato (e lo fa tuttora) le nostre idee, ma non ci siamo mai curati di quanto questo possa compromettere, in termini di originalità, i giudizi su di noi. Ogni musicista ha dei riferimenti, è normale che sia cosi. È come se uno scrittore non leggesse e non prendesse spunto da qualcun altro, beh non so proprio cosa potrebbe uscir fuori dai suoi libri! Questo è quello che sappiamo fare, punto. Non riusciremmo a fare altro su commissione o perché cambia il vento:ci dovrebbero pagare veramente bene…
In questo momento lo shoegaze è tornato alla luce, fra un po’ tornerà nell’oblio, i famosi cicli che tornano, è normale, sarà sempre così.
Michele P.- Parlare di originalità in un contesto musicale come quello italiano molto spesso è una battaglia già persa in partenza. Ho sempre più spesso l’impressione di assistere a concerti di cover band più che live acts originali. Forse, ad oggi, è più importante il “mezzo” che il “contenuto” in sé…ma, in fondo, sono convinto che una visione (o reinterpretazione) propria e genuina di un certo suono o attitudine alla lunga paghi.

Carlo- La vostra musica è estremamente evocativa, sognante… Quale sentimento o suggestione siete interessati a suscitare in chi vi ascolta?

Marco- Rispondo con estrema sincerità: da parte mia non c’è nessun interesse nel creare un tipo di suggestione o sentimento a chi ascolta, non mi aspetto nulla. L’elemento fondamentale, cosa già difficile di per sé, è far scaturire dalle proprie, di emozioni, una canzone, un’idea, ma non ci si può anche curare di come questo messaggio può arrivare a chi ci ascolta, sarebbe come “pilotare” il nostro lavoro in base ad La Calle Mojada_2una percezione che vogliamo passi attraverso la nostra musica, ed e’ un discorso che non mi piace. Ognuno riceve un messaggio a suo modo, in base alla propria sensibilità o stato d’animo del momento, e va bene così.
Michele P.- Personalmente sono stato sempre attratto dal “lato malinconico delle cose”. La nostra musica ha chiaramente un taglio evocativo e quello che la gente percepisce non è altro ciò che il nostro sound fondamentalmente rappresenta… niente di più. Poi, logicamente, ognuno può vederci (o sentirci) quello che vuole. Più che suggerire una sensazione ci piace sentirci “onesti”.

Carlo- E invece, nella musica che ascoltate, cosa cercate? Cosa vi attira di più?

Marco- Ognuno di noi 3 ascolta cose simili e diverse nello stesso tempo. Di sicuro possiamo dirci tutti degli appassionati, ma in modo anche diverso l’uno dall’altro. Per quanto mi riguarda quel che cerco è quasi sempre emozionalità legata al suono più che alle parole. Riuscire a emozionarsi con un disco o ad un concerto è sempre più difficile, ma le volte che si torna a casa con una melodia in testa, con un feedback che ti ha spezzato il cuore, con un’immagine, beh in quei casi si e’ in pace con se stessi. Penso che l’obiettivo di qualunque musicista sia rimanere nella memoria, anche solo in quella breve, come spesso accade a noi.
Michele P.- L’emotività prima di ogni altra cosa.

Carlo- Non siete una band che pone al centro della propria poetica la “militanza politica” e l’“impegno sociale”. Secondo voi la musica non è lo strumento adatto a denunciare le storture della nostra società o semplicemente non pensate sia questa la vostra missione?

Marco- Beh non ci siamo mai preoccupati di mettere in musica le nostre idee politiche. Io e Michele P. veniamo da un viaggio a Berlino, metteremo sulla pagina myspace le nostre foto fatte con le statue di Marx ed Engels così forse saremo un po’ più espliciti, che dici? No scherzi a parte…è una cosa che non ci interessa, sinceramente. Abbiamo le nostre idee, ma le condividiamo fuori dal palco, lontano da microfoni. Non per questo credo che la musica non sia un buon veicolo per mandare messaggi o sensibilizzare le persone su questioni importanti.
Michele P.-
Citando Bukowski potrei risponderti: “parlare di politica è come cercare di incularsi un gatto”… anche perché non sai da che parte prenderlo e rischi pure di fartici molto male. :D

Carlo- Oltre voi, Roma pullula di progetti che si ispirano a sonorità , per così dire, shoegaze e dream-pop (Sea Dweller e Snow in Mexico, solo per citarne un paio tra i più interessanti): esiste una scena dalle vostre parti?

Marco- Sembrerà spocchioso, ma….la scena siamo noi! A parte gli scherzi…Roma, come tutte le grandi metropoli, è un melting pot di gruppi, generi, diversi canali per ciò che concerne locali e concerti. A livello di musica shoegaze non c’è poi molto in città, e i nomi che hai fatto rappresentano gran parte della “torta”… I Sea dweller sono quanto di meglio c’è in Italia a livello di shoegaze in questo momento, per quel che penso io. Spero che presto se ne renderanno conto in molti. Gli Snow in Mexico sono un progetto nuovo che però al suo interno ha dei musicisti esperti che vengono da esperienze importanti, e anche per loro l’augurio è quello di “uscire” allo scoperto quanto prima, specie coi live: sarebbe fantastico ascoltare “Ride” o “You and my winter” dal vivo!
Michele P.- A Roma non esiste nessuna scena… piuttosto c’è molta gente che suona e, più o meno, siamo tutti amici. Per esempio i Sea Dweller sono uno dei miei gruppi preferiti… ed il fatto di essere amici La Calle Mojada_3mi fa sentire un po’ come Holden Caulfield che avrebbe voluto avere il numero di telefono del suo scrittore preferito per chiamarlo nel cuore della notte. :D

Carlo- Nel suono dei La Calle Mojada emergono con forza suggestioni cinematografiche e anche letterarie. Che rapporto avete con queste 2 arti? Volete consigliarci un paio di libri e film che valgano la pena?

Marco- Il cinema e la letteratura sono chiaramente fonti di ispirazione. Se si pensa che, per quanto ci riguarda, tutto è nato con Rohmer, che omaggia “i racconti sulle stagioni” del regista francese, direi proprio che è un elemento importante, senza dubbio. Beh, a livello di consigli mi sentirei di indicare un film, Gli amanti del circolo polare di Julio Medem e, se ancora non l’avete letto, Una cosa divertente che non farò mai più dell’ immenso David Foster Wallace.
Michele P.- Io di cinema sono sicuramente quello che se ne intende di meno… per lo più per una questione di pigrizia. Al contrario amo la letteratura ed infatti i nostri testi hanno una certa “astrazione narrativa”… e se proprio devo suggerire qualcosa, beh, se non l’avete già fatto, leggete Cattedrale di Raymond Carver e la Versione di Barney di Mordecai Richler!

Carlo- Vi sentite sottovalutati?

Marco- Si.
Michele P.-

Carlo- Chiudiamo con la più facile di tutte: perché suonate?

Marco- Perché ci fa star bene, e di questi tempi non è poco.
Michele P.- Perché ci piace soffrire…

Per chi ama approfondire, qui trovate il MySpace ufficiale della band, dove potrete ascoltare i brani tratti da So Far From Winter To Fall. Buon ascolto!