"Oblio", David Foster Wallace

[...] Conosci già la differenza tra l’ammontare e la velocità di tutto quello che ti balena dentro e quella parte infinitesimale e inadeguata che riusciresti a comunicare. Come se dentro di te ci fosse questa enorme stanza piena si direbbe di tutto quello che prima o poi è presente nell’universo e invece le uniche parti che ne emergono devono in qualche modo essere spremute attraverso uno di quei piccolissimi buchi della serratura che si vedono sotto il pomello delle vecchie porte. Come se cercassimo di vederci fra di noi attraverso quei minuscoli buchi. Ma un pomello ce l’ha, la porta si può aprire. Ma non nel modo che pensi tu. E anche se ci riuscissi? Pensaci un attimo: e se tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di te ogni istante della tua vita a questo punto si rivelassero in qualche modo completamente aperti ed esprimibili dopo, dopo la morte di quello che ritieni essere te, e se dopo questo momento ciascun istante fosse in sé un mare o uno spazio o un tratto di tempo infinito in cui esprimerlo o comunicarlo, senza neanche il bisogno di una lingua organizzata, e ti bastasse come si suol dire aprire la porta e trovarti nella stanza di chiunque altro in tutte le tue multiformi forme e idee e sfaccettature? [...]

(David Foster Wallace, da "Caro Vecchio Neon", "Oblio")

[...] L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica [..] l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto. [...]

(F.W. Nietzsche, "Considerazioni Inattuali")

Se avete appena cominciato ad avvicinarvi all’opera di Wallace, forse Oblio non è il testo giusto col quale cominciare, e non soltanto perché trattasi dell’ultima raccolta di racconti (e più in generale di narrativa) pubblicata in vita dall’autore, il che introdurrebbe un piccolo per quanto non fondamentale “errore cronologico” nella scelta delle vostre letture, ma anche e forse soprattutto perché non se ne possono cogliere tutte le sfumature senza aver letto, prima, altre opere del geniale scrittore americano. Potrebbe capitare di sentirsi come catapultati nel bel mezzo di un’enorme vertigine, frastornati da un flusso continuo e portentoso di parole, di immagini, in ultima analisi di storie, che riescono a mostrare qualcosa del nostro mondo che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, a volte sembriamo non essere in grado di vedere davvero. Credo non abbia molto senso consigliare, come altrove potrebbe capitarvi di leggere, di iniziare dal racconto forse un po’ più normale del gruppo, Il canale del dolore, che in realtà chiude la raccolta; e non credo sia giusto ritenere alcuni di questi otto racconti superiori agli altri, come se ve ne fossero di riusciti e di non riusciti, o peggio ancora di inutili. Quello che più non si capisce di Oblio partendo da presupposti del genere, unicamente legati al “proprio gusto”, è quel senso di intima coerenza e tutta particolare che sottende gli otto mo(vi)menti catturati nel testo. Mo(vi)menti che a volte sono tutti interiori, flussi di pensieri e sensazioni come nelle pochissime, fulminanti pagine di Incarnazioni di bambini bruciati o nella straniante cronaca in miniatura di La filosofia e lo specchio della natura, e a volte affiancano al racconto di un moto reale un moto dei ricordi, come nel geniale Caro vecchio neon, o nel malinconico L’anima non è una fucina; e a volte, è pur vero anche questo, trattasi di artistiche peristalsi intestinali, come leggiamo tra il divertito e l’agghiacciato appunto nel già citato ultimo passaggio di questa raccolta, Il canale del dolore. Ma non ha molta importanza che al centro di questi racconti ci siano spiazzanti “metafore” della società in cui viviamo (Un altro pioniere) o un rapporto matrimoniale in crisi (Oblio), piuttosto che la tecnica della creazione del consenso, dello sfruttamento dell’emozione o dell’appiattimento del gusto (lo straordinario tour de force sintattico e linguistico di Mister Squishy è forse l’esempio più calzante al riguardo) o ancora un silenzio quasi attonito di fronte al nulla lasciato dalla morte (Caro vecchio neon). Ciò che più conta è forse come Wallace persegua con costanza, coraggio e ammirevole caparbietà il tentativo di dire tutto, dire quanto più possibile, fino all’ultimo punto cui sia possibile spingersi, fino in mare aperto, nell’infinita distanza forse evocata dall’immagine di copertina scelta nell’edizione Einaudi, in qualche modo “in mare aperto”, anche se forse quella è solo l’illusione di un mare, di una distanza, e anche se forse l’ironia nasce, come in Kafka, dal fatto di aprire una porta verso un “fuori” e scoprire di esser già “fuori”, e che quella porta s’apra verso di te che la stai aprendo dandoti un improvviso, violento giramento di testa. Fa una strana sensazione “vedersi” all’improvviso come si è, senza mediazione, esposti: non è lontano dalla verità il commento che si può leggere sulla quarta di copertina dell’edizione succitata, per il quale questa raccolta “ci mette davanti agli occhi il corpo martoriato, eppure incredibilmente normale, della nostra società”. Noi stessi, come siamo quando smettiamo di vedere come dovremmo essere: esistenze che si trascinano nell’ombra auto-derubricandosi a meri target commerciali per multinazionali che producono tortine al cioccolato talmente buone da meritarsi il nome di Misfatti! ®, “un nome rischioso e polivalente che voleva evocare e parodiare la sensazione di indulgenza/vizio/trasgressione/peccato del moderno consumatore salutista al consumo di un simile snack ipercalorico”; esistenze strappate per un momento di distrazione alla banalità di ogni giorno e destinate a restare nella memoria a seguito di un improvvisato, folle sequestro; vite consumate nell’incapacità di gettare un ponte tra sé e gli altri, di scambiare qualcosa che sia reale e non un jingle preconfezionato o una gamma (per quanto illusoriamente ampia) di sentimenti precotti e inscatolati a dovere in una confezione gradevole; e infine la ricerca costante della sensazione, dello shock, di ciò che sembra sconvolgere ma invece è solo l’ennesima, massiccia dose di anestetico che tutti sembriamo cercare come fosse questione di vita o di morte soltanto per stordirci e smettere di intuire come tutto ciò che stiamo vivendo sia davvero un grande incubo, e credere disperatamente che possa una volta trasformarsi, grazie alla tv, ai media, al possesso, al consumo, in un sogno, in un profluvio di reali possibilità, in una conta che, per una volta, non vada a nostro sfavore. Tutto questo (e molto di più) potete leggere dentro Oblio; tutte queste riflessioni, sensazioni, pensieri, tutto espresso con estrema attenzione al particolare, nominando ogni cosa o tentando di nominarla, cercando, come già accennato, di “dire tutto”, di racchiudere il reale (o almeno una parvenza che di esso sia contemporaneamente suggerimento e trasfigurazione, e non semplice bignami) nel giro di una frase, una pagina, un paragrafo. Cosa può e cosa non può rivelare di noi la semplice forza delle parole? Non bisogna essere scrittori o letterati perché questi pensieri ci sembrino di vitale importanza: lo sono e basta, e lo sono perché sono tutto ciò di cui il mondo in cui viviamo è fatto. È sufficiente guardarsi attorno, ai media, a internet, al mondo del marketing e della finanza, la pubblicità, tutto ciò che è pop nel senso deleterio del termine, prodotto, appeal presso il consumatore, la politica trasformata in reality show, i reality show trasformati in realtà, il supermarket dei sentimenti, dati in pasto alle masse per sollazzarsi dopo il pranzo come la brutta sceneggiatura di una vita indesiderabile ma che morbosamente non si può fare a meno di guardare, l’eterno infallibile meccanismo col quale l’opinione si crea e si manipola. Pensate a tutto questo, aprite gli occhi, guardatevi attorno, e la cosa migliore che potrebbe capitarvi sarebbe proprio scoprire di essere già qui, e  come niente di tutto ciò che possiate immaginare di più terribile si trovi, purtroppo, dall’altra parte di quella porta.

[…] Perché sembravo essere così egocentrico e disonesto che le cose per me contavano soltanto nella misura in cui incidevano sull’opinione che gli altri si sarebbero fatti di me e richiedevano il mio intervento per creare l’immagine che volevo avessero di me. […] E io con una certa qual rassegnazione dissi di sì, e sembrava che avessi sempre avuto questa parte calcolatrice, fraudolenta del cervello ininterrottamente in azione, come se stessi continuamente giocando a scacchi con chiunque e valutando che se volevo fargli fare una certa mossa dovevo muovere in modo tale da indurlo a muovere in quel modo. […]

Approfondimenti: qui, in un nostro vecchio post, trovate un ampio stralcio di Caro Vecchio Neon; qui invece una recensione nemmeno lontanamente inadeguata come quella che avete appena finito di leggere. Buona lettura!!!

In memoria di David Foster Wallace (12/9/2008- 12/9/2009)

Bene, e siamo arrivati a quanto ti avevo promesso facendoti un riassunto noiosissimo di quello che c’è voluto per arrivarci senza perdere la fiducia. Cioè com’è morire, che cosa succede. Giusto? È quello che vogliono sapere tutti. Anche tu, dammi retta. Che ti decida ad andare sino in fondo o meno, che io ti dissuada in qualche modo come pensi che cercherò di fare o meno. Intanto, non è come si pensa. La verità è che sai già com’è. Conosci già la differenza tra l’ammontare e la velocità di tutto quello che ti balena dentro e quella parte infinitesimale e inadeguata che riusciresti a comunicare. Come se dentro di te ci fosse questa enorme stanza piena si direbbe di tutto quello che prima o poi è presente nell’universo e invece le uniche parti che ne emergono devono in qualche modo essere spremute attraverso uno di quei piccolissimi buchi della serratura che si vedono sotto il pomello delle vecchie porte. Come se cercassimo di vederci fra di noi attraverso quei minuscoli buchi. Ma un pomello ce l’ha, la porta si può aprire. Ma non nel modo che pensi tu. E anche se ci riuscissi? Pensaci un attimo: e se tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di te ogni istante della tua vita a questo punto si rivelassero in qualche modo completamente aperti ed esprimibili dopo, dopo la morte di quello che ritieni essere te, e se dopo questo momento ciascun istante fosse in sé un mare o uno spazio o un tratto di tempo infinito in cui esprimerlo o comunicarlo, senza neanche il bisogno di una lingua organizzata, e ti bastasse come si suol dire aprire la porta e trovarti nella stanza di chiunque altro in tutte le tue multiformi forme e idee e sfaccettature? Perché stammi a sentire – non abbiamo molto tempo, qui è dove Lily Cache Road declina dolcemente e le scarpate si fanno scoscese, e s’intravede la sagoma dell’insegna spenta del punto vendita di prodotti naturali ormai chiuso, l’ultima insegna prima del ponte – perciò stammi a sentire: tu con precisione che cosa pensi di essere? I milioni e i bilioni di pensieri, ricordi, giustapposizioni – anche i più folli, come questo, penserai – che ti balenano nella mente e scompaiono? Una loro somma o rimanenza? La tua storia? Lo sai da quanto ti vado dicendo che sono un impostore? Ricordi che stavi guardando l’orologio RESPICE FINEM appeso allo specchietto retrovisore che segnava le 9.17? E cosa stai guardando adesso? Coincidenza? E se il tempo non fosse passato? La verità è che questo tu l’hai già sentito. Che le cose stanno così. Che è questo a fare spazio per l’universo dentro di te, tutti gli infiniti frattali di collegamento ripiegati su se stessi e le armonie di voci diverse, le infinità che non puoi mai mostrare a un’altra anima. E tu pensi che faccia di te un impostore, quella minima frazione che agli altri è dato scorgere? Certo, sei un impostore, certo, quello che gli altri vedono non sei mai tu. E tu certo lo sai, e tu certo cercherai di manovrare quella parte che vedono se sai che è solo una parte. Chi non lo farebbe? Si chiama libero arbitrio, caro il mio Sherlock. Ma ecco al tempo stesso perché fa così bene crollare e mettersi a piangere davanti agli altri, o a ridere, o a parlare strane lingue, o a salmodiare in bengali – non si tratta più di una lingua, né di spremersi per passare attraverso un buco.
Perciò piangi pure quanto ti pare, non lo dirò a nessuno.
Ma cambiare idea non avrebbe fatto di te un impostore. Sarebbe triste farlo perché sei convinto di doverlo fare.
Però non soffrirai. Sarà rumoroso, e proverai delle cose, ma ti attraverseranno così velocemente che non ti renderai nemmeno conto di averle provate (un po’ come il paradosso che sbattevo in faccia a Gustafson: si può essere un impostore senza esserne consapevoli?) E il brevissimo momento di fuoco che sentirai sarà quasi bello, come quando hai le mani fredde e c’è un fuoco e tu le protendi verso la fiamma.
La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo. Lo so che sembra una contraddizione, o magari un gioco di parole. In realtà si tratta, a ben vedere, di una questione di prospettiva.

(David Foster Wallace, da "Caro Vecchio Neon", dalla raccolta "Oblio")

E "per sempre" è troppo sia per chi se ne va che per chi rimane a tentare di riempire quel vuoto, o a non tentarvi affatto, consapevole di quanto sia difficile. Un anno fa David Foster Wallace si è tolto la vita, e oggi quello che resta è la sua enorme eredità letteraria, e umana. Non ci sono molte parole per queste occasioni, e infatti non ne sprecherò altre, che sarebbero forse supponenti, inutili o dannose. Mi accontento di dire che Wallace mi manca, come manca a tutti i lettori che lo hanno amato… e, senza presunzione, che mancherà anche a voi, se ancora non lo conoscete ma deciderete di conoscerlo. Quindi non perdete tempo, ché di tempo per abbrutirsi ne basta poco, ma per conoscere ed amare ne occorre molto di più: e non tutto dura per sempre.
Ciao, buon vecchio David.

"La Scopa Del Sistema", David Foster Wallace

La Scopa del SistemaFuori, nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi.

Con questa frase si chiude il primo capitolo de La Scopa del Sistema, romanzo che segna l’esordio letterario di David Foster Wallace, datato 1987, e pubblicato dunque quando l’autore era poco più che ventiquattrenne. Uno strano notturno a chiosa di un capitolo intricato e carico di humour, che spazia tra un erotismo molto particolare e l’accumulazione di particolari inquietanti ed insoliti che torneranno ad echeggiare nelle cinquecento pagine successive, ambientate per la grandissima maggior parte (salvo qualche breve flash-back) nel 1990. Già perché questa storia comincia col singolare prequel del primo capitolo, ambientato nel 1981, che ci presenta la protagonista poco più che ragazzina, Lenore Beadsman, in visita al college della sorella Clarice e coinvolta, per l’appunto, in una vicenda molto singolare, per poi proseguire nove anni dopo, nel 1990, come detto, prendendo le mosse dalla sparizione della bisnonna di Lenore, con la quale la nostra protagonista condivide il nome e alla quale deve gran parte della sua “educazione” extra-scolastica, se è vero come è vero che la bisnonna, allieva diretta di Ludwig Wittgenstein, ha tentato (riuscendoci) per anni di indottrinare la bisnipote a riguardo delle teorie del linguaggio del grande filosofo, convincendola del ruolo “funzionale” delle parole ma soprattutto di poter essere considerata reale, di esistere realmente solo in riferimento a quanto di lei stessa possa essere detto, raccontato, narrato. Ciascuno di noi esiste solo in quanto oggetto di una narrazione, e pensarsi al di fuori di un orizzonte che ci vede “narrati” equivale a farsi saltare in aria la testa, un po’ come accade al barbiere del paradosso più volte citato nel testo. La sparizione della bisnonna di Lenore, appunto, bisnonna alla quale dunque la giovane protagonista deve un po’ quella sensazione di non possedere alcun reale controllo sulla propria esistenza, di essere in qualche modo “inventata” o se non altro parte di un racconto della quale ella non è narratrice (come ovvio, dato che l’antinomia è sempre in agguato); attorno a questa sparizione si accumulano e strutturano numerose sottostorie che alla fine la nascondono, la minimizzano, quasi la pongono sullo sfondo della vicenda a cui da il là, e che riguardano una miriade di personaggi uno più improbabile dell’altro, nella consueta complessità degli intrecci di Wallace: da Rick Vigorous, che ama considerarsi il fidanzato di Lenore, e ne è tra l’altro il datore di lavoro, ma che in pratica finisce per rappresentare un periodo della sua vita, prossimo alla conclusione, nel quale ciò che più d’ogni cosa la protagonista brama sono le storie, e un buon narratore, quale Rick indubbiamente è, che la faccia sentire protagonista di una storia sempre nuova o che la ponga fuori dal fuoco della parola raccontandole storie che non la riguardano, Rick Vigorous che è la negazione vivente del suo stesso cognome, date certe sue piccole caratteristiche fisiche che lo pongono in serio imbarazzo nella sua volontà di possedere Lenore, volontà che finisce per esprimersi in un possesso psicologico laddove questo non possa realizzarsi fisicamente, fino al punto di avviare la scrittura di un racconto nel quale tentare in qualche modo di “intrappolare” la giovane amata; lo psichiatra di Rick e Lenore, Dr. Jay, coi suoi metodi decisamente poco ortodossi e, apparentemente, qualche segreto da nascondere; la singolare e mastodontica famiglia di Lenore Beadsman, dall’albero genealogico capziosamente intricato, proprietaria di una delle più grandi industrie di alimenti per bambini d’America, la "Stonecipheco Alimenti Per L’Infanzia", in procinto di lanciare sul mercato un nuovo sensazionale prodotto che sviluppa più rapidamente le facoltà intellettive e la parola nei lattanti, nelle persone del padre e dei suoi scagnozzi, totalmente assorbiti dal successo imprenditoriale, della madre impazzita, della sorella Clarice con la sua famiglia folle e una pace armata in salotto costruita su un deprimente “teatro di famiglia”, del fratello Stonecipher La Vache Beadsman detto “L’Anticristo”, giovane geniale e ben più che dedito al consumo di droghe di ogni genere, dell’altro fratello John, praticamente anoressico al punto da sparire e nella storia e, significativamente, nelle pieghe del romanzo, dalle quali riaffiora solo qua e là; tutti gli altri personaggi che con la bisnonna Lenore Beadsman condividono la vita nella casa di riposo di Shaker Heights, e che spariscono con lei, in numero di venticinque tra altri pazienti e infermieri e familiari e quant’altro, oltre all’inquietante presenza di Mr. Bloemker, direttore della clinica “fidanzato” con quella che sembra essere, a tutti gli effetti, una bambola gonfiabile; il genio della biologia molecolare Norman Bombardini, proprietario del palazzo in cui ha sede la "Frequent & Vigorous", casa editrice per metà di proprietà di Rick Vigorous e per la quale appunto lavora Lenore come centralinista, che, a seguito del fallimento del proprio matrimonio, ha deciso di mangiare l’intero pianeta gonfiandosi a dismisura in una brama di potere e possesso senza limiti, e che si invaghisce di Lenore al punto dal volerne fare “una parte di sé”, e non ci vuole troppa fantasia per intuire come Bombardini desideri fisicamente “ingoiare” Lenore perché ella faccia parte di lui. L’elenco potrebbe continuare, ma sarebbe ancora uno sguardo parziale sulla vicenda, dato tutto quello che dovrebbe essere ancora detto su queste storie e sui protagonisti delle stesse: probabilmente può essere indicativo ricordare come questo testo, nato da una delle tesi di laurea di Wallace, sia gonfio quasi fino a scoppiare di tematiche assai care allo scrittore, e che torneranno nove anni più tardi in quel capolavoro che è Infinite Jest, dall’assunzione socializzante di droghe di ogni genere all’ossessione del corpo e dell’uso che ne fanno i protagonisti (ad esempio, la bisnonna Lenore ha necessariamente bisogno di vivere ad una temperatura di 36.9°, in quanto il suo corpo tende ad assumere la temperatura esterna del luogo in cui ella si trova, con annesse prevedibili problematiche; Rick Vigorous e le sue difficoltà fisiche; Stonecipher La Vache Beadsman, l’ormai noto “Anticristo”, e la sua gamba finta; per fare un parallelo con Infinite Jest basti pensare al corpo sofferente e assurdamente sformato di quel fantastico personaggio che è Mario Incandenza, o ai frequenti problemi dentali del protagonista Hal, o al braccio enorme dell’altro fratello, Orin, e così via solo per fermarsi alla superficie del discorso), dall’adolescenza toccata da genialità precoce (La Vache o la stessa Lenore, Hal in Infinite Jest) a un uso tutto particolare dell’ironia nelle descrizioni come nella strutturazione della narrazione: La Scopa del Sistema è una sorta di peculiare compendio, nel quale al solito la linearità del narrato non figura tra i principali interessi dell’autore, molto più intrigato dalla possibilità di “sparigliare” le carte a tal punto da costringere il lettore a tuffarsi e a capitombolare qua e là tra le pagine per riallacciare un filo logico in quello che legge, filo logico, sia chiaro, ben presente ma “nascosto”, pigiato e deformato tra le righe. Come ricorda Bartezzaghi nella prefazione al testo, edito da Einaudi, è quantomeno singolare che l’autore di una raccolta di racconti intitolata all’Oblio sia poi lo stesso che maggiormente, almeno nella lettura contemporanea, richiede al suo lettore sforzi di memoria tanto grandi per seguire gli intrecci delle vicende narrate. Dal punto di vista della scrittura, forse si potrà notare come qua e là il periodare di Wallace, almeno per il modo in cui traspare nella traduzione, non sia ancora del tutto al livello mostruoso (e mostruosamente intricato) di Infinite Jest, e soprattutto come l’uso delle note al testo, che nella sua opera maggiore costituiranno un momento fondamentale della narrazione al punto da occupare circa duecento delle milletrecento pagine del romanzo, non sia qui ancora stato individuato come veicolo privilegiato del moto digressivo intrapreso dai personaggi e dalle loro vicende. Ma La Scopa del Sistema è soprattutto una sfida lanciata al lettore, un enorme rompicapo- barra- racconto- barra- paradosso- barra- antinomia, tutto basato sul significato e sul valore della Parola e sul momento fondante del "racconto": ho letto qua e là come il romanzo si possa leggere soprattutto come atto d’amore e fiducia completa nelle Storie, e nel potere delle Parole, e questa può essere una serena chiave di lettura. Fatto è che La Scopa del Sistema è soprattutto una trama che si avvolge su se stessa, un enigma da decifrare, un puzzle distrutto da ricomporre, nella quale la scrittura tenta costantemente di contestualizzare ogni singola parola di modo da non perderne il controllo, di modo da poter continuare a narrare in un fluire di “pieno” che non lasci spazio al “vuoto” incontrollabile: Lenore, che si sente etero- diretta, ad un certo punto si assenta, e manca dall’ultimo capitolo, il ventunesimo, dopo aver taciuto per buona parte del ventesimo, nel corso di un rapido precipitare degli eventi, pur stuzzicata dal martellare degli altri protagonisti che in qualche modo vogliono controllarla rendendola parte di una Storia, tutti riuniti nell’androne del Bombardini Building dove ha sede la "Frequent & Vigorous"; Lenore sfugge al libro, ed il libro, il racconto, non può che divenire autoreferenziale, come appunto l’ultimo capitolo dimostra, risolvendosi in una frase tronca ma nella quale l’ultima parola è facilmente intuibile. Lenore sfugge al libro e alla Storia perché per una volta pensa con la sua testa, e nessuno degli altri personaggi che vuole controllarla né tantomeno lo scrittore può farle fare ciò che vuole: diviene tridimensionale e calandosi in un tunnel telefonico recupera il controllo di sé. Rick Vigorous non potrà che cercare di contestualizzarla, per reintrodurla in qualche modo all’interno di un orizzonte narrativo, ma resta il fatto che ella si è assentata. L’ansia di dire e pronunciare parole che mettano ordine nella storia come fosse un fiore appassito da conservare tra le pagine di un libro, sfiorisce a sua volta in un paradosso, un romanzo che perde la sua protagonista e dunque il suo centro: vi è una conclusione definita, in qualche modo, diversamente da come avverrà per Infinite Jest, ma anche qui è difficile dire di aver riallacciato compiutamente tutti i nodi. In effetti, come accade per Infinite Jest, appena concluso il romanzo resta la voglia di ripartire da capo per cercare di inquadrare tutta la vicenda nell’ottica della sua conclusione, ed io non posso che consigliare, come feci a suo tempo per il capolavoro di Wallace, di farlo senza esitazioni: La Scopa del Sistema partecipa della stessa magia dell’audiovisivo che dà il titolo a Infinite Jest, la magia di Infinite Jest stesso, e cioè quella di incollarti in qualche maniera a quello che leggi. Sarebbe l’intrattenimento perfetto se non contenesse anche al suo interno l’antidoto e la negazione dello stesso. Comunque la si veda, un’esperienza da provare, anche se le mie parole non le rendono la giustizia che merita.

Lenore stava osservando il disegno sul verso dell’etichetta Stonecipheco posata sulla pila di quaderni nel cassetto della scrivania. Raffigurava una persona, infilata in quello che si sarebbe detto un camice. In una mano impugnava un rasoio, nell’altra una bomboletta di schiuma da barba. Lenore riusciva a distinguere la scritta “Noxzema” sulla bomboletta. La testa della persona era un’esplosione di schizzi d’inchiostro.
- Stavo guardando questo, – rispose.
Mr. Bloemker si avvicinò. Puzzava come un pannolino da cambiare. – E sarebbe? – chiese, sbirciando da sopra la spalla di Lenore.
- Se è quello che io credo che sia, – disse Lenore, – è una specie di indovinello. Un come si chiama. Una antinomia.
- Una antinomia?
Lenore annuì. – Nonna adora le antinomie. Credo che questo tizio qui.. – abbassando lo sguardo sul disegno sul verso dell’etichetta – … sia il barbiere che rade solo e tutti quelli che non si radono da sé.
Mr. Bloemker la guardò. – Un barbiere?
- L’atroce dilemma, – disse Lenore, rivolta al pezzo di carta, – è se il barbiere si rada da sé o meno. Credo che sia questo il motivo per cui la testa gli è esplosa.
- Cioè a dire?
- Se lo fa non lo fa, se non lo fa lo fa.
Mr. Bloemker contemplò il disegno. Si accarezzò la barba.


PS: Qui trovate un altro paio di estratti dal romanzo. Buona lettura!

"Il Rap Spiegato Ai Bianchi", D. F. Wallace e M. Costello

Dovrei forse premettere che non amo il rap, che non conosco nessun rapper di nome Schoolly D., che non avevo mai sentito parlare dei Public Enemy, degli N.W.A., nemmeno dei De La Soul (e alcuni di questi fatico ancora ad inquadrarli). Dovrei fare una lunga serie di premesse, probabilmente, e dire che ho preso questo libro solo in quanto adoro David Foster Wallace, sapendo già che non avrei avuto da pentirmene a dedicare un po’ del mio tempo alla lettura di qualcosa di suo. Dovrei premettere che mi interessano profondamente, per una qualche inclinazione presente nel mio animo, non so in quale altro modo spiegarmelo, i discorsi realmente “critici” sui fenomeni artistici, che sanno “contestualizzare” e “decontestualizzare”, quand’è necessario, che conservano acume e brillantezza nell’esposizione, che sanno spingersi oltre la superficie: bisogna considerare che quando Wallace e Costello hanno pubblicato questo saggio, ormai quasi vent’anni fa, non esisteva ancora un approccio critico (nel senso nobile del termine) al fenomeno della nuova musica nera, il rap, e a tutta la cultura che si portava dietro. Wallace e Costello hanno pensato bene, da profani “molto informati” dei fatti, da fan, da persone che (inspiegabilmente, per due bianchi che non esitano a definirsi “medi”) si trovano ad essere attratte da queste sonorità in maniera assolutamente irresistibile, Wallace e Costello, dicevo, hanno pensato bene di scrivere qualcosa di critico sull’argomento, di sviscerare il tema, di approfondirlo, di capire cosa c’è dietro, quali scenari si sarebbero sviluppati, le direzioni possibili e le loro cause, i “moventi”. Superando lo stereotipo della violenza, della cultura gangsta, della droga, i due riescono ad arrivare al reale disagio sociale del quale i rapper si sono fatti agli albori del genere portavoce nei confronti della propria comunità, musica orgogliosamente nera fatta da neri per i neri, musica ermeticamente chiusa che vive sul paradosso del “campionamento”, metodologia aperta per eccellenza, e soprattutto si nutre e propaganda quegli stessi valori che il consumismo americano ha saputo imporre alla popolazione bianca di “consumatori consumati” e anche a tutte le minoranze, a tal punto da far apparire inspiegabile l’accanimento dell’epoca contro persone che cantano (o per meglio dire “rappano”) quella stessa mimesi del successo e dell’affermazione personale col denaro e l’ostentazione della ricchezza che è stato in qualche modo il marchio di fabbrica degli anni ’80 in occidente. Questo perché il rapper, che parla alla sua comunità, al suo luogo di appartenenza e a nome di questo lo fa consapevolmente sfruttando quelle possibilità che la società in cui (non) è inserito gli offre, misurandosi sulla scala di valori che questa società gli ha imposto negli anni, e lo fa usando tutto quello che ha ormai a disposizione, “dischi altrui”: da qui l’estetica del campionamento, resa possibile dall’avvento delle tecnologie digitali che ancora oggi permettono a tutti noi di improvvisare studi di registrazione nelle nostre soffitte e nelle nostre cantine, contemporaneamente qualcosa di più che citazione e riappropriazione (che io non me la sento di definire indebita) di matrici culturali che originariamente a questa stessa cultura nera appartenevano (pensiamo al celeberrimo giro di “Kashmir” dei Led Zeppelin, campionato decine e decine di volte dai rapper… e pensiamo ai Led Zeppelin, e alle loro ascendenze blues, e domandiamoci quindi da dove potesse venire quella serie di accordi, torniamo indietro su questa strada e cosa troviamo? Risposta: i campi di cotone); da qui le basi elettroniche banali ed ossessive; da qui le ritmiche perfettamente scandite delle liriche, vero elemento di rottura con tutto quello che ha preceduto questa forma d’arte. Da qui un genere, un modo di fare musica, un attitudine che diventa ben presto atteggiamento, quando, ricoperti di verdoni, i nostri continuano a vivere nel paradosso di comporre musica “povera” con l’uso delle più costose tecnologie e delle più ampie possibilità, negando ed affermando insieme la matrice di questa forma d’espressione. Il saggio di Wallace e Costello inquadra alla perfezione tutto un movimento, quello che gli autori definiscono “un’avanguardia, la sola vera avanguardia della musica pop negli anni ‘80”, fornendo interessanti e mai banali spunti di riflessione. Poi, certo, come Wallace stesso scrive, “se state leggendo queste pagine in un libro stampato, ciò che abbiamo scritto è già vecchio”: manca tutto quello che è successo dopo, il prepotente ingresso del Mercato, le case discografiche, la massificazione del fenomeno, ovvero, mi verrebbe da dire nel solito modo un po’ naif, tutto ciò che può svuotare di senso anche la più gravida delle proposte culturali. Non so cosa pensare del rap, in tutta onestà, non mi fa impazzire: posso dire però che la lettura di questo saggio, magnificamente scritto, un vero e proprio “saggio d’avanguardia”, come la musica che si proponeva di inquadrare in un’ottica finalmente critica, mi ha fatto tornare oggi in mente Marcuse, e mi ritrovo a cercare di misurare “l’efficienza” di una certa società (la nostra) nella misura in cui questa è capace di assorbire l’anomalia dentro di sé. Direi che ci siamo riusciti. Direi che il “contrasto” è stato appianato, che la stridente differenza che rendeva pericolosa (e, per gli autori, “pericolosamente attraente”) questa musica è stata definitivamente standardizzata. Io personalmente, oggi, non mi spavento molto quando vedo un tizio con un tombino appeso al collo che parla sopra una base di drum machine: ma cosa accadeva negli States repubblicani di Reagan prima e Bush poi, nel pieno della cultura yuppie degli anni ’80? Se volete saperlo, non vi resta che leggere questo saggio. Ah, e senza preconcetti: non necessariamente quello che non conosci (o che non vuoi conoscere) finirà per ucciderti.

“La cazzuta genialità del rap sta in questo processo circolare, un loop quasi digitale: ha trasformato l’orrore del suo mondo – tradito dalla storia, bombardato da segnali contraddittori, violento nella sua impotenza, isolato, claustrofobico e privo di vie d’uscita . ha trasformato questa specifica forma di orrore in una specifica forma d’arte d’avanguardia. Va persa la consolazione, ma si guadagna un nuovo tipo di mimesi, ruvida e spietata: Platone campionato mentre sta seduto sulla tazza del cesso.”

Qui trovate un’altra recensione (forse migliore della mia!) e qui una piccola antologia dal saggio, un passaggio scritto da Wallace. Buona lettura

"Infinite Jest", David Foster Wallace

Infinite JestHo incrociato Infinite Jest solo dopo la morte del suo autore, David Foster Wallace, avvenuta lo scorso settembre, e mi sono già lanciato alcune decine di maledizioni assortite per essere arrivato, al solito, troppo tardi. Penso sia meglio ammettere subito che ignoravo quasi del tutto l’opera dell’autore in questione prima di quel giorno, sebbene ne conoscessi già il nome: oggi David Foster Wallace mi manca già, e sembra incredibile dato che l’ho appena conosciuto in quel modo così intimo e personale con cui un lettore conosce lo scrittore di un libro che ama. Infinite Jest mi ha attratto, ho desiderato improvvisamente di leggerlo, e probabilmente mi son reso complice di una follia, perché non deve essere il testo più facile dal quale approcciare un autore tanto importante… anzi, non lo è affatto. Ora, su internet fioccano commenti di gente che si dice incerta sul consigliare un libro come questo, un universo in miniatura di 1179 pagine (nell’edizione Einaudi, 1307 in quella Fandango) più centinaia di pagine di note (essenziali per la comprensione del libro, ben più che note, a dir la verità), un po’ per il volume della Cosa, un po’ perché è un libro pericoloso e a qualcuno può far del male sul serio. Ma cos’è realmente Infinite Jest? Infinite Jest è un libro sul tennis come metafora dei meccanismi di competizione che regolano le nostre esistenze nelle società industrializzate; è un libro sulla Dipendenza, analizzata in tutte le sue forme e varianti; è un libro sulla società basata sul divertimento, nella quale la parola party è usata come fosse un verbo, e nella quale l’Intrattenimento è il fine ultimo, un mondo di persone letterlamente "incatenate al divertimento" che potrebbero vivere anche tutta la propria vita nel dolore, ma non potrebbero mai rinunciare neppure ad un secondo di piacere, per dirla con Céline; a tratti sembra un lungo trattato di farmacologia, tanto è complesso e documentato, a tratti ancora un testo scientifico; è un libro sulla pubblicità, nel quale il messaggio pubblicitario si è insinuato in tutti gli interstizi della vita quotidiana, e persino gli anni sono “sponsorizzati”, e portano il nome di un prodotto (dall’Anno Del Pannolone Per Adulti Depend, nel quale si svolge la maggior parte della storia, all’Anno Dei Prodotti Caseari Dal Cuore Dell’America, all’Anno di Glad); è un libro sul terrorismo insurrezionalista del Quebec; è un libro sulle tragiche conseguenze della nostra abnorme produzione di spreco, di rifiuti, di scarto, di spazzatura, sul disastro ecologico, ambientale, biologico, umano; è un libro che intossica col potere di un’ironia tutta nuova, con un’inventiva sterminata e folle, e disintossica con pagine di "profonda e lucida tristezza" (J. Franzen, dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi). Ma in verità Infinite Jest è molto di più ed io lo sto banalizzando alquanto, e mi dispiace. L’unico antidoto alla banalizzazione è leggero in proprio, quindi io lo consiglio caldamente. Leggere Infinite Jest forse lascia scossi, come è successo a me; per le prime due- trecento pagine resti con una faccia tra l’interrogativo ed il vacuo a domandarti di cosa diavolo si stia parlando; poi pian piano entri nel ritmo del racconto, apprezzi anche le divagazioni più folli e apparentemente assurde (capendo che non lo sono), ti affezioni a tutti i suoi personaggi, ti mangi tutte le unghie David Foster Wallacedomandandoti come si potrebbe aiutare Don Gately a non soffrire più, o come si potrebbe fermare Hal Incandenza dallo scivolare nel mutismo, nell’incomunicabilità. Poi alzi gli occhi dal libro e guardi il calendario e capisci in un botto che questo è l’Anno di Glad, e il fatto che il futuro descritto nel libro sia ormai nel nostro passato non sarà in grado di esorcizzarlo affatto, semmai resti inquieto a pensare come il nostro oggi sia sinistramente simile al tempo di Infinite Jest. Siamo all’Anno di Glad e ti chiedi come Hal abbia conosciuto Don e come ambedue siano finiti, con la giovane promessa del tennis John Wayne a far loro da palo, a scavare tra le tombe per dissotterrare qualcosa prima che sia troppo tardi. E ti chiedi cosa sarà successo a tutte le figure cui hai voluto bene. E quando provi a darti una risposta, metà di queste risposte non ti piacciono proprio. E così riprendi in mano il libro e vai a ricercare, a piluccare qua e là, ti rileggi quell’inizio che poi è una fine e non puoi farne a meno, senti l’istinto insopprimibile di ricominciare. Infinite Jest assomiglia maledettamente al film che gli dà il titolo, l’ultimo film di J. O. Incandenza, ex- promessa del tennis, scienziato e poi cineasta après garde morto suicida con la testa in un microonde prima di aver finito di montare appunto la sua opera ultima, un film che dà dipendenza, che non puoi smettere di vedere finché di te non rimane nient’altro che un guscio svuotato di ogni altro bisogno, un intrattenimento tanto piacevole da uccidere, ma lasciandoti un sorriso sulle labbra e lo sguardo perso nel nulla di chi svuota la propria testa con piacere inesprimibile. Ma sarebbe riduttivo pensare che sia solo questo. Infinite Jest è anche molto altro, è grande Letteratura in un’epoca, la nostra, nella quale sempre più si assiste ad un’involuzione costante della Cultura; è una fine e, credo (spero) un principio, anche se non più per il suo autore. Infinite Jest non assomiglia a niente che io abbia mai letto, ha qualcosa in più di ogni altro testo sotto ogni punto di vista, è avvolto in una ben distinta bruma indefinibile che avvolge a sua volta, mentre lo leggi ti sembra sempre che David Foster Wallace stia parlando a te, proprio te in persona, e a nessun altro (come in ogni grande romanzo, mi vien da dire), mentre vai avanti osservi come tutte quelle che sono le regole e le codificazioni del genere “romanzo” vengano abolite e piegate senza pietà in uno specchio distorto, come la realtà vista attraverso lenti tremolanti o forse astigmatiche che simulano la visione neonatale, e ti ritrovi come un bambino con la bocca spalancata a contemplare la verità che ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te.

Mi scuso per non aver centrato il punto- ma è proprio difficile. Mi riprometto di tornare sull’argomento, Infinite Jest mi tormenterà a lungo. E a me non dispiace affatto. Leggete, leggete, leggete.