Consigli musicali per la primavera con una piccola anteprima in free download: “Siamo Nati Lontano”, EP d’esordio de La Fine Del Mondo

Il Mondo è Morto, non senti l’odore?
Si sente odore d’incenso e idrocarburi,
di eroina e trasmissioni elettorali.
Non senti il suono continuo
del calcolatore bizzarro che sancisce
la Sua Morte?
Non senti il canto degli Sterminati?
I traccianti nel cielo non sono
pirotecnie di compleanno
e nemmeno naufraghi in gommone
che segnalano disperati la posizione.
In televisione non ne danno notizia.
Guardie armate sparano
colpi d’avvertimento verso il cielo
per arrestare la marcia dei curiosi
e spesso un Tedesco vestito da Donna
parla della necessità del confronto,
ma necessariamente, nella Verità.
Il Mondo è Morto, non senti l’odore?
Non senti le trombe, gli sciacalli, gli avvoltoi
il buonumore raro del barista
che ti parla di un futuro improbabile
ti passa un bicchiere avvelenato
da un sorriso fuori tempo?
(Le profezie, la termodinamica, il buonsenso, la noia,
pronosticano in tempi diversi lo stesso evento
peraltro già avvenuto…)

(Simone Molinaroli)

A volte mi capita di pormi una domanda che, me ne rendo conto, ai più può apparire naif o comunque poco interessante, ma che invece è capace di darmi da pensare per parecchio tempo: che ne è stato della Poesia? Perché questo nostro mondo, l’aveva già capito Pasolini, è affetto da una terribile assenza di Poesia, è affamato di Parole, Suoni, Immagini che non siano quelle consuete, televisive, anestetizzate, vuote: questo nostro mondo, il nostro tempo, ha terribilmente bisogno della sua poesia, e di un suo linguaggio, anche se qua e là sembra non rendersene conto. È abbastanza bizzarro che, alla parola Poesia, l’uomo medio (noi tutti, ammettiamolo) voli col pensiero a qualche rima petrarchesca imparata ai tempi del liceo o, più spesso, allo sciabordare delle lavandare di pascoliana memoria, come ci fossimo tutti convinti del fatto che la Poesia esista tra i banchi di scuola, incartata e impacchettata dentro austeri libri coperti di polvere abbandonati su qualche scaffale; il rischio non è tanto il convincersi di questo, quanto evidentemente il rassegnarsi a questa convinzione. Perché la Poesia esiste ancora, è viva, il gusto della Parola non è estinto, la volontà di generare significato laddove non ci si attenderebbe di trovar più niente non si è spenta: è un fuoco molto flebile ma tutt’altro che domato, perché è necessario, è una delle cose che forse più di ogni altra ci identificano come esseri umani, dal momento che ci piace tanto considerarci superiori al resto della fauna (e della flora) che vivifica questo sassolino sperduto nell’universo. La Fine del Mondo, ma forse a questo punto lo avrete già capito, non è semplicemente un qualcosa di raggiunto e attestato, una semplice constatazione: è un punto di partenza e non di arrivo, è da questa constatazione che diventa possibile muovere attraverso il deserto di nietzscheana memoria, per così dire. Certo, è anche una band: Simone Molinaroli, poeta e performer pistoiese; Alessio Chiappelli, già voce e chitarra dei S.U.S.; Simone Naviragni al basso e Matteo Parlanti alla batteria, ad occuparsi della sezione ritmica, e infine Valentina Innocenti, danzatrice che accompagna questo combo nelle esibizioni dal vivo. Una band, quindi, un’idea e da oggi quattro tracce, un EP intitolato Siamo Nati Lontano. Ai più attenti tra voi non sarà sfuggito che già un paio d’anni fa, su queste pagine, avevamo avuto l’onore di consigliarvi un lavoro a nome dei S.U.S. e di Simone Molinaroli, La Conseguenza di Tutto EP (qui trovate uno streaming dei cinque brani di quel cd): cambiano i protagonisti, almeno per metà, ma non la sostanza. Così come La Conseguenza di Tutto rivelava un’urgenza fuori dal comune, questo Siamo Nati Lontano, fin dalla copertina, riprende il discorso da dove era stato lasciato, approfondendolo e spingendolo a definitiva maturazione, squarciando il velo e marciando verso una luce accecante che sembra indicare proprio un nuovo inizio: la prima cosa che salta all’orecchio dell’ascoltatore è il suono, estremamente più curato che in passato, nel quale si riconosce la mano di Gioele Valenti (forse più noto nella scena alternativa nostrana come HERSELF) al mix, e che si arricchisce di una carica che potremmo definire, semplicemente, “post-“, col rischio di incorrere in un paradosso che, nel mondo dell’Arte, ha inghiottito il senso da trent’anni a questa parte; che significa questo prefisso, “post-“? Il suono de La Fine Del Mondo assomiglia al boato sordo che segue una colossale implosione: come recitano i versi stessi di Molinaroli “Il mondo è Morto, non senti l’odore?”, tutto è già accaduto, tutto è già successo senza frastuono, nel silenzio più sordo e condiscendente: che ne è stato di noi, in tutto questo? Esiste ancora il miracolo dell’Altro? Che ne è dell’Uomo? Chitarra, tremolo e violino introducono a Forse un giorno, brano d’apertura del lavoro (che trovate in free download dal bandcamp della band in fondo a questo articolo), giocato sull’alternanza di pieno e vuoto, ambiente musicale su cui cresce la poesia di Molinaroli; alcune storture elettroniche cesellano le ritmiche cadenzate lungo questo quattro minuti e mezzo che preludono, in un finale in crescendo, allo shuffle dal vago sapore di bossa nova di Illuminazione Nr.1, lacerato dai fiati, malinconico e spezzato a metà da improvvise esplosioni rumoriste. Il terzo episodio del lavoro, Siamo Nati Lontano, è una vecchia conoscenza dei nostri affezionati lettori, che già avevano incontrato questo brano nel precedente La Conseguenza di Tutto: ma sono passati un paio d’anni e oggi il brano si giova di una struttura e di un lavoro di cesello che lo rendono decisamente il fratello maggiore del pezzo apprezzato in passato. Chitarra, basso e batteria mimano la forza quieta delle onde del mare, o il suo ricordo intrappolato nelle valve di una conchiglia accostata all’orecchio; riverberi distanti come distante è il luogo che evocano, un’elegante ballata completata da una delle poesie più belle che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, parole che a loro volta cullano e stordiscono fino alla conclusione, ancora una volta rumorista, in cui si spegne ogni suono, lentamente e inevitabilmente. Tutti Siamo Morti chiude il lavoro con ritmiche diseguali, divagazioni free sporcate ancora dal rumore, prima di un crescendo minaccioso che riporta alla Parola, al già compiuto: Siamo morti tutti, come negarlo,/ in quelle ore che sono luoghi non mappati/ di cui gli orologi non portano Il Segno./ Siamo morti tutti, come negarlo./ E come negare lo spietato dominio/ dell’ambizione alla rovina,/ come negare/di ciò che “non può essere detto”. Il brano si spegne negli echi e nei riverberi, con un loop che sembra alludere a quella sensazione che chiunque si sia guardato attorno nella propria esistenza deve aver conosciuto almeno una volta. Dunque, mi si potrà domandare, questo EP, queste quattro tracce, pongono fine alla fame di Poesia che a volte nemmeno ci rendiamo conto di avere? Certo che no, perché il loro vero obiettivo non è questo: la ragione di questo impegno è spingere a domandare, dal momento che, se è vero che le risposte invecchiano, le domande, quando ben poste, restano sempre attuali. Non ci si può avvicinare ad un’opera come questa con lo stesso spirito con cui si consumerebbe un cd di musichette indie, o un album di semplice musica leggera; La Fine Del Mondo non è solo questo, non è l’antidoto al dolore delle masse blandito sotto forma di mp3 o snocciolato come la parola dell’ultimo Messia ubriaco salito su un palco: di capipopolo ne abbiamo già troppi, tre quarti dei quali continuano a parlare proprio e soltanto in virtù del fatto di non aver niente da dire. La Fine Del Mondo non è il sottofondo conciliante del vostro bisogno di sentirvi riflessivi, una volta ogni tanto, o impegnati; La Fine Del Mondo è quello che succede quando all’urgenza della Parola si mescolano il piacere del Suono e la reale necessità dell’Altro, per generare il rumore che fa la vita abbandonata a spegnersi nell’indifferenza generale. Tutte queste parole forse servono solo a confondervi le idee, me ne rendo conto; ma in ultima istanza quello che vorrei riuscire a dire è che queste quattro tracce hanno il potere di spalancare tutto un mondo, un non-detto che abbiamo consapevolmente scelto di lasciare dietro le nostre spalle, aprendo la vista ad un’altra prospettiva, andando a cercare la parola che possa racchiudere qualcosa del significato umano di ciò che ci accade, e che sia una parola nuova, viva, mai ascoltata, reale e soprattutto nostra, anche se magari ancora non ce ne rendiamo conto. Perché in definitiva è questo che fa la vera Arte, sia essa letteratura, pittura, musica o cinema: fornisce nuovi punti di vista, nuove posizioni da cui guardare le cose, mescolando politica, filosofia, linguaggio, suono e tutto quello che volete allo scopo di disvelare qualcosa. Che esista o meno una Verità, giova ricordare come gli antichi greci si riferissero ad essa attraverso una parola che letteralmente significa “non nascosto”. Siamo consapevoli di come questo Siamo Nati Lontano possa costituire, per molti, un ascolto complesso: ma è pur vero che questa è la sua essenza, e che richiede ben altro che due orecchie e un lettore mp3 per essere apprezzato. Richiede il vostro tempo, il vostro cuore e il vostro cervello; richiede la vostra buona disposizione. Richiede disciplina, perché tutto ciò che conduce in qualche luogo comporta uno sforzo di adattamento. Richiede impegno. Ma premia con il ritrovato gusto della Parola, e con un linguaggio che ritorna ad essere il linguaggio del qui e ora, il nostro linguaggio, la nostra Parola. L’ascolto di queste quattro tracce premia spingendoci a recuperare qualcosa della nostra umanità che forse nemmeno ci rendevamo conto di aver smarrito, che semplicemente avevamo nascosto, ma che c’è ancora: l’appetito per la domanda, il gusto del dialogo, la necessità del confronto, il bisogno di non essere soli. Qualcosa che, a tutti gli effetti, ha sempre fatto parte della nostra natura, e che non possiamo in alcun modo permetterci di gettare al vento. È per questo che vi consiglio di ascoltare questo EP, perché vi costringerà a pensare, perché è bene essere consapevoli, come scriveva il buon vecchio David Foster Wallace ormai troppi anni fa, che “la Verità ti renderà libero. Ma solo quando avrà finito con te”. Cose che non tutti ti dicono ma che fa bene non dimenticare mai, nell’attesa che la bellezza, come promesso, salvi il mondo, o che almeno ci avvii verso la felicità, per dirla con Stendhal.

Siamo Nati Lontano EP nasce dalla collaborazione di Ass Cult Press e Salmone Rec., neonata etichetta indipendente; maggiori informazioni si possono reperire visitando il sito web di Simone Molinaroli, la pagina ufficiale del progetto su Facebook o ancora qui. Ah, e qui  trovate i testi di Molinaroli per questo EP. Buona lettura e buon ascolto… e soprattutto, adesso scaricatevi gratuitamente “Forse Un Giorno”!

Appunto tecnico- Da oggi riprendiamo il discorso della promozione, tramite le nostre brevi recensioni, della miglior musica emergente italiana. Causa disguidi tecnici, per adesso l’unico modo di reperire le vecchie recensioni già pubblicate da me e dal mio valido collega Carlo Venturini è quello di far riferimento alla colonna sinistra, nella sezione intitolata “Per mettere un po’ d’ordine”: sotto la dicitura “Tesori Nascosti” troverete tutti i vecchi post. Pazientate, per adesso: di meglio non si può fare. Grazie a tutti, e buona lettura!

"Urlo" (Howl), di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

Questo post arriva in ritardo: era stato pensato come recensione e invito alla visione al cinema, alla fine della scorsa estate, e si tramuta oggi, a causa dei nostri problemi di connessione (dei quali già a lungo si è parlato) in una specie di “consiglio per gli acquisti”, dato che l’opera in questione è disponibile già da un po’ in DVD. Tuttavia il consiglio credo mantenga la sua forza, se è vero che siamo nel 2011 e può sembrare quantomeno anacronistico incaponirsi a scrivere e dirigere un film sulla Poesia: se c’è qualcosa di cui ci sembra di poter fare a meno è proprio quello, la poesia. In fondo abbiamo i Baci Perugina, le canzonette, il mercato dell’intrattenimento mascherato da Letteratura, i reality show e la possibilità, sempre più concreta, di realizzare ogni nostro sogno. Non è un discorso banale, in realtà, anche se ammetto che possa sembrarlo: “ecco, la solita critica dei luoghi comuni della società, il solito intellettualismo mal indirizzato” etc. Quando ho visto Urlo, dei registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già premi oscar per il miglior documentario nel 1985 per The Times of Harvey Milk (solo Epstein) e nel 1990 per Common Threads: Stories from the Quilt (entrambi), ho pensato a più riprese di stare vedendo un film “a tesi”: ogni personaggio sembrava incarnare una precisa visione del mondo, e riproporla con invidiabile ottusità nel corso della storia; ogni personaggio sembrava rappresentare una precisa visione del mondo, somma sintesi di una dialettica cui l’opera dei due registi non sembrava essere interessata: ecco il critico accademico e parruccone che affonda la poesia di Ginsberg perché non sarebbe poesia Alta, il conservatore applicato all’Arte (uno dei più grandi controsensi che possano essere partoriti, ma mi rendo conto che detto nel paese che ancora vanta Sandro Bondi come Ministro della Cultura la portata del problema possa apparire sminuita); ecco invece la grande esperta di poesia che passa la sua vita a tradurre e riscrivere opere altrui in una mimesi sterile, convinta che solo l’imitazione possa sfociare nell’Arte e nella grande Letteratura, e che trova fastidiosa l’opera del giovane Ginsberg per il linguaggio esplicito, colorito, vivo (ovvero, il conservatore a tutti i livelli che bolla tutto ciò che è nuovo e diverso invariabilmente come malato); c’è l’avvocato che difende la moralità pubblica (non la morale, che è diverso) dai grandi pericoli portati dall’oscenità dei versi del poeta americano, versi che ovviamente non capisce (e rappresenta un po’ il popolo bove che si abbevera a fonti avvelenate nutrendosi di rassicurante, placido conformismo, unico antidoto ai pericoli di una vita libera); e c’è il poeta che scrive per mettersi davvero in contatto con se stesso, che riversa il suo intero animo nei versi e si comunica senza filtro, corpo nudo colto nell’estrema debolezza, disarmato e folle, che si consegna per ciò che è e non per ciò che, come fanno tanti, vorrebbe apparire. È da quest’ultima riflessione che sono dovuto ripartire per considerare seriamente questo film che in realtà è tre film in uno, dramma giudiziario (ricostruzione del processo per oscenità subito dal poema di Ginsberg Urlo e dal suo editore, quel Lawrence Ferlinghetti già a sua volta poeta e promotore culturale, punto di riferimento di un’intera grande generazione di autori americani), documentario sulla poesia con stralci di dichiarazioni di Ginsberg (ricostruito anch’esso, con Ginsberg a cui presta volto e voce uno straordinario James Franco), e la Poesia stessa, riproposta nelle immagini del primo reading di Urlo tenuto da Ginsberg (ancora interpretato da Franco, ovviamente) e vivificata attraverso l’immagine animata, animazioni che cercano di dare respiro e volume ulteriore a parole che, già da sole, non possono lasciare indifferenti. Così ho lentamente capito che Urlo è un gran film/ non film, o un ottimo documentario/ non documentario, che dir si voglia: attraverso un montaggio sapiente riesce a parlare della Poesia, dell’Ispirazione e del senso ultimo dell’Arte conferendo nuova vita a parole immortali. Probabilmente non tutto è allo stesso livello (ad esempio, per chi scrive, le sequenze animate non sono sempre all’altezza dei versi che vorrebbero commentare), forse (come già accennato) alcune necessità di scorrevolezza rischiano di far deragliare il treno sui binari di una schematizzazione troppo rigida, ma quel che resta vivo e pulsante è il nocciolo di purezza delle Parole: i registi riescono a dare forza a queste Parole, a questi Versi; il film non parla se non attraverso i versi di questo poema tanto pericoloso da essere processato (non il suo autore, che non si presenterà nemmeno in aula, ma il poema stesso, che non ha altre difese se non, appunto, se stesso). Forse l’idea di processare un poema può far sorridere, ma fa già meno ridere se si pensa come oggi, molto più semplicemente, ciò che è pericoloso venga lasciato appassire nell’indifferenza, senza ovviamente offrirgli l’opportunità di crescere. Che sarebbe accaduto se Ginsberg avesse scritto oggi questi versi nella società delle canzonette che impara le poesie a memoria per l’interrogazione con la mente volta unicamente allo sballo a (non più) desolata sottoveste alzata? Cosa riusciamo a imparare oggi del senso di vuoto, cosa capiamo delle prigioni nelle quali ci lasciamo intrappolare, dove andranno a disfarsi della vita divenuta inutile le menti migliori della nostra generazione? Che servizio stiamo facendo a noi stessi e a chi verrà dopo di noi, raschiando il fondo e svuotando l’esistenza di ogni succo e linfa vitale? Che cosa sappiamo affermare tra le troppe cose che siamo perfettamente in grado di negare con la spaventosa forza dell’indifferenza? Urlo è stato poema politico,e questo è innegabile, ma forse solo ad un primo sguardo: è Poesia carica di partecipazione giocosa della Meraviglia, che trae linfa dal dolore (che nessuno, purtroppo, può negare) per cercare di immaginare un mondo diverso, dove nessuno resti solo, dove Ginsberg può scrivere “Carl Solomon! Son con te a Rockland/ dove sei più matto di me/ son con te a Rockland/ dove devi sentirti molto strano[…]”, dove a ben guardare forse c’è qualcosa di santo persino nei cazzi dei nonni del Kansas, dove l’inferno artificiale degli elettroshock e degli psicofarmaci sconfina pericolosamente nell’inferno reale di desertificata solitudine che d’esser pazzi è in grado di convincere. Urlo è Poesia di vita, cacciata a gran voce nel mezzo del deserto: ricostruire. Da capo. Per questo il film di Epstein e Friedman è importante: ci spinge a domandarci quale sia il nostro Moloch, forse la foschia tabacco narcotica del Capitalismo, magari un amore che è petrolio e pietra senza fine, di sicuro un mostro i cui occhi son mille finestre cieche; ci spinge a non accontentarci della prosa da best seller alla quale ci sembra di dover aspirare d’esser ridotti, ma a desiderare qualcosa di nuovo, di diverso, un nuovo sguardo o un nuovo punto d’osservazione. Urlo faceva paura perché non era/ non è sclerotizzato; non era/ non è capace di lasciare indifferenti. E mi permetto di dire che, colto e fruito nei suoi valori, nemmeno il film lascia indifferenti, e riesce nel difficile compito di restituire in qualche modo la forza di versi in grado di cambiare il mondo.

18 Maggio 2010, Nadir@Stazione Leopolda, Firenze

Faccenda abbastanza inusuale, per il nostro blog, è raccontare un concerto: non che non sia mai stato fatto (ricordo almeno un’occasione, questa), e non che non si vedano concerti da queste parti, è solo che difficilmente se ne parla qui (più che altro per una malcelata nostra pigrizia). Ma stavolta vale la pena fare un’eccezione. Ieri sera alla Stazione Leopolda di Firenze è andato in scena, nell'ambito dell'edizione 2010 del festival della Fondazione Fabbrica Europa per le Arti Contemporanee, lo spettacolo del quartetto Nadir, formato da Elias Nardi (oud), Emanuele Le Pera (percussioni varie ed eventuali, e nello specifico douf, bendir, darbouka, riqq, gong, piatti, cartelli di rimozione forzata e la lista potrebbe proseguire), Edmondo Romano (fiati, clarinetti, sax) e, ultimo ma certo non per importanza, Ares Tavolazzi (contrabbasso); uno spettacolo incentrato su un elegante e interessantissimo incontro/scontro tra la tradizione classica mediorientale (araba- ottomana principalmente) e le forme aperte dell’improvvisazione jazzistica, mutuate da quella che ormai possiamo definire “tradizione occidentale”, sbocciata in Africa e ormai presente nei suoni di tutto il nostro mondo. Parlare di questo concerto non è semplice, e forse “sezionarlo” ed analizzarlo come fosse costituito da tanti mattoncini separati non è il modo migliore per “capire” l’esperienza che il quartetto propone, basata non sulla “divisione” ma su una sorta di metafisica “comunione” e fusione, quindi legata al tutto piuttosto che alla parte: attraverso l’esecuzione di brani propri, scritti prevalentemente da Nardi e arrangiati col resto della band, e di brani classici del repertorio tradizionale di compositori principalmente turchi e della zona “di Tigri e Eufrate”, quella che un tempo, prima di renderla obiettivo (o “target”, per dirla con un termine che va di moda) delle nostre bombe intelligenti, avremmo definito la culla della civiltà, il quartetto riesce nell’impresa di unire intimamente una componente fortemente spirituale (naturalmente presente nella musica in questione) con la forte e trascinante fisicità delle ritmiche inusuali, che trova espressione nell’atto stesso dell’esecuzione (in particolar modo per quel che riguarda le percussioni, per le quali la presenza scenica del fantastico Emanuele Le Pera risulta determinante nel restituire tutta una grande gamma di sensazioni, accompagnando di fatto lo spartito vero e proprio e “vivificandolo” ulteriormente). Che si tratti di riproporre composizioni Samai, di improvvisare totalmente da zero su ritmiche tradizionali sufi in 9/8 o prodursi in improvvisazioni e momenti solistici di elevatissimo livello; che si tratti di lasciar risuonare le corde dei propri strumenti in rarefatti intermezzi “quasi ambientali”, spingersi in infuocate “jam” su tempi dispari, quasi danzabili, o raffinare un interplay tra i musicisti già eccezionale, nonostante alcune piccole difficoltà tecniche con l’amplificazione del palco, in ogni caso il suono prosegue mescolandosi nelle due direzioni, raggiungendo contemporaneamente l’interno e lambendo l’esterno, accarezzando la pelle e l’anima, per così dire. Si vede, si sente e quasi si tocca con mano che questa musica è il prodotto di una civiltà estremamente raffinata, perché raffinato è il rapporto che in essa si instaura tra la spiritualità della composizione la fisicità della sua esecuzione, che trasfigura la melodia e il puro suono in un insieme di gesti capaci di allargarne il respiro e divenire anch’essi parte di una reale comunicazione tra l’artista e il suo pubblico, in una fruizione che pare riduttivo definire meramente inusuale. Al quartetto di Nardi riesce una magia non da poco: mettersi in comunicazione reale con l’uditorio pur attraverso una “forma” lontana anni luce dal linguaggio cui siamo abituati. Ma come per i bambini che si muovono a tentoni prima di porre saldamente un passo dietro l’altro, il gusto sta tutto nell’imparare.

Per approfondire, qui trovate il canale MySpace di Elias Nardi, con qualche brano interessante nel player. Buon ascolto!

Area, "1978. Gli Dei se ne vanno, gli Arrabbiati restano!" (1978)

Il 1977 degli Area trascorre nel tour Anto/ Logicamente, partito dal Teatro Uomo di Milano e accompagnato dall’omonimo strano greatest hits, contenente le canzoni più misconosciute della band, quelle in qualche modo dimenticate e trascurate, così da costituire un punto d’accesso laterale ma non meno interessante a quello che è stato il lavoro degli Area dai tempi di Arbeit Macht Frei all’ultimo Maledetti. Il tour consisteva in sostanza di uno show in due tempi, un primo che si apriva con Evaporazione per proseguire con Arbeit Macht Frei, Luglio, Agosto, Settembre (nero), L’abbattimento dello Zeppelin (tutti brani tratti da Arbeit Macht Frei), ZYG, Cometa Rossa e Lobotomia (da Caution Radiation Area) ed un secondo imperniato su brani tratti da Crac! e Maledetti, quali Il Massacro di Brandeburgo, L’Elefante Bianco, La Mela di Odessa, Gioia e Rivoluzione, Gerontocrazia, Scum, Giro Giro Tondo, il tutto condito da ulteriori “brani che cambiavano a seconda delle serate e che potevano includere anche cover di classici del rock & roll” (Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”). Il disco consisteva invece di sette brani, presentati, come da note di copertina, con queste testuali parole: “ Dalla miseria della critica alla critica della miseria (anche nella musica). Anto/logicamente, per riportare alla luce i brani nascosti, ignorati dai critici… e da molti altri”. Ovvio, ed evidente, come i rapporti con la critica musicale fossero tesissimi, e come fosse tra l’altro giunto il momento, per la Cramps e per gli Area, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Va detto che l’ambiente della critica musicale italiana, pur negli anni ’70, anni nei quali l’impegno non doveva essere una novità trascurabile, aveva sempre guardato con diffidenza all’universo artistico e concettuale chiamato Area, maggiormente attratto, probabilmente, dal potenziale di altre proposte più “facili” e, almeno per quel che mi riguarda, sostanzialmente inoffensive (e in questa generalizzazione, sbagliata in partenza proprio perché generalizzazione, e me ne rendo conto, [e mi rendo conto anche della possibilità di scatenare un vespaio] introduco buona parte di quel progressive italiano che, a partire dai nomi altisonanti, non ha saputo essere che una riproposizione di stilemi e modi nella quale oggi, a distanza di tanti anni, mi è difficile vedere qualcosa di più che una mera esibizione di capacità tecniche e strumentali e “commerciale” furbizia): sono passate alla storia le “battaglie cartacee” tra Stratos e Bertoncelli (anche se non è dato sapere quanto sincere e quanto “opportunistiche”), ma anche altrove è facile trovare conferma a questa sensazione di diffidenza nei confronti della musica degli Area, di volta in volta accusata di essere troppo volta alla ricerca timbrica, o di farsi latrice di un’eccessiva ideologizzazione. Personalmente, mi permetto di sottolineare come l’Arte effettivamente scomoda (l’unica Arte?) non possa mettere d’accordo tutti quanti: ed ecco che attorno agli Area è sempre regnata la divisione critica, ed è sempre mancata l’unanimità. In qualche modo la pubblicazione del disco di Anto/logicamente costituì, almeno nel lancio pubblicitario, l’occasione per questi “killer del pop” (come si definivano gli stessi Area) di prendersi qualche rivincita sulla critica. Ma i momenti davvero difficili erano ancora di là da venire. Con la fine del 1977, arriva infatti la defezione di Tofani: già negli anni passati gli Area si erano trovati ad affrontare abbandoni gravosi (si pensi solo a quello di Djivas, scippato dalla PFM dopo Arbeit Macht Frei, abbandono dal quale la band seppe risollevarsi, fortunatamente, col fondamentale ingresso di Tavolazzi), ma la dipartita del geniale alchimista dei suoni elettronici avrebbe rappresentato un vuoto assai difficile da colmare. Semplicemente, Tofani aveva cominciato a stare stretto dentro la “piccola gabbia” della pesante connotazione politica degli Area (“Un’artista è un’artista. Sì, può essere anche stimolato dalla società e da tutto quello che lo circonda (del resto nella storia dell’arte è sempre stato così), però ha anche la necessità di avere degli spazi propri per manifestare dell’altro. Invece lì c’era sempre questo stigma della politica, della sinistra super sinistra, “compagno di qui compagno di là”… una cosa che col passare del tempo diventava un po’ pesante e questo è stato uno dei motivi per cui me ne sono andato: mi sentivo come in una scatola rossa da cui non potevo uscire”, cfr. intervista effettuata da Coduto nel 2004, op. cit.): Tofani sentiva la necessità di staccarsi, e di realizzare il proprio sogno di un viaggio, “perché vorrei fare nuove esperienze di vita, e poi sulla strada continuare la mia ricerca musicale” (Coduto, op. cit.). Dopo gli iniziali screzi coi compagni, il geniale chitarrista accetterà di restare in studio con gli Area per aiutarli nella registrazione del nuovo disco, data la sua eccezionale competenza tecnica coi suoni; purtroppo però questa collaborazione non poté funzionare, causa incomprensioni generate dall’incontro di Tofani con la spiritualità Hare Krishna e la religiosità, incontro (pare) non ben accolto dagli altri membri della band, e che causò il distacco definitivo, ben prima del termine delle registrazioni di 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!. Oltre a questa defezione, un altro abbandono scosse il mondo Area, e cioè quello della Cramps: di fronte alle difficoltà economiche crescenti, l’etichetta di Gianni Sassi non era più in grado di assicurare agli Area il denaro che sarebbe servito per portare avanti la sperimentazione musicale intrapresa e anche, più prosaicamente, per sopravvivere. Questo fu probabilmente il principale dei motivi che spinsero la band a firmare un contratto con la CGD, etichetta alternativa della major Ascolto, creata da Caterina Caselli, che assicurava più mezzi e totale libertà creativa: in questo periodo, l’ultimo minimo contatto della band con la Cramps si incarnerà nella figura di Gianni Emilio Simonetti, che aiuterà gli Area nella fase compositiva ed anche nella stesura dei testi, essendo in quello stesso periodo coinvolto nello sviluppo del nuovo lavoro solista di Demetrio, Cantare la voce, realizzato ancora con la collana DiVerso della casa discografica di Gianni Sassi. Dunque, molte novità e molte sfide per questo 1978: per la prima volta “niente più riunioni alla Cramps, né lunghe discussioni sui brani da affrontare” (Coduto, op. cit.), tutto in mano a Stratos e compagni. Anche questo fa di 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! un’esperienza musicale ed artistica completamente diversa da quello che negli anni si era affermato come il classico “sound Area”, per così dire: Stratos & Co. non rinunciano affatto alla dimensione critica e concettuale della propria musica, e la stessa scelta del titolo, dovuta a Simonetti (cfr. Coduto, op. cit.), testimonia questa volontà di analizzare ancora i problemi con sguardo lucido, e si riferisce con ironia e arguzia al decennale del 1968, madre di tutte le rivoluzioni (miseramente fallite). Cosa resta dopo 10 anni di retorica rivoluzionaria? “Ci si rendeva conto della fine di un momento storico. Attorno a quelle date si chiudeva un importante periodo, un’epoca di accentuata sensibilità nei confronti del sociale e se ne apriva un’altra, molto più votata all’individualismo. Il nostro sguardo si volgeva anche, ironicamente, su chi, forse disilluso dal fallimento delle grandi rivoluzioni, invece di pensare a come ricominciare tutto da capo, “mollava” rinnegando il proprio pensiero critico e cercava un comodo posticino all’interno dell’establishment” (Patrizio Fariselli, intervista da pagine70.com). Gli Area ripartono da qui per proporci un disco diverso, venute meno buona parte delle asprezze elettroniche e avanguardistiche degli anni passati (dovute soprattutto, almeno per quanto riguarda l’elettronica, a Tofani), nel quale la cura degli aspetti ritmici affianca, fino a superare per importanza, la ricerca timbrica: 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! è un disco che mescola il jazz col rock, a tratti con vere e proprie tirate fusion, elementi presi da groove tipicamente funky e inattese aperture alla melodia diretta ed alla forma canzone, sporcando il tutto coi suoni sintetici di Fariselli e colorandolo con il complesso lavoro ritmico dell’affiatatissima coppia Capiozzo- Tavolazzi, fornendo un tessuto armonico più accessibile (per quanto non meno ricercato ed intelligente) sul quale Demetrio Stratos può dare prova dell’incredibile padronanza raggiunta nell’uso del proprio strumento, la Voce. In continuità con la scelta critica del “concept”, 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! ci introduce ad una galleria personaggi ai limiti, in qualche modo figure di rivoluzionari o protagonisti di esperienze ai margini, da Shanfara, poeta solitario (visse buona parte della sua vita in completa solitudine nel deserto del Hijaz) autore della qasida (un componimento arabo di 100-120 versi, generalmente politematico) cui si ispira Il Bandito del deserto, a Violette Nozières, figura di pluriomicida molto amata dai surrealisti che videro in lei il simbolo della “rivolta”, con in mezzo riferimenti alla presa della Bastiglia (Ici on Dance!), al maggio francese (Guardati dal mese vicino all’Aprile), all’orrore dei gulag, buco nero del socialismo reale (Return From Workuta) e ai sottili riferimenti psicoanalitici e socio-politici di Acrostico in memoria di Laio. Un background concettuale ampio e denso di significati, dunque. Musicalmente, Il Bandito del Deserto apre il lavoro riecheggiando nella melodia quelle tonalità mediterranee e mediorientali tipiche degli Area: il brano mette in mostra l’eccezionale lavoro al basso di Tavolazzi, qui su livelli altissimi, oltre all’incredibile carica emotiva del cantato di Stratos, che tra l’altro al termine della prima strofa ci dà esempio di un acuto di potenza ed espressività assolutamente inusuali (sporco e sbracato com’è, eccezionale specialmente se confrontato con la freddezza glaciale degli acuti cui ci abituano le voci odierne, per fare un esempio pensate ai Muse). Ma tutto il brano è una rincorsa a rotta di collo, come la corsa sghemba dello sciacallo cui il poeta Shanfara si paragona: un’apertura degna dei migliori Area. A seguire Interno con Figure e Luci, che cita nel libretto persino Nietzsche, e che è tutta costruita sul contrasto tra l’oscurità delle parti in cui entra in gioco la voce folle di Stratos e le parti, invece, strumentali, colorate e “luminose”, spesso ancora echeggianti melodie mediterranee. Il terzo brano rappresenta uno dei momenti di maggior forza emotiva, ed è Return from Workuta, sostenuto dai sintetizzatori e dal contrabbasso estremamente melodico di Tavolazzi a disegnare un’armonia senza tempo, sospesa, su cui si stagliano le flautofonie di Stratos, a descrivere l’esperienza di una rivoluzione tradita e svuotata di senso: come riporta il libretto, “ritorno da un buco nero della storia del comunismo bolscevico… C’è mancato poco che la scintilla -”iskra” – si spegnesse, scrive Lenin, piangendo.[…] Ritorno da un paradosso della storia che svuota di senso la collera morale del “manifesto” del ’48.” Guardati dal mese vicino all’Aprile riprende con forza l’analisi critica del fallimento della rivoluzione del ’68, lasciata a metà: musicalmente, all’esposizione del tema, fanno seguito i gorgheggi di Demetrio e poi, dopo la nuova riproposizione del tema, ancora la decostruzione dello stesso nelle note sghembe del piano di Fariselli, e “la distruzione del mythos si accompagna alla polverizzazione dell’harmonìa, nell’unico momento di free- jazz nell’ambito dell’album” (Gianpaolo Chiriacò, “Area. Musica e Rivoluzione”): d’altronde, citando ancora le note di copertina, “Dieci anni d’indebite euforie. Adesso che l’”annèe terrible” è lontano tutte le celebrazioni sono possibili. Ma l’amore o l’odio che lo circonda sono (ai nostri occhi) sospetti. 1968: il tramonto tragico di tutte le rivoluzioni impossibili ha sciolto l’ultimo abbraccio dei rivoluzionari/amanti, un’epoca si è chiusa per sempre. Ma perchè, allora, tutti si ostinano ad affermare il contrario? Guardati dal mese vicino all’aprile, dicono i contadini del meridione d’Italia che hanno imparato a temere i rovesci improvvisi di marzo. Guardati, compagno, dal mese di maggio, noi non siamo più gli eredi di nessuno, bisogna ricominciare tutto da capo!”. Hommage à Violette Nozières invece è forse il pezzo più orecchiabile dell’intero album, con la scelta azzeccata della mandola suonata da Tavolazzi, e la grande forza e chiarezza dello yodel e dei fraseggi di Stratos, davvero eccezionali sul finale: il brano prende spunto, come già detto, dal surrealismo, e surreale e straniante è l’effetto ottenuto, sullo sfondo dei tempi dispari imbastiti da Capiozzo. Ancora Ici on Dance! giunge a mettere in guardia dalla mistificazione della retorica, “Ici on dance! Per chi fa le rivoluzioni a metà la polvere della storia si mescola spesso con la cipria della trousse: tutto si perverte in souvenir!”: musicalmente, tra suoni sintetici e cori stranianti, si fa strada la ritmica devastante di Capiozzo- Tavolazzi, capace di dare al brano una spinta in più nei momenti strumentali, mentre la voce di Stratos è ancora padrona indiscussa della scena. Acrostico in memoria di Laio è un brano che invece non può non ricordare, nella sua struttura, il recitativo frammentato di altri pezzi del gruppo da L’abbattimento dello Zeppelin a, soprattutto, La mela di Odessa (1920), e si eleva in difesa del’isteria, definita da Breton e Lacan “stato mentale caratterizzato dalla sovversione dei rapporti tra il soggetto e il mondo… come di un supremo mezzo di espressione”, con un testo che è un pastiche psico- socio- politico recitato con grande verve da uno Stratos in evidente stato di grazia, scherzoso e serio al tempo stesso, veramente “isterico”, come da tema: sensazionale la ritmica funky imbastita nel finale del brano, “un elastico groove, sciupato dalle fiondate di synth” (Coduto, op. cit.). fff (festa, farina e forca) analizza con durezza il tema della festa (fondamentale per un gruppo cresciuto all’ombra dei festival musicali alternativi come quello di Parco Lambro, e via dicendo), che diventa sempre più aggregazione cieca in cui lo spettatore resta confinato di sotto dal palco, impedito ad entrare in reale contatto con l’arte, a farsi egli stesso artista: il tutto, su un tessuto musicale inizialmente arioso che si fa, sempre più, jazzistico. Chiude le danze Vodka Cola, denuncia clamorosamente in anticipo sui tempi (almeno vent’anni!) della globalizzazione e dei suoi metodi spersonalizzanti: e basterebbe questo a dare un’idea di quanto questo collettivo sapesse vedere nel futuro della nostra società. Il disco ebbe un’accoglienza migliore del solito, e i complimenti stavolta si sprecarono anche per Stratos: purtroppo però il gruppo dovette ben presto registrare innanzitutto alcuni gravosi problemi di comunicazione con la CGD, priva dei mezzi necessari a gestire una band del livello (concettuale ed artistico) degli Area, e che porteranno ad un prematuro divorzio dalla nuova etichetta, e poi, soprattutto, la frustrazione derivante dall’impossibilità di restituire dal vivo, al di fuori della sottile finzione dello studio di registrazione, l’energia dei brani di 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!. Un disco che, pur mancante delle arditezze sperimentali dei suoi predecessori, dimostra come la rabbia possa continuare ad avere una dimensione critica ben distinta dal nichilismo totale (e alla fine miseramente astratto) della peggiore estetica individualistica; un disco generoso come i suoi autori, generoso come Demetrio Stratos e il suo impegno appassionato e insieme totale; un disco che fa crescere il rammarico, pensando a cosa avrebbero potuto essere in seguito gli Area, a come avrebbero saputo cambiare, non fosse accaduta la tragedia di Demetrio. Con la morte di Stratos, si chiuse un’intera epoca di fermenti culturali reali nell’Italia dei ’70, un’epoca di ideali, di contraddizioni, di sbagli ma anche, forse soprattutto, di sincera passione, quella che oggi si fatica ancora a rintracciare, forse intrappolata nel solipsismo in cui ciascuno di noi si è lasciato rinchiudere: la musica degli Area ci insegna ancora oggi che un altro mondo è possibile. Sta a noi avere il coraggio di affrontare quello che non va e cambiare le cose, con le sole armi della critica, del pensiero, della parola, della musica. Dell’Arte: le uniche armi che valga la pena di usare.“Se non fosse successa la tragedia di Demetrio, credo che lui oggi sarebbe forse il cantante più prestigioso al mondo e gli Area sarebbero un gruppo mondiale (intendendo per mondiale tutti i mercati, anche quello mediorientale e orientale). Gli Area sarebbero il gruppo più vivace e con un respiro completamente mediterraneo.” (Gianni Sassi, nel decennale della morte di Demetrio Stratos)

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, “Area. Musica e Rivoluzione”, Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”, Auditorium Edizioni n. 35, 2005. Approfondimenti: trovate qui una recensione del disco, qui tutti i testi dei brani e i testi di accompagnamento dal libretto del disco, e infine qui un’interessante intervista a Fariselli.

Piccoli consigli musicali pre- natalizi: "Karl Marx Was A Broker", omonimo EP di debutto dei Karl Marx Was A Broker

È quasi natale e magari sotto l’albero qualcuno, che non l’avrebbe mai immaginato, troverà una sorpresa: Karl Marx Was A Broker, intesa come affermazione, ma anche, nello specifico, come nome di questo duo pistoiese, Marco al basso e agli effetti e Gianluca alla batteria. Il loro primo EP omonimo, registrato nello scorso novembre, è breve ed incisivo come una scheggia impazzita: cinque sole tracce, minimali nei titoli (la parola Marx seguita da un numero identificativo), interamente strumentali nella sostanza ma accompagnate da testi destinati alla lettura, incentrati sull’alienazione nelle nostre società e la necessità (di cui più volte si è parlato anche qui) di un reale cambiamento di “direzione” nella società: che poi questo debba coincidere o meno con gli auspici di Marx è un’altra storia, e probabilmente qui è anche fuori luogo parlarne, o se non altro esula dagli obiettivi di questo “consiglio musicale”. Dunque, perché dovreste ascoltare i Karl Marx Was A Broker (d’ora in avanti, KMWAB)? Batteria e basso sono un’accoppiata che, almeno come base di partenza, ha già fatto la “fortuna” di numerose band, primi tra tutti quegli ZU del sound dei quali l’esperienza KMWAB è certamente debitrice; l’idea dei testi in accompagnamento a brani strumentali, per “completare” e arricchire le sensazioni da questi offerte, può risultare bizzarra e magari non è neppure l’ultima novità; e certo, di musicisti davvero capaci è pieno il mondo. Ma quello che rende davvero particolare questo progetto è l’incontro- scontro da cui scaturisce il suono, quello tra due mondi abbastanza lontani come coordinate che nei KMWAB deflagrano in maniera inattesa: c’è l’incredibile potenza dei bassi, gli effetti e le loop station che mai fanno avvertire la mancanza di uno strumento più smaccatamente melodico come la classica chitarrona, della quale sembra sempre non si possa fare a meno in un gruppo rock che si rispetti, con un effetto a tratti decisamente “metallico” e a tratti estremamente “jazz”, ma mai ostico; e c’è un drumming che sembra discendere direttamente da una certa esperienza post-punk, new wave e disco, con qualche spruzzatina di funky. Un mix inatteso, che costituisce il punto di forza del sound proposto dalla band pistoiese. I brani si susseguono agili all’ascolto, dall’esordio trascinante dell’Intro, che sfocia in una melodia trascinante, agli impervi cambi di tempo di Marx 1, dettati da una serie di fantastiche variazioni al giro di basso; dalle pesanti distorsioni alternate allo slap di Marx 4 a quell’eccelso ibrido di tutte le sonorità sopra citate che è Marx 5, arricchita da un breve quanto significativo tema del basso che finisce per stamparsi nella memoria (o almeno, nella mia…) insieme alle straordinarie armonizzazioni dell’ultima parte del brano (realmente da applausi, ve lo dice uno che tenta di suonare il basso da anni…), fino all’ultimo episodio, Marx 6, in perenne bilico tra rumore e melodia, con una grande sovrapposizione di linee di basso che, anche se mi duole ripetermi, non fanno rimpiangere l’assenza di altri strumenti nella line- up della band. Può anche darsi che la rivoluzione non cada esattamente in cima alla lista dei vostri interessi, o che nutriate un’istintiva antipatia per Marx, che fosse o meno un broker; può anche essere che non abbiate, a cose normali, la forza di volontà per accostarvi ad un progetto di musica interamente strumentale per quanto accompagnata dai succitati testi; potreste nutrire un’innata antipatia per la commistione di asprezze metal e armonizzazioni jazzistiche accozzate a ritmiche disco/ punk/ funky; tutto può essere, il mondo è bello perché vario. Però, e in questo consiste il consiglio, io credo che una possibilità ai KMWAB andrebbe concessa, senza alcun timore di restare delusi. Perché, comunque, non accadrà: la gamma di riferimenti e ispirazioni, pur estremamente ampia, è efficacemente filtrata dalla sensibilità e dal gusto musicale dei due, e il risultato è comunque personale e “straniante” quanto basta, per quanto condotto all’interno di strutture evidentemente molto definite e ben elaborate, guidate dall’incedere solo apparentemente schizofrenico delle linee di basso, cui si somma una batteria ora incalzante, ora come presa a rincorrere i pattern ritmici del bassista, ora svincolata e libera di “disegnare” e riempire i vuoti a colpi di riverberi. Informatevi, ascoltate, scaricate l’ep della band, peraltro disponibile in download gratuito dai loro siti (leggasi più in basso), e fatevi una vostra opinione; e soprattutto seguite con attenzione questo nuovo progetto che in futuro, date le ottime premesse, non potrà che regalarci nuove interessanti evoluzioni… anche se questo è un discorso che mi sento di fare per molti altri gruppi, abbandonati nel mare magnum di internet a tal punto che l’eco della loro voce finisce per perdersi in cotale vastità. L’augurio è che, stavolta come in altri casi, questo non accada e i KMWAB ottengano lo spazio e l’attenzione che certamente meritano.

Approfondimenti: I Karl Marx Was A Broker, di contro alla loro recente formazione, vantano già una grossa presenza in rete. Qui trovate il loro sito ufficiale, da cui per ora si può soltanto giungere al loro MySpace (dove trovate lo streaming dei brani dell’ep, ed il link per il download gratuito) o inviarl loro una mail; qui ecco la pagina Facebook della band, e qui la pagina su last.fm con, di nuovo, i brani disponibili per l’ascolto. Ah, dimenticavo: qui il canale YouTube da cui ho pescato i video presenti all’interno del post. Buon ascolto!!!

Esce "La Metafisica Degli Alberi", il nostro terzo album

Metafisica? Che metafisica hanno quegli alberi?
Quella di essere verdi e chiomati e di avere rami
E quella di dare frutti al momento giusto, cosa che non ci fa pensare,
noi che non sappiamo accorgercene.
Ma quale metafisica meglio della loro,
che è quella di non sapere perché vivono
né sapere che non lo sanno?

(Fernando Pessoa, da “Il Guardiano di Greggi” di Alberto Caeiro)


Quando abbiamo deciso che Il Perfezionamento Dello Spreco avrebbe avuto un seguito, il titolo di questo seguito c’era già: l’avevo scovato una sera d’estate in libreria, scartabellando tra testi su Pollock (del genere “arte for dummies”, ad essere onesti fino in fondo) e raccolte poetiche di Fernando Pessoa. La Metafisica Degli Alberi, dunque: ma perché? Perché è un disco diverso dai precedenti, perché lo consideriamo una sorta di concept album incentrato sull’idea spinoziana delle “passioni tristi”, quelle che sole sembrano essere le passioni nella nostra epoca, sulla solitudine e sulla città, perché è un disco politico ed esplicito ma cerca di esserlo in maniera differente rispetto al suo predecessore. Per un gruppo che, come il nostro, ha scelto di definirsi “laboratorio”, la dimensione della sperimentazione è essenziale: una volta ottenuto qualcosa di buono (e nel nostro piccolo Il Perfezionamento Dello Spreco lo è stato), l’unica cosa che resta da fare è continuare. Continuare a provare, mescolare, stravolgere, cercare nuove direzioni, senza paura di distruggere qualcosa o di perdere quanto sin qui è stato fatto di bello. Alla fine sono talmente tante le cose che abbiamo cercato di concentrare in questo lavoro (e nel periodo che abbiamo trascorso a scrivere, suonare, registrare, perfezionare, rifare, rifare e ricominciare) che mi sembra sciocco fare un elenco, elenco che sarebbe comunque solo approssimativo: mi piacerebbe dire che ci hanno guidato le pennellate e i dripping di Jackson Pollock, o i tagli sulle tele di Lucio Fontana, o ispirazioni che vanno dai Radiohead all’elettronica glitch, dalle colonne sonore di Angelo Badalamenti alla musica un po’ orientaleggiante al jazz, da Pasolini al dadaismo a Mondrian a Rilke fino a chiudere il cerchio proprio con Pessoa… ma a cosa servirebbe? Al termine di questo elenco, restano solo tante parole accozzate un po’ a caso. Quello che è vero è che abbiamo cercato di cambiare, di evolvere, di cercare nuove strade e tracciare nuove direzioni, e, per una volta, piuttosto che giungere ad una meta, abbiamo tentato disperatamente di perderci un po’. Ne nasce un disco che è, di nuovo, in due versioni, singola e doppia: la versione singola contiene il lavoro vero e proprio, il “concetto” così come volevamo esprimerlo, dieci brani per poco più di quaranta minuti di musica; la versione doppia, oltre al dischetto succitato, contiene un disco bonus con cinque tracce ulteriori, cinque esperimenti un tantino più radicali, nella speranza di offrire un’ulteriore mezz’ora non convenzionale. Dietro tutto questo non c’è, vi prego di crederlo, la mera voglia di stupire: c’è la voglia di dire, la voglia di riscoprire un altro senso della parola Arte, quello che oggi accantoniamo più spesso, la voglia, come sempre, di coinvolgere chi si trovi tra le mani il dischetto strappandolo dalla passività del rapporto “musicista- ascoltatore” cui ogni giorno la rete commerciale che avvolge la musica sembra costringerci. Io non so voi come la vediate, ma personalmente quando mi avvicino all’Arte spero che essa mi indichi qualcosa di nuovo, di diverso, mi apra una strada e mi faccia sentire meno solo: questa è la sola cosa che speriamo La Metafisica Degli Alberi riesca, almeno una volta su un milione, a fare, pur con tutti i limiti di una registrazione, un mixaggio e quant’altro all’insegna dell’artigianalità più totale, oppure facendosi forte proprio di questo suo essere orgogliosamente lo– fi, che per noi significa la libertà di fare quel che ci pare e piace, e per voi… pure! Tra virgolette, abbiamo deciso di dare una forma e un’immagine alla nostra “sala di registrazione” (la trovate qui accanto), ironicamente ribattezzata Eos rec. lo scorso anno da Alessio, come fosse una qualche casa di produzione: non lo è, non nel senso canonico del termine, almeno, forse non ancora, per quanto da questo punto di vista abbiamo in programma una serie di collaborazioni con altri artisti della nostra zona, ma è un po’ casa nostra… e poi l’elefantino ci stava benone! Nel lasciarvi col nostro secondo video (che trovate anche più sotto), e con questo nuovo lavoro, ci sentiamo pertanto di rinnovare l’augurio fatto ai tempi de Il Perfezionamento Dello Spreco: che voi possiate ruminare a lungo su questa musica, anche se sappiamo bene come l’atto del ruminare non si adatti più di tanto all’uomo moderno. Quindi, ruminate ruminate ruminate: e per noi sarà già un successo.

Potete richiedere il cd (singolo o doppio) all’indirizzo mail eoslab@libero.it. Qui e qui trovate invece i video dei primi due singoli estratti da "La Metafisica Degli Alberi". Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto!

"The Deep", primo singolo dal nuovo album

In un laboratorio si fanno esperimenti, e questo pezzo è il nostro ultimo esperimento (in ordine di tempo): ascoltarlo come si ascolterebbe una qualsiasi canzone equivarrebbe a rimanere profondamente delusi. Abbiamo concepito questo brano come viaggio sonoro (un’installazione, per intendersi) all’interno dell’opera omonima di Jackson Pollock, una specie di "quattro passi nel quadro". Buona visione, e buon ascolto!

Area, "Event '76" (1976)

Event L’esibizione nell’aula magna dell’Università Statale di Milano, avvenuta il 27/10/1976, e documentata nel live indicativamente intitolato Event ‘76, è soltanto uno dei numerosi “eventi” culturali che hanno visto protagonisti gli Area in quell’anno decisamente florido, dal punto di vista artistico, per la band, nonostante le temporanee defezioni di Tavolazzi e Capiozzo. Nel bel mezzo delle registrazioni di quel “progetto- concetto di fanta- socio- politica” che prenderà il nome di Maledetti, agli Area si presenta l’occasione di suonare alla Statale, occupata, con il prezioso accompagnamento di due jazzisti di grande fama come Steve Lacy ai sassofoni e Paul Lytton alle percussioni. Il clima era a dir poco incandescente, e la platea si gonfiò presto di pubblico e, soprattutto, di musicisti ed esperti di jazz, attratti più che altro dalla presenza di Lacy e Lytton: gli Area decisero di “stupire” il pubblico accorso presentando una performance sui generis, un’esibizione unica e decisamente particolare in luogo di un più comune set di canzoni. D’altro canto, come lo stesso Demetrio ricorda in una ben nota intervista di Massimo Villa, “[…] questa era una cosa molto particolare, che si fa una volta, forse, nella vita, con questi due musicisti che sono di passaggio qui (quindi un indomani magari non ci saranno); abbiamo recuperato questo frammento dal disco Maledetti che si chiama Caos, l’abbiamo prolungato un pochino e l’abbiamo proposto” (Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”). In sostanza quindi gli Area proposero una versione estesa e ancor più estrema di Caos (Parte II), lo stesso brano che chiuderà Maledetti, proposto spezzato in due parti sul cd di Event ‘76, e un pezzo totalmente improvvisato che darà il titolo a questo inconsueto disco live. Sul palco, una disposizione non consueta: là dove avrebbe dovuto trovarsi la batteria di Capiozzo si potevano osservare percussioni ed oggetti vari, che di lì a poco avrebbero costituito gli strumenti di Lytton; al posto del Rhodes di Fariselli, e dei suoi sintetizzatori, un pianoforte preparato (non dimentichiamo che il 1977 vedrà la pubblicazione di Antropofagia, primo lavoro solista di Fariselli, nel quale l’uso dello strumento preparato troverà largo spazio); poi Lacy, col suo sax soprano, Tofani con chitarra e onnipresenti synth e Demetrio, con la sua incredibile voce. La serata era piovosa, e questo non è un dettaglio secondario. Dunque gli Area si presentarono sul palco intenzionati a replicare Caos (Parte II), seguendo l’invito di Cage ai musicisti ad improvvisare senza seguirsi gli uni con gli altri, suonando tutti insieme ma ciascuno separatamente dagli altri fino a spingersi molto oltre i confini del free- jazz, in territori largamente inesplorati dove l’improvvisazione potesse finalmente liberarsi da tutti quei topos che, nel tempo, avevano finito per ingabbiarla fino a negarne l’essenza stessa di “momento di libera espressione”: Event ‘76 documenta la ricerca di liberazione del musicista nel momento dell’improvvisazione. Ad ogni musicista vengono affidati cinque bigliettini, recanti ciascuno cinque stati di banalità emozionale da rappresentare col propri strumento indipendentemente dagli altri, “ipnosi, silenzio, violenza, ironia e sesso”: allo scoccare di tre minuti (diversamente da quanto avveniva nel disco Maledetti, nel quale ogni rotazione durava circa 90 secondi), i musicisti dovevano cambiare bigliettino e passare ad interpretare il successivo stato ivi descritto. Ne uscì fuori qualcosa di "assurdamente strano": sonorità improbabili delle percussioni, metalliche, quasi “industriali”, a tratti; suoni sintetizzati da Tofani che fanno da tappeto o si ergono, schizzando in tutte le direzioni; il pianismo inquieto di Fariselli, con i timbri del piano acustico sporcati dalla “preparazione” dello stesso con viti, chiodi e quant’altro; i sussulti ora melodici, ora sporchi del sax di Lacy e la voce, calda e mai “immobile”, ma sempre dinamica e “aperta”, di Demetrio, che si produce in vocalizzi estremi e avventurosi. Dicevo degli ombrelli, dettaglio non secondario: in effetti il pubblico accorso si attendeva probabilmente un concerto più canonico, con la proposta dei pezzi forti della band, da Luglio, Agosto, Settembre (nero) in giù, e trovarsi di fronte a questo strano esperimento dovette lasciare disorientata buona parte delle persone presenti. Pare che il pubblico iniziò ben presto a rumoreggiare, intuendo come la situazione non volgesse al meglio (ma qui invito tutti a leggersi lo spassosissimo resoconto della serata fatto da Fariselli sul suo sito personale, che troverete tra i link in fondo a questo post), salvo poi rassegnarsi e in qualche modo iniziare persino a collaborare, battendo i piedi come supporto alle ritmiche o aprendo e chiudendo a tempo i famosi ombrelli di cui poco fa: in qualche modo l’esperimento degli Area (probabilmente per sfinimento, ma tant’è), era riuscito a superare e rompere la barriera tra i musicisti sul palco ed il pubblico, un po’ come accadeva nella perfomance di Caos (Parte I), solo nella maniera opposta, quella testimoniata dalle modalità espressive di isolamento dei musicisti sperimentate in Caos (Parte II). C’è da credere che comunque gli Area si divertirono alquanto durante quella serata, e la scelta di presentarla su disco fu quantomeno coraggiosa, dato che questo Event ‘76 non si presenta certo come un prodotto di facile consumo: d’altro canto, la Cramps ci ha sempre abituato alla costanza con la quale ha saputo proporre al pubblico esperienze discografiche significative per quanto difficili, sacrificando spesso proprio l’aspetto economico. Sul momento, questo non sembrò essere un grande dramma. Negli anni a venire però, con la morte di quel Movimento ribattezzato proletariato giovanile (e il suo funerale al Festival di Parco Lambro del ’76), l’aumentare dei costi di gestione e il progressivo venir meno delle occasioni per la band di esibirsi dal vivo (uniche reali occasioni di guadagno, tra l’altro, perché si deve pur mangiare e va detto che i dischi degli Area, per quanto avessero un proprio pubblico di affezionati supporter, non vendevano certo quanto altre operazioni commerciali, già all’epoca), anche l’aspetto economico diverrà motivo del distacco della band dalla sua storica etichetta. In mezzo tra questa gravosa separazione ed il momento della registrazione di Event ‘76 ci sono ancora Maledetti, un tour (partito dal Teatro Uomo) accompagnato ad un “Greatest Hits” molto particolare, Anto/logicamente, contenente per lo più i pezzi maggiormente trascurati della band nei precedenti album, una pioggia di lavori solisti (Indicazioni, l’eccezionale opera seconda di Tofani, e il già citato Antropofagia di Fariselli) e purtroppo, all’alba del nuovo rapporto di lavoro con la CGD, etichetta “alternativa” della major Ascolto, la defezione di Tofani, sempre più interessato a proseguire nel suo nuovo cammino spirituale, affrontato con la consueta ricchezza d’animo e generosità. Event ‘76 in qualche modo chiude un’epoca, aprendo una del tutto nuova, almeno per gli Area: è un peccato che l’invito dei musicisti non sia stato colto e sviluppato negli anni, e chissà dove avrebbe potuto condurre. Restano le parole di Tofani, al microfono di Villa, a restituire l’emozione e le aspettative di quella serata: “Io mi sono divertito tantissimo, è stata un’esperienza interessantissima suonare con Lacy e Lytton ed è ovviamente chiaro che questo tipo di musica presenta delle difficoltà per quanto riguarda il pubblico, però bisogna iniziare una buona volta a farle, quindi secondo me va benissimo” (Coduto, op. cit.); ai nostri occhi, noi spettatori di un mondo musicale ridotto all’ombra di se stesso e ad una mera ombra dell’Arte, resta soprattutto l’amara attestazione che Cage fece a suo tempo, dopo aver dato quell’ormai noto “suggerimento” che sta alla base di Caos (Parte II), e cioè che “è difficile essere liberi”.

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, "Area. Musica e Rivoluzione", Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, "Il Libro degli Area", Auditorium Edizioni n. 35, 2005.

Approfondimenti: innanzitutto, dalle pagine del sito di Patrizio Fariselli è possibile leggere il famoso “resoconto” della serata citato nel testo, cliccando qui. Questa, invece, è l’unica recensione che sono stato in grado di reperire in rete. Buona lettura

"Third", Soft Machine

Curioso come un album nato in un momento di crisi e difficoltà per una band le cui individualità stanno prendendo sempre più il sopravvento sul senso di comune appartenenza ad un unicum possa configurarsi come un insuperato momento della loro discografia ma, volendo azzardare, dell’intera storia della musica rock. I Soft Machine registrano nel 1970 un album doppio nel quale ciascuna delle quattro facciate andrà ad essere occupata da altrettante suite, ognuna a firma di uno solo dei tre componenti, per così dire fissi o principali, della band (escludendo il fresco ingresso nell’organico di Dean e dei suoi fiati). L’album prenderà, come di consueto per i Soft Machine, il minimale titolo di Third, venendo a costituire il terzo episodio della discografia del gruppo e decreterà in un colpo solo il superamento di quello stesso genere appena nato e al quale spesso forzatamente (a mio avviso) si vuole far appartenere l’esperienza di questi artisti inglesi, il progressive, presentando una musica che va a porsi in territori prima inesplorati dove si incrociano jazz, melodia più tipicamente rock, avanguardia, piglio dadaista, minimalismo sperimentale, qualcosa di indefinibile ed indefinito. Come detto, una facciata per ogni membro della band: due ne avrà Mike Ratledge, pianista innamorato del minimalismo, una ciascuno Hugh Hopper, bassista pericolosamente attratto dal free- jazz, e il grandissimo Robert Wyatt, batterista e voce, che si ritaglia lo spazio per quello che a tutt’oggi è forse il più grande brano rock mai scritto, territorio libero per i suoi sperimentalismi vocali e per il suo personalissimo gusto per la melodia e la decostruzione giocosa e dadaista della stessa.
Third non lascia fiato, non lascia spazio, è qualcosa di totale e contemporaneamente indefinito, qualcosa che sembra di riuscire a stringere con mano solo per sentirlo sfuggire in continuazione un passetto più avanti, e queste non sono solo parole vuote: inserire il cd nel lettore per credere. Non è musica semplice, è l’esatto contrario, e forse, anche per la prevalenza strumentale (tre brani su quattro sono infatti “solo” strumentali), un oggetto criptico e intriso di difficoltà interpretative.
Il primo movimento di questa enorme sinfonia prende il nome di Facelift (prima parte e seconda parte), e porta la firma di Hugh Hopper: a dominare fin dall’inizio sono i droni del suo fuzz-bass, arricchiti da un ensemble di fiati dichiaratamente di stampo free- jazz ed una sezione ritmica che si giova del timbro jazzy dato da Wyatt in particolare con un curatissimo lavoro sui piatti. Facelift si presenta come un unico tumultuoso sviluppo jazzistico di un tema, che stempera in un eccezionale solo finale, il tutto dilatato magicamente a riempire quasi venti minuti di musica, di mutazione in mutazione, con una fluidità davvero impressionante. Quando si ascolta questo disco è difficile non pensare al sound appena lanciato dal Miles Davis di Bitches Brew, padre di tutta la fusion dei settanta: ma i Soft Machine vanno oltre, divertendosi a sovrapporre e sporcare tutto con rumori, registrazioni velocizzate o rallentate sovrapposte ad altre mandate al contrario ed un gusto tutto proprio per l’avanguardia musicale, che è poi il modo in cui si conclude questa Facelift. Il secondo movimento prende il titolo di Slightly All The Time (prima parte e seconda parte), ed è firmato Mark Ratledge, configurandosi come fusione personalissima di elementi jazz (a partire dalle ritmiche di basso e batteria e dai fiati) con un’impostazione di base minimalista: in sostanza, l’intero brano è costituito della sola cellula ritmica e melodica iniziale, ora accelerata ora rallentata, variata talvolta ritmicamente e talvolta melodicamente, comunque ripetuta per l’intera durata del brano. L’aspetto complessivo di questa suite è quello schizofrenico di un continuo andirivieni su e giù per la stessa figura, e questo è un processo che appartiene in toto alla miglior tradizione dei compositori minimalisti, da Steve Reich a Philip Glass. Un’accelerazione intorno ai sei minuti introduce ad un solo di flauto che coglie di sorpresa l’ascoltatore, e che si staglia per la sua armonica lentezza contro l’infuriare della ritmica imbastita dalla band, un soffio dolce che taglia in due il brano di contro ad una digressione ritmica veramente d’altri tempi che si richiude di nuovo sulla cellula tematica iniziale, ritornando a proporla con le consuete variazioni di velocità, ritmica e melodia. Un tour de force sensazionale, e questo non sarebbe ancora niente se subito dopo il passaggio affidato al flauto di Dobson non si tornasse sui fiati che imbastiscono un fraseggio semplicemente memorabile, a metà tra asprezze solistiche e raffinati rilassamenti melodici, su cui si staglia poi un violino graffiante e psichedelico (per non dire vagamente psicopatico). Resta una pulsazione costante sullo sfondo del brano, che si interrompe bruscamente per attaccare un nuovo nucleo tematico per basso e sax, spazializzato da sonorità elettroniche ed atmosferiche delle tastiere, un notturno del tutto distonico giustapposto all’interno del pezzo, accarezzato dai fiati, come un orizzonte che si chiuda su se stesso in modo dolcemente avvolgente. Da qui il ritorno al tema principale verso la chiusura. E se fin qui quello che leggete vi sembra incredibile, sappiate che la parte migliore deve ancora arrivare, ed è la terza facciata di questo lavoro eccezionale, composizione di Robert Wyatt intitolata Moon in June (prima parte e seconda parte), ancora più incredibile pensando che Dean si rifiutò coi suoi fiati di partecipare alla registrazione e Ratledge e Hopper contribuirono in minima parte: Moon in June si apre come brano per soli organo e batteria, ma quello che subito colpisce è la stratificazione e la geniale costruzione melodica di Wyatt, che da buon menestrello accosta tutta una serie di nuclei melodici assemblando un pezzo talmente folle da apparire, ad un ascolto distratto, del tutto privo di capo e coda. Si resta ancora oggi a bocca aperta di fronte al numero incalcolabile di variazioni melodiche e tematiche che si presentano lungo l’arco brano, il tutto sullo sfondo della fantastica voce di Wyatt. È fin troppo facile chiamare a raduno tutte le pulsioni dell’anima di fronte ad un brano dolente ma contemporaneamente folle, che sembra fatto apposta per parlare a quel nocciolo oscuro che affonda dentro ciascuno di noi. D’altro canto, la destrutturazione melodico/ritmico/armonica di cui questo movimento si nutre è figlia legittima della passione di Wyatt per il dadaismo e lo sperimentalismo più irriverente e, oserei dire, schizofrenico, e la verità è che credo di aver esaurito le parole per questo brano… che è davvero una continua sorpresa, se chi lo ascolta accetta di lasciarsi trasportare altrove. Il potenziale di rottura di Moon in June, che contemporaneamente è il pezzo più melodico in senso tradizionale dell’intero Third, è praticamente sconfinato, laddove disinnesca la musica melodica pop- rock con la sua gravida schizofrenia mescolando, sbattendo, aggiungendo, tagliando, in un ciclo fluido e continuo deprivato del centro. Una lunga, malinconica, dolcissima e violenta discesa, un discorso che per Wyatt è appena cominciato e conduce dritto a Rock Bottom e a quel capolavoro che è Sea Song. Provare per credere. E non siamo nemmeno a metà brano, mentre le invenzioni si succedono tra momenti veloci ed improvvise pause, rumoreggiare, sonorità impossibili, fughe distorte ed aperture melodiche di una bellezza francamente sconvolgente (almeno per chi scrive, per darvi un’idea, provate ad ascoltare intorno al minuto 9.40). Forse l’aggettivo che sto cercando, l’unico possibile per un brano tanto bello, è inarrivabile: di certo Moon in June è un brano struggente e dolce pur nelle sue spigolosità, che stempera presto nel rumore e nel puro suono per chiudersi in un lento e morbido eco di una nuova (un’altra!), e poi di un’altra ancora, linea melodica. Stiamo cadendo in fondo a quello stesso oceano di cui si nutre Sea Song, e nemmeno ce ne rendiamo conto. E dopo alcuni minuti di questo poderoso “feedback” ante-litteram, per così dire radiazione di fondo a testimonianza di un avvenuto big bang musicale, eccoci a Out-Bloody-Rageous (prima parte e seconda parte), una vera e propria odissea compositiva ancora firmata Ratledge, nella quale emerge tutto il minimalismo che il pianista tanto amava unito ad una vena altrove definità cervellotica ma a dir poco geniale: l’intro del brano, nello stile appunto del miglior minimalismo, consta di una serie di linee melodiche tra loro sovrapposte in maniera apparentemente casuale, che prendono a compenetrarsi e mescolarsi sospendendo l’atmosfera in uno spazio senza gravità per lasciar deflagrare di lì a poco, sul tappeto costruito da un serrato crescendo ritmico della band, i fiati di Dean. Imponente l’accompagnamento imbastito da basso e piano sulle spigolose linee disegnate dai fiati, accentato da un lavoro eccelso di Wyatt dietro i tamburi. La verità è che la struttura del brano è talmente ordinata da ingenerare la sensazione, espressa altrove, “come (di) pretendere di far entrare un piolo quadrato in un foro rotondo”: si sente tutto un magma strumentale che spinge per entrare dentro una struttura rigida, che spinge fino quasi a farla saltare, a tagliarla a metà in una sospensione in cui torna l’intro, a tagliarla a metà venendone a sua volta decapitato, mozzato sul più bello, per rientrare in punta di piedi sul piano di Ratledge, a cui si affiancano presto i fiati, decisamente atmosferici, e un basso “visivo” suonato da Hopper sotto un accompagnamento minimale di Wyatt, affidato quasi per intero ai piatti. L’incedere è magico, avvolgente, e finisce per sedurre, tutti gli strumenti vanno a salire in una tensione che, ancora una volta, non riuscirà a forzare la struttura rigida di un brano che è come un’eruzione, effusivo, lento e implacabile, in costante ebollizione e crescendo, mai dominato eppure nell’insieme magicamente racchiuso. Appunto, “un piolo quadrato in un foro rotondo”: l’impressionante ritmica finale chiude ancora nell’eco e nei riverberi che spengono letteralmente il brano nella stessa sovrapposizione minimalista iniziale, rimandando ancora l’esplosione violenta che ci si attende da un momento all’altro, e che non arriverà. Sempre per citare le parole di altri, “un teorema matematico più che un brano di musica, in una sorta di Big Crunch opposto al Big Bang di Moon in June”.
Third è un album complesso, quattro perle lontane anni luce da tutto quello che possiate aver mai ascoltato, e pertanto assolutamente da ascoltare, un album che lascia con l’anima in piena, e non sono solo parole. Provare per credere.

Approfondimenti: qui e qui potete leggere un paio di recensioni autorevoli ed interessanti, che sono servite da riferimento anche per le citazioni contenute in questo mio post. Buona lettura e soprattutto buon ascolto!