Il Mondo è Morto, non senti l’odore?
Si sente odore d’incenso e idrocarburi,
di eroina e trasmissioni elettorali.
Non senti il suono continuo
del calcolatore bizzarro che sancisce
la Sua Morte?
Non senti il canto degli Sterminati?
I traccianti nel cielo non sono
pirotecnie di compleanno
e nemmeno naufraghi in gommone
che segnalano disperati la posizione.
In televisione non ne danno notizia.
Guardie armate sparano
colpi d’avvertimento verso il cielo
per arrestare la marcia dei curiosi
e spesso un Tedesco vestito da Donna
parla della necessità del confronto,
ma necessariamente, nella Verità.
Il Mondo è Morto, non senti l’odore?
Non senti le trombe, gli sciacalli, gli avvoltoi
il buonumore raro del barista
che ti parla di un futuro improbabile
ti passa un bicchiere avvelenato
da un sorriso fuori tempo?
(Le profezie, la termodinamica, il buonsenso, la noia,
pronosticano in tempi diversi lo stesso evento
peraltro già avvenuto…)
(Simone Molinaroli)
A volte mi capita di pormi una domanda che, me ne rendo conto, ai più può apparire naif o comunque poco interessante, ma che invece è capace di darmi da pensare per parecchio tempo: che ne è stato della Poesia? Perché questo nostro mondo, l’aveva già capito Pasolini, è affetto da una terribile assenza di Poesia, è affamato di Parole, Suoni, Immagini che non siano quelle consuete, televisive, anestetizzate, vuote: questo nostro mondo, il nostro tempo, ha terribilmente bisogno della sua poesia, e di un suo linguaggio, anche se qua e là sembra non rendersene conto. È abbastanza bizzarro che, alla parola Poesia, l’uomo medio (noi tutti, ammettiamolo) voli col pensiero a qualche rima petrarchesca imparata ai tempi del liceo o, più spesso, allo sciabordare delle lavandare di pascoliana memoria, come ci fossimo tutti convinti del fatto che la Poesia esista tra i banchi di scuola, incartata e impacchettata dentro austeri libri coperti di polvere abbandonati su qualche scaffale; il rischio non è tanto il convincersi di questo, quanto evidentemente il rassegnarsi a questa convinzione. Perché la Poesia esiste ancora, è viva, il gusto della Parola non è estinto, la volontà di generare significato laddove non ci si attenderebbe di trovar più niente non si è spenta: è un fuoco molto flebile ma tutt’altro che domato, perché è necessario, è una delle cose che forse più di ogni altra ci identificano come esseri umani, dal momento che ci piace tanto considerarci superiori al resto della fauna (e della flora) che vivifica questo sassolino sperduto nell’universo. La Fine del Mondo, ma forse a questo punto lo avrete già capito, non è semplicemente un qualcosa di raggiunto e attestato, una semplice constatazione: è un punto di partenza e non di arrivo, è da questa constatazione che diventa possibile muovere attraverso il deserto di nietzscheana memoria, per così dire. Certo, è anche una band: Simone Molinaroli, poeta e performer pistoiese; Alessio Chiappelli, già voce e chitarra dei S.U.S.; Simone Naviragni al basso e Matteo Parlanti alla batteria, ad occuparsi della sezione ritmica, e infine Valentina Innocenti, danzatrice che accompagna questo combo nelle esibizioni dal vivo. Una band, quindi, un’idea e da oggi quattro tracce, un EP intitolato Siamo Nati Lontano. Ai più attenti tra voi non sarà sfuggito che già un paio d’anni fa, su queste pagine, avevamo avuto l’onore di consigliarvi un lavoro a nome dei S.U.S. e di Simone Molinaroli, La Conseguenza di Tutto EP (qui trovate uno streaming dei cinque brani di quel cd): cambiano i protagonisti, almeno per metà, ma non la sostanza. Così come La Conseguenza di Tutto rivelava un’urgenza fuori dal comune, questo Siamo Nati Lontano, fin dalla copertina, riprende il discorso da dove era stato lasciato, approfondendolo e spingendolo a definitiva maturazione, squarciando il velo e marciando verso una luce accecante che sembra indicare proprio un nuovo inizio: la prima cosa che salta all’orecchio dell’ascoltatore è il suono, estremamente più curato che in passato, nel quale si riconosce la mano di Gioele Valenti (forse più noto nella scena alternativa nostrana come HERSELF) al mix, e che si arricchisce di una carica che potremmo definire, semplicemente, “post-“, col rischio di incorrere in un paradosso che, nel mondo dell’Arte, ha inghiottito il senso da trent’anni a questa parte; che significa questo prefisso, “post-“? Il suono de La Fine Del Mondo assomiglia al boato sordo che segue una colossale implosione: come recitano i versi stessi di Molinaroli “Il mondo è Morto, non senti l’odore?”, tutto è già accaduto, tutto è già successo senza frastuono, nel silenzio più sordo e condiscendente: che ne è stato di noi, in tutto questo? Esiste ancora il miracolo dell’Altro? Che ne è dell’Uomo? Chitarra, tremolo e violino introducono a Forse un giorno, brano d’apertura del lavoro (che trovate in free download dal bandcamp della band in fondo a questo articolo), giocato sull’alternanza di pieno e vuoto, ambiente musicale su cui cresce la poesia di Molinaroli; alcune storture elettroniche cesellano le ritmiche cadenzate lungo questo quattro minuti e mezzo che preludono, in un finale in crescendo, allo shuffle dal vago sapore di bossa nova di Illuminazione Nr.1, lacerato dai fiati, malinconico e spezzato a metà da improvvise esplosioni rumoriste. Il terzo episodio del lavoro, Siamo Nati Lontano, è una vecchia conoscenza dei nostri affezionati lettori, che già avevano incontrato questo brano nel precedente La Conseguenza di Tutto: ma sono passati un paio d’anni e oggi il brano si giova di una struttura e di un lavoro di cesello che lo rendono decisamente il fratello maggiore del pezzo apprezzato in passato. Chitarra, basso e batteria mimano la forza quieta delle onde del mare, o il suo ricordo intrappolato nelle valve di una conchiglia accostata all’orecchio; riverberi distanti come distante è il luogo che evocano, un’elegante ballata completata da una delle poesie più belle che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, parole che a loro volta cullano e stordiscono fino alla conclusione, ancora una volta rumorista, in cui si spegne ogni suono, lentamente e inevitabilmente. Tutti Siamo Morti chiude il lavoro con ritmiche diseguali, divagazioni free sporcate ancora dal rumore, prima di un crescendo minaccioso che riporta alla Parola, al già compiuto: Siamo morti tutti, come negarlo,/ in quelle ore che sono luoghi non mappati/ di cui gli orologi non portano Il Segno./ Siamo morti tutti, come negarlo./ E come negare lo spietato dominio/ dell’ambizione alla rovina,/ come negare/di ciò che “non può essere detto”. Il brano si spegne negli echi e nei riverberi, con un loop che sembra alludere a quella sensazione che chiunque si sia guardato attorno nella propria esistenza deve aver conosciuto almeno una volta. Dunque, mi si potrà domandare, questo EP, queste quattro tracce, pongono fine alla fame di Poesia che a volte nemmeno ci rendiamo conto di avere? Certo che no, perché il loro vero obiettivo non è questo: la ragione di questo impegno è spingere a domandare, dal momento che, se è vero che le risposte invecchiano, le domande, quando ben poste, restano sempre attuali. Non ci si può avvicinare ad un’opera come questa con lo stesso spirito con cui si consumerebbe un cd di musichette indie, o un album di semplice musica leggera; La Fine Del Mondo non è solo questo, non è l’antidoto al dolore delle masse blandito sotto forma di mp3 o snocciolato come la parola dell’ultimo Messia ubriaco salito su un palco: di capipopolo ne abbiamo già troppi, tre quarti dei quali continuano a parlare proprio e soltanto in virtù del fatto di non aver niente da dire. La Fine Del Mondo non è il sottofondo conciliante del vostro bisogno di sentirvi riflessivi, una volta ogni tanto, o impegnati; La Fine Del Mondo è quello che succede quando all’urgenza della Parola si mescolano il piacere del Suono e la reale necessità dell’Altro, per generare il rumore che fa la vita abbandonata a spegnersi nell’indifferenza generale. Tutte queste parole forse servono solo a confondervi le idee, me ne rendo conto; ma in ultima istanza quello che vorrei riuscire a dire è che queste quattro tracce hanno il potere di spalancare tutto un mondo, un non-detto che abbiamo consapevolmente scelto di lasciare dietro le nostre spalle, aprendo la vista ad un’altra prospettiva, andando a cercare la parola che possa racchiudere qualcosa del significato umano di ciò che ci accade, e che sia una parola nuova, viva, mai ascoltata, reale e soprattutto nostra, anche se magari ancora non ce ne rendiamo conto. Perché in definitiva è questo che fa la vera Arte, sia essa letteratura, pittura, musica o cinema: fornisce nuovi punti di vista, nuove posizioni da cui guardare le cose, mescolando politica, filosofia, linguaggio, suono e tutto quello che volete allo scopo di disvelare qualcosa. Che esista o meno una Verità, giova ricordare come gli antichi greci si riferissero ad essa attraverso una parola che letteralmente significa “non nascosto”. Siamo consapevoli di come questo Siamo Nati Lontano possa costituire, per molti, un ascolto complesso: ma è pur vero che questa è la sua essenza, e che richiede ben altro che due orecchie e un lettore mp3 per essere apprezzato. Richiede il vostro tempo, il vostro cuore e il vostro cervello; richiede la vostra buona disposizione. Richiede disciplina, perché tutto ciò che conduce in qualche luogo comporta uno sforzo di adattamento. Richiede impegno. Ma premia con il ritrovato gusto della Parola, e con un linguaggio che ritorna ad essere il linguaggio del qui e ora, il nostro linguaggio, la nostra Parola. L’ascolto di queste quattro tracce premia spingendoci a recuperare qualcosa della nostra umanità che forse nemmeno ci rendevamo conto di aver smarrito, che semplicemente avevamo nascosto, ma che c’è ancora: l’appetito per la domanda, il gusto del dialogo, la necessità del confronto, il bisogno di non essere soli. Qualcosa che, a tutti gli effetti, ha sempre fatto parte della nostra natura, e che non possiamo in alcun modo permetterci di gettare al vento. È per questo che vi consiglio di ascoltare questo EP, perché vi costringerà a pensare, perché è bene essere consapevoli, come scriveva il buon vecchio David Foster Wallace ormai troppi anni fa, che “la Verità ti renderà libero. Ma solo quando avrà finito con te”. Cose che non tutti ti dicono ma che fa bene non dimenticare mai, nell’attesa che la bellezza, come promesso, salvi il mondo, o che almeno ci avvii verso la felicità, per dirla con Stendhal.
Siamo Nati Lontano EP nasce dalla collaborazione di Ass Cult Press e Salmone Rec., neonata etichetta indipendente; maggiori informazioni si possono reperire visitando il sito web di Simone Molinaroli, la pagina ufficiale del progetto su Facebook o ancora qui. Ah, e qui trovate i testi di Molinaroli per questo EP. Buona lettura e buon ascolto… e soprattutto, adesso scaricatevi gratuitamente “Forse Un Giorno”!
Appunto tecnico- Da oggi riprendiamo il discorso della promozione, tramite le nostre brevi recensioni, della miglior musica emergente italiana. Causa disguidi tecnici, per adesso l’unico modo di reperire le vecchie recensioni già pubblicate da me e dal mio valido collega Carlo Venturini è quello di far riferimento alla colonna sinistra, nella sezione intitolata “Per mettere un po’ d’ordine”: sotto la dicitura “Tesori Nascosti” troverete tutti i vecchi post. Pazientate, per adesso: di meglio non si può fare. Grazie a tutti, e buona lettura!


Faccenda abbastanza inusuale, per il nostro blog, è raccontare un concerto: non che non sia mai stato fatto (ricordo almeno un’occasione, 


L’esibizione nell’aula magna dell’Università Statale di Milano, avvenuta il 27/10/1976, e documentata nel live indicativamente intitolato Event ‘76, è soltanto uno dei numerosi “eventi” culturali che hanno visto protagonisti gli Area in quell’anno decisamente florido, dal punto di vista artistico, per la band, nonostante le temporanee defezioni di Tavolazzi e Capiozzo. Nel bel mezzo delle registrazioni di quel “progetto- concetto di fanta- socio- politica” che prenderà il nome di Maledetti, agli Area si presenta l’occasione di suonare alla Statale, occupata, con il prezioso accompagnamento di due jazzisti di grande fama come Steve Lacy ai sassofoni e Paul Lytton alle percussioni. Il clima era a dir poco incandescente, e la platea si gonfiò presto di pubblico e, soprattutto, di musicisti ed esperti di jazz, attratti più che altro dalla presenza di Lacy e Lytton: gli Area decisero di “stupire” il pubblico accorso presentando una performance sui generis, un’esibizione unica e decisamente particolare in luogo di un più comune set di canzoni. D’altro canto, come lo stesso Demetrio ricorda in una ben nota intervista di Massimo Villa, “[…] questa era una cosa molto particolare, che si fa una volta, forse, nella vita, con questi due musicisti che sono di passaggio qui (quindi un indomani magari non ci saranno); abbiamo recuperato questo frammento dal disco Maledetti che si chiama Caos, l’abbiamo prolungato un pochino e l’abbiamo proposto” (Domenico Coduto, “Il Libro degli Area”). In sostanza quindi gli Area proposero una versione estesa e ancor più estrema di Caos (Parte II), lo stesso brano che chiuderà Maledetti, proposto spezzato in due parti sul cd di Event ‘76, e un pezzo totalmente improvvisato che darà il titolo a questo inconsueto disco live. Sul palco, una disposizione non consueta: là dove avrebbe dovuto trovarsi la batteria di Capiozzo si potevano osservare percussioni ed oggetti vari, che di lì a poco avrebbero costituito gli strumenti di Lytton; al posto del Rhodes di Fariselli, e dei suoi sintetizzatori, un pianoforte preparato (non dimentichiamo che il 1977 vedrà la pubblicazione di Antropofagia, primo lavoro solista di Fariselli, nel quale l’uso dello strumento preparato troverà largo spazio); poi Lacy, col suo sax soprano, Tofani con chitarra e onnipresenti synth e Demetrio, con la sua incredibile voce. La serata era piovosa, e questo non è un dettaglio secondario. Dunque gli Area si presentarono sul palco intenzionati a replicare Caos (Parte II), seguendo l’invito di Cage ai musicisti ad improvvisare senza seguirsi gli uni con gli altri, suonando tutti insieme ma ciascuno separatamente dagli altri fino a spingersi molto oltre i confini del free- jazz, in territori largamente inesplorati dove l’improvvisazione potesse finalmente liberarsi da tutti quei topos che, nel tempo, avevano finito per ingabbiarla fino a negarne l’essenza stessa di “momento di libera espressione”: Event ‘76 documenta la ricerca di liberazione del musicista nel momento dell’improvvisazione. Ad ogni musicista vengono affidati cinque bigliettini, recanti ciascuno cinque stati di banalità emozionale da rappresentare col propri strumento indipendentemente dagli altri, “ipnosi, silenzio, violenza, ironia e sesso”: allo scoccare di tre minuti (diversamente da quanto avveniva nel disco Maledetti, nel quale ogni rotazione durava circa 90 secondi), i musicisti dovevano cambiare bigliettino e passare ad interpretare il successivo stato ivi descritto. Ne uscì fuori qualcosa di "assurdamente strano": sonorità improbabili delle percussioni, metalliche, quasi “industriali”, a tratti; suoni sintetizzati da Tofani che fanno da tappeto o si ergono, schizzando in tutte le direzioni; il pianismo inquieto di Fariselli, con i timbri del piano acustico sporcati dalla “preparazione” dello stesso con viti, chiodi e quant’altro; i sussulti ora melodici, ora sporchi del sax di Lacy e la voce, calda e mai “immobile”, ma sempre dinamica e “aperta”, di Demetrio, che si produce in vocalizzi estremi e avventurosi. Dicevo degli ombrelli, dettaglio non secondario: in effetti il pubblico accorso si attendeva probabilmente un concerto più canonico, con la proposta dei pezzi forti della band, da Luglio, Agosto, Settembre (nero) in giù, e trovarsi di fronte a questo strano esperimento dovette lasciare disorientata buona parte delle persone presenti. Pare che il pubblico iniziò ben presto a rumoreggiare, intuendo come la situazione non volgesse al meglio (ma qui invito tutti a leggersi lo spassosissimo resoconto della serata fatto da Fariselli sul suo sito personale, che troverete tra i link in fondo a questo post), salvo poi rassegnarsi e in qualche modo iniziare persino a collaborare, battendo i piedi come supporto alle ritmiche o aprendo e chiudendo a tempo i famosi ombrelli di cui poco fa: in qualche modo l’esperimento degli Area (probabilmente per sfinimento, ma tant’è), era riuscito a superare e rompere la barriera tra i musicisti sul palco ed il pubblico, un po’ come accadeva nella perfomance di Caos (Parte I), solo nella maniera opposta, quella testimoniata dalle modalità espressive di isolamento dei musicisti sperimentate in Caos (Parte II). C’è da credere che comunque gli Area si divertirono alquanto durante quella serata, e la scelta di presentarla su disco fu quantomeno coraggiosa, dato che questo Event ‘76 non si presenta certo come un prodotto di facile consumo: d’altro canto, la Cramps ci ha sempre abituato alla costanza con la quale ha saputo proporre al pubblico esperienze discografiche significative per quanto difficili, sacrificando spesso proprio l’aspetto economico. Sul momento, questo non sembrò essere un grande dramma. Negli anni a venire però, con la morte di quel Movimento ribattezzato proletariato giovanile (e il suo funerale al Festival di Parco Lambro del ’76), l’aumentare dei costi di gestione e il progressivo venir meno delle occasioni per la band di esibirsi dal vivo (uniche reali occasioni di guadagno, tra l’altro, perché si deve pur mangiare e va detto che i dischi degli Area, per quanto avessero un proprio pubblico di affezionati supporter, non vendevano certo quanto altre operazioni commerciali, già all’epoca), anche l’aspetto economico diverrà motivo del distacco della band dalla sua storica etichetta. In mezzo tra questa gravosa separazione ed il momento della registrazione di Event ‘76 ci sono ancora Maledetti, un tour (partito dal Teatro Uomo) accompagnato ad un “Greatest Hits” molto particolare, Anto/logicamente, contenente per lo più i pezzi maggiormente trascurati della band nei precedenti album, una pioggia di lavori solisti (Indicazioni, l’eccezionale opera seconda di Tofani, e il già citato Antropofagia di Fariselli) e purtroppo, all’alba del nuovo rapporto di lavoro con la CGD, etichetta “alternativa” della major Ascolto, la defezione di Tofani, sempre più interessato a proseguire nel suo nuovo cammino spirituale, affrontato con la consueta ricchezza d’animo e generosità. Event ‘76 in qualche modo chiude un’epoca, aprendo una del tutto nuova, almeno per gli Area: è un peccato che l’invito dei musicisti non sia stato colto e sviluppato negli anni, e chissà dove avrebbe potuto condurre. Restano le parole di Tofani, al microfono di Villa, a restituire l’emozione e le aspettative di quella serata: “Io mi sono divertito tantissimo, è stata un’esperienza interessantissima suonare con Lacy e Lytton ed è ovviamente chiaro che questo tipo di musica presenta delle difficoltà per quanto riguarda il pubblico, però bisogna iniziare una buona volta a farle, quindi secondo me va benissimo” (Coduto, op. cit.); ai nostri occhi, noi spettatori di un mondo musicale ridotto all’ombra di se stesso e ad una mera ombra dell’Arte, resta soprattutto l’amara attestazione che Cage fece a suo tempo, dopo aver dato quell’ormai noto “suggerimento” che sta alla base di Caos (Parte II), e cioè che “è difficile essere liberi”.

