Questo post arriva in ritardo: era stato pensato come recensione e invito alla visione al cinema, alla fine della scorsa estate, e si tramuta oggi, a causa dei nostri problemi di connessione (dei quali già a lungo si è parlato) in una specie di “consiglio per gli acquisti”, dato che l’opera in questione è disponibile già da un po’ in DVD. Tuttavia il consiglio credo mantenga la sua forza, se è vero che siamo nel 2011 e può sembrare quantomeno anacronistico incaponirsi a scrivere e dirigere un film sulla Poesia: se c’è qualcosa di cui ci sembra di poter fare a meno è proprio quello, la poesia. In fondo abbiamo i Baci Perugina, le canzonette, il mercato dell’intrattenimento mascherato da Letteratura, i reality show e la possibilità, sempre più concreta, di realizzare ogni nostro sogno. Non è un discorso banale, in realtà, anche se ammetto che possa sembrarlo: “ecco, la solita critica dei luoghi comuni della società, il solito intellettualismo mal indirizzato” etc. Quando ho visto Urlo, dei registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già premi oscar per il miglior documentario nel 1985 per The Times of Harvey Milk (solo Epstein) e nel 1990 per Common Threads: Stories from the Quilt (entrambi), ho pensato a più riprese di stare vedendo un film “a tesi”: ogni personaggio sembrava incarnare una precisa visione del mondo, e riproporla con invidiabile ottusità nel corso della storia; ogni personaggio sembrava rappresentare una precisa visione del mondo, somma sintesi di una dialettica cui l’opera dei due registi non sembrava essere interessata: ecco il critico accademico e parruccone che affonda la poesia di Ginsberg perché non sarebbe poesia Alta, il conservatore applicato all’Arte (uno dei più grandi controsensi che possano essere partoriti, ma mi rendo conto che detto nel paese che ancora vanta Sandro Bondi come Ministro della Cultura la portata del problema possa apparire sminuita); ecco invece la grande esperta di poesia che passa la sua vita a tradurre e riscrivere opere altrui in una mimesi sterile, convinta che solo l’imitazione possa sfociare nell’Arte e nella grande Letteratura, e che trova fastidiosa l’opera del giovane Ginsberg per il linguaggio esplicito, colorito, vivo (ovvero, il conservatore a tutti i livelli che bolla tutto ciò che è nuovo e diverso invariabilmente come malato); c’è l’avvocato che difende la moralità pubblica (non la morale, che è diverso) dai grandi pericoli portati dall’oscenità dei versi del poeta americano, versi che ovviamente non capisce (e rappresenta un po’ il popolo bove che si abbevera a fonti avvelenate nutrendosi di rassicurante, placido conformismo, unico antidoto ai pericoli di una vita libera); e c’è il poeta che scrive per mettersi davvero in contatto con se stesso, che riversa il suo intero animo nei versi e si comunica senza filtro, corpo nudo colto nell’estrema debolezza, disarmato e folle, che si consegna per ciò che è e non per ciò che, come fanno tanti, vorrebbe apparire. È da quest’ultima riflessione che sono dovuto ripartire per considerare seriamente questo film che in realtà è tre film in uno, dramma giudiziario (ricostruzione del processo per oscenità subito dal poema di Ginsberg Urlo e dal suo editore, quel Lawrence Ferlinghetti già a sua volta poeta e promotore culturale, punto di riferimento di un’intera grande generazione di autori americani), documentario sulla poesia con stralci di dichiarazioni di Ginsberg (ricostruito anch’esso, con Ginsberg a cui presta volto e voce uno straordinario James Franco), e la Poesia stessa, riproposta nelle immagini del primo reading di Urlo tenuto da Ginsberg (ancora interpretato da Franco, ovviamente) e vivificata attraverso l’immagine animata, animazioni che cercano di dare respiro e volume ulteriore a parole che, già da sole, non possono lasciare indifferenti. Così ho lentamente capito che Urlo è un gran film/ non film, o un ottimo documentario/ non documentario, che dir si voglia: attraverso un montaggio sapiente riesce a parlare della Poesia, dell’Ispirazione e del senso ultimo dell’Arte conferendo nuova vita a parole immortali. Probabilmente non tutto è allo stesso livello (ad esempio, per chi scrive, le sequenze animate non sono sempre all’altezza dei versi che vorrebbero commentare), forse (come già accennato) alcune necessità di scorrevolezza rischiano di far deragliare il treno sui binari di una schematizzazione troppo rigida, ma quel che resta vivo e pulsante è il nocciolo di purezza delle Parole: i registi riescono a dare forza a queste Parole, a questi Versi; il film non parla se non attraverso i versi di questo poema tanto pericoloso da essere processato (non il suo autore, che non si presenterà nemmeno in aula, ma il poema stesso, che non ha altre difese se non, appunto, se stesso). Forse l’idea di processare un poema può far sorridere, ma fa già meno ridere se si pensa come oggi, molto più semplicemente, ciò che è pericoloso venga lasciato appassire nell’indifferenza, senza ovviamente offrirgli l’opportunità di crescere. Che sarebbe accaduto se Ginsberg avesse scritto oggi questi versi nella società delle canzonette che impara le poesie a memoria per l’interrogazione con la mente volta unicamente allo sballo a (non più) desolata sottoveste alzata? Cosa riusciamo a imparare oggi del senso di vuoto, cosa capiamo delle prigioni nelle quali ci lasciamo intrappolare, dove andranno a disfarsi della vita divenuta inutile le menti migliori della nostra generazione? Che servizio stiamo facendo a noi stessi e a chi verrà dopo di noi, raschiando il fondo e svuotando l’esistenza di ogni succo e linfa vitale? Che cosa sappiamo affermare tra le troppe cose che siamo perfettamente in grado di negare con la spaventosa forza dell’indifferenza? Urlo è stato poema politico,e questo è innegabile, ma forse solo ad un primo sguardo: è Poesia carica di partecipazione giocosa della Meraviglia, che trae linfa dal dolore (che nessuno, purtroppo, può negare) per cercare di immaginare un mondo diverso, dove nessuno resti solo, dove Ginsberg può scrivere “Carl Solomon! Son con te a Rockland/ dove sei più matto di me/ son con te a Rockland/ dove devi sentirti molto strano[…]”, dove a ben guardare forse c’è qualcosa di santo persino nei cazzi dei nonni del Kansas, dove l’inferno artificiale degli elettroshock e degli psicofarmaci sconfina pericolosamente nell’inferno reale di desertificata solitudine che d’esser pazzi è in grado di convincere. Urlo è Poesia di vita, cacciata a gran voce nel mezzo del deserto: ricostruire. Da capo. Per questo il film di Epstein e Friedman è importante: ci spinge a domandarci quale sia il nostro Moloch, forse la foschia tabacco narcotica del Capitalismo, magari un amore che è petrolio e pietra senza fine, di sicuro un mostro i cui occhi son mille finestre cieche; ci spinge a non accontentarci della prosa da best seller alla quale ci sembra di dover aspirare d’esser ridotti, ma a desiderare qualcosa di nuovo, di diverso, un nuovo sguardo o un nuovo punto d’osservazione. Urlo faceva paura perché non era/ non è sclerotizzato; non era/ non è capace di lasciare indifferenti. E mi permetto di dire che, colto e fruito nei suoi valori, nemmeno il film lascia indifferenti, e riesce nel difficile compito di restituire in qualche modo la forza di versi in grado di cambiare il mondo.
Archivio tag: omofobia
Una Piccola Verità
(Sean Penn all’atto di ricevere il premio oscar per "Milk, fonte: AGI)
Anticorpi
Dunque, poco da aggiungere se non la tristezza perchè nel 2009 c’è ancora gente che pensa si diventi gay quando si ha una madre apprensiva e un padre un pò indeciso ed assente, e con qualche problemino di alcol. Cosa aggiungere? Non basta una frase aggiunta in modo posticcio a metà canzone per cambiare il senso di numerose dichiarazioni rilasciate negli anni (leggete e venitemi a dire che la gente si scandalizza per nulla o per manie di protagonismo), non può bastare la polemicozza imbastita per dimostrare di essere meglio degli altri vivendo sulla base di un pregiudizio. Oltretutto, la canzone, oltrechè antropologicamente bislacca, è a mio avviso artisticamente priva di valore, scimmiottando a destra e a manca per non farsi mancare nulla, appoggiata più su una gestualità furba del cantante e della corista che non su una base musicale importante. Diciamoci la verità: la canzone è dimenticabile, e credo che in molti se la dimenticheranno presto. L’idea (disgustosa) che sta alla base della canzone, invece, no: o vivi nel medioevo o vivi nel 2009. Il problema è una società che non ha anticorpi contro l’ignoranza, e su questo c’è ancora meno da aggiungere.
Comunque, pare che l’anno prossimo Povia si presenterà al festival col brano "Michael era negro": guarire si può, i prodotti sbiancanti non li hanno certo inventati ieri…
"Milk" (G. Van Sant)
Non entrate in sala per vedere questo film aspettandovi l’ennesima conferma di una ricerca stilistica sempre interessante ed originale come quella cui ci ha abituato Gus Van Sant. Questo film, pure molto personale, non rappresenta soltanto un ulteriore passo sulla strada di sperimentazione che da sempre contraddistingue l’opera dell’autore in questione. Milk racconta gli ultimi otto anni di vita di Harvey Milk, divenuto, da semplice impiegato, prima commerciante nel quartiere gay di San Francisco, Castro, poi agitatore del movimento per i diritti degli omosessuali ed infine uomo politico, primo politico dichiaratamente gay a rivestire un’importante carica pubblica, quella di Supervisor (l’equivalente dei nostri consiglieri comunali) nella città di San Francisco. Il film all’inizio sembra "affrettato", poi frastorna con un montaggio che accosta paratatticamente i vari momenti della storia, dando l’impressione di procedere per fatti “slegati”, e segue progressivamente la carriera di Milk, nei suoi aspetti privati e in quelli pubblici, per poi concludersi con un finale innvervato di più tipiche tensioni da "biopic", genere cui comunque l’opera si ascrive, per quanto nobilitato in questo caso da un montaggio davvero intelligente, che mette in parallelo gli ultimi istanti della vita di Milk e del sindaco Moscone con la fredda follia del loro assassino, il consigliere dimissionario Dan White (che si difenderà dall’accusa di omicidio parlando di squilibri chimici dovuti all’abuso di merendine, e di insoddisfazione nella propria vita sessuale, culminata in un gesto di violenza atroce). Un finale già preannunciato sin dall’inizio del film, tanto è ovvio che la forza e l’influenza raggiunti da Harvey Milk fossero tali da metterne a rischio la vita. Il grande merito artistico del film è da ricercarsi, più che nelle scelte registiche originali o innovative (ma lo stesso Van Sant è conscio di questo quando ammette che la sceneggiatura reclamava un taglio di regia un po’ più piano, più “tradizionale” del solito), che vengono meno per lasciare spazio alla lucidità, ad un ricordo a tratti commosso (e commovente) ma sempre lucido e non agiografico, nelle interpretazioni di Penn, che ci restituisce un Harvey Milk “umano”, vivo e vibrante, con la sua bontà ed il suo cinismo, col suo idealismo e il suo realismo politico, un uomo tutt’altro che monodimensionale (il rischio di certi biopic è in fondo sempre quello di appiattire i personaggi su dei tipi) e nelle interpretazioni degli altri attori, tutte
davvero all’altezza della situazione (vedere Josh Brolin per credere, per quanto avessimo già avuto conferma delle sue capacità nel bello e controverso W. di Oliver Stone), e che lasciano trasparire nella recitazione tutte le tensioni e le speranze di quei giorni: Milk però è un film importante, oserei dire quasi importantissimo, soprattutto per quelli che sono i suoi contenuti, per le parole importanti che si rincorrono lungo la pellicola e trascinano con sé gesti importanti. Ai più forse sembrerà scontato parlare di diritti umani fondamentali, ma la vicenda di Milk, che risale ormai a trent’anni fa, e le vicende cui ogni giorno assistiamo ci dimostrano l’esatto contrario, e cioè che spesso ancora oggi, anche nel liberale (?) occidente, questi diritti, queste libertà sono tutt’altro che indiscutibili (ed indiscusse) e richiedono ancora la presenza d’animo, lo sforzo, la lotta che richiedevano nel passato ricostruito nell’opera di Van Sant. Milk è un film importante perché insegna come di lottare non si debba mai smettere, per evitare che tutto ciò per cui si è lottato vada perduto, e con esso tutto ciò che siamo e in cui crediamo. “Se una pallottola mi sfonderà il cervello, che distrugga pure ogni porta chiusa”, dice Harvey Milk. Io spero che queste porte, ora chiuse, siano presto definitivamente abbattute. Harvey Milk apriva i suoi comizi con una frase divenuta celebre: “Sono Harvey Milk e sono qui per reclutarvi tutti”. Lasciatevi reclutare.


