Inception: un intricato labirinto dove i tuoi fantasmi non possano raggiungerti. A volte il mondo dei sogni ci appare innocuo, forse addirittura rassicurante, altre volte ci desta di soprassalto nella notte per sopraggiunto spavento; altre volte ancora è un calcetto a farci riaprire gli occhi, come quando si ha quella sensazione di cadere dalle scale e si viene scossi da uno spasmo che attraversa tutto il corpo. Niente di strano se non sei Leonardo Di Caprio e non ti trovi nell’ultimo film di Christopher Nolan, regista di The Dark Knight e The Prestige, questo Inception del quale si parla ormai da tempo, probabilmente uno dei film più attesi della stagione: un film sui sogni, e sui sogni dentro i sogni. A quanto pare Nolan sognava da anni di realizzare quest’opera, che non ha esitato a definire la sua più personale; ha dovuto attendere fino ad oggi, quando la tecnologia applicata al cinema è stata in grado di restituire sul grande schermo quelle sensazioni oniriche e quelle immagini a metà strada tra fantastico e reale che costituiscono il succo dell’intero progetto. La vicenda narrata è estremamente semplice, per quanto ingegnosa: Cobb (Di Caprio) è un ladro un po’ particolare, in grado di raggiungere, attraverso i sogni delle sue vittime, i loro segreti più nascosti, e di rubarli. Sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale (legato ad un evento tragico del suo passato), e ben presto anche la minaccia di morte del suo ultimo “datore di lavoro”, insoddisfatto per il fallimento di un furto ai danni dell’imprenditore giapponese Saito (Ken Watanabe); ma sarà proprio Saito a offrire a Cobb la possibilità di una via d’uscita, sfidandolo alla più colossale delle imprese: riuscire a “impiantare” un’idea nel subconscio del figlio (Cillian Murphy) di un imprenditore rivale (Pete Postlethwaite), il più grande nel settore energetico, convincendolo a frazionare l’impero di famiglia rinunciando in pratica ad un sicuro monopolio. Per poter tornare negli States e riabbracciare i suoi figli, e rivederne i volti (negati nel suo ultimo ricordo dei bambini prima della fuga), Cobb dovrà riuscire in questa impresa, e per far ciò si circonda di nuovi elementi, un’autentica squadra: se estrarre un’idea può essere estremamente complesso, impiantarne una sarà ancora più difficile. L’impianto dovrà avvenire in profondità, di modo che al soggetto possa sembrare di aver avuto da solo quell’idea, che essa si sia generata da sola nella sua mente, e non che gli sia stata imposta dall’esterno. Purtroppo però Cobb sembra esser braccato non solo nella vita reale, ma anche nel mondo dei sogni, dove la splendida moglie morta (Marion Cotillard), che con la sua morte è all’origine del suo mandato di cattura e della sua forzata latitanza (e perdonate questo piccolo spoiler), lo attende ogni volta armi alla mano per sabotargli tutti i piani. È molto difficile riepilogare in poche righe una vicenda come questa, infarcita di numerosi piani narrativi: forse anche l’estrema complessità diegetica ha spinto molti commentatori e critici a bollare l’opera come incomprensibile, criptica, infine noiosetta perché appunto troppo difficile da seguire nella maniera disimpegnata in cui seguiamo la grande maggior parte dei film che irrompono nelle nostre sale. L’immagine migliore per descrivere Inception è probabilmente quella del Labirinto, luogo che in fondo non ha mai avuto, fin dalle origini, obiettivo alcuno che non fosse quello di far smarrire il malcapitato che vi si trovasse dentro, foss’egli preda di un mostro mitologico (e affamato) o, per iniziare con le citazioni, in fuga dalla follia umana (Shining?). Labirinti sono i mondi che l’Architetto dei sogni (Ellen Page) costruisce perché siano abitati dalle proiezioni del subconscio della vittima, e di modo da tener lontani i mostri del subconscio degli estrattori (o, in questo caso, degli insertori); labirintico il subconscio di Cobb, dominato da un lacerante senso di colpa (che troverà spiegazione nel finale) e dalla proiezione schiacciante della moglie, il grande amore della sua vita, e che può essere percorso ai suoi vari livelli attraverso uno sgangherato ascensore; a labirinti che si intrecciano ad altri labirinti si può assimilare la discesa dei nostri eroi attraverso i vari livelli del subconscio del giovane Fisher, l’imprenditore vittima dell’impianto. Il film (come sempre nell’opera di Nolan) si sostiene attraverso una sceneggiatura assolutamente impeccabile, costruita come un meccanismo ad orologeria anche laddove si arrivare a sfiorare l’estrema banalità post- matrix e simil- marzulliana (la vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere?), nel quale la chiave di volta di un meccanismo capace di stritolare e distruggere l’intera esistenza di un uomo e una donna, e dei loro figli, il germe in grado di cancellare il mondo come lo si è conosciuto fino a quel momento, il tarlo più duraturo ed inestirpabile è un’idea. Inception è principalmente un film sulle idee, sulla loro genesi e portata, sul modo in cui possano trasformarsi in ossessioni, intrappolando in labirinti ben più profondi di quanto potremmo mai immaginare: come nascono le idee? Dove nascono le idee? Come si sviluppano, come crescono, come muoiono? A cosa possono condurre? Qual è la loro vera forza? Il filo logico seguito da Nolan in questa ricerca, e nel tentativo di rispondere a queste domande, è ovviamente flebile: ha a che fare più con la poliritmia di un sogno che con la rassicurante razionalità della vita quotidiana, necessita a volte persino di un atto di fede, stordisce e travolge con la potenza delle immagini e dei suoni, estratti direttamente da un’esperienza onirica riproposta sullo schermo in tutta la sua efficacia, si avvolge su se stesso come Parigi in una delle sequenze più suggestive, è un cubo di Rubik senza soluzione, un quadro paradossale di Escher in cui le scale sono infinite. Inception è in tutto e per tutto un film fatto di sogni, che si nutre di sogni e nasce esso stesso da un sogno, e in questo si può senza dubbio concordare con Nolan, che come già accennato lo definisce il suo film più personale: parla del sogno operando, allo stesso tempo, sull’essenza del Cinema stesso. Nolan saccheggia la Macchina dei Sogni, mescolando insieme la filosofia vagamente (e fastidiosamente) new age di Matrix con le ossessioni tramutate in magnifiche immagini che ci ha lasciato Kubrick: quando il giovane Fisher accede al livello più segreto e misterioso del suo subconscio, laddove si nasconde il suo ultimo umano mistero e dove soltanto può attecchire l’impianto dell’idea, all’interno del caveau che rappresenta il nocciolo ultimo della sua coscienza trova una stanza che rimanda immediatamente con la memoria al letto di morte di Bowman in 2001: Odissea Nello Spazio, nella camera ammobiliata in stile settecentesco. Sul letto di morte giace il padre di Fisher, il cui difficile rapporto col figlio rappresenta nella storia l’occasione da sfruttare per facilitare l’impianto dell’idea, ma se ci pensate bene tutto questo non è molto dissimile dalla succitata sequenza di 2001: certo, steso sul letto di morte c’era Bowman e nessun altro, Bowman che vedeva se stesso morire in quella stanza, ma chi è il padre del giovane Fisher all’interno dello strato più recondito del suo subconscio se non una proiezione di Fisher stesso? Fino a che punto l’idea che abbiamo del mondo e dei suoi abitanti modifica il mondo stesso, e i suoi abitanti? Dove comincia la realtà propriamente detta e dove l’immaginazione libera che sfocia in un sogno? Chi può sostenere che i sogni, e le idee, e la forza del tutto immateriale del pensiero non abbiano indirizzato il mondo fino a farne ciò che oggi esso è, nel bene e nel male? Non è affatto noiosa, l’opera di Nolan, e non è inutilmente complessa: è un abbaglio della modernità ritenere che problemi complessi possano essere affrontati con schematizzazioni al limite del banale. Inception è un gran film perchè porta con sé riflessioni che spaziano dalla filosofia all’implicazione politica, perché abbozza infinite strade intrecciando senza alcuna cautela (finalmente un po’ di sano coraggio!) un numero enorme di citazioni, falsi movimenti, ipotesi narrative, concetti astratti, confezionando il tutto elegantemente come il sogno nel sogno nel sogno di un sognatore che dubita del suo stesso esser addormentato o sveglio: fortuna che c’è la gravità, e l’attrito, e che le trottole non ruotano all’infinito, almeno in questo mondo.
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"Agora" (Alejandro Amenábar, 2008)
Partiamo da un semplice dato di fatto, che comunque niente toglie al fondo di verità che quest’opera contiene, come le alterne vicissitudini della sua distribuzione (si dice, ma non fatico a crederci, avversata dalle Gerarchie ecclesiastiche: ricordate? Ne avevamo già parlato qui), per la quale si sono dovuti mobilitare quotidiani (come La Stampa) e popolo della rete (vedi Facebook), dimostrano pienamente: Agora contiene inesattezze storiche, piccole e grandi, ed una certa tendenza “cinematografica” alla semplificazione ed alla spettacolarizzazione. Probabilmente non è nemmeno un grande film, tecnicamente parlando, e di certo non un capolavoro, ma, e qui sta il fulcro, è Grande Cinema, nel senso di "cinema di cui abbiamo un maledetto bisogno".
La storia è semplice e ben nota: Ipazia, filosofa e scienziata (ma all’epoca non vi era molta differenza), entra in conflitto con le gerarchie religiose della città di Alessandria, nella figura del vescovo Cirillo. In realtà l’intolleranza e le “guerre religiose” erano già iniziate molto prima tra cristiani e pagani e avevano condotto, per decreto di Teodosio e su forti pressioni dell’allora vescovo di Alessandria Teofilo, alla distruzione di tutti i simboli religiosi elleni e, soprattutto e ben più tristemente, del Serapeo contenente la Biblioteca di Alessandria, rinomata in tutto il mondo antico e già precedentemente protagonista di “sfortunate” vicende. Con sistematica applicazione, i vescovi procedono, dopo l'annientamento del paganesimo, alla cacciata degli ebrei e infine alla condanna di Ipazia, lapidata al grido di “strega” e “pagana” dai parabolani, ordine dedito alla cura di poveri e malati ma contemporaneamente autentico “braccio armato” del vescovo, lapidazione che avviene per ragioni strettamente politiche e legate al forte conflitto di potere in atto tra il vescovo Cirillo e il prefetto Oreste, sul quale pare che la filosofa esercitasse un forte ascendente.
Amenábar ci racconta una storia che, purtroppo, è stata a lungo ed è in larga parte tuttora attuale, e lega a doppio filo l’affermazione delle credenze religiose monoteiste con il serpeggiare incontrollato dell’intolleranza nei confronti dell’Altro: non è un mistero che l’alterità abbia spaventato in passato e spaventi tuttora le gerarchie religiose, siano essere cristiane, ebraiche o musulmane (solo per restare nell’ambito dei tre grandi culti monoteisti). La vicenda di Ipazia è in tal senso letteralmente esemplare: perseguitata inizialmente in quanto pagana e restia a convertirsi al cristianesimo in ascesa, ma non per questo accecata dall’odio e dall’intolleranza (ricordando come siano molte più le cose che ci uniscono che non quelle che ci dividono, per quanto nella storia dell’uomo è sempre sembrato che quest’ultime fossero più importanti), si ritrova ad essere indigesta alle gerarchie ecclesiastiche a causa dei suoi approfonditi studi astronomici che finiscono per andare contro l’imperante verbo tolemaico. Quello che guida la ricerca di Ipazia, contrariamente a quanto avvenga con la cecità imposta dal verbo religioso, è la capacità di mettere in discussione le cose in cui crede, capacità senza la quale nessuna maturazione, crescita o cambiamento può essere possibile, ma che finisce per costarle caro: il verbo religioso infatti mal s’adatta alla libertà di pensiero e all’approfondimento critico che davvero occorrono per raggiungere la conoscenza, e una persona che per sua stessa ammissione crede solo nella filosofia (ce ne fossero ancora oggi!) fa un po’ la fine del proverbiale vaso di coccio tra due vasi di ferro. Se a questo aggiungete il fatto che Ipazia era donna, e che la religione cristiana allora come adesso tende ad avere una visione molto subordinata del sesso femminile, non faticherete a capire quanto imbarazzo potesse generare la profonda stima ed amicizia instauratasi tra la filosofa e il prefetto Oreste, che nel film è un ex discepolo di Ipazia, di lei innamorato fin dalla giovane età, e come potesse diventare pretesto per colpire politicamente il prefetto stesso per assecondare la propria fame di potere. Le tensioni politiche tra il prefetto e il vescovo sfociano nella barbara esecuzione di Ipazia, nel film graziata dall’intervento di un suo ex schiavo convertitosi al cristianesimo che in un atto di estrema e sofferta pietà, non potendo fare null’altro, la soffoca affinché non debba patire la lapidazione da viva; un ex schiavo che, nel plot cinematografico, era stato a sua volta innamorato della filosofa e scienziata e si era in parte convertito alla nuova religione per rabbia e odio della propria misera condizione. Come sempre riassumere una trama o una storia tentando di farne convergere tutti i rivoli finisce unicamente per mettere più confusione che altro nella testa di chi legge, ne sono ben conscio. Quello che conta alla fine non sono i colpi di scena, o le trovate e le figure più o meno inventate o romanzate (ad esempio appunto la figura dello schiavo convertito Davus, che fa in qualche modo da trait d’union per l’intera vicenda e risulta dunque essere un necessario espediente narrativo per legare insieme gli avvenimenti, rendendo contemporaneamente complesse le divisioni mostrate nel film in quanto, con la sua umanità che si preserva fino alla pietosa conclusione e col racconto della sua vicenda di schiavo liberato che trova nei parabolani altresì fanatici e violenti una qualche forma di rifugio e rispetto, permette ad Amenábar di superare quel manicheismo in cui, in mani meno accorte, la sua opera avrebbe rischiato di scivolare), ma il valore che la vicenda di Ipazia ha ancora oggi, in un mondo che senza aver imparato niente dal suo passato continua a indulgere nell’odio e nell’intolleranza religiosa che mascherano la brama di potere delle Gerarchie: Ipazia è uccisa perché, storicamente, coinvolta in un conflitto di potere più grande di lei, ma la sua uccisione è contemporaneamente un paradigma delle tendenze religiose nei confronti della libertà di pensiero e di critica, negata allora come oggi semplicemente perché una massa di pecore obbedienti ed ignoranti è molto più facile da gestire che non una società di esseri senzienti e consapevoli e capaci di decidere per se stessi, “maturi” nel senso kantiano del termine, anche se seguendo quest’altro rivolo andremmo fuori strada e finiremmo per parlare di illuminismo, tradendo a nostra volta in parte la dimensione storica nella quale si colloca la vicenda narrata dal film. Eppure non è un caso che la chiesa ancora oggi condanni recisamente quell’illuminismo che ha saputo dare al mondo idee di tolleranza, libertà e rispetto dell’altro che la religione, pur nelle sue belle prediche, in realtà non è mai riuscita ad ispirare fin dai suoi più alti rappresentanti. Alla fine due sono le “sequenze” o se vogliamo i “momenti” del film che restano nella mente: il continuo richiamo alla distanza, che significa capacità di riflessione critica e scevra da preconcetti, espresso dalle inquadrature stranianti della terra vista dallo spazio, appunto messa in prospettiva di modo che le grida, la violenza e la sopraffazione che la abitano non siano altro che ciò che sono realmente, cicaleccio pericoloso e infondato; e la sequenza dello scempio del Serapeo e della Biblioteca, distrutta nell’irruzione dei cristiani, con le pergamene che vengono strappate ed arse in un’orgia di violenza ed ignoranza che, purtroppo, non ha mai smesso di echeggiare lungo i millenni della nostra Storia (a me vengono in mente i roghi nazisti del ‘900, e la censura dei regimi totalitari tutti che a lungo anche la Chiesa, forte del proprio peso politico, ha esercitato: traete le vostre conclusioni, perché certo non sta a me giudicare). In questa sequenza, di forte impatto emotivo, la telecamera ruota su se stessa fino a “ribaltare” la scena e la prospettiva, come davvero è avvenuto e avviene ogni giorno: il mondo capovolto, quello nel quale l’ignoranza come strumento di controllo sociale e politico schiaccia e distrugge la cultura, la ragione, il pensiero, la critica e alla fine schiaccia e distrugge la libertà stessa, che non è solo una parola che fa figo mettere in appendice a slogan, nomi di partito e quant’altro, ma una dimensione che si nutre di piccole cose irrinunciabili, come il diritto a conoscere ed a migliorarsi e a crescere nel solo e necessario rispetto della libertà altrui, concetto che “il cicaleccio” di cui sopra non può in alcun modo digerire. Alla fine la Biblioteca di Alessandria diviene una stalla, nella quale riposano capre, buoi, galline, e questa è una metafora dura da digerire e nemmeno troppo nascosta di ciò che diventa il mondo in cui viviamo quando rinuncia a ciò che ha di più prezioso, il pensiero. Viviamo come animali facendoci violenza l’un l’altro per egoismo, stupidità, intolleranza, razzismo, e dimentichiamo una volta di più come siano molto maggiori le cose che ci uniscono che non quelle che ci dividono. Ricordarci questa semplice verità per bocca della sua protagonista è ciò che fa di Agora un esempio di Cinema maledettamente importante, e con la C maiuscola.
"Antichrist", Lars Von Trier
Si è tanto parlato di “scandalo” a proposito di questo film e soprattutto, con sarcasmo (quello stesso che a Von Trier, sin dai tempi di The Kingdom, non è mai mancato) di film ridicolo; non sono mancate, durante la proiezione cui ho assistito (ben lontano da Cannes, sia chiaro), risatine isteriche, battutine e soprattutto disagio ed imbarazzi assortiti da parte di un pubblico che probabilmente, al sedersi in sala, si attendeva altro. Ma è davvero tutto questo scandalo, Antichrist? È davvero un film gratuito, perverso e privo di significato? Forse la domanda che è necessario porsi è diversa, diciamo ribaltata: quando un’opera è gratuita, perversa e priva di significato? Di primo acchito, risponderei “quando è priva di una coerenza interna”. Ritengo Antichrist un film assolutamente coerente, pur nell’apparente incoerenza paratattica della messa in scena. Antichrist è un film di segni, dove tutto è un’allegoria, dove tutto rimanda a qualcos’altro. Non ci sono scene, sequenze, fatti gratuiti quando quella cui assistiamo è una rigorosa rappresentazione di qualcosa (in questo caso, almeno a giudicare dalle parole dello stesso Von Trier, della psiche del suo autore, duramente provata da una lunga depressione, la riproposizione di un sogno nero, oscuro, terribile). Paradossalmente questo "rigore" dell’opera richiede, nella sua lettura ed interpretazione, una totale mancanza di rigidità: presentarsi in sala “rigidi”, per qualsivoglia motivo, equivarrà a fraintendere, a cadere nell’imbarazzo e, stavolta sì, nella gratuità del giudizio. Perché forse il punto sul quale, più di ogni altro, si sbaglia e si confonde chi tenta di ricondurre il film alle consuete categorie, risiede nel tentativo razionalista di porre tutto in relazione di causa ed effetto. Visivamente l’opera di Von Trier è indiscutibile, e l’autore danese dimostra di conoscere alla perfezione i meccanismi della sua Arte e, in soldoni, la macchina da presa; la sua rilettura di generi come l’horror o (in parte) la pornografia, generi che hanno in comune, pur con un differente grado di esposizione, la volontà di generare risposte immediate nello spettatore (per lo più, in entrambi i casi, eccitazione), è sempre personale e mai schematica; la scelta di incentrare tutta la narrazione su due soli personaggi, e la scelta dunque dei due attori protagonisti, entrambi eccezionali (per quanto fiaccati, nella versione italiana, da un doppiaggio a dir poco indecente, che rende lei melensa e lamentosa e lui serafico e spento), denota grande capacità di dirigere gli interpreti e di restituirli sullo schermo con la giusta “forza” e “presenza”; certe sequenze, realmente immaginifiche, inattese e sconvolgenti sono in grado, per la loro forza, di lasciare scossi e ammirati. Per il resto, Antichrist è come un’allucinata sequenza di quadri, l’elaborazione di un lutto e di un dolore profondissimo attraverso tre passaggi (“Pain”, “Grief” e “Despair”, ciascuno rappresentato, allegoricamente, da un differente animale che anima il bosco di Eden, vero centro dell’azione) più un prologo ed un epilogo, visivamente similari per quanto, concettualmente, di senso opposto; Antichrist è una lenta processione attraverso il senso di colpa, passando per le relazioni di coppia, il sesso e l’erotismo e, soprattutto, il significato e la presenza del Male, quella malvagità che risiede in fondo all’animo di ogni essere umano e che è “captivitas” nel senso proprio di “prigionia”, una specie di gabbia che intrappola l’uomo privandolo della sua umanità, una malvagità con la quale niente di ciò che definiremmo terribile può competere. In questo percorso, l’opera di Von Trier mostra tutta la sua forza e coerenza quando, con l’uso sapiente delle immagini e di un accompagnamento musicale prettamente d’ambiente, riesce a suggerire questo senso di malvagità, l’oscurità delle profondità dell’animo che va a braccetto con l’oscurità della foresta, l’uomo che è vittima e carnefice di se stesso al pari degli animali che si mangiano tra loro o si cibano di loro stessi, nell’automutilazione attraverso la quale, in un’orgia di follia, cercare un’estrema espiazione delle proprie colpe e dei propri peccati. Quello che Von Trier ci mostra è qualcosa che preferiremmo dimenticare, nella nostra vita cosciente, e cioè quanto piacere e dolore, amore e sopraffazione e violenza si compenetrino e rappresentino l’uno una parte differente dell’altro: non a caso è lo stesso Von Trier ad ammettere di aver trovato ispirazione, almeno nel titolo dell’opera, in quell’Anticristo di nietzscheana memoria. Non serve rigidità nell’accostarsi a quest’opera, non serve la ricerca di un’evidente necessità nei quadri che la animano: serve la capacità di leggere, nell’accostarsi paratattico dei momenti, la coerenza interna di un percorso che porta a scivolare dentro un incubo che svela, in qualche misura, chi siamo. Alcuni si sono lamentati per l’eccessiva efferatezza dell’opera, definendola “estrema”: probabilmente queste persone non hanno mai messo piede dentro un museo di arte moderna e contemporanea (basterebbero certe stanze della Tate Modern, per questo), ma nemmeno in un museo tout- court, nei quali spesso è possibile vedere cose ben più estreme, con la giusta attenzione e la capacità di rendersi conto come l’Arte debba “scuotere” chi guarda. Per questo ritengo sterili le polemiche sulle sequenze esplicite di sesso, sull’automutilazione o sulla tortura, specialmente quando provengono da gente che poi incensa film come Hostel, film nei quali, nella migliore tradizione, la violenza è sempre fine a sé stessa, e non significa alcunché se non quello che, banalmente, è. Antichrist non è opera facile da digerire, ma non lo è semplicemente perché ci mette a confronto con qualcosa di oscuro, distorto, malato, malvagio che alberga dentro di noi, dentro tutti gli esseri umani, che vorrebbero vivere sempre all’interno della consolazione della bellezza e della perfezione e finiscono sempre per sbriciolare tutto con le loro mani grandi ed inadeguate, prive di grazia: è ben più facile schernire l’opera, che affrontarla. Ma per chi vuole sperimentare un significato dell’Arte e della Bellezza più pieno e profondo, che vada oltre la mera conciliazione degli opposti, un’esperienza da provare.
Trovate qui un’interessante recensione, e qui una breve intervista rilasciata da Von Trier. Buona lettura e buona visione
Benvenuti Nel Nostro Meraviglioso Paese!!/15
"La Colazione Dei Campioni", K. Vonnegut
La colazione dei campioni, ovvero Addio, triste lunedì, ovvero (aggiungo io) la resa dei conti di uno scrittore, giunto al traguardo dei 50 anni, con tutte le ossessioni, le storie e i personaggi che hanno popolato i suoi libri fino a quel momento. Servirebbe una grande quantità di pazienza e di tempo per elencare tutto ciò che questo libro rappresenta e tutto ciò che non rappresenta, quello che vuole dire e quello che invece non vuole dire, dove si nascondano i significati ed anche dove questi si mostrino apertamente; è assolutamente riduttivo definire quest’opera una lunga, feroce satira di tutto ciò che di “satirizzabile” ci circonda, così come non rende affatto l’idea definire questo testo semplicemente grottesco, visionario, folle. Vonnegut ha creato un’opera completamente anarchica, camuffando i suoi intenti e nascondendo la sua profonda e sottile critica sotto il racconto della pazzia di Dwayne Hoover, riccone di provincia che dà segno di squilibrio a causa di “certe cattive sostanze chimiche nella sua testa” e che perde definitivamente le rotelle quando incontra Kilgore Trout, scrittore di fantascienza ignoto ai più (forse anche a se stesso) e pubblicato solo da riviste pornografiche piene di, letteralmente, “tope spalancate”, che gli fornisce, sotto forma del suo delirante romanzo Ora si può dire, tutti gli strumenti di cui lo squilibrio ormai necessitasse per trasformarsi in follia cieca e violenza incontrollabile. Quello che succede dentro il testo è una sorta di progressivo “scivolare” in questa follia, un escalation di comportamenti assurdi, un percorso lastricato di feroce ironia dall’autore, che non perde occasione per esercitare la propria vis satirica su qualsiasi argomento riguardi i suoi primi 50 anni di vita e gli Stati Uniti tutti, il suo paese con tutte le storture che ormai sapremmo tutti quanti enumerare anche ad occhi chiusi, dall’ossessione per il denaro ed il successo alla guerra, dalla follia del razzismo a quella della religione: la satira è condotta attraverso il racconto delle assurdità che riempiono le nostre vite ogni giorno come attraverso i sunti, che costellano qua e là la narrazione, di varie opere di Trout, ovviamente tutte quante, per quanto fantascientifiche, ben legate ed ancorate alla realtà, grottesche deformazioni della nostra assurda vita quotidiana e durissime condanne della nostra sempre più presente povertà di spirito ed intelletto. Ma, come detto, La Colazione dei Campioni è anche l’occasione per Vonnegut di una resa dei conti con se stesso e la propria vita: per dare un’idea dell’anarchia che regna sovrana nell’opera, ad un certo punto non dovrete stupirvi di veder spuntare, in prima persona, l’autore stesso all’interno della sua storia di fantasia, protagonista e testimone, con un intento particolare e che lo lega a doppio filo alla storia della follia di Dwayne Hoover. In Ora si può dire, quest’ultimo legge la storia di un uomo al quale il Creatore svela di essere l’unico essere vivente dotato di libero arbitrio di tutto il creato, e che tutto ciò che lo circonda non sono altro che macchine, robot che servono al Creatore dell’Universo per studiare il suo comportamento e le sue reazioni (sempre imprevedibili, perché libere) a differenti stimoli, positivi e non; Vonnegut giunge nel libro per liberare i suoi personaggi, e donare il libero arbitrio alla sua creatura che risponde al nome di Kilgore Trout (quasi un alter ego, a dire il vero). Credete che Trout saprà fare un uso intelligente di quel libero arbitrio? Ma allora non avete ancora capito nulla dell’uomo! L’uomo che è una macchina vanesia, arrivista, cattiva e bieca, meschina anche, sempre pronta a trarre guadagno dalla situazione, se possibile… eppure, contemporaneamente, l’uomo che è come “un fascio di luce verticale”, qualcosa di totalmente buono che trova la sua realizzazione nell’espressione artistica, perché alla fine ciò che conta vedere dell’uomo è quel nocciolo, quel grumo di luce (a volte secco, a volte rattrappito, spesso non curato) che dovrebbe continuare a risplendere anche nel buio della follia più cieca nella quale ogni giorno affondiamo i nostri passi quasi con soddisfazione. C’è un umanesimo di fondo nell’opera di Vonnegut che resiste anche all’ultima, liberatoria risata e che rende questo testo qualcosa di magico ed irrinunciabile.
Ora si può dire? Si può dire. Kurt Vonnegut un po’ ci manca.
(dal libro di Kilgore Trout "L’Idiota Ballerino", riassunto nel testo)
Tra le altre cose, esiste anche un film omonimo tratto da questo libro, con Bruce Willis e diretto da Alan Rudolph… pare non sia un granchè, ma per dovere di cronaca ve lo segnalo. Buona lettura e, se vorrete, buona visione!
Una Piccola Verità
(Sean Penn all’atto di ricevere il premio oscar per "Milk, fonte: AGI)
Benvenuti Nel Nostro Meraviglioso Paese!!/14
Anticorpi
Dunque, poco da aggiungere se non la tristezza perchè nel 2009 c’è ancora gente che pensa si diventi gay quando si ha una madre apprensiva e un padre un pò indeciso ed assente, e con qualche problemino di alcol. Cosa aggiungere? Non basta una frase aggiunta in modo posticcio a metà canzone per cambiare il senso di numerose dichiarazioni rilasciate negli anni (leggete e venitemi a dire che la gente si scandalizza per nulla o per manie di protagonismo), non può bastare la polemicozza imbastita per dimostrare di essere meglio degli altri vivendo sulla base di un pregiudizio. Oltretutto, la canzone, oltrechè antropologicamente bislacca, è a mio avviso artisticamente priva di valore, scimmiottando a destra e a manca per non farsi mancare nulla, appoggiata più su una gestualità furba del cantante e della corista che non su una base musicale importante. Diciamoci la verità: la canzone è dimenticabile, e credo che in molti se la dimenticheranno presto. L’idea (disgustosa) che sta alla base della canzone, invece, no: o vivi nel medioevo o vivi nel 2009. Il problema è una società che non ha anticorpi contro l’ignoranza, e su questo c’è ancora meno da aggiungere.
Comunque, pare che l’anno prossimo Povia si presenterà al festival col brano "Michael era negro": guarire si può, i prodotti sbiancanti non li hanno certo inventati ieri…
"Infinite Jest", David Foster Wallace
Ho incrociato Infinite Jest solo dopo la morte del suo autore, David Foster Wallace, avvenuta lo scorso settembre, e mi sono già lanciato alcune decine di maledizioni assortite per essere arrivato, al solito, troppo tardi. Penso sia meglio ammettere subito che ignoravo quasi del tutto l’opera dell’autore in questione prima di quel giorno, sebbene ne conoscessi già il nome: oggi David Foster Wallace mi manca già, e sembra incredibile dato che l’ho appena conosciuto in quel modo così intimo e personale con cui un lettore conosce lo scrittore di un libro che ama. Infinite Jest mi ha attratto, ho desiderato improvvisamente di leggerlo, e probabilmente mi son reso complice di una follia, perché non deve essere il testo più facile dal quale approcciare un autore tanto importante… anzi, non lo è affatto. Ora, su internet fioccano commenti di gente che si dice incerta sul consigliare un libro come questo, un universo in miniatura di 1179 pagine (nell’edizione Einaudi, 1307 in quella Fandango) più centinaia di pagine di note (essenziali per la comprensione del libro, ben più che note, a dir la verità), un po’ per il volume della Cosa, un po’ perché è un libro pericoloso e a qualcuno può far del male sul serio. Ma cos’è realmente Infinite Jest? Infinite Jest è un libro sul tennis come metafora dei meccanismi di competizione che regolano le nostre esistenze nelle società industrializzate; è un libro sulla Dipendenza, analizzata in tutte le sue forme e varianti; è un libro sulla società basata sul divertimento, nella quale la parola party è usata come fosse un verbo, e nella quale l’Intrattenimento è il fine ultimo, un mondo di persone letterlamente "incatenate al divertimento" che potrebbero vivere anche tutta la propria vita nel dolore, ma non potrebbero mai rinunciare neppure ad un secondo di piacere, per dirla con Céline; a tratti sembra un lungo trattato di farmacologia, tanto è complesso e documentato, a tratti ancora un testo scientifico; è un libro sulla pubblicità, nel quale il messaggio pubblicitario si è insinuato in tutti gli interstizi della vita quotidiana, e persino gli anni sono “sponsorizzati”, e portano il nome di un prodotto (dall’Anno Del Pannolone Per Adulti Depend, nel quale si svolge la maggior parte della storia, all’Anno Dei Prodotti Caseari Dal Cuore Dell’America, all’Anno di Glad); è un libro sul terrorismo insurrezionalista del Quebec; è un libro sulle tragiche conseguenze della nostra abnorme produzione di spreco, di rifiuti, di scarto, di spazzatura, sul disastro ecologico, ambientale, biologico, umano; è un libro che intossica col potere di un’ironia tutta nuova, con un’inventiva sterminata e folle, e disintossica con pagine di "profonda e lucida tristezza" (J. Franzen, dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi). Ma in verità Infinite Jest è molto di più ed io lo sto banalizzando alquanto, e mi dispiace. L’unico antidoto alla banalizzazione è leggero in proprio, quindi io lo consiglio caldamente. Leggere Infinite Jest forse lascia scossi, come è successo a me; per le prime due- trecento pagine resti con una faccia tra l’interrogativo ed il vacuo a domandarti di cosa diavolo si stia parlando; poi pian piano entri nel ritmo del racconto, apprezzi anche le divagazioni più folli e apparentemente assurde (capendo che non lo sono), ti affezioni a tutti i suoi personaggi, ti mangi tutte le unghie
domandandoti come si potrebbe aiutare Don Gately a non soffrire più, o come si potrebbe fermare Hal Incandenza dallo scivolare nel mutismo, nell’incomunicabilità. Poi alzi gli occhi dal libro e guardi il calendario e capisci in un botto che questo è l’Anno di Glad, e il fatto che il futuro descritto nel libro sia ormai nel nostro passato non sarà in grado di esorcizzarlo affatto, semmai resti inquieto a pensare come il nostro oggi sia sinistramente simile al tempo di Infinite Jest. Siamo all’Anno di Glad e ti chiedi come Hal abbia conosciuto Don e come ambedue siano finiti, con la giovane promessa del tennis John Wayne a far loro da palo, a scavare tra le tombe per dissotterrare qualcosa prima che sia troppo tardi. E ti chiedi cosa sarà successo a tutte le figure cui hai voluto bene. E quando provi a darti una risposta, metà di queste risposte non ti piacciono proprio. E così riprendi in mano il libro e vai a ricercare, a piluccare qua e là, ti rileggi quell’inizio che poi è una fine e non puoi farne a meno, senti l’istinto insopprimibile di ricominciare. Infinite Jest assomiglia maledettamente al film che gli dà il titolo, l’ultimo film di J. O. Incandenza, ex- promessa del tennis, scienziato e poi cineasta après garde morto suicida con la testa in un microonde prima di aver finito di montare appunto la sua opera ultima, un film che dà dipendenza, che non puoi smettere di vedere finché di te non rimane nient’altro che un guscio svuotato di ogni altro bisogno, un intrattenimento tanto piacevole da uccidere, ma lasciandoti un sorriso sulle labbra e lo sguardo perso nel nulla di chi svuota la propria testa con piacere inesprimibile. Ma sarebbe riduttivo pensare che sia solo questo. Infinite Jest è anche molto altro, è grande Letteratura in un’epoca, la nostra, nella quale sempre più si assiste ad un’involuzione costante della Cultura; è una fine e, credo (spero) un principio, anche se non più per il suo autore. Infinite Jest non assomiglia a niente che io abbia mai letto, ha qualcosa in più di ogni altro testo sotto ogni punto di vista, è avvolto in una ben distinta bruma indefinibile che avvolge a sua volta, mentre lo leggi ti sembra sempre che David Foster Wallace stia parlando a te, proprio te in persona, e a nessun altro (come in ogni grande romanzo, mi vien da dire), mentre vai avanti osservi come tutte quelle che sono le regole e le codificazioni del genere “romanzo” vengano abolite e piegate senza pietà in uno specchio distorto, come la realtà vista attraverso lenti tremolanti o forse astigmatiche che simulano la visione neonatale, e ti ritrovi come un bambino con la bocca spalancata a contemplare la verità che ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te.
Mi scuso per non aver centrato il punto- ma è proprio difficile. Mi riprometto di tornare sull’argomento, Infinite Jest mi tormenterà a lungo. E a me non dispiace affatto. Leggete, leggete, leggete.



