Tornare a credere nell’uomo: “Jimmy’s Hall”, l’ultimo film di Ken Loach (2014)

Jimmy's Hall_poster“Sono sempre quelli i nemici: i padroni e i preti.”

Jimmy’s Hall, ultima fatica di Ken Loach, presentato in concorso al Festival di Cannes del 2014, è un altro di quei film che, una volta usciti al cinema in questo nostro disastrato paese, bisogna rincorrere per non farseli scappare: ultimamente ne ho recensiti diversi, lo devo riconoscere, segno che la passione per il cinema riesce ancora a smuovermi, io che normalmente tendo piuttosto all’apatia. Ma ne vale senz’altro la pena, e questo film di Ken Loach non fa che confermarlo. La storia è semplice: nel 1932, a ridosso dello scoppio della Grande Depressione, Jimmy Gralston (interpretato da Barry Ward), irlandese, torna a casa dopo dieci anni trascorsi a New York. Ad attenderlo, l’anziana madre, i vecchi amici, il lavoro nei campi. Tutto è cambiato, in questi dieci anni di esilio (che presto scopriremo esser stato forzato): gli anni hanno scavato le rughe della madre di Jimmy, gli amici sono appesantiti dal tempo trascorso, e l’amore di tutta una vita, Oonagh (Simone Kirby), si è sposata e ha avuto dei bambini. Il reintegro di Jimmy nella sua comunità non è banale, e preoccupa non soltanto le persone a lui più vicine: la notizia del suo ritorno dopo così tanto tempo raggiunge presto anche Padre Sheridan (Jim Norton), parroco della contea di Leitrim, e il suo aiutante Padre Seamus (Andrew Scott, noto anche per il ruolo di Moriarty nella serie TV della BBC Sherlock, e già visto anche nel bellissimo Pride, di cui abbiamo parlato un paio di settimane fa), oltreché numerosi giovani che di Jimmy han sentito parlare solo nei vecchi racconti. Ma cos’è che crea un tale clima di attesa attorno a questo ritorno? Scopriamo così che Gralston fu il principale animatore della Pearse-Connolly Hall, una sala aperta a tutta la comunità all’interno della quale organizzare corsi di studio, di pugilato, di arte, disegno, canto e soprattutto ballo. Un luogo che tirasse fuori il meglio dalla comunità, consentendo a chiunque di entrare in contatto con gli altri, scambiare conoscenza, opinioni, idee: semplicemente, un luogo di incontro. Un’idea alla quale Jimmy Gralston capì, a suo tempo, di dover dedicare ogni suo sforzo: fornire lo spazio alla comunità, con l’aiuto della quale renderlo agibile e renderlo vivo, un centro culturale a tutti gli effetti, nel quale le persone potessero ambire a raggiungere la propria personale realizzazione umana. Un luogo che, come ovvio, non mancò di incontrare le resistenze della chiesa, abituata a gestire in proprio l’educazione e la formazione culturale degli abitanti di questi luoghi (come, ahinoi, di molti altri): ne scaturì una campagna di boicottaggio che coinvolse la chiesa cattolica ma anche, in un’alleanza cementata dal manifesto ateismo di Jimmy e dalla sua adesione alle idee comuniste, l’estrema destra irlandese. LaJimmy's Hall_03 conclusione di questa campagna d’odio fu la richiesta d’arresto per Gralston, che dovette fuggire dal paese e riparare a New York: ed ecco spiegato l’antefatto del ritorno dall’esilio. Anche dopo dieci anni, però, il fantasma della Pearse-Connolly Hall continua a tormentare Jimmy: ben presto egli capisce che quel locale, quel centro culturale è troppo importante per la sua comunità. I giovani, che lo incontrano per strada, gli chiedono di riaprirlo; gli amici di sempre si dimostrano disposti a ricominciare; tutti quanti sanno che quel luogo è ancora oggi, specialmente in un periodo di grandi cambiamenti politici (o supposti tali, o se non altro desiderati), necessario, e sperano che possa, stavolta, vivere al sicuro dai tentativi retrogradi di minacciarlo e spingerlo a chiudere. E’ così che Jimmy, dopo un lento corteggiamento, cede all’idea di riaprire questo spazio insieme alle persone della sua comunità: non soltanto un luogo del ricordo, nel quale ancora riecheggiano le lezioni di canto di Oonagh, o quelle di letteratura e poesia, nel quale la storia d’amore tormentata tra Jimmy e la stessa Oonagh non è ancora conclusa, ma anche un luogo nel quale costruire il futuro, un futuro migliore, con la malta dell’impegno presente, nel quale i giovani trovino riparo, possano esprimersi, conoscere, crescere al sicuro dalle violenze retrograde e oscurantiste che, giorno dopo giorno dopo giorno, tentano di squassare il mondo in cui viviamo, allora come oggi. Un’idea troppo rivoluzionaria per trovare pacifica realizzazione: il salone di Jimmy è frequentatissimo fin dalla sua riapertura, in esso si può ballare la nuova musica che viene dagli Stati Uniti, che Jimmy stesso ha riportato con sé dal suo lungo viaggio, il Jazz; si ritorna a studiare la musica, il canto; si ritorna a leggere insieme le opere di Yates, e a commentarle; il gesto della mano, leggero come piuma, torna a disegnare figure a carboncino su fogli bianchi durante le lezioni di arte oppure, pesante ed elegante come un martello, a tenere alta la guardia e a rispondere ai colpi durante le lezioni di pugilato. La Pearse-Connolly Hall è un luogo che riesce a tirare fuori il meglio da ciascuna delle persone che lo frequentano: un luogo nel quale si persegue e realizza l’ideale della liberazione attraverso l’educazione, la conoscenza, la cultura, il dialogo con gli altri. Un luogo in cui i rapporti umani, per dirla con Nietzsche, si danno in orizzontale: ci si parla tra persone di pari livello, e da questo livello si costruisce una dialettica, a differenza di quanto avviene con la chiesa, capace di ascoltare soltanto quando chi le parla si trova in ginocchio. Già, perché il successo del salone della comunità incontra da subito il rifiuto della chiesa ufficiale e di Padre Sheridan, da un lato sedotto dall’idea, autenticamente cristiana, di un luogo d’incontro aperto a tutti nel quale tutti quanti siano uguali, ma dall’altro terrorizzato dalla certezza che avallare una simile pratica porterebbe rapidamente alla morte della stessa istituzione che egli rappresenta. Sheridan oscilla quindi tra la curiosità per la musica nera e il grammofono importati da Jimmy al suo ritorno in Irlanda (vuole egli stesso avere uno di quei grammofoni per sé)  alla coscienza di dover colpire duramente Gralston e tutto ciò che egli rappresenta, di modo da non rischiare di perdere la base del suo proprio potere: in questo percorso, fondamentale è l’interazione di Sheridan con Padre Seamus, giovane anch’egli, e che capisce subito come dare contro a testa bassa all’iniziativa di Jimmy e dei suoi amici possa essere un colpo mortale per l’ordine costituito, facendo dello stesso Gralston un martire. Lo scopo sul quale entrambi convergono, incapaci (come l’istituzione che rappresentano) di accettare la diversità e di rispettarla, è quello di chiedere la chiusura della sala: ma a vincere saranno i metodi duri, propugnati quasi suo malgrado da Padre Sheridan e messi in atto con l’aiuto dell’estrema destra irlandese e dei padroni di sempre, incarnati da quel O’Keefe (Brian F. O’Byrne) la cui figlia, Marie (Aisling Franciosi), è tra coloro i quali corrono alla sala di Jimmy per poter liberamente ballare, essere se stessa lontano dalle coercizioni richieste dalla società chiusa in cui qualcuno vorrebbe che vivesse, per poter decidere al posto suo ciò che è più giusto per lei. Agitando lo spauracchio dell’avanzata comunista, si costruisce una campagna d’odio e discredito che ha l’immediato effetto di moltiplicare gli avvertimenti e le minacce a Jimmy e a tutti i frequentatori della Sala: Padre Sheridan recita, a conclusione della messa, una lista dei nomi di tutti coloro i quali sono stati visti recarsi alla Pearse-Connolly Hall, spesso giovani che al luogo si sono avvicinati di nascosto dai genitori, come la stessa Marie O’Keefe, perché siano le famiglie stesse a sentirsi minacciate, costrette a difendersi dal pericolo che attenta alla moralità dei figli attraverso le armi senz’altro seducenti del ballo, della comunicazione fisica, del corpo, della musica spregiativamente definita “negra”, già di per sé immorale e tentatrice. E qui si innesta la scena più forte dell’intero film, che ne chiarifica il centro ispiratore, l’idea di base: O’Keefe, alla lettura di quella lista e dopo aver udito il nome della figlia, porta la famiglia fuori dalla chiesa e, di ritorno a casa, trascina la ragazza nelle scuderie e la colpisce ripetutamente con una frusta per punirla della sua condotta immorale, che disonora l’intero nucleo famigliare, e per risposta al gesto di sfida della giovane, che non obbedisce agli ordini del padre. La sequenza chiarisce come il nucleo centrale di questo Jimmy’s Hall sia proprio il rapporto tra l’autorità ecclesiastica e il luogo in cui essa si radica, la sua corruzione (che la spinge a bramare il potere e divenirne, contemporaneamente, strumento) e la sua incapacità di realizzare il messaggio cristiano dell’accettazione del prossimo, interessata com’è a conservare se stessa e l’esistente. L’atteggiamento di chiusura di O’Keefe nei confronti di una figlia che vuole essere libera, il suo pugno di ferro, la violenza delle sue gesta è la stessa usata dalla chiesa nei confronti di Gralston, dei poveri e delle persone che alla Pearse-Connolly Hall trovano riconosciuta la propria dignità e legittima aspirazione ad un’emancipazione culturale e umana: che l’uomo possa crescere ed essere libero nel rispetto della diversità, allora come (molto spesso) oggi, alle gerarchie ecclesiastiche fa troppa paura. Chiusa questa parentesi, e per tornare al film, il tempo volge al peggio per Jimmy e i suoi: la sala diviene l’oggetto delle minacce e degli assalti, anche Jimmy's Hall_02armati, degli oppositori politici, fomentati ideologicamente dalla maledizione che Padre Sheridan ha lanciato sul luogo e le persone che lo animano. Jimmy capisce che presto la situazione diventerà difficile, soprattutto quando, dopo un lancinante confronto interno, il direttivo della Hall decide di appoggiare la protesta contro lo sfratto di una famiglia povera dal latifondo in cui ha vissuto per anni: madre, padre e cinque figli piccoli restano senza un tetto sopra la testa per il capriccio del latifondista. Si ripropone il contrasto tra il lavoratore e il padrone, il tema dello sfruttamento dell’uomo: Jimmy capisce che deve stare dalla parte degli oppressi e degli sfruttati, partecipa al corteo che riporta la famiglia nella sua casa, e tiene un discorso davanti ai convenuti. Se da una parte questo passo è obbligato, per tramutare l’azione culturale in viva azione politica, dall’altra segna anche il precipitare degli eventi per Jimmy e la Hall. Questo endorsement che schiera Gralston apertamente su posizioni di sinistra spinge la chiesa e l’estrema destra irlandese a correre ai ripari: la politica di odio imbastita da Padre Sheridan porta alla distruzione della Hall, data alle fiamme durante la notte; e infine, sfruttando il precedente di un oppositore con un passaporto di uno stato estero che fu semplicemente espulso senza processo non appena la sua presenza cominciò a farsi troppo “fastidiosa”, nei confronti di Gralston viene spiccato un mandato di arresto per l’espatrio immediato. Jimmy, a dieci anni di distanza dalla prima volta, si trova costretto a una nuova fuga: con qualche astuto trucco riesce a prolungare la permanenza in Irlanda, mentre gli amici assaggiano il pugno duro della polizia e dell’autorità ma tentano, contemporaneamente, di impedire l’espatrio forzato di Gralston. Tuttavia, nonostante tutti i tentativi, che comprendono un commovente discorso tenuto dalla madre di fronte alle autorità, alla fine Jimmy viene catturato e costretto a imbarcarsi in direzione, ancora una volta, degli Stati Uniti. Questo perché Jimmy incarna un uomo che non ha accettato di piegarsi alla legge del più forte, che ha sempre creduto a, e lottato per, l’emancipazione personale, la liberazione, proponendo un modello che dovrebbe valere ancora oggi, specialmente considerando quanto i contesti storici del tempo (la Grande Depressione) e dei nostri giorni (la famosa Crisi) si assomiglino strettamente: solo se si crede nell’Uomo resiste una flebile speranza. Purtroppo, allora come oggi, le forze conservatrici che auspicano costantemente una Restaurazione ancora più feroce di quella nella quale, lentamente, ogni giorno scivoliamo, sono sempre all’opera: a poco serve il travaglio interiore che pure Padre Sheridan sembra attraversare, seppure alla fine debba riconoscere una dignità maggiore in Jimmy Gralston, che è costretto all’esilio ma può camminare a testa alta tra i trogloditi che lo ricoprono di insulti, che in questi ultimi; egli in realtà non fa che operare il proprio ruolo nella storia, quello di chi si fa strumento del potere, della violenza, del controllo, per mantenere l’uomo in uno stato di minorità nel quale dell’autorità assoluta debba sempre sentirsi il bisogno, la matematica certezza, la necessità inderogabile. Meglio una persona come Sheridan, che apertamente ti definisce il diavolo, o un giovane come padre Seamus, che vuole usare il guanto di velluto per raggiungere lo stesso scopo? Fa differenza se i tuoi mezzi comprendono comunque il terrore, la minaccia (esemplari le sequenze in cui Sheridan visita le famiglie degli amici di Jimmy, tentando di convincerli a tradire la fiducia dell’amico facendo leva codardamente sulle loro difficoltà e dolori personali: la mancanza di lavoro, l’impossibilità di mantenere una figlia che, pertanto, si è dovuto mandare lontano da casa, etc., la sottile minaccia di allontanare di nuovo un figlio dalla propria madre, che alla fine si tramuta in realtà), la violenza e la volontà di sopraffazione? E non è un caso che, a fare da contraltare alla fede malata dell’istituzione chiesa emerga la figura della madre di Gralston, caratterizzata da una pia religiosità, una persona che, sin da giovane, ha speso il proprio tempo e le proprie energie a distribuire libri (in altre parole, Cultura) ai bambini poveri delle scuole, perché imparassero e leggere il mondo e a pensare con la propria testa: esiste un messaggio più autenticamente religioso di questo? Alla fine, probabilmente, sta tutto nelle parole con cui Jimmy apostrofa Padre Sheridan verso la fine del film: nel cuore dell’anziano prelato, capace di ascoltare davvero solo quando chi gli parla si trova in ginocchio e non in piedi, come un uomo libero, c’è posto solo per l’odio, non per l’amore. Già, l’amore: una storia d’amore e di libertà, recita il sottotitolo di questo film. Che posto c’è per l’amore in mezzo a tutte queste questioni tanto urgenti? Loach ci mostra un amore del passato,Jimmy's Hall_01 quello tra Jimmy e Oonagh, che ritorna, senza che la fiamma possa divampare: ella è ormai una donna sposata, madre di due figli, e Jimmy probabilmente intuisce come il suo tempo a Leitrim stia per concludersi di nuovo, e stavolta definitivamente. Jimmy e Oonagh si riavvicinano durante il film, tornano ad imparare come fosse stare l’uno accanto all’altra a combattere per qualcosa in cui credono, e infine, una sera, di ritorno dall’ennesima riunione, entrano nella Pearse-Connolly Hall dove Oonagh indossa per la prima volta lo splendido abito azzurro che Jimmy le ha riportato in dono al suo ritorno dagli Stati Uniti: i due si abbracciano e ballano nell’oscurità del salone, sulle note di una musica conosciuta solo dai lori cuori. Ad attenderli, come già dieci anni prima, c’è un addio, che stavolta sarà definitivo: la loro storia, attraverso un climax irrisolto, non giungerà mai ad un approdo fermo. È un addio carico di dolore, appena smorzato dalla nota di speranza con la quale Loach vuole chiudere la sua opera: mentre Jimmy si allontana, accompagnato dagli sguardi soddisfatti di O’Keefe, dell’autorità politica ed ecclesiastica che hanno messo a tacere le voci libere e chiassose che animavano la Pearse-Connolly Hall e dei fascisti che sono stati il loro braccio armato, uno spontaneo gruppetto di giovani in bicicletta, che comprende la stessa Marie e gli altri ragazzi che hanno frequentato la Hall nel periodo della sua seconda vita narrato dal film, rincorre la camionetta che scorta Gralston, la affianca, la circonda costringendola quasi a fermarsi, mentre mani si stringono, occhi si guardano, e la richiesta, ingenua, romantica ma decisiva che da Marie giunge all’amico costretto ad andarsene è quella di non dimenticarsi mai di loro, come loro non potranno mai dimenticarsi di lui. Mentre vedevo questa scena al cinema mi è tornata in mente la celebre conclusione di un altro grande film, L’attimo Fuggente, di Peter Weir: quell’esercito di uomini che si affaccia alla vita scoprendo la libertà, il libero pensiero, la capacità di discernere e giudicare da soli, con la propria mente, cosa sia giusto e sbagliato. Un piccolo esercito di uomini liberi, in piedi a difendere con dignità qualcosa in cui credono fermamente: la propria assoluta, incondizionata, libertà. Con uno stile come di consueto asciutto e che nulla concede alla facile retorica, Loach realizza un’opera ancora una volta importante, carica di senso, che affronta con grazia ed eleganza tematiche complesse, generali (il rapporto tra potere, chiesa cattolica e territorio; la storia politica, locale e nazionale, di una nazione da sempre travagliata come l’Irlanda; le rivendicazioni popolari, l’infinita lotta di classe tra gli asserviti e i padroni; i lavoratori, i nuovi schiavi, i derelitti che non hanno niente e coloro che, forti dello status quo, ne sfruttano impunemente il sudore della fronte), e altre particolari, intime (il rapporto tra le persone, la dialettica attraverso la conoscenza, ma anche il rapporto tra un figlio e una madre, e tra un uomo e l’amore, negato dagli eventi, di tutta una vita), fuse in maniera inestricabile in quella cosa, che chiamiamo Vita, di cui un’opera cinematografica non può che essere soltanto una pallida ombra: eppure, un’ombra che illumina, che può gettare luce su una speranza. La verità è che Jimmy's Hall_04ci vorrebbero molte più Jimmy’s Hall anche oggi, in ognuna delle nostre città, questi enormi dormitori dove le persone vanno a riposare le membra prima di rituffarsi nel lavoro, nella competizione, nel tritacarne dei consumi: ci vorrebbero persone che credano alla cultura e all’educazione come forma di liberazione, una strada che permetta di appropriarsi di se stessi, di divenire ciò che si è; ci vorrebbe una società di uomini liberi, pari, in grado di costruire un futuro migliore. Jimmy’s Hall non è, banalmente, un film storico su un’epoca passata: è un film vivo che parla dei tempi che stiamo vivendo. Non fa male pensarci un po’ su, ogni tanto, e non farà male a voi recuperarne la visione quanto prima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*