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A cinematic odyssey: Light and Shadow (Nate Smith, 2020)

…I wanted to write something that felt cinematic – something with a sense of urgency. I wanted to create something that was both beautiful and painful – eloquent and earnest. I am grateful to the musicians who contributed their gifts. I hope you enjoy the music. Thanks so much for listening. – Nate

Di Nate Smith, su queste pagine, si è parlato parecchio negli ultimi tempi: dai Vulfpeck ai Fearless Flyers alle collaborazioni con Cory Wong (di cui più volte ho scritto), il musicista e songwriter di Chesapeake, Virginia, già caro a gente come Dave Holland (mica un nome a caso), Betty Parker e Chris Potter, è probabilmente uno dei batteristi più interessanti in circolazione nel variegato mondo soul/funk/R’n’B/jazz (chiedo venia per aver artificiosamente creato questo calderone di generi per il quale si poteva forse semplicemente usare l’etichetta generica di musica black; pur tuttavia, tali e tante sono le differenze e le sfumature all’interno di questi “generi” che mi pare più proficuo nominarli tutti, a rischio di mescolarli a casaccio, per tentare di dare almeno una minima idea della ricchezza di idee, ispirazioni, composizioni che si portano dietro) e di sicuro uno di quelli preferiti da chi scrive. Accanto alle collaborazioni succitate e a molte altre, Nate Smith porta avanti da anni una proficua carriera solista, inaugurata dall’LP Workday, Waterbaby Music Vol. 1.0 nel 2008 e arricchita poi da KINFOLK: Postcards from Everywhere e Pocket Change, pubblicati dopo una lunga pausa rispettivamente nel 2017 e 2018. Questo Light and Shadow, un breve EP di cinque tracce pubblicato lo scorso 10 Aprile, rappresenta il ritorno solista di Smith sulle scene a circa due anni da Pocket Change, e si pone di fatto come una sorta di curiosa cesura, un lavoro che sposta il focus sia dall’ibrido jazz-funk di KINFOLK: Postcards from Everywhere (riascoltatevi Skip Step, per esempio, o anche il funk di Bounce, la splendida Disenchantment, il jazz più classico di Spinning Down o i grappoli di note che colorano la ballad Spiracles) che dalle divagazioni per batteria sola che costituivano il cuore dell’affascinante progetto di Pocket Change (un lungo monologo di Smith, strumentista di valore assoluto, dietro le sue pelli, una vertigine sperimentale costruita su un drumming millimetrico, ora nevrotico ora geometrico: mentre si ascolta Pocket Change si ha un po’ la sensazione di trovarsi davanti a una musica che sta alla forma canzone come gli scuoiati del museo della Specola stanno all’essere umano), virando verso la composizione di brani di costruzione quasi cinematica, scritti e pensati per essere ideali colonne sonore di altrettanti film di genere: cinque piccole stanze musicali, cinque ambienti sonori conclusi in se stessi, affascinanti ed evocativi. Light and Shadow, luce e ombra, ideale luogo d’incontro di pulsioni opposte e parimenti totalizzanti: come si evince dalle parole del suo autore, questa musica breve, lineare e urgentissima nasce proprio dall’incrocio indissolubile di bellezza e dolore, eloquenza e schiettezza, una profonda commistione di sensazioni e tentazioni antitetiche che muove in qualche modo l’orecchio e l’immaginazione dell’ascoltatore, oltre al suo corpo.
Il lavoro si apre col parlato e il jazz lieve di
Signs of Life: Secret Agents of Weathering, che muta rapidamente in una ritmica serrata come fosse uscita dritta dritta da un film di spionaggio degli anni ’70. (if love won’t) can we forgive ourselves? sposta l’accento su un romanticismo d’annata, avvalendosi del contributo di Van Hunt alla voce e alla chitarra: venature soul impreziosiscono una ballad scandita dal drumming compatto e denso di Smith e dai ricami certosini degli archi (condotti sempre dal nostro “Ace of Aces”). Rhythm and Blues: The Peacemaker ha un titolo che è un manifesto programmatico: un breve brano denso, ritmicamente ossessivo, quasi mutuato dal cinema exploitation. Start Over torna dalle parti delle ballad, come sempre senza rinunciare a una sezione ritmica di assoluto e cristallino splendore (d’altronde, quando dietro le pelli c’è Nate Smith…): la voce grondante soul di Jermaine Holmes ingaggia un affascinante duello coi sintetizzatori suonati da James Francies, che si lancia in un solo di abbacinante ricchezza melodica, un piccolo gioiello in grado di impreziosire ulteriormente il segmento finale del brano. La chiusura è affidata a Leaping: Believe, imperniata sul dialogo tra il pianoforte (suonato sempre da Smith) e gli archi, in un brano che ricrea un atmosfera in qualche modo debitrice di influenze che sembrano andare da Sakamoto fino a Joe Hisaishi, ibridate con l’onnipresente gusto R’n’B di Nate Smith: diciamo solo che forse un brano così non sfigurerebbe nella colonna sonora di un film di Takeshi Kitano. Light and Shadow, pur nella sua brevità (si tratta pur sempre di scarsi 18 minuti di musica), sembra rappresentare un punto di svolta, o forse soltanto una diversione: resta da capire se e come Nate Smith voglia proseguire nel proprio lavoro di ricerca musicale, una sperimentazione che investe chiaramente non soltanto il suo proprio linguaggio musicale di batterista ma anche (e soprattutto) l’approccio alla composizione e la capacità di appropriarsi di sonorità e stilemi appartenenti a generi e orizzonti musicali spesso molto distanti tra loro. Niente di strano, si potrebbe pensare, per un musicista abituato a frequentare mondi sonici spesso assai diversi tra loro: e pur tuttavia, niente di scontato, se pensiamo a quanto spesso sembri assai più razionale fermarsi nella propria comfort zone piuttosto che tentare di mettersi in gioco, crescere, cambiare. È proprio l’approccio alla musica di Smith a far capire quanto il batterista di Chesapeake, Virginia, possa avere da dire: forte di una versatilità e di una sensibilità che gli permettono di abbracciare per intero quel calderone di influenze black (la benedetta tradizione musicale) che citavo pedissequamente all’inizio di questo scritto, arricchendolo allo stesso tempo della propria personale e irriducibile visione, Nate Smith si sta costruendo un percorso musicale non privo di un’affascinante progettualità che, come potrà intuire chiunque ascolti un po’ questi lavori di cui abbiamo parlato, vale assolutamente la pena di seguire, passo dopo passo.

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