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Area, "Crac!" (1975)

Crac!Il 1975 è un anno fondamentale per gli Area: il gruppo si trova costantemente in tournee, arrivando a suonare anche alla Festa nazionale de l’Unità di Firenze e al secondo Festival di Parco Lambro, fino all’incisione del terzo lavoro di studio, intitolato “onomatopeicamente” Crac!. Anche a livello politico il 1975 sembrava un anno di svolta: le rivoluzioni in Portogallo ed in Grecia, due note svolte democratiche, ed il ritiro americano dal Vietnam (avvenuto nel ’74) sembravano dare linfa vitale al movimento delle sinistre, e tante piccole e grandi rivendicazioni ed istanze sociali e politiche sembravano sul punto di divenire realtà. In questo clima di grintoso ottimismo, carico di energia, nasce Crac!, probabilmente il disco più “positivo” del gruppo, nel quale ci si imbatte per la prima volta in composizioni di natura veramente ottimistica, “leggere” e semplici come inni (Gioia e Rivoluzione), o cariche di briosa ed ironica fantasia (La Mela di Odessa (1920)). Anche il linguaggio della band si fa più “diretto”: i testi, finora fortemente criptici, finalmente chiariscono chi sia il destinatario del messaggio Area, e cioè il proletariato giovanile, il “movimento”, impersonificato dal ragazzo che corre forte ne L’Elefante Bianco, vero brano manifesto di questa stagione della band; anche l’estetica dell’album, le immagini ed i colori scelti per la copertina, sembrano lasciar spazio ad una “minor tenebrosità grafica”, e l’uovo digitale, dalla cui rottura origina l’onomatopea del titolo, attrae immediatamente lo sguardo. Certo, come ricorda anche Chiriacò nel suo lavoro “Area. Musica e Rivoluzione”, questa minor pesantezza del disco rispetto ai precedenti, il tono più diretto, meno nevrotico, non sono da considerarsi come un segno di “maggior spensieratezza”: Crac! è, in piena tradizione Area, un disco “radicale e militante” (Chiriacò, op cit.), magari “può nutrirsi di ottimistico idealismo, ma in nessun modo può sconfinare nella spensieratezza” (Chiriacò, ibidem). Semmai può essere considerato prova del ritrovato vigore del movimento contestatore, di contro alla denuncia sorda ed esasperata (quasi disperata) di Caution! Radiation Area. Anche la dimensione dell’improvvisazione trova in questo lavoro una propria definita consapevolezza, con una cura maggiore per l’interplay, l’intervento contemporaneo dei vari musicisti ad intessere una tela armonica fatta di strutture “botta e risposta” (antifonali), momenti melodici improvvisati e rapidi interventi solistici e un approccio generalmente meno “nevrotico” al solo. Alla nevrosi di Caution! Radiation Area, dunque, in cui ogni strumento disegnava linee non comunicanti, si sostituisce ora un ritrovato senso del dialogo, la “discussione” e la dialettica tra i musicisti, anche questo controprova del ritrovato clima di fiducia a livello politico. L’incipit del disco è L’Elefante Bianco, brano che si salda perfettamente con gli episodi iniziali dei precedenti lavori, anch’esso carico di suoni e segnali acustici di stampo mediterraneo e mediorientale, con un testo di forte impegno politico dal referente finalmente chiaro, come già accennato, quel proletariato giovanile che può giovarsi ora di una maggiore fruibilità del messaggio indirizzatogli e, ma questa non è una novità, della perfetta compenetrazione tra valenza critica del testo, carica del canto e potenza dei suoni. Un esordio quanto mai azzeccato ed atto a stabilire il tono del lavoro. La Mela di Odessa (1920) riprende invece il filone del recitativo frammentato de L’Abbattimento dello Zeppelin, ma attingendo ad una dimensione allegorico- fiabesca precedentemente sconosciuta: la storia del dadaista Apple, dirottatore (per protesta) di una nave tedesca condotta fino al porto di Odessa e ivi donata ai russi in omaggio alla fresca rivoluzione (giusto per la cronaca, i russi festeggeranno facendo saltare la nave. Con tutti i tedeschi dentro…), diviene la storia della “mela a cavallo di una foglia”, mela che non si rassegna alla “monodimensionalità del mondo”, a differenza della foglia, che non riesce a rinunciare all’idea di un mondo piatto (ad una dimensione, se vogliamo) che, in quanto a sua volta “piatta”, le compete. A livello musicale, La Mela di Odessa (1920) è fusione di una parte iniziale di furente improvvisazione jazzistica, che si stempera in una seconda parte caratterizzata dall’unisono dei vari strumenti su una linea di basso decisamente “funky” (!), unisono sul quale si adagiano il testo recitato, con la consueta grandezza, da Demetrio ed interventi musicali ironico- contrappuntistici (ad esempio, le familiari note del Silenzio militare che si odono ad un certo momento di contro ad una situazione festosa presentata nel testo). Una favola nella quale “l’ironia si incontra con la carica rivoluzionaria” (Chiriacò, op. cit.). Megalopoli, il terzo episodio dell’album, offre un vero e proprio campionario di quei momenti antifonali sui quali, come già accennato, si basa l’intero lavoro: una meravigliosa melodia vocale si interseca con un sottofondo di sintetizzatori, e la stessa melodia è eseguita, di contro, da Fariselli, in un botta e risposta di grande suggestione. Interessanti gli interventi solistici del basso, che spezzano il reiterarsi dell’antifonia di cui prima, e contribuiscono a fare di Megalopoli uno dei brani migliori dell’album; tra l’altro, questo è uno dei numerosi brani di Crac! che ad un testo esplicito sostituiscono una serie di vocalizzi eseguiti da una “voce-strumento”: i progressi nella tecnica vocale fatti da Stratos si fanno sentire. Così anche Nervi Scoperti, che vive su un’evidente struttura dialogica tra i musicisti, marcata dal forte lavoro timbrico di Tofani e dalle “follie pianistiche” di Fariselli, utilizza in due parti una “voce-strumento”, che contribuisce a creare un’educata “nevrosi collettiva”: Nervi Scoperti è forse il brano più vicino alle asperità di Caution! Radiation Area. E la “voce-musica” di Stratos ritorna anche nel finale di Gioia e Rivoluzione, quarta traccia dell’album e, come già detto, brano dall’atmosfera alquanto inusuale per gli standard della band: un inno, un pezzo da cantare a squarciagola tra la folla, una “quasi canzone” (“quanto di più vicino alla forma canzone gli Area potessero mai donarci”, segnala Chiriacò), che rimanda con forza all’atmosfera delle feste (il festival di Parco Lambro, ad esempio), all’incontro gioioso tra i giovani, ad una visione idealistico- ottimistica, per una volta. Un episodio che testimonia ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la versatilità della band, la capacità di affrontare stili e generi diversi senza per questo lasciarsi ingabbiare da alcuno di essi. La sesta traccia, Implosion, è colorata in lungo e in largo dai sintetizzatori di Tofani: dall’evocativa introduzione alla sezione tematica il predominio delle chitarre elettriche è netto ed evidente. Suoni futuribili e futuristi, e la sensazione di un’implosione imminente: l’atmosfera in qualche modo si fa più tesa, e questo conduce direttamente al pezzo successivo. Già, perché Crac! si conclude con il pezzo che proprio non t’aspetteresti dal disco che contiene Gioia e Rivoluzione, e cioè Area 5, un brano del tutto agli antipodi rispetto alla traccia di cui prima ma, ad essere onesti, un po’ agli antipodi rispetto a tutto. La composizione è firmata da Juan Hidalgo e Walter Marchetti, due dei più importanti compositori post- cageani, ed il brano è costituito da una serie di interventi slegati tra loro da parte dei vari musicisti, privi di compiuto senso ritmico o melodico, delle specie di “infiltrazioni”, emersione compiuta di una dimensione individuale a scapito del sin qui perseguito processo corale. Domandarsi quale sia la struttura del brano è forse inutile, dato che di destrutturazione si tratta, della volontà di “frantumare le cristallizzazioni musicali” (quali melodia, contrappunto, armonia) precostituite per giungere altrove, verso una libera espressione della molteplicità, verso un’esperienza della molteplicità. Crac! è, alla fine, un album diretto, senz’altro più dei precedenti, e probabilmente davvero improntato ad una scoperta del molteplice e ad un approfondito studio del possibile: di certo, quanto di più “im-mediato” Stratos e soci potessero regalarci, e nel contempo un lavoro mai disimpegnato, mai spensierato, nemmeno nei momenti apparentemente più leggeri, quasi il manifesto di una “Gaia Scienza” versione Area.

Riferimenti bibliografici e teorici: Gianpaolo Chiriacò, "Area. Musica e Rivoluzione", Stampa Alternativa, 2005; Domenico Coduto, "Il Libro degli Area", Auditorium Edizioni n. 35, 2005.

Approfondimenti: recensioni di questo lavoro degli Area, decisamente più noto al pubblico, sono reperibili qui, qui e qui. Un’introduzione approfondita al disco, con testi delle canzoni e stralci delle note di copertina, può essere come al solito reperita sul sito di Patrizio Fariselli (cliccate qui). Per dare un’idea, infine, del numero di citazioni e/o riletture ingenerato da "Gioia e Rivoluzione", vi lascio un video della cover del brano eseguita dagli Afterhours come colonna sonora del film "Lavorare con Lentezza". Come sempre, buon ascolto e buona lettura!!!
PS: credo che, tra breve, pubblicherò un’agile appendice a questa recensione… illuminante, sotto molti aspetti. A presto!

2 Risposte a “Area, "Crac!" (1975)”

  1. stai ruminando molto sugli area..

    qual è secondo te il limite da spostare più in là? ma una bella fuga in avanti? anche la musica è fatta di accelerazioni e ritardi (o no ?).

    tommaso

  2. Beh, i limiti che possono venir spostati un passettino più in là sono numerosissimi, e nella maggior parte dei casi sono residui di “costrizioni” sociali, economiche, etc…. Nel nostro piccolo qui ci stiamo provando, con i nuovi brani che (udite udite!) sono quasi completi. Questo dal mero punto di vista musicale (senza fingersi artisti, ovvio: quando si suona una volta a settimana come passatempo o poco più…!), ma anche nell’arte in genere credo sia sempre così.

    Pensiamo semplicemente, tanto per restare in tema, al ruolo della vocalità nella musica, sempre più rigido e codificato: oggi non vendi un disco senza latrati, gridolini ed acuti asettici (vedi tutte le varie cantantine che emergono quasi ogni giorno, ma vedi anche gruppi pur validi come i Muse), ma in realtà la voce non viene mai liberata, esplosa in tutte le sue potenzialità. Idem, paradossalmente, per la parola: siamo bombardati costantemente da testi che sono tutti uguali, che sembrano copiati dai bigliettini dei baci perugina e che, sempre più spesso, sono all’insegna della banalità e dell’anonimia. Ma la parola può ancora avere una grande forza, anche una semplice parola può dire molto, se vien liberata dall’orpello della melodia, del testo, etc. Insomma, di “contraddizioni” da far esplodere ce ne sono quante se ne vuole. Tra l’altro, ho scoperto che fare questo genere di ricerche è maledettamente divertente. Non mi sono mai divertito tanto a suonare come nell’ultimo periodo, nel quale abbiamo lavorato sui nuovi brani…

    Poi rumino molto sugli Area, come giustamente noti, sia perchè hanno cambiato il mio modo di rapportarmi ed ascoltare la musica, sia perchè effettivamente, a mio avviso, hanno cercato di “superare” certe barriere. Restano un’ispirazione evidente ed ammessa. E a volte, quando li ascolto, mi intristisco pensando a quanto ancora avrebbero potuto dare.

    PS: non sai quanto ti sono grato per questo tuo commento. Non ne arrivava nemmeno uno, nelle ultime settimane, una sorta di emorragia… Ciao, appena passo dal Polo ti faccio un fischio… altrimenti, se una sera non sai che fare, puoi passare di qua, da quel che resta della gloriosa “festa de l’Unità di Casalguidi- Cantagrillo”, ridotta ad un’indecente “festa del PD” o come diavolo si chiama… bah!

    Ri-ciao!!!

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