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August Round-Up: un salto nel futuro e i primi 40 anni di Vienna (Ultravox, 1980)

Qui non si parla di una canzone, in effetti, il che fa strano ma non troppo: si parla di un’idea, in larga parte assurda e parecchio geniale, una discreta presa per il culo nei confronti di chi si prende troppo sul serio. Per quel che ho avuto modo di comprendere dalla viva voce di quel genio/paraculo/istrione che risponde al nome di Jack Stratton, i Vulfpeck hanno messo all’asta la traccia numero 10 del loro nuovo album, intitolato The Joy of Music, the Job of Real Estate (potete prenotare la vostra copia della prima stampa qui). Non ho ben capito se chi vince l’asta in realtà stia vincendo semplicemente lo spazio sul disco, come traccia 10, appunto, o se si vinca la possibilità di vedere la propria traccia eseguita da Stratton & Co., ma poco importa. Stratton si è inventato un modo di sottolineare (in maniera nemmeno troppo sottile) la mercificazione totale dell’oggetto musica, prendendosene gioco e riuscendo perfino a guadagnarci qualcosa: invece dell’ennesimo crowdfunding, perché non procurarsi i soldi per la produzione dell’album in un modo un po’ più creativo? Come al solito, cinque passi avanti a tutti. (Solo per dovere di cronaca: l’asta su ebay si è conclusa attorno ai settantamila dollari)

E torniamo agli Everything Everything, perché in questo Agosto appena concluso ho ascoltato lungamente un altro loro brano che anticipa il loro nuovo album Re-Animator, in uscita finalmente il giorno 11 Settembre, con tanto di ennesimo, sfiziosissimo video casereccio, quasi che il film-making amatoriale sia diventato, un po’ per passione e un po’ per necessità, l’altra principale occupazione di Higgs e soci: Violent Sun è un trascinante inno grondante new wave, imperniato su ritmiche serratissime e melodie stordenti con un bridge in odor di Radiohead (vicino a certe sonorità dell’epoca di In Rainbows, in particolare), una combinazione alla cui prodigiosa efficacia gli Everything Everything ci hanno ormai abbastanza abituato. Dopo mesi di anticipazioni e suggestioni, Violent Sun si presenta come il miglior biglietto da visita per il nuovo lavoro sulla lunga distanza: non resta che attendere, ancora più fiduciosi (non che la fiducia sia mai mancata).

Un altro che sta centellinando brani nuovissimi è Bon Iver: il buon Justin Vernon ha rifatto capolino in Agosto con questa AUATC, acronimo sibillino che sta per Ate Up All Their Cake. Accompagnata da un lungo comunicato stampa critico del sistema capitalistico/consumistico che governa il nostro triste pianeta, AUATC può vantare il contributo vocale di Elsa Jensen, Jenny Lewis, Jenn Wasner e, soprattutto, di Sua Maestà il Boss, Bruce Springsteen. Trovo significativo che, nello stesso periodo in cui il nome di Bon Iver si va facendo largo tra il pubblico più pop in virtù della recente, fortunatissima collaborazione con Taylor Swift, il nostro non rinunci affatto a proseguire nella propria profonda sperimentazione musicale: Vernon procede infatti nel proprio personalissimo approccio all’elettronica, abbracciandone le potenzialità espressive soprattutto per quel che riguarda il trattamento delle voci (sempre pesantemente filtrate, modificate, trasformate, cesellate dalle tastiere, dagli archi, dallo strumming delicato della chitarra e da pulsazioni ritmiche presenti eppure sotterranee, mai invadenti). Il resto lo fa il songwriting, che da queste parti è sempre stato di altissimo livello. AUATC segue PDLIF (ovvero Please don’t live in fear: sì, forse con questi titoli tutti basati su acronimi si potrebbe fare uno sforzetto in più…), uscito lo scorso 18 Aprile: ora che le quattro stagioni (cui apertamente si rifacevano i primi quattro album di Vernon) sono trascorse, si comincia a scorgere e delinare l’alba del nuovo inizio, cui queste due tracce preludono.

Confesso di essermi inizialmente avvicinato alla band irlandese dei The Olllam (Tyler Duncan, Michael Shimmin e John McSherry) soprattutto perché il loro bassista di fiducia è un certo Joe Dart (chi segue queste pagine, capirà): tuttavia le sonorità del quartetto mi hanno immediatamente sedotto, soprattutto per l’eleganza con cui fondono il post-rock, il pop, il jazz e anche il funk con elementi che provengono direttamente dalla musica tradizionale irlandese, in particolare nell’uso dei flauti e più in generale degli strumenti a fiato. La band ha lanciato lungo il mese di Agosto un crowdfunding su Kickstarter per produrre il proprio secondo LP, che si è recentemente scoperto essere intitolato elllegy, e anch’io ho partecipato a questa campagna di finanziamento. Il risultato è che la band, lo scorso 02/09, a risultato ampiamente raggiunto, ha svelato in anteprima assoluta per i fan sui propri canali social un primo estratto dall’album. È curioso parlare di un brano di cui non si conosce nemmeno il titolo è che, di fatto, si è ascoltato una volta soltanto, cercando di convincere chi legge che valga la pena attendere il disco finito, eppure fidatevi: è proprio così. Questo brano ancora senza nome è un ricchissimo strumentale, pieno di atmosfere calde e sfaccettate, dalle quali è un piacere lasciarsi accarezzare: sullo sfondo dipinto da un drone profondissimo, la ritmica travolgente della batteria si accompagna all’arpeggio della chitarra e, infine, all’ingresso del flauto che dipinge una melodia “irlandesissima”; e quando senti entrare il basso del buon Joe a sottolineare il moto ondoso della melodia ti viene immediatamente la voglia di lasciarti cullare, ed è ovviamente un passaggio da antologia già di per sé. Alla fine, la scelta di non rivelare il titolo del brano permette di mantenere tutta l’attenzione esclusivamente sulla musica che, come sempre, è l’unica cosa che conta. Pare che le copie dell’album verranno inviate entro fine anno, mentre già prima (una volta conclusi mix e mastering) chi ha contribuito al progetto dovrebbe poter avere accesso al download digitale del disco: spero di potervi parlare quanto prima un po’ più estesamente di questo lavoro.

se dovessi dare un titolo a questo paragrafo, sceglierei Ritorno al futuro: lo scorso Luglio ha compiuto 40 anni Vienna, capolavoro degli Ultravox pubblicato originariamente l’11 Luglio del 1980 da Chrysalis e EMI nonché primo disco successivo all’ingresso di Midge Ure nella band. All’epoca i più (fra i critici) parlarono di “svolta commerciale” o “svolta pop”, come a svilire il lavoro: eppure di fatto Vienna è un capostipite, un lavoro pionieristico, il disco che inventa il synth-pop, genere che, anche (e soprattutto) in forma assai meno nobili, avrebbe spopolato nel decennio degli ’80. Non considero un caso che, pur da non particolarmente fan del synthpop/new wave/art rock degli anni ’80, anche per me Vienna costituisca una luminosa eccezione: questo album degli Ultravox è infatti un’elegantissima raccolta di brani dalle atmosfere affascinanti e ombrose, scritto con grazia e con un ricorso all’elettronica originalissimo (per i tempi) e dannatamente funzionale, con tastiere e synth che, orgogliosamente in primo piano, dipingono paesaggi strumentali profondamente suggestivi. Midge Ure amava descrivere la sua band come “una rock band che usa i sintetizzatori”, mantenendosi in precario e miracoloso equilibrio tra riff graffianti, sperimentalismi elettronici (vicini alle avanguardie di Kraftwerk e Tangerine Dream, tanto per fare due nomi), ritmi ossessivi, arrangiamenti sontuosi e virtuosismi chitarristici. Come a rimarcare l’importanza della ricerca sonora, prettamente musicale, da sempre parte del bagaglio artistico della band, Vienna si apre con uno strumentale, Astradyne, un crescendo sintetico che spalanca letteralmente nuovi e vertiginosi orizzonti, uno spazio vergine tutto da esplorare in cui i sintetizzatori pulsano in un ritmo sotterraneo che sottende l’intero sviluppo della mini-suite (7 minuti e rotti: non esattamente una pop-song, né un radio-edit); un brano come Astradyne, già di per sé testimone dell’intenzione di sparigliare le carte, prelude di fatto a un autentico manifesto programmatico e ideale, rappresentato da New Europeans, un frullatore di ritmiche serratissime, chitarre maltrattate e synth che accompagna un testo ancora oggi attualissimo (breve esempio autoesplicativo: A photograph of lovers lost, lies pressed in magazines./ Her eyes belong to a thousand girls, she’s the wife who’s never seen./ Their educated son has left, in search of borrowed dreams./ His television’s in his bed, he’s frozen to the screen./ New Europeans./ Young Europeans.) e si spegne nei rintocchi di un pianoforte. Private Lives è un piccolo gioiello pop costruito, in antitesi alle chitarre predominanti del brano precedente, a partire da un delicato giro di piano, preludio al “pieno strumentale” dell’intera band, guidato ancora dai synth; segue Passing Strangers, forse il brano più smaccatamente e classicamente pop del lotto, caratterizzato da una struttura più riconoscibile e forte di una linea melodica vocale di presa immediata. Sleepwalk si fonda ancora sull’ossessività soverchiante dei suoni percussivi, una specie di mantra notturno screziato dalle folate dei sintetizzatori e coronato da un lunghissimo, delirante assolo della chitarra di Midge Ure. Mr. X recupera un sound robotico ed elettronico che sembra provenire direttamente dai lavori licenziati dalla band nel periodo di John Foxx: si tratta di un episodio scarno, quasi interamente sintetico, freddo fin quasi a divenire spettrale, un oggetto quasi estraneo musicalmente che pure concorre pesantemente a creare e stabilire quella sensazione di ombrosità che impregna le atmosfere di tutti i brani del disco. Anche in Mr. X, Ure e soci non rinunciano a coniugare le sonorità sintetiche ed elettroniche con arrangiamenti classicheggianti, che chiamano in causa in particolare la viola suonata da Billy Currie, moltiplicata in post-produzione fino a produrre un effetto straniante e quasi raggelante: un’autentica orchestrazione di ispirazione classica declinata al futuro, ma un futuro post-apocalittico, di gelo, desolazione e abbandono. Per quanto Mr. X possa essere visto come un brano che ripesca a piene mani dal passato della band, lo si dovrebbe in realtà considerare per quello che è: la testimonianza più fulgida, chiara e abbacinante di un’evoluzione nella continuità. Non c’è cesura, nel percorso di crescita degli Ultravox, non c’è quel cedimento alla faciloneria commerciale di cui parlavamo all’inizio, e che ai critici piacque allora (e forse ancora) invocare; c’è piuttosto lo sviluppo di un discorso che affonda le radici nella sperimentazione elettronica per intessere una trama fatta di un peculiare melodismo crepuscolare, un romanticismo decadente che informa di sé le melodie ondeggianti di Western Promise e, soprattutto, la title-track: Vienna è una specie di poesia decadente, una partitura raffinatissima di pop sintetico e sinfonico, scandita dalla drum machine e magistralmente orchestrata, accompagnata dalla voce di Ure con un trasporto melodrammatico quasi straziante. Vienna si nutre di atmosfere notturne e crepuscolari (prende ispirazione da Il Terzo Uomo, splendido romanzo di Graham Greene ambientato proprio nella Vienna occupata dalle forze alleate) e dipinge un quadro nostalgico e romanticissimo centrato su un amore che si consuma fino a spengersi: The feeling has gone only you and I/ It means nothing to me/ This means nothing to me, canta Ure, e brividi scorrono copiosi lungo la schiena, perché qui si è di fronte a un afflato drammatico al quale è impossibile restare indifferenti, la potenza di un sentimento profondissimo che agonizza, delicatamente adagiato su un’orchestrazione di sintetizzatori e archi. Anche a distanza di quarant’anni, la potenza emotiva del ritornello di questo brano e del suo intero sostrato sonoro è capace di sconquassare i precordi, segno che non si tratta di “solo” pop. Chiude i giochi un ritorno alle ritmiche ossessive e marcate con All Stood Still: un lamento sintetico sferzato da chitarre graffianti e spezzato a metà dall’ennesimo, breve assolo di chitarra quasi rumorista. Non so bene come si possa definire un’opera composita come Vienna: forse, semplicemente, come un album di synth-pop sinfonico, o magari come una raccolta di brani di pop romantico e decadente, comunque accessibili; sicuramente ci si può vedere una piccola odissea nello spazio che mescola insieme con spericolatezza tutto quanto, l’elettronica più sperimentale e a tratti disumanizzante coi i sentimenti più profondi e lancinanti, il gusto per la melodia col rock tagliente affidato a chitarre quasi mai accomodanti compresse dentro strutture pop raffinate che cedono languidamente alla contaminazione con le orchestrazioni classicheggianti degli archi. Più ci penso e più mi dico che questo, a quarant’anni di distanza dalla sua uscita, è il miglior complimento che si può fare a un pezzo d’arte: continuare a vederci una ricchezza che va oltre la superficie, per arrivare lontano. Vienna viene da lontano, e arriva lontano: è un autentico ritorno al futuro, musica che non ha ancora finito di dire tutto quel che ha da dire, ed è proprio questo che la rende speciale.

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