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Consigli musicali prenatalizi: “Violence”, il nuovo disco dei Ka Mate Ka Ora

"Violence", Ka Mate Ka Ora (2012)Non è trascorso nemmeno un anno da quando, su queste pagine, presentavamo ai nostri lettori Horst Tappert EP, l’ultima fatica discografica dei Ka Mate Ka Ora, la prima per White Birch Records, etichetta indipendente della quale i nostri sono tra i fondatori e principali animatori; non è trascorso nemmeno un anno, e siamo di nuovo qui a rifarsi all’assunto iniziale di quel breve scritto di presentazione, uno dei consueti consigli musicali cui ci piacerebbe dire di avervi piacevolmente abituato negli anni, e vale a dire, in soldoni, che è sempre dura rinnovarsi nella continuità quando i propri orizzonti musicali sono tanto definiti, scolpiti, netti, ma è un po’ più facile se la personalità e la sensibilità dei musicisti sono tanto importanti quanto avviene nel caso di Stefano Venturini, Carlo Venturini e Alberto Bini. Nel mezzo, in questi mesi, c’è stato anche un incontro che personalmente non esito a definire entusiasmante (e rivelatore) con i Werner, progetto guidato proprio da Stefano Venturini (e che ho avuto l’onore di portare in concerto nella biblioteca del piccolo comune in cui vivo, Serravalle Pistoiese, insieme ad un’altra realtà di primissimo piano, incontrata più e più volte sul nostro blog, ovvero La Fine Del Mondo): propaggini di quell’esperienza si trovano oggi anche qui, nella terza prova sulla lunga distanza dei Ka Mate Ka Ora, un LP, per usare un termine desueto, intitolato Violence e presentato ufficialmente a Prato lo scorso venerdì 14; segni che riemergono lungo le dieci tracce quando ci si imbatte nel violoncello di Alessio Castellano (un altro terzo dei Werner) e soprattutto nell’artwork di Cuore di Cane, che con il suo intervento grafico (vitale quanto quelli musicali) ha contribuito a rendere unica l’esperienza di Oil Tries To Be Water e fa lo stesso per questo ultimo lavoro (in ordine di tempo) del trio pistoiese.
Dunque,
Violence. È strano, a dire il vero, perché la prima sensazione che ho avvertito ascoltando queste dieci tracce è stata l’esatto contrario, e cioè una morbida tenerezza: è senz’altro vero che ciò che associamo alla musica che amiamo quasi sempre ha poco a che vedere con la musica stessa, ma non è in fondo proprio questo a conferire spessore ad un’opera d’ingegno, la capacità di funzionare come catalizzatore di pensieri, idee, sentimenti, sogni? Violence riprende dove i Ka Mate Ka Ora avevano lasciato, stemperando la tempesta elettrica dei distorsori e dei riverberi in un rinnovato gusto della melodia, aggiungendo colore alla tela emotiva della band, vivificando i tratti delle immagini che questa musica ha sempre saputo suggerire col soffio caldo di un sentimento non più trattenuto ma letteralmente e violentemente (questo lo concedo) esploso, e insieme dolcemente: è dolce lasciarsi trasportare dai saliscendi di Flowers, lasciarsi graffiare dalle distorsioni, avvolgenti come sempre, ma insieme cullare dalla melodia; lasciarsi spingere verso We’re Finally On Our Own, lasciarsi incalzare fino alla trascinante melodia della sua parte conclusiva; incagliarsi nella malinconia indissolubile e senza soluzione di continuità incarnata da Birdy, il pezzo nel quale forse, più che in ogni altra occasione, emerge la consonanza di questa esperienza musicale con quella di predecessori illustri come i Red House Painters (e scusate se è poco); farsi trafiggere da The Lobster, scheggia in cui si respira di nuovo qualcosa della psichedelia di Entertainment in Slow Motion; infine lasciarsi ammaliare e letteralmente travolgere dalle oscillazioni emotive di Last Words, esperimento coinvolgente in ogni sua parte, un autentico meccanismo a orologeria senza il meccanismo a orologeria (perché qui non c’è niente di studiato a tavolino), uno di quei brani in cui tutto fluisce verso una sola direzione in modo assolutamente naturale, inevitabile, nel quale l’uso sapiente e centellinato dei cori (grandiose le armonie vocali sui ritornelli) e il gioco delle sottrazioni creano letteralmente spazi infiniti per lasciar cavalcare la mente, una delle cose migliori che abbia sentito nell’intero 2012 (e io di musica ne ascolto una certa quantità). Jasmine’s Lullaby, già conosciuta in una versione più compassata nel sopra citato Horst Tappert EP, diventa adesso una lentissima e diafana ninna nanna, introduzione ideale per Daisies Wine, che comincia lentamente e cresce fino all’esplosione rumorista del ritornello, lasciando spazio a bordate di rara potenza delle chitarre; The Funeral March Of The Whales sovrappone all’incedere marziale di batteria e basso una melodia eterea della voce, screziata da minimali interventi delle chitarre che lasciano spazio alla saturazione negli incisi, in uno sviluppo ondoso, tipico delle maree, come le note grondassero sopra una grande vetrata che separa pietosamente da un ricordo lontano; Dreamer Of Pictures parte con la voce, carica di echi e riverberi, che si arrampica inizialmente su una base ovattata e poi su un pieno musicale che ancora una volta lascia spazio a divagazioni chitarristiche di grande impatto, che niente hanno da invidiare, quanto a comunicatività, alle melodie vocali; e si chiude con Mistake Song, nella quale una sottile base di piano si lascia corteggiare dalla tromba di Jacopo Regolini e dal violoncello della già citata Alessia Castellano, una chiusura che, insieme alla precedente The Funeral March Of The Whales, almeno nel minutaggio riporta alla mente le divagazioni post-rock cui il trio di Montale ci ha abituato fin dagli esordi di Thick As The Summer Stars, condite con un romanticismo pianistico che porta in dote con sé echi di Werner corretti per una sezione ritmica ancora incalzante, ideale contrappunto nel botta e risposta serrato con i cori e le linee vocali. Probabilmente questa rapida passeggiata attraverso i dieci brani che costituiscono Violence non sarà in grado di lasciarvi nemmeno immaginare di che tipo di esperienza si tratti, ma credo che valga la pena trascorrere una quarantina di minuti in compagnia di questa musica, che è contemporaneamente moderna e senza tempo, staccata dalla contingenza ma assolutamente immanente, in un costante equilibrio e scambio con la parte più profonda dell’animo di chiunque sappia disporsi all’ascolto, un ascolto che richiede tempo ma che, come sempre successo con tutti i lavori dei Ka Mate Ka Ora, ripaga totalmente dello sforzo e dell’impegno spesi nell’atto di affrontarlo: Violence è lo sbocco naturale di un percorso che negli anni si è snodato dallo shoegaze e dal post-rock attraverso tentazioni psichedeliche, puntate melodiche in sapore di Low e dei già citati Red House Painters, fino a questa violenta apertura alla più dolce delle melodie, un percorso che i Ka Mate Ka Ora hanno saputo affrontare con una personalità e una decisione che li ha affrancati immediatamente, almeno all’orecchio di chi scrive, dagli ingombranti paragoni con i maestri del passato (e se in questo scritto ho citato un paio di nomi è stato solo per dare un orizzonte di riferimento a chi per caso, scarsa propensione o poca voglia, potesse sentirsi smarrito nell’affrontare il peculiare sound della band), spingendo a riconoscere nell’opera del gruppo una matrice personale e vitale che va ben oltre le questioni di stile o atteggiamento, e diventa puro mezzo espressivo. Mi è già capitato di dire in passato che in questo senso i Ka Mate Ka Ora sono un gruppo assai poco moderno, laddove modernità significhi lasciarsi catalogare, intrappolare in un rituale, in un insieme di codici rassicuranti e che tolgono spessore ad una proposta artistica: questa musica deve essere ruminata, richiede impegno e coinvolgimento, e il fatto che oggi le dieci tracce di Violence rendano l’assunto di base che ha mosso il lavoro della band più diretto, qua e là più sinceramente fruibile, non rende meno dolce lasciarsi portare alla deriva in questo scuro oceano sonico. Provate anche voi, e certamente non ne resterete delusi.

Per chi volesse saperne di più, qui trovate lo streaming completo del disco e qui (ma non solo) potrete ordinarlo via e-mail. Buon ascolto, e cogliamo l’occasione anche per fare a tutti i nostri lettori laicissimi (quando non “ateissimi”) auguri di buone feste: arrivederci al prossimo anno, sperando di avere un po’ più tempo per aggiornare questo spazio e, soprattutto, con molta nuova musica del Laboratorio Musicale. A presto!

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