Dell’inestricabile dissidio tra immaginazione, verità e vita: “Il Maestro e Margherita” a teatro

L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi.
Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!

Il Maestro e Margherita, opus magnum di Michail Bulgakov, è da sempre uno dei miei testi letterari preferiti: frutto di travagliate riscritture nel decennio che va dalla fine degli anni ’20 al 1940, pubblicata post mortem tra il 1966 e il 1967, l’opera costituisce forse la migliore definizione di libro-universo, un caleidoscopio poetico nel quale si mescolano gli elementi più disparati, dalla tragedia alla commedia, con un gusto profondo per il registro satirico, per il fantastico e per gli elementi grotteschi. Le pagine di Bulgakov intrecciano con sapienza la profonda e tragica storia d’amore tra il Maestro (scrittore il cui unico libro, incentrato sul supplizio di Gesù Cristo e su Ponzio Pilato, subisce la stroncatura dell’intellighenzia sovietica, spingendolo nel baratro della follia) e Margherita, una donna piena di vita intrappolata in un matrimonio infelice, con l’elemento fantastico rappresentato dalla discesa del Diavolo in persona sulla Terra, e in particolare a Mosca, accompagnato dalla propria banda di aiutanti, discesa che offrirà un’occasione di riscatto proprio al Maestro. Intercalata nel racconto principale, Bulgakov propone anche una seconda linea narrativa che narra del supplizio di Yeshua, del suo strano seguace Levi Matteo e dei tormenti di Ponzio Pilato, la stessa vicenda raccontata nel libro del Maestro falcidiato dalla censura sovietica. Come si può capire, una trama non semplice, sviluppata lungo pagine ricche di magia, perturbanti, dense e complesse.
Confesso dunque che è stato con i consueti, kierkegaardiani “timore e tremore” che mi sono accostato alla trasposizione teatrale di quest’opera, portata in scena lo scorso 6-9 Dicembre al
Teatro Metastasio di Prato: ed è con piacere che confesso di essere rimasto enormemente sorpreso. Questa produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, basata su una riscrittura di Letizia Russo e con la regia di Andrea Baracco, si è rivelata sorprendente, molto azzeccata dal punto di vista della messa in scena e soprattutto estremamente ben recitata dal cast (che comprende tra gli altri Michele Riondino, il giovane Montalbano della TV, bravissimo nei difficili panni di Woland/Satana, figura sulla quale la pièce è incentrata).
Da un punto di vista della sceneggiatura, ovviamente è stato necessario operare dei tagli: tale era la ricchezza dell’opera di
Bulgakov da non poter essere riportata per intero in una riduzione teatrale di durata umana. Posso solo immaginare la difficoltà nell’operare delle scelte di riscrittura partendo da un materiale letterario di tale livello: pur tuttavia la riduzione operata da Letizia Russo è assolutamente ottima (pur non esente da inevitabili semplificazioni: penso ad esempio alla figura di Ivan Nikolaevič Ponyrëv, poco più che comprimario nella riscrittura mentre nel romanzo il personaggio subisce una profonda evoluzione psicologica che lo conduce dall’essere una caricatura dell’intellettuale di regime fino a divenire un vero seguace del Maestro), centra tutti i punti nevralgici del narrato e li sottolinea con grande forza. Strettamente correlata alla riscrittura, c’è la forza della messa in scena: la scenografia ideata da Marta Crisolini Malatesta, assieme alle luci di Simone De Angelis e alle musiche originali di Giacomo Vezzani (che può permettersi di citare il più diabolico dei cantautori rock della modernità, Nick Cave, facendo risuonare in teatro le note della splendida Magneto ad accompagnare il finale della rappresentazione), ricreano una sensazione quasi post-espressionista, una potenza visiva non comune, che riempie gli occhi di magnificenza. In particolare, la scelta della scenografia piena di porte attraverso le quali gli attori entrano in scena e che, allo stesso tempo, rimanda alla complessità dell’opera originale; o l’uso delle luci e delle ombre, come nel memorabile passaggio in cui Woland/Riondino sparisce nell’ombra dietro Margherita, circonfusa da un bagliore accecante recato da una lampada puntata direttamente sul suo volto. La definizione di post-espressionismo c’entra probabilmente poco, potremmo dire che me la sia inventata (probabilmente a sproposito) in questo stesso momento, eppure ho avuto la netta sensazione che la scena, le luci, le stesse scritte che i protagonisti incidono col gesso sulle pareti, costituissero di fatto la messa in scena espressionista di un’interiorità potente, di ciò che resta latente all’interno delle figure che si avvicendano sul palco, una sorta di narrazione esterna, collaterale, una sequenza di segni: in questo, un contrappunto estremamente forte alle vicende recitate dagli attori (senza contare che, per qualche motivo, le bellissime foto di scena realizzate da Guido Mencari, che trovate anche lungo questo post e sul sito del Teatro Stabile dell’Umbria, sembrano restituire, per Woland, l’idea di un’iconografica che si rifà direttamente, tanto per fare un esempio, a quella de Il gabinetto del dottor Caligari: sono il solo a vedere una somiglianza tra il trucco di Woland/Riondino e quello del sonnambulo di Conrad Veidt nel film di Robert Wiene?). E qui si arriva all’ultimo elemento di forza, probabilmente il più importante: la prova attoriale. Il cast che porta in scena questo Maestro e Margherita è infatti di assoluto livello: oltre al già citato Riondino, davvero bravo nei panni di Woland, meritano una menzione Francesco Bonomo, che regge i ruoli del Maestro e soprattutto di Ponzio Pilato, e Federica Rosellini, sempre convincente nell’interpretazione di Margherita. Ma non crediate che il resto del cast non sia più che all’altezza: notevole tutto il terzetto che porta in scena gli aiutanti di Woland, i bravissimi Giordano Agrusta (Behemoth), Alessandro Pezzali (Korov’ev) e Carolina Balucani (Hella), e bravissimo anche Oskar Winiarski nei doppi panni di Ivan e di Yeshua. A completare il cast, Caterina Fiocchetti nel ruolo di Natasha, l’ottimo Michele Nani nel doppio ruolo di Marco l’Ammazzatopi e Varenucha, Francesco Bolo Rossini che interpreta (in un autentico tour de force di trasformazioni) Berlioz, Lichodeev e Levi Matteo e Diego Sepe, anch’egli nei panni di tre personaggi (Caifa, Stravinskij e Rimskij). Tutti estremamente bravi, tutti sempre perfettamente in parte, tutti aiutati senz’altro da una notevole fluidità nelle transizioni che collegano le varie parti del racconto, altro punto di forza della rappresentazione diretta da Andrea Baracco: il modo in cui il racconto si snoda tra i vari centri di attrazione (il palazzo di Ponzio Pilato, gli esterni di Mosca, l’ospedale psichiatrico, la casa di Woland e la sua festa danzante) è avvolgente e sempre fluido, mai macchinoso, e le invenzioni di regia (penso alla scena della decapitazione di Berlioz ad opera del tram, alla scena del suo funerale o anche alla sequenza del tuffo in acqua di Ivan) sempre convincenti e ricche di buon gusto.
In circa tre ore di spettacolo, questa riduzione de
Il Maestro e Margherita riesce a far uscire dalla pagina idee, concetti e personaggi, rendendoli vivi e tangibili, facendoli muovere ora sul palco ora tra gli spettatori in platea, risultando coinvolgente e convincente pur nella necessaria semplificazione operata sulla matrice originaria: Baracco riesce a mettere in scena il sottile trapasso tra una realtà di oppressione e una dimensione onirica, sfaccettata, che perturba l’ordine delle cose e i loro contorni, rovesciando i significati e giocando anarchicamente con il potere e i suoi tic, mettendo costantemente in dubbio il concetto stesso di “verità”, come sottolinea anche la stessa Letizia Russo nelle note che accompagnano la rappresentazione. In fondo l’opera di Bulgakov, mescolando stili e tentazioni, frullando insieme un’enormità di personaggi dentro decine di linee narrative diverse, non fa che rappresentare in maniera nuda e potente l’enorme complessità dell’animo umano, accogliendola con uno sguardo che non sacrifica nessun elemento per un altro ma sa accettare tutte le contraddizioni, sa vedere l’umano oltre il bene e il male, sa sondare la complessità e spiccare il volo pindarico, confondere la tavolozza di colori accecanti a sua disposizione e contaminare il reale col fantastico, il grottesco, il registro satirico. In questo, la moltiplicazione di ruoli e registri che costringe la maggior parte degli attori a reggere le parti di più personaggi costituisce un meccanismo estremamente azzeccato per sottolineare come evocazione e immaginazione siano davvero due chiavi fondamentali per entrare dentro il flusso del narrato e contemporaneamente uscirne per entrare nel flusso, ancora più potente, del vissuto, della Vita vera e propria, che si consuma oltre le vicende del palco. Come giustamente notato dal regista Andrea Baracco nelle stesse note di cui si parlava poc’anzi, un ottimo viatico per godere a pieno della rappresentazione, Bulgakov distribuisce lungo le sue pagine un’infinità di piccole bombe ad orologeria, la cui improvvisa esplosione mette a nudo tutte quelle contraddizioni che spesso accompagnano le strutture più severe e cui solitamente, per quieto vivere, scegliamo di non dare importanza, sovvertendo l’ordine accettato delle cose (non è un caso che questa sovversione rendesse l’opera di Bulgakov tutta, e il suo autore, assai più che indigesta alle autorità sovietiche): Bulgakov ci costringe, al contrario, ad affrontare l’illogicità, l’irrazionalità, la follia, tutto ciò che non può essere ridotto e incasellato, numerato e catalogato, con l’esplicito scopo di mostrare come, spesso, la sola ragione non sia sufficiente a cogliere appieno la complessità. Tutto è “umano, troppo umano” lungo le pagine e nelle quasi tre ore di questo potente spettacolo, una riduzione teatrale pregnante, coinvolgente, splendidamente riuscita, e tutto questo richiede lo sforzo di ogni senso per essere colto e goduto appieno, compreso davvero e non soltanto, e banalmente, nella sua pur sfavillante superficie.
Per chiosare con le parole di Woland nel testo di
Bulgakov, fedelmente recitate da Riondino rivolto a Levi Matteo verso il finale della rappresentazione:

“Eppure dovrai metterti l’animo in pace, – replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca. – Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono. Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.”

Solo una chiosa “tecnica”: tutte le immagini riportate su questa pagina sono state reperite sul sito del Teatro Stabile dell’Umbria, e sono steate realizzate da Guido Mencani, cui immagino appartenga il loro copyright. Buon natale a tutti!

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