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Forget our fate (Mark Hollis, 2019-2020)

Ricordo molto bene la prima volta che ho ascoltato un album dei Talk Talk con intenzione, talmente bene che so dirvi esattamente quale fosse la data: era il 24 settembre del 2018, mi trovavo su un treno regionale diretto ad Assisi e l’album in questione era Spirit of Eden. Non ci capii nulla, lo dico sinceramente, o comunque molto poco. Ma continuai ad ascoltarlo, fino a diventarne amico. Di lì a poco (pochi mesi, per la precisione), Mark Hollis, voce dei Talk Talk e principale fautore di quel lavoro misterioso e monumentale, ci avrebbe lasciato, in silenzio, con eleganza e discrezione, secondo un costume che era suo proprio e che l’aveva portato d’improvviso ad allontanarsi dal mondo per trascorrere serenamente i suoi ultimi 20 anni in un sobborgo di Londra, la città in cui era nato. Un uomo che aveva sempre lavorato per sottrazione nella propria parabola artistica, cercando di compiere quanto di più complesso vi possa essere nell’arte, ovvero togliere tutto ciò che è accessorio e far salvo unicamente l’essenziale. Mark Hollis era sempre stato sedotto dal silenzio, lo aveva progressivamente lambito nei suoi ultimi lavori, a partire proprio da Spirit of Eden, e alla fine lo aveva abbracciato, sottraendo addirittura se stesso alla musica, letteralmente scomparendo dalla scena, ritirandosi in buon ordine. Forse è vero che per ogni comunicazione il punto di arrivo è il silenzio, o in qualche misura mi piace credere che Mark Hollis dovesse pensarlo. Era stato lui stesso a dire che il silenzio gli piaceva, che ci si trovava a suo agio. Semplicemente, a un certo punto, doveva aver ritenuto di aver detto tutto ciò che aveva da dire. Allo scioglimento dei Talk Talk era seguito solo uno strano album solista, intitolato semplicemente Mark Hollis, uno scrigno che tuttora racchiude in sé un modo di intendere la musica, lo spazio, il suono e il silenzio, tutta una filosofia: dentro si può sentire un’anima indomita e impetuosa sgorgare incessantemente negli spazi, gocciolare attraverso gli interstizi, disperdersi nelle note sparpagliate del piano, donarsi nelle parole appena sussurrate. Se lo ascoltate, questo disco, di primo acchito vi verrà l’istinto di alzare il volume; ma poi, pian piano, scoprirete che questo album ha tutto il volume che serve, e ne ha più di ogni altro. Per me, anche se in ritardo sul resto del mondo, la parabola artistica di Mark Hollis è stata come una fulminazione: quando decidi di suonare uno strumento, di cercare la tua voce, di indovinare una direzione, l’esperienza e la strada indicata da chi ti ha preceduto sono un bene impagabile. Si sottovaluta sempre un aspetto fondamentale: imparare a suonare uno strumento significa soprattutto imparare ad ascoltare. Almeno, così è sempre stato per me. Ora è trascorso un anno dalla morte di Mark: “forget our fate”, cantava proprio all’inizio di The colour of spring, primo brano del suo disco solista. “Soar the bridges that I burnt before/ One song among us all”.

 

 

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