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I hear a song in reverse: In birdsong (Everything Everything, 2020) e Picnic sul ciglio della strada (A. & B. Strugatzki)

Oggi, in questo acceleratore di idee, facciamo collidere due oggetti d’arte molto diversi tra loro: una canzone che parla della nascita della coscienza, del primo uomo che prende coscienza di sé e della propria presenza al mondo, pubblicata lo scorso 23 aprile, e un romanzo di fantascienza che è anche e soprattutto un thriller psicologico costruito su una profonda analisi della condizione umana, che ho finito di leggere in questi giorni. La canzone si intitola In birdsong, ed è il primo inedito degli Everything Everything dai tempi dell’ep A deeper sea, pubblicato a gennaio del 2018: non a caso condivide molto delle sonorità già apprezzate nello splendido singolo The Mariana, che in quell’ep era contenuto. Il libro è invece Picnic sul ciglio della strada, opera fantascientifica dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki, pubblicato nel 1972 e adattato nel 1979 da Andrej Tarkovskij nel celebre film Stalker, alla cui sceneggiatura contribuirono anche i due autori. Il libro è stato pubblicato in Italia nella collana Urania Mondadori nel 1982, mutuando il titolo da quello del film, ma l’edizione cui si farà riferimento in questo testo è quella recente, del 2015, della casa editrice Marcos y Marcos.

There’s something in the white matter
Someone in the white matter
I hear song in reverse
Birdsong, song in reverse
I hear me sing

Cosa deve aver provato il primo uomo risvegliato alla propria coscienza? Esiste un mistero più grande della coscienza di sé e di ciò che ci circonda, della propria posizione nel mondo? In birdsong (potete ascoltare il brano e vedere il video in fondo a questo post) parla proprio di questo. Musicalmente, siamo di fronte a una mini-suite composta da ricche tessiture sintetiche, un soundscape che vibra su pulsazioni minimali sulle quali si arrampica il falsetto di Higgs a disegnare melodie eteree e senza tempo. Questo peculiare wall of sound genera un ambiente sonoro ricchissimo e affascinante, screziato dagli arpeggi sognanti delle chitarre, gonfie di riverbero, e dai sintetizzatori, e sorretto da una batteria assolutamente ridotta all’osso (cassa e rullante), che evoca proprio l’alba della coscienza umana: una rappresentazione musicale, fortissima, del senso della meraviglia. Nelle parole di Higgs: “In Birdsong tries to imagine what it would have been like to have been the first self-aware human. I had come across a concept by psychology academic Julian Jaynes, the Bicameral Mind Theory: the idea that at one stage humans had two separate minds, one inside each half of our brains, and messages or commands would be delivered by one and received by the other. These ‘voices’ were thought to be those of the divine. The theory claims that the eventual melding of these two minds into the two-sided human brain we have now was the dawn of mankind’s consciousness. I wanted to somehow insert this evolutionary psychology into a song because I felt so in awe of the idea. I found a deep sense of wonder at its core, about life and the world. It applies to songs about love, sex, life, death and humanity – the things I’ve always written about.” Sicuramente un bel biglietto da visita per un prossimo album a venire e, per uno di quei casi della vita, anche (involontariamente) una colonna sonora ideale per la lettura che stavo portando a termine in questi giorni.

Il giorno prima ce ne stiamo, io e lui, nel magazzino; è già sera, ci resta solo da toglierci le tute e poi si può andare al Càmpero a buttar giù qualcosa di forte. Io sto così, senza far niente, oziando: ho fatto la mia parte e ora ho già pronta in mano una sigaretta; ne ho una voglia tremenda, sono due ore che non fumo, e lui è ancora lì che si gingilla con il suo tesoro: ha riempito una cassa, l’ha chiusa e sigillata e ora ne riempie un’altra, prende dal carrello i gusci, se li guarda uno per uno da tutte le parti (e sì che son pesanti, ognuno pesa sei chili e mezzo) e con un po’ di fiatone li sistema con cura al loro posto.
È una vita ormai che combatte con questi gusci e, devo dire, non credo che l’umanità ne ricavi un granché. Al posto suo, ci avrei già sputato su da un pezzo e, per gli stessi soldi, mi sarei occupato di qualcos’altro. Anche se, da un altro punto di vista, a pensarci bene, i gusci sono davvero una cosa misteriosa e, come dire, poco chiara. Ne ho portati tanti, eppure ogni volta che li vedo è più forte di me, ci resto di sasso. Sono fatti semplicemente di due dischi di rame, della grandezza di un piattino da tè, spessi cinque millimetri e distanti tra loro un quaranta centimetri; a parte questo spazio, tra di loro non c’è altro che vuoto assoluto. Ci si può infilare una mano, anche la testa, se uno, per lo stupore, comincia a dare i numeri: vuoto e vuoto, solo aria. Eppure, non c’è niente da fare, qualcosa in mezzo ai dischi c’è, una qualche forza, per quel che posso capire, perché nessuno è ancora riuscito né ad avvicinarli l’un l’altro, né ad allontanarli.
No, sentite, è difficile descrivere questa roba, se uno non l’ha vista; l’aspetto è molto semplice, soprattutto quando l’hai guardata per un po’ di tempo e finalmente ti decidi a credere ai tuoi occhi. È come se uno dovesse descrivere un bicchiere o, peggio ancora, un bicchierino da liquore: non ce la fai, ti verrà solo da bestemmiare per il senso di impotenza. Va bene, facciamo finta che abbiate tutti capito, e se qualcuno non ha capito si prenda le Relazioni dell’istituto: lì in ogni numero ci sono articoli su questi gusci, con tanto di fotografie…

Marmont è una città industriale come mille altre, fatta di casermoni in cemento, industrie, case popolari in periferie grigie e depresse. Ciò che la rende differente da molte altre città del tutto simili è che proprio lì si trova la Zona, area pericolosissima, protetta dai militari e studiata dagli scienziati, luogo quasi inaccessibile e che custodisce oggetti dalle proprietà strabilianti. In che modo questi oggetti sono arrivati in quel luogo? A cosa la Zona deve le proprie peculiarità? Si tratta di uno dei sei luoghi al mondo nei quali è avvenuta la Visita: il passaggio, cioè, di un’avanzatissima civiltà aliena sul nostro pianeta. I sei luoghi non sono casuali, ma congiunti tra loro dal radiante Peelman:

«Mi dia retta. Il radiante Peelman è una faccenda semplicissima. Immaginate di far ruotare una grande sfera, e di cominciare a far fuoco contro di essa con una pistola. I fori prodotti sulla sfera si troveranno disposti lungo una curva regolare. L’essenza di quella che lei chiama la mia prima scoperta è tutta in questo fatto semplicissimo: tutte e sei le zone della Visita sono disposte sulla superficie del nostro pianeta come se qualcuno avesse sparato sulla terra sei colpi di pistola da un qualche punto sulla traiettoria Terra-Deneb. Deneb è l’alfa della costellazione del Cigno, e il punto della volta celeste da cui, per così dire, sono stati sparati i colpi viene chiamato radiante Peelman».

Gli oggetti strabilianti che la Zona custodisce sono i rimasugli di questo passaggio; i pericoli che la animano, il diretto effetto di questo contatto con la razza extraterrestre. L’istituto delle civiltà extraterrestri di Marmont studia le proprietà fisiche di questa regione e raccoglie e cataloga gli oggetti misteriosi, tentando allo stesso tempo di difenderli dagli stalker, uomini che sono disposti ad attraversare la Zona per recuperare quanto più materiale possibile e rivenderlo al miglior offerente, in un contrabbando che è diffusissimo a ogni livello della società. Tra gli altri, l’istituto si serve dell’ex-stalker Redrich Schouart, detto Roscio, per svolgere le pericolose missioni di recupero nella Zona. Il romanzo segue proprio le vicissitudini di Redrich in quattro grandi capitoli che coprono un arco temporale di circa 8 anni: si parte dal racconto del lavoro di Schouart presso l’istituto, abbandonato dopo la tragica morte del compagno scienziato Kirill, nel primo capitolo, narrato in prima persona proprio dal punto di vista dello stalker; e si descrive poi il ritorno di Redrich nella Zona in veste di semplice stalker, ovvero illegalmente, con l’obiettivo finale di trovare la mitologica Sfera d’oro, l’oggetto più importante che si nasconderebbe nella Zona, una sfera in grado di realizzare ogni più recondito desiderio umano.

«Cosa ha sentito della Sfera d’oro?» chiese all’improvviso il signor Lemchen.
“Oh signore!” pensò contrariato Noonan. “Che c’entra ora la Sfera d’oro? Ma va’ al diavolo, con la tua maniera di fare i discorsi”.
«La Sfera d’oro è una leggenda» espose con voce monotona. «Un’entità mitica della Zona, che avrebbe la forma e l’aspetto di una sfera dorata, destinata a esaudire i desideri degli uomini».
«Qualsiasi desiderio?»
«Secondo il testo canonico della leggenda, qualsiasi. Esistono varianti…»

Il primo protagonista di Picnic sul ciglio della strada è l’assenza. L’antefatto, la Visita della civiltà extraterrestre, non è mai mostrato: di questi alieni non v’è traccia, tutto ciò che resta di loro sono queste regioni di spazio deformato, le cui proprietà sono misteriose e incomprensibili, e questi oggetti dei quali nessuno conosce il vero uso (per quanto gli uomini sappiano trovarne di nuovi, adatti ai propri scopi: piccole batterie che diventano fonti di energia inesauribili, braccialetti che sono benefici per chi li indossa), né tanto meno in che modo funzionino realmente. Ciò che resta di fronte alla coscienza dell’uomo è semplicemente un enigma, una sfinge muta che non sappiamo interrogare: un mistero che spinge a guardare dentro di sé. Le implicazioni psicologiche del narrato nascondono un substrato metafisico imponente, che non a caso ha attratto irresistibilmente la sensibilità di un artista del calibro di Tarkovskij. La civiltà aliena sembra averci sfiorato senza rendersi minimamente conto della nostra esistenza: questa civiltà extraterrestre è allora immensamente assente, etimologicamente (oltre che diegeticamente) aliena, un corpo estraneo, distante miliardi di anni luce dalla nostra comprensione. Di fatto, per questa civiltà non rivestiamo maggiore importanza di quella che, per noi, rivestono le creature del bosco mentre siamo impegnati in un picnic: provate a immaginare di essere insetti, formiche, uccelli, e interrogarvi sulla funzione di un bicchiere di plastica, di un mozzicone di sigaretta, di un automobile. Provate a immaginare quanto vertiginoso possa essere un pensiero simile. La domanda sottesa è semplice eppure allo stesso tempo chiede una risposta che è completamente impossibile dare: quando due esseri provenienti da due mondi diversi, entrambi dotati di coscienza, si incontrano, in che modo potrà ciascuno capire che anche l’altro è dotato di ragione, che anche l’altro è un essere senziente, e in esso alberga una coscienza? L’alterità è totale, e già questo è qualcosa di significativo, specialmente se consideriamo quanta science-fiction sia invece incentrata sull’idea del “contatto”: un punto di vista pessimista che sovverte completamente la posizione centrale che tendiamo sempre a darci quando immaginiamo la nostra collocazione nell’universo come all’interno di un ipotetico “piano”, del quale pure siamo consapevoli sfuggirci i contorni.

«E come la mettiamo col fatto che l’uomo, a differenza degli animali, avverte un’invincibile necessità di sapere? L’ho letto da qualche parte».
«Pure io» disse Valentin. «Ma la disgrazia è tutta qui, che l’uomo, o quantomeno l’uomo di massa, supera con facilità questo bisogno di sapere. Anzi, secondo me, questo bisogno proprio non c’è. C’è il bisogno di spiegare e per questo il sapere non è necessario. L’ipotesi di Dio, per esempio, offre un’incomparabile possibilità di spiegare assolutamente tutto senza sapere assolutamente niente… Date all’uomo un sistema del mondo estremamente semplificato e sulla base di questo modello semplificato interpretate qualsiasi avvenimento. Un procedimento del genere non richiede nessuna nozione. Poche formule assimilate più il cosiddetto buonsenso.» […]
«Ma la Visita? Cosa ne pensa, in ogni caso, della Visita?»
«Va bene…» disse Valentin. «Immagini un picnic…»
Noonan sobbalzò.
«Come ha detto?»
«Un picnic. Immagini: un bosco, un paesino, una radura. Dal paesino una macchina va verso la radura. Dalla macchina scendono dei giovani, delle bottiglie, cesti con le provviste, ragazze, radioline, cineprese… Si accende il falò, si montano le tende, parte la musica. La mattina dopo se ne vanno. Le bestie, gli uccelli e gli insetti, che per tutta la notte hanno osservato terrorizzati quanto stava avvenendo, sbucano dai loro rifugi. E cosa vedono? Sull’erba c’è del lubrificante versato, benzina, candele che non funzionavano sparse qua e là e filtri dell’olio. C’è in giro roba vecchia, lampadine fulminate, qualcuno ha perso la chiave inglese. I battistrada hanno lasciato una fanghiglia che si è trasformata in una specie di stagno… e poi, be’, ci arriva da solo, le scatole di conserva, bottiglie vuote, un fazzoletto da naso, un temperino, vecchi giornali logori, monetine, fiori appassiti presi da altri campi…»
«Ho capito» disse Noonan. «Un picnic sul ciglio della strada».
«Precisamente. Un picnic sul ciglio di una strada cosmica. E lei mi chiede: torneranno o no?»
«Mi faccia accendere» disse Noonan. «Eppure non me l’immaginavo così».

Non che uno stalker abbia tempo di indulgere in riflessioni di questo tipo. Redrich deve rispondere a bisogni primari, sfamarsi, sfamare la propria famiglia, sopravvivere. Cosa che l’uomo, dalla notte dei tempi, è bravissimo a fare con ogni mezzo, più o meno lecito. Eppure è la forza della curiosità, la volontà di conoscenza, di mettersi in gioco, che spinge quest’uomo a tentare ogni volta la fortuna nella Zona, senza sapere se riuscirà ad uscirne vivo: è la brama di vedere ancora, di trovare qualcosa di nuovo, una brama più che umana, a spingerlo. È il motore che spinge avanti la narrazione nell’episodio con cui si apre il libro, che racconta la tragica morte dell’unico, vero amico di Redrich, Kirill, uno scienziato che l’ex-stalker convince a compiere un’incursione nella Zona per recuperare un guscio pieno, il primo esemplare di tale specie mai visto, e che pagherà con la morte la propria inesperienza in quelle lande inospitali; ed è la ragione che spiega come mai Redrich non riesca a staccarsi dalla Zona nonostante la famiglia, la moglie Gutta, la figlia Maria, detta Scimmietta, che come molti altri bambini nati nella zona (e da persone che la frequentano), è resa nel tempo deforme, muta, e di aspetto solo vagamente umano. Il mistero della Zona è impenetrabile, e scalza l’uomo dal centro dell’universo più di quanto non sia riuscita a fare la rivoluzione copernicana: la coscienza dell’altro non è contraccambiata, ma in fondo di questo altro non si sa dire alcunché, la sua lingua e le sue manifestazioni sono totalmente incomprensibili, si può solo annaspare cercando una soluzione che appare irrimediabilmente fuori portata. La speranza di poter vedere la figlia vivere una vita normale è la molla che spinge Redrich all’ultima missione, nel tentativo di recuperare la Sfera d’oro: superare tutta quella rete di illegalità, contrabbando, le piccole aspirazioni di chi vede in quello spazio vuoto non un nuovo orizzonte di senso, da comprendere, ma una gallina dalle uova d’oro, una bestia da mungere per guadagno, senza curarsi della sua ragione, della sua natura, di ciò che questo comporta. Redrich sceglie in questo modo di cambiare, di indirizzare la propria brama di conoscenza, l’attrazione magnetica inspiegabile per la Zona, verso la realizzazione di quell’unico desiderio, veder guarire la propria bambina, e donare la tranquillità alla moglie e un giusto riposo al padre (morto prima della Visita, seppellito nella Zona e da questa “resuscitato” e reso un grottesco zombie, incapace di morire). Eppure, sembrano dirci i fratelli Strugatzki, quest’esistenza non ha davvero un senso, e la separazione dell’uomo dall’universo è in realtà totale: in una recensione a questo testo, trovata online, si scomoda en-passant un parallelo con il Kaspar Hauser di Werner Herzog, ognun per sé e dio contro tutti (questo il titolo originale del film). Trovo questo parallelo molto azzeccato, soprattutto perché mi fa tornare in mente la scena conclusiva di quel film, quella dell’autopsia. In quella sequenza, la visione totalizzante della società borghese tenta di razionalizzare l’esistenza di una visione radicalmente altra, potente e difficile da spiegare, quella di cui Kaspar è portatore, disvelandone l’anomalia fisica rivelatrice: “finalmente per questa stranissima persona abbiamo trovato la giusta spiegazione, come non se ne possono trovare di migliori”. Il bisogno di spiegare che non necessita del sapere, ma che piuttosto lo adopera come un grimaldello per giungere a conclusioni prestabilite, in grado di accomodarsi dentro una certa visione del mondo che si vede minacciata. Ma la Sfera d’oro, un po’ come la visione irregolare di Kaspar Hauser o, in maniera più pertinente, come il monolite nero di Clarke e Kubrick, è il Sublime che travolge, è estetica e metafisica insieme, ineffabile e seducente, incomprensibile e dal quale pure non si riesce a staccare gli occhi. Di fronte alla Sfera, il pensiero e la parola non sono che orpelli, che ad essa niente possono aggiungere: e infatti, quando infine Redrich la raggiunge e si accinge a interrogarla, a chiederle la realizzazione dei suoi desideri, non possiede più pensieri né parole, e non è in grado di formulare quella richiesta. Tutto ciò che è in grado di fare, di fronte a qualcosa di tanto definitivamente “altro”, è chiedere di essere compreso, offrendosi come libro aperto alla lettura. Tutto ciò che davvero Redrich (e l’uomo in generale) desidera e ha sempre desiderato è comprendere se stesso, il mistero della propria anima, il significato della la propria coscienza, e non ci sono parole per trasmettere questo desiderio, ma soltanto il silenzio. Così il racconto non può avere una fine, e il suo punto d’arrivo può essere soltanto qualcosa che non si trasmette con le parole, soltanto il silenzio: le stelle restano irrimediabilmente lontane, e il desiderio più grande resta poter comprendere se stessi e il mistero della propria esistenza.

Passò un po’ di tempo e nella testa cominciarono ad apparire pensieri più o meno coerenti. “Be’, ecco tutto” pensò involontariamente. “La strada è aperta. Si potrebbe andare anche adesso, ma certo è meglio aspettare ancora un poco. I ‘tritacarne’ a volte fanno brutti tiri. E poi, bisogna pensare. Non ci si è abituati, a pensare, ecco il guaio. Che cos’è pensare? Pensare vuol dire: fingere, camuffarsi, bluffare, truffare, ma qui tutto questo non serve…”
D’accordo, Scimmietta, il padre… Regolare tutti i conti, cavare l’anima a tutte le carogne, mangiassero finalmente la merda come l’ho mangiata io!… Non è questo, non è questo, Roscio… cioè, sì, certo; ma che vuol dire tutto questo? Cos’è che mi serve in realtà? Queste sono ingiurie, non pensieri. Si raggelò per un terribile presentimento e, superando tutte insieme una quantità di considerazioni di vario tipo, si diede un ordine inflessibile: “Ecco com’è, ceffo roscio: tu di qui non uscirai sino a che non avrai trovato la soluzione, dovessi anche crepare qui con questa sfera, arrostirti, scomparire… Ma non te ne andrai…
“Dio, ma dove son finite le parole, i miei pensieri dove sono?” […]
“Sono un animale, lo vedi? Sono un animale. Non conosco parole, non mi hanno insegnato le parole, non so pensare, questi vermi non mi hanno dato la responsabilità di imparare a pensare. Ma se tu sei veramente così, onnipotente, onnisciente, se puoi veramente comprendere tutto… allora capiscimi. Guarda nella mia anima, io so che lì c’è tutto quello di cui hai bisogno. Deve esserci! L’anima non l’ho mai venduta a nessuno! È mia, è umana! Tira fuori tu quello che voglio, non può essere che io voglia del male!… Al diavolo tutto! Non riesco a immaginare niente, tranne che queste sue parole infantili: ‘Felicità per tutti, gratis, e che nessuno debba andarsene inascoltato!’”


I passi selezionati dall’opera degli Strugatzki e riportati nel post sono stati estratti dall’edizione Marcos y Marcos citata all’inizio dell’articolo; le foto che corredano il testo sono invece state trovate su Google, e si riferiscono al film di Tarkovskij, Stalker, tratto da questo libro, e alle diverse edizioni (quella italiana di riferimento e una russa) di questa pubblicazione.

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