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Il gene del destino: Gattaca (Andrew Niccol, 1997)

Ecco come ho fatto, Anton. Non risparmiando mai energie per tornare indietro.

Vincent sembra un uomo come tutti gli altri, ed è stato un bambino come tanti altri: e, in fondo, lo è davvero, come tutti gli altri. O meglio, lo sarebbe nel nostro mondo. Ma nel futuro prossimo (e inquietantemente vicino al nostro presente) in cui è ambientato Gattaca, opera prima del registra neozelandese Andrew Niccol, le cose non stanno così. In questo mondo, infatti, è possibile determinare il corredo genetico dei nascituri, assicurandosi che sviluppino le migliori caratteristiche e che possano vivere una vita lunga e priva di malattie: come in un incubo distorto, diremmo, una distopia pienamente realizzata, si possono selezionare i tratti somatici, fisici e finanche caratteriali di un figlio, assicurandogli di poter vivere una vita virtualmente priva di sofferenze e difficoltà. Vincent Anthony Freeman (interpretato da Ethan Hawke; Anthony è il nome del padre, cui presta il volto Elias Koteas, che sceglie all’ultimo di non dare al figlio soltanto il proprio nome e di premettergli appunto il nome Vincent) è un bambino che nasce in questo mondo, ma che, per scelta volontaria e consapevole dei genitori, nasce dall’amore e non come frutto di una manipolazionegenetica: un bambino che nasce debole, miope, che ha elevata probabilità di manifestare in età adulta delle disfunzionalità cardiache tali da poterlo portare a una morte prematura. Di questo bambino, alla nascita, non ci si chiede cosa sarà in grado di fare della sua vita, e anche se la madre, per amore, ritiene che il figlio “farà grandi cose”, la verità è che il suo destino sembra essere rigidamente stabilito dalla cieca combinazione del suo corredo genetico. Vincent cresce in questo mondo, rigidamente deterministico, come un non-valido (così vengono chiamati in questa società gli individui il cui codice genetico non è stato pre-selezionato e ottimizzato), coltivando sogni meravigliosi che hanno per oggetto soprattutto l’astronomia e il volo spaziale, sviluppando una profonda conoscenza di questi temi e una capacità di analisi fuori dal comune; e ben presto cresce accanto a un fratello più piccolo, Anthony (chiamato col diminutivo di Anton, interpretato da Loren Dean), che è invece il frutto di questa manipolazione genetica, a tutti gli effetti un individuo valido, destinato a un ruolo importante nella società. Inutile dire che non c’è gioco in cui Vincent possa superare il fratello, che cresce più sano, più forte, migliore sotto ogni aspetto. Eppure Vincent cresce sognando di poter fare qualcosa di più, qualcosa di meglio: poter realizzare il desiderio di volare nello spazio. Proprio per questo, è incapace di rassegnarsi a un lavoro umile e senza prospettive come quello di addetto alle pulizie, anche se da svolgersi presso la Gattaca corporation, azienda del settore aerospaziale impegnata proprio nella ricerca sui viaggi interplanetari e in particolare nello studio di Titano, satellite di Saturno: un lavoro presso Gattaca rappresenta la massima ambizione di Vincent, ma ogni suo tentativo di accesso si conclude in una cocente esclusione per mezzo di un banale esame del sangue (ufficialmente richiesto per verificare la dipendenza da sostanze, ma in realtà eseguito per poter selezionare i corredi genetici migliori cui consentire una carriera all’interno dell’azienda: anche se illegale, questa forma di segregazione genetica è estesa a ogni livello nella società). La svolta nella vita di Vincent avviene quando un individuo misterioso gli propone di comprare un’identità, l’identità di un valido che, a causa di un grave incidente, è costretto su una sedia a rotelle, Jerome Eugene Morrow (che ha le fattezze enigmatiche di Jude Law). Jerome è un individuo geneticamente perfetto di cui Vincent potrà sfruttare il corredo genetico, il sangue, le urine (per i frequenti esami richiesti dapprima per entrare e in seguito per venire confermato come ricercatore e aspirante astronauta all’interno di Gattaca): un valido nel quale il non-valido Vincent potrà trasformarsi. Lo scambio di identità non è però una procedura indolore, e costringe Vincent a modificare il colore dei propri occhi con lenti a contatto, a cambiare il colore dei propri capelli, a sottoporsi a dolorosi interventi chirurgici per modificare la propria altezza e, ogni giorno, a eliminare la propria pelle morta, residui epiteliali, di peli, unghie, barba e capelli e bruciarli in un fornetto: con questa profonda determinazione, e sfruttando una vaga somiglianza fisica (sufficiente in un mondo in cui più nessuno guarda alle fotografie identificative), Vincent riesce ben presto a entrare a Gattaca dall’ingresso principale, diventando uno dei migliori ricercatori e attirando l’interesse (non immediatamente positivo) della giovane collega Irene Cassini (Uma Thurman). Gradito al Direttore del suo dipartimento, Josef (interpretato da Gore Vidal), proprio in virtù delle sue grandi capacità analitiche e tecniche, Vincent/Jerome viene presto selezionato per il volo spaziale verso Titano, che realizzerebbe il sogno di tutta una vita. Tuttavia, ad una settimana dal lancio, il direttore delle operazioni di volo (cui Vincent, sotto le mentite spoglie di Jerome, non ispirava particolare simpatia) viene ucciso. Un evento apparentemente scollegato dal percorso del protagonista rischia di mandare in rovina l’intero lavoro fatto per arrivare a realizzare il sogno del volo spaziale: Jerome/Vincent, avvicinatosi assieme ai colleghi alla scena del delitto, perde una ciglia. Le indagini, condotte dai detective Hugo (Alan Arkin) e da Anthony Freeman (proprio il fratello di Vincent), portano ben presto alla scoperta di questa traccia genetica appartenente a un non-valido, identificato come Vincent Freeman. Gli investigatori si mettono quindi alla ricerca dell’uomo: ulteriori altre tracce rafforzano l’iniziale sospetto, e sebbene Freeman risulti aver lavorato presso Gattaca soltanto per un breve periodo alcuni anni prima come inserviente e addetto alle polizie, prima che di lui si perdesse ogni traccia, la possibilità di trovare un colpevole in un membro non accettato della società, in un reietto, incontra il favore dell’intera comunità di colletti bianchi che anima l’azienda. Nessuno immagina che Vincent abbia assunto l’identità di Jerome per realizzare il proprio grande sogno, e ovviamente la vita dell’uomo prende una piega molto difficile: nonostante la società sia restia ad accettare che un crimine possa essere stato commesso da qualcuno con un corredo genetico ultra-selezionato e ineccepibile, o che qualcuno si nasconda indisturbato tra i validi che lavorano al programma spaziale, la caccia all’uomo richiede frequenti esami del sangue e delle urine a sorpresa, che mettono a dura prova la forza di volontà incrollabile di Jerome/Vincent, il quale nel frattempo ha preso a frequentare Irene, compromettendo ulteriormente la propria identità segreta. Proprio la donna, reggendo il gioco di Vincent insieme al vero Jerome di fronte a Anthony, sarà determinante per permettere all’uomo di evitare l’incriminazione: e tuttavia, a questo punto, il vero colpevole, il Direttore Josef, confessa l’omicidio, di fatto scagionando Jerome/Vincent da ogni possibile accusa. Anthony, dopo esser stato sconvolto da ogni genere di tormento interiore nel corso delle indagini, non avendo più avuto notizia del fratello da anni, credendolo morto ma soprattutto, in cuor suo, incapace di una tale violenza, ha infine compreso il disegno dietro l’intera vicenda: sceglie di incontrare il fratello e comunicargli di avere l’intenzione di incriminarlo per truffa. A questo punto Vincent lo sfida, come da bambini, a nuotare in mare aperto: vince chi arriva più lontano senza tornare indietro. Come già accaduto una volta, immediatamente prima che Vincent fuggisse da casa facendo perdere le sue tracce, l’uomo batte Anthony, che perde i sensi per lo sforzo, e lo porta in salvo sulla spiaggia. Il fratello decide di lasciare Vincent libero di vivere la propria vita, che ha saputo realizzare con tenacia e determinazione, contro ogni aspettativa, arrivando a un passo dal proprio obiettivo. Arrivato al momento dei saluti, Jerome lascia all’amico abbastanza materiale genetico per poterlo impersonare per una vita intera, e una lettera, che Vincent dovrà aprire solo una volta giunto in orbita. Proprio un momento prima di partire, tuttavia, un esame delle urine a sorpresa svela la reale identità di Vincent al medico aziendale, il Dr. Lamar (Xander Berkeley), un uomo che, scopriamo, ha sempre visto qualcosa di strano nel giovane e che ha infine trovato conferma ai propri sospetti. Inaspettatamente, Lamar sceglie di modificare il risultato del test e lasciar partire comunque Vincent: il medico confessa di averlo sempre ammirato non per il suo status di ricercatore e aspirante astronauta, ma per essere riuscito ad arrivare sin lì pur essendo un non-valido, condizione che condivide col figlio di Lamar stesso. Vincent realizza il proprio sogno di volare verso Titano, mentre Jerome, a casa, si toglie la vita nel fornetto all’interno del quale Vincent bruciava le proprie unghie, capelli e pelle morta: per entrambi, in qualche modo, un viaggio per tornare verso se stessi.

Fin dal principio, Gattaca è un film in cui il rigore feroce e geometrico delle superfici e degli spazi fa da metafora fortissima per la segregazione e la violenza: l’edificio residenziale in cui vive Jerome, e che diventa la casa di Vincent, così austero e distante, apparentemente inaccessibile (il complesso CLA Building della California State Polytechnic University di Pomona); lo spazio opprimente dell’ufficio con le sue postazioni singole, vicine eppure isolate, un open space pieno di tante posizioni fortificate che è perfetta metafora della separazione tra gli individui, campo di battaglia in cui si svolge una guerra (spesso anche meschina) per il predominio e la realizzazione personale, in cui ogni sentimento è sacrificato sull’altare del successo professionale (nel caso di Vincent, la volontà cieca di far parte di questo mondo, che è mondo di sopraffazione e violenza anche se travestito da raffinato ballo di gala, è riscattata dalla genuinità e ingenuità del sogno del volo: non a caso, l’uomo è uno dei pochi a restare in piedi con gli occhi fissi al cielo a seguire i frequenti lanci dalla base spaziale, uno dei pochi ad alzare lo sguardo dalla polvere nella quale è costretto a sgomitare dibattersi ogni giorno per poter emergere e puntare più in alto): l’ufficio diventa così uno specchio della superiorità che Gattaca (ma anche l’intera società descritta nel film) accorda alla tecnica rispetto al sentimento; e, allargando lo sguardo, l’intera casa di vetro che è sede di Gattaca, un’immensa astronave fatta di specchi, un’arca luminosa e respingente (si tratta del Marin County Civic Center realizzato da Frank Lloyd Wright a San Rafael, in California, e già usato come location per L’uomo che fuggì dal futuro, altra opera prima, ma stavolta di George Lucas). Il futuro presentato in Gattaca è quindi patinato, immacolato e totalmente asettico, eppure brulicante di una profonda inquietudine. Al di là di un vetro, proprio quello che Vincent come inserviente è costretto a pulire, c’è un altro mondo: la gabbia che intrappola i non-validi è sfuggente ma reale, fredda come il metallo, trasparente, quasi invisibile ma tangibile proprio come il vetro. Se ci pensate, il vetro è un materiale amorfo, assolutamente non immutabile nel tempo: ogni volta che lo guardate, dal punto di vista molecolare, quel vetro è sempre differente rispetto alla volta precedente, eppure resta lì, apparentemente immoto, intangibile, freddo. Perfetto, in una parola: a sua volta, una metafora che dalla superficie delle cose giunge fino alla loro essenza. Lungo le quasi due ore del film, l’imperfezione che riguarda Vincent è costantemente evocata, a partire dal colore seppiato e nostalgico dei ricordi che, nella fase iniziale dell’opera, ricostruiscono la sua vita, il suo rapporto con il fratello Anthony, i suoi sogni e le sue speranze; quella stessa imperfezione che si fa condanna e caratterizza il suo fisico, i suoi occhi, la sua pelle e il suo cuore, ogni cellula della sua fibra umana, ogni cellula epiteliale, pelo, unghia o capello che è costretto ad eliminare ogni giorno e bruciare in un fornetto per cancellare e celare la propria stessa esistenza al mondo intero, per poter essere l’intruso che si aggira indisturbato in una società gerarchicamente ordinata per sangue (nel senso più estremo del termine). È questa stessa imperfezione, probabilmente, a connetterlo emotivamente a Irene, donna algida, apparentemente perfetta ma che in realtà nasconde un’anomalia cardiaca che ne rende improbabile la realizzazione professionale come astronauta all’interno di Gattaca. A fare da contraltare all’imperfezione c’è l’individuo perfetto, Jerome (il cui secondo nome è, non a caso, Eugene): un autentico superuomo, ex-atleta al quale la genetica ha concesso tutto ciò che serve per entrare a Gattaca ma non il desiderio di farlo, né, più prosaicamente, la capacità di essere felice. Jerome è costretto su una sedia a rotelle e, come si scopre verso la fine, a causa propria: in un momento di ebbrezza confessa infatti a Vincent di essersi buttato sotto la macchina che lo ha ridotto così, perché infelice. C’è come un bizzarro triangolo di personaggi centrato attorno alla feroce determinazione con cui Vincent insegue il proprio sogno, supplendo con questa alle lacune del proprio codice genetico: questo triangolo trova uno dei suoi lati in Irene, che conosce l’amore incondizionato e l’accettazione proprio grazie a qualcuno che, al pari e peggio di lei, è stato nella vita sempre emarginato; il secondo lato, quello forse più affascinante, nel rapporto tra Vincent e Jerome, un uomo a cui la società ha dato il meglio finché egli ne è stato un membro accettabile, per poi rigettarlo come un cancro non appena ne è stato incrinato lo splendore fisico, e che conosce l’amicizia e il senso di una vita piena, arricchita da un sogno da inseguire, proprio nel rapporto con il non-valido Vincent, che lo impersona fornendogli, di fatto, una seconda opportunità in un senso molto profondo e difficile da definire; e, infine, l’ultimo lato nel rapporto tra i due fratelli, Vincent e Anthony, legati da quello stesso patrimonio genetico che, lacunoso in Vincent e perfettamente assortito in Anthony, finisce per separarli in qualche maniera per sempre. In fondo, come nel vetro c’è continuo cambiamento a livello molecolare, oltre la superficie di questi personaggi c’è sempre qualcosa di rotto, incrinato, per l’appunto imperfetto: un’umanità che serpeggia inarrestabile oltre la gabbia del rigido determinismo che vorrebbe dirigerla in modo incontrovertibile. Si pensi al tormento interiore di Anthony, sospeso tra il dovere di investigatore e una forma di amore/compassione per il fratello perduto, incapace di credere che possa arrivare a commettere un omicidio eppure combattuto con la certezza logica, razionale, di doverlo assicurare alla giustizia in quanto truffatore, falso e spergiuro, per aver usato l’identità di un altro uomo allo scopo di realizzare i suoi sogni; o ancora al personaggio di Jerome, una figura multidimensionale che soffre di un dolore autentico per l’incapacità di raggiungere quella felicità (ma anche solo una qualche forma di serenità) che, stando all’ideologia sottesa all’ingegneria genetica che ne ha determinato i natali, avrebbe dovuto essergli assicurata dal suo DNA perfetto: Jerome si trova intrappolato nella condizione di un uomo cui ogni possibilità è aperta, che può avere tutto ma niente, in realtà, desidera, niente sogna e soprattutto niente sa sperare per sé (almeno fino all’incontro con la feroce passione che anima Vincent, e che lo spinge a interrogarsi su se stesso); o, infine, alla violenza che alberga l’animo del direttore Josef, una brutalità animale che si credeva impossibile, assolutamente scongiurata in un mondo in cui la manipolazione genetica promette di controllare anche il destino umano. Ma questa ambiguità funziona nei due sensi, e non le sono estranei neppure i personaggi che istintivamente appaiono come gli eroi positivi, gli imperfetti Vincent e Irene: il primo, che nasconde nella ferocia della propria determinazione una sostanziale freddezza nei confronti degli altrui destini (si pensi alla sua reazione alla morte del direttore delle operazioni di volo, uomo per il quale non ha mai avuto simpatia: pur proclamandosi da subito innocente anche di fronte alle insinuazioni di Jerome, Vincent non nasconde di sentirsi sollevato dal fatto che anche l’ultimo ostacolo alla realizzazione del suo sogno sia stato rimosso), un’assenza di empatia che è necessaria per difendersi da una società ostile, sempre pronta a additarti come diverso e riportarti indietro al punto di partenza, una reazione naturale in una lotta per la sopravvivenza che però rende Vincent incapace di aprirsi all’altro, proiettando sulla sua figura una linea d’ombra che la rende tremendamente affascinante; sarà lo sbocciare di un sentimento nei confronti di Irene a erodere questo gelo che abita i comportamenti e le relazioni di Vincent, Irene che soffre per una condizione cardiaca che ne pregiudica di fatto la carriera, che ha la voce incrinata e gli occhi tristi eppure non esita minimamente a indagare sul brillante collega sperando di smascherarlo e guadagnare così posizioni agli occhi di Josef, attraversata da gelosia e ambizione a sua volta, automa in una società di replicanti. Solo l’amore, e la capacità di accettarsi l’un l’altro, riscatterà Vincent e Irene, così come Jerome e Anthony: il sentimento che ribalta la tecnica e rende possibile un cambio di prospettiva.
Quello che rende davvero potente il narrato del film è che
Niccol, con grande controllo, rifugge il rischio della retorica, limitandosi a una messa in scena cruda, asciutta e minimalista, che dal punto di vista estetico rimanda direttamente a molta fantascienza anni ’60, o a opere come Alphaville di Godard, che già mettevano in scena il delicato rapporto tra sentimento e tecnologia: con un piglio mai moralistico, la fantascienza si fa soprattutto espediente stilistico per un apparato metaforico che, rendendo quasi irriconoscibile un mondo assai più simile di quanto ci piacerebbe credere al mondo in cui viviamo, ci pone di fronte a interrogativi che alla fine degli anni ‘90 apparivano (in modo assai inquietante) non così lontani nel tempo (e non a caso sono stati al centro di un enorme filone della fantascienza, che dalle distopie di Philp K. Dick e dello steam punk giunge fino ad oggi) e che, anche trascorsi più di vent’anni, risuonano con tutta l’eco profonda delle loro implicazioni etiche. Niccol mette in scena una storia che parla di finitezza, arroganza, ambizione: fantascienza al servizio dello studio della condizione umana, una fantascienza rivolta verso l’interno, in altre parole, anche quando sembra volgere lo sguardo alle profondità siderali, con un intreccio privo di effetti speciali ma denso come quello di un noir, genere che sicuramente è stato di riferimento per il regista, che lungo i fotogrammi accumula una tensione quasi insostenibile, liberata solo nella catarsi finale. Un film sfortunato, sottovalutato e troppo presto dimenticato (complice il sostanziale flop degli incassi) in cui la fantascienza è intesa come espediente narrativo e scenografico, capace di generare quesiti profondissimi: mentre si guarda Gattaca, viene naturale chiedersi se sia possibile determinare in maniera così profonda l’esistenza umana solo agendo sulla combinazione dei geni, su una fredda successione di basi azotate e sull’espressione di proteine; se la creatività umana, figlia sempre più spesso dell’errore e dell’imperfezione che dell’assoluto rigore, sia destinata a scomparire in un mondo rigidamente deterministico; se sia possibile impedire agli uomini di desiderare il cambiamento, di sognare qualcosa di meglio per sé e i propri simili, di avere paura, provare emozioni, innamorarsi senza badare ad altro che alle ragioni del proprio cuore, provare dolore, infelicità, rabbia, disperazione. In ultima analisi, Gattaca ci pone di fronte a un interrogativo semplice: si può predeterminare il destino di un uomo? La predisposizione rigorosa e deterministica del corredo genetico di un essere umano può permettere di annullare in esso ogni traccia di umanità, rendendolo nient’altro che un oltre-uomo, la caricatura di un essere umano, un individuo votato a una precisa missione, teso a un unico scopo? Il film, in maniera coerente con la ferocia rigorosa della propria messa in scena, non risponde in maniera definitiva. La storia di Vincent, Jerome, Irene e Anthony è, soprattutto, una storia di esseri umani che tornano verso se stessi, e che imparano a conoscersi, ad accettarsi, a superarsi, infine a riappacificarsi. Ogni cambiamento, per grande o piccolo che sia, non può che essere preceduto dalla presa di coscienza di sé. Alla fine, quando ognuno dei due protagonisti si prepara a intraprendere il proprio viaggio, è Jerome a rivelare a Vincent come sia stato proprio lui a guadagnare di più da tutto questa storia: ha dovuto soltanto prestare il proprio corpo a Vincent, mentre Vincent gli ha prestato i propri sogni, la propria ingenuità, permettendogli di fatto di intravedere qualcosa al di là della sua incapacità di essere felice. Sul finale, mentre ognuno dei personaggi giunge alla sua meta (o forse all’inizio di qualcosa di nuovo, diverso), riecheggia la frase che Vincent dice rivolto ad Anthony durante la sfida di nuoto della sera precedente: di fronte alle domande del fratello, che vuole sapere come Vincent abbia fatto a ottenere tutto ciò che ha ottenuto nonostante la sua condizione di non-valido, l’uomo risponde Ecco come ho fatto, Anton. Non risparmiando mai energie per tornare indietro. Rischiando il tutto per tutto per superare se stesso, spinto da un’idea, un sogno, una speranza, compiendo delle scelte che, certo, almeno in parte, lo hanno reso simile a quell’umanità spietata che con sistematica determinazione ha adoperato ogni arma per escluderlo, fin dai suoi primi vagiti. Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda dentro di te: perché, ci ricorda Gattaca con un’ultima, folgorante, profonda e affascinante ambiguità, nella vita c’è anche l’abisso, qualcosa che nessun destino, nessuna ingegneria genetica potrà mai controllare.

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