“The Imitation Game” (2014): Alan Turing, il codice Enigma e il potere dei segreti

“Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”

The Imitation Game/PosterImmaginate di essere un interrogatore, una persona (non importa quale sia il suo sesso) impegnata in un gioco: vi indicherò come C. Avete di fronte, senza poter entrare in contatto diretto con loro, due altre persone, una di sesso maschile e l’altra di sesso femminile. Il vostro scopo è scoprire chi dei due sia l’uomo, e chi la donna. Per far ciò, dovete porre ai due soggetti delle domande, ma non potete farlo parlando: i soggetti uomo e donna (chiamiamoli A e B, che ovviamente per C sono due incognite, quindi X e Y, senza poter dire a priori chi o cosa effettivamente siano X e Y) si trovano in due stanze diverse, separate tra loro, e voi vi trovate in una terza stanza. Potete comunicare tra loro solo usando una telescrivente o, perché no, whatsapp. In questo gioco a tre partecipanti, lo scopo di C è comprendere il sesso dei suoi due avversari: ponete il caso invece che lo scopo di A sia quello di ingannare C, mentre quello di B sia aiutarlo. Voi potrete porre delle domande, e ad esempio il giocatore B, tentando di aiutarvi, potrà dire qualcosa come “sono io la donna, l’altro ti sta ingannando”: ma è chiaro che una tale frase possa esser scritta anche dal giocatore A, che vuole ingannarvi. Non sapete chi dei due vi stia aiutando: dovranno essere le vostre domande, le domande giuste, a permettervi di dire qualcosa sul sesso dei due avversari. Questo gioco può in effetti assomigliare al celebre indovinello logico-matematico dei due guardiani con l’eccezione che l’informazione a disposizione del giocatore C non è così completa: non è infatti detto che uno dei due giocatori A o B menta sempre, mentre l’altro dica sempre la verità, e per certo C non può saperlo. Il gioco è già complesso di per se, come avrete capito: supponete adesso di complicarlo ulteriormente, sostituendo A con una macchina. Lo scopo di A è quello di ingannarvi, facendovi credere di essere umana: quante volte sarete in grado di cogliere il suo inganno, e quante volte, invece, sbaglierete? Nel momento in cui, statisticamente, la macchina riuscirà ad ingannarvi tante volte quante ci riescano l’uomo e la donna, sarete di fronte a un’imitazione perfetta. Chi dei miei lettori mastica (senz’altro più e meglio di me) qualcosina a proposito dell’intelligenza artificiale, avrà riconosciuto in questa premessa apparentemente delirante quella metodologia nota come Test di Turing: un test logico che permette di capire se un’intelligenza artificiale sia distinguibile o meno da una umana, in altre parole un criterio per determinare se una macchina sia in grado di pensare. Tuttavia, anche senza essere esperti di informatica, a chiunque di voi sarà capitato di dover risolvere, su qualche sito web, un CAPTCHA, acronimo dell’inglese “completely automated public Turing test to tell computers and humans apart”, qualcosa di molto simile a un Test di Turing (anche se, per così dire, inverso, in quanto gestito da un computer e non da un umano: ringrazio il multiforme ingegno di Sara Ridolfi, già nota ai miei lettori per aver realizzato lo splendido bannerThe Imitation Game/6 che campeggia su questa pagina, per la brillante segnalazione a riguardo). The Imitation Game: così Turing definiva questa metodologia in un suo seminale articolo del 1950, e così si intitola questo film anglo-americano, diretto dal norvegese Morten Tyldum e sceneggiato a partire dalla biografia dello stesso Turing, scritta da Andrew Hodges, che ha già fatto incetta di nomination e premi un po’ dovunque, e probabilmente passeggerà in maniera prevedibilmente trionfale sulla prossima cerimonia degli Oscar. Ho scelto di cominciare questa breve analisi con il famoso criterio del Test di Turing perché non vorrei che ci fosse un fraintendimento fondamentale: questo film non è semplicemente una rievocazione storica, nonostante le sue pretese in tal senso; The Imitation Game è un film sui segreti, sull’inganno, sul sospetto, sull’importanza di conoscere e, a volte, la necessità di nascondere le informazioni. La storia è ormai nota, anche se per lunghi anni coperta dalla cortina fumogena di un impenetrabile segreto di stato: allo scoppio della seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna eredita dall’intelligence polacca il know how (un vero e proprio trasferimento tecnologico) per la decrittazione dei messaggi in codice dell’esercito nazista. Non dovrebbe sorprendere che la crittografia giocasse un ruolo fondamentale nel secondo conflitto mondiale: se ci pensate bene, gli unici mezzi di comunicazione disponibili ai tempi erano il telefono (più sicuro: i tempi delle intercettazioni erano ancora lontani) o la trasmissione radio. L’inconveniente era che telefonare a una squadriglia di cacciabombardieri in ricognizione o a una flotta di U-Boot in immersione poteva costituire un problema di non poco conto: da qui la necessità di usare trasmissioni radio. Sciaguratamente, qualsiasi idiota con un ricevitore è in grado di intercettare una simile trasmissione se, puta caso, “seleziona” la frequenza giusta: non per darvi degli idioti, ma se le frequenze fossero criptate secondo me in pochi sarebbero in grado di sintonizzarsi su Radio Maria. Da qui nasceva la necessità di criptare queste informazioni. Ora, la crittografia è una branca della matematica che ha una storia lunga e gloriosa, e che si è giovata non poco delle innovazioni tecnologiche nel corso degli anni: si dà il caso che i tedeschi fossero abbastanza avanti in termini di sviluppo tecnologico a tale riguardo, e usassero per crittografare i propri messaggi una celebre macchina, chiamata Enigma, uno strumento elettromeccanico in grado di criptare un messaggio attraverso la semplice impostazione di alcune “posizioni” iniziali. La macchina Enigma usata dai tedeschi era stata The Imitation Game/1brevettata per scopi commerciali da un tal Arthur Scherbius nel lontano 1918: purtroppo non ebbe fortuna per il grande pubblico, finché i governi non ne intuirono le enormi potenzialità per scopi militari. La macchina Enigma consentiva infatti di criptare un messaggio e, conoscendo la chiave, di decriptarlo: due marconisti in possesso di una analoga macchina e a conoscenza della chiave erano quindi in grado di scambiare un’informazione segreta in maniera enormemente sicura. I primi a forzare il codice di Enigma furono appunto alcuni matematici e crittografi polacchi: questo non stupisce, considerando come la Polonia si attendesse l’invasione tedesca. Sfortunatamente la prima Bomba (così si chiamava l’apparecchio ideato dal team di studiosi polacchi guidato da Marian Rejewski) ideata allo scopo della decriptazione di Enigma era troppo semplice per le successive variazioni introdotte dai nazisti sul macchinario e, dopo gli iniziali successi, la Polonia esaurì ben presto i fondi per il suo sviluppo: e questo ci riconduce all’inizio del film. Scoppia la guerra, e l’esercito di Sua Maestà (e i servizi segreti dell’MI6, incarnati dallo Stewart Menzies interpretato da Mark Strong) si mette a caccia di personalità in grado di procedere nel lavoro di decrittazione e sviluppo: incontriamo quindi Alan Turing (interpretato dal sempre ottimo Benedict Cumberbatch), geniale e precoce matematico allora ventisettenne, che ottiene uno dei posti nel progetto che si svolgerà sotto copertura a Bletchley Park. Giunti a questo punto, chi ha visto il film noterà delle differenze con la storia: l’idea di usare una macchina per decrittare il codice Enigma non nasce con Alan Turing, per quanto egli vi abbia dato un impulso fondamentale, e non avrebbe d’altronde senso immaginare che le gerarchie militari alleate potessero sinceramente pensare di decrittare una macchina complessa come Enigma letteralmente a mano. Perché questo è quello che, almeno inizialmente, la squadra di geni della matematica e della crittografia guidata dal celebre scacchista Hugh Alexander (interpretato da Matthew Goode, che le casalinghe e i forzati della TV meglio ricorderanno nel coraggioso ruolo dello Chef Lorenzo, indefesso raccoglitore di sterpaglie e decoratore di tavole imbandite in una ben nota pubblicità di un cioccolatino) tenta di fare, lasciando Turing solo nel suo volontario isolamento, mentre cerca di progettare la macchina cheThe Imitation Game/4 sconfiggerà il nemico, l’antesignano dei nostri attuali computer (di fatto Alan Turing è stato il pioniere della moderna informatica: senza il suo fondamentale lavoro, magari adesso non stareste leggendo questa recensione su questo blog, chissà; più probabilmente, la stareste leggendo comunque). Ovviamente le cose ben presto cambiano: Turing convince addirittura Winston Churchill (grande appassionato di giochi logici, crittogrammi e strategia militare) della bontà delle proprie intuizioni per la costruzione della Bomba che permetterà di interpretare il codice Enigma, prende il comando dell’unità e organizza delle selezioni per trovare nuove menti da impegnare allo scopo. Compie queste selezioni in modo piuttosto originale, ovvero chiedendo a chiunque, tramite un quotidiano, di risolvere un cruciverba in meno di 10 minuti: chi avesse dovuto riuscirvi, sarebbe stato invitato ad un ulteriore prova di selezione, ancora più complessa, che avrebbe previsto la risoluzione di un ulteriore cruciverba in soli 6 minuti. Può sembrare un po’ naif, come metodo di selezione, ma è lo stesso Turing a spiegarne le intime ragioni: non si tratta di saper risolvere il cruciverba in tempo breve (egli stesso non vi riesce che in 8 minuti), ma di dimostrare di comprendere come si affronti un problema, se convenga approcciarlo per intero o per parti, una “semplice” dimostrazione di capacità logica. Dalle selezioni esce il candidato che non ti aspetti, la giovane matematica Joan Clarke, interpretata da una non più così scheletrica Keira Knightley, una personalità che eserciterà una The Imitation Game/2forte attrazione su Turing e avrà un ruolo fondamentale nell’intera storia. La squadra è al completo, in mezzo ad alcune difficoltà (i genitori di Joan non vedono di buon occhio la permanenza della giovane figlia, appena 24 anni, in un gruppo di lavoro costituito da soli uomini: siamo pur sempre negli anni ’40, e questo costringe Turing a elaborare alcuni escamotage per tenere vicino a sé una collaboratrice tanto valida): non resta che conquistare la fiducia e la simpatia degli altri (attività nella quale il geniale Turing, come ogni personalità un po’ particolare, non eccelle) e decriptare il codice Enigma. Il film, intrecciando tra loro tre diversi piani temporali (la linea temporale della fanciullezza di Turing, nel 1928, e dei suoi rapporti particolari, con annesse citazioni e riferimenti a mani basse dal Törless di Musil [e qui ringrazio le letture della mia ragazza, assai più numerose delle mie, per la segnalazione], con un compagno di classe, quel Christopher il cui nome sarà poi l’epiteto colloquiale col quale Turing si rivolgerà alla sua Bomba; la linea temporale di Bletchley Park, dove Turing lavora alla decrittazione di Enigma; e infine la linea degli anni ’50, nella quale Turing finisce sotto la lente della polizia per uno strano furto avvenuto in casa sua e, poi, per la scoperta della sua omosessualità), racconta la storia di questa battaglia contro il tempo per decifrare il codice nazista, battaglia che viene infine vinta sfruttando, banalmente, il piccolo errore di un marconista tedesco, che era solito porre le posizioni iniziali dei rotori della propria macchina enigma in maniera sempre uguale, a formare il nome della propria fidanzata, Cilly: con questo esempio, si introduce alle numerose tecniche di codifica elaborate da Turing e altri scienziati nel corso della loro esperienza a Bletchley Park, e in particolare a quella nota come Cillies. Ma la vita è fatta di scelte, alcune molto dolorose, e il rapporto tra le persone non è altro che un gioco, nel quale ognuno deve cercare di ottenere il massimo profitto, e nella guerra, un ovvio gioco a somma zero, in cui la vittoria di un contendente significa necessariamente la sconfitta dell’altro, il possesso di un’informazione tanto preziosa costituisce un vantaggio da custodire gelosamente: cosa si è disposti a sacrificare per un tale vantaggio? Ovviamente, la conoscenza di tali e tante informazioni comporta la necessità di tenerne all’oscuro il proprio avversario: mentire a chi sta mentendo. In questo gioco a due, ilThe Imitation Game/3 giocatore A può vincere solo se tiene all’oscuro il giocatore B del fatto di conoscerne in anticipo ogni mossa, e solo se riesce ad ingannarlo, facendogli credere di non saperne niente: interrompere ogni azione del nemico significherebbe fargli sapere di aver decrittato il codice, e spingerlo quindi a modificarlo. Farlo sentire sicuro di essere al sicuro invece permetterà di intervenire quando sia più conveniente, inferendo colpi letali senza scoprire le proprie carte. Ed è questo che gli alleati fanno, dando vita al progetto ULTRA, per abbreviare la durata della guerra e salvare il maggior numero possibile di vite umane senza destare il sospetto: mentre la guerra, là fuori, si identifica in giovani che muoiono e bombe che esplodono, a Bletchley Park si tratta semplicemente di un gioco. Un freddo gioco di logica e strategia. In tutto questo, si tratteggia la figura di un Turing che assomiglia un po’ di più a un idiot savant che a un grande matematico, una specie di genio folle in odore di Asperger (si pensi a carote e piselli nella rievocazione dell’infanzia di Turing) che incarna pienamente l’ideale romantico del genio che segue la propria ispirazione contro tutto e tutti, ispirazione che immancabilmente si rivela vincente (un po’ come era stato già fatto al cinema col John Nash di A Beautiful Mind, qualche anno fa, anche se in quel caso la schizofrenia del celebre matematico era dolorosamente reale). Era probabilmente difficile sottrarsi a questa rappresentazione “hollywoodiana” e profondamente americana del genio di Turing, ma fortunatamente non è questo il centro dell’opera, e quindi le varie licenze poetiche non creano troppo danno: il vero fulcro è proprio il gioco dell’imitazione, la necessità di fingersi ciò che non si è per ingannare il proprio avversario, e a volte anche i propri compagni. In un infinito gioco di specchi, Turing si accorge a poco a poco di non essere che una pedina: nell’universo psicotico del sospetto, tutti quanti sono sospettabili. Il numero dii mosse eseguite dai numerosi giocatori di un gioco tanto complesso non è calcolabile: l’MI6 fa il doppio gioco, permettendo a una spia nell’unità di Turing, che tiene sotto scacco Turing stesso, di scambiare informazioni con Mosca tenendo all’oscuro Churchill; e c’è un segreto da custodire gelosamente, fin quando possibile. Questo è il segreto che attraversa tutta la linea temporale di Bletchley Park, emergendo solo due volte, a seguito della proposta di matrimonio fatta a Joan al solo scopo di trattenerla nel gruppo; il segreto tratteggiato nella linea della fanciullezza di Turing (in cui ne scopriamo le origini) e infine rivelato nella linea temporale degli anni ’50, dopo il fermo dello The Imitation Game/5scienziato: l’omosessualità non dichiarata del genio che ha decifrato Enigma. E a quel punto non conta quello che hai fatto (su cui peraltro vige il più totale riserbo): in Inghilterra, tra il 1885 e il 1967, l’omosessualità era un reato punibile con il carcere. Di fronte alla scelta tra due anni di prigione (e la conseguente impossibilità di proseguire il proprio lavoro) e la spontanea accettazione di sottoporsi a un trattamento farmacologico di castrazione chimica, Turing sceglie il secondo, entrando in un calvario inimmaginabile che ne mina la solidità psicologica prima ancora che fisica, mettendo in crisi la sua stessa, geniale mente, e che, solo un anno più tardi (1954) lo porterà alla morte per avvelenamento: un sospetto suicidio sul quale, come ovvio, si addensano le teorie complottiste più svariate, cui anche il film sembra dare credito (pensate al cianuro che Turing raccoglie dal pavimento del suo studio dopo il famoso “furto” che dà il là ai suoi guai, e che poi furto non è, dato che dall’abitazione dello scienziato non sparisce alcunché). The Imitation Game è un film che trae le sue fortune da una sceneggiatura ottimamente scritta, che mescola in maniera sapiente i diversi piani temporali lungo i quali si svolge la storia, e si avvale di attori sicuramente capaci e molto dentro la parte: questa riscatta per lunghi tratti una regia non proprio colma di personalità, che fa del film un classico film di denuncia della violenza della società contro il diverso, sfruttando un intreccio thriller molto coinvolgente sullo sfondo storico del secondo conflitto mondiale. Un film a tratti molto americano, che probabilmente amplifica oltre misura il ruolo effettivamente giocato dalla decrittazione del codice Enigma nelle sorti della guerra (ruolo molto dibattuto ancora oggi dagli storici, a quanto pare) anche se nobilitato (e alleggerito) da parecchio humour molto britannico sparso qua e là, e da una riflessione non banale sui rapporti umani, sui segreti, sull’importanza della conoscenza e dell’informazione: tutti fattori importanti per vincere una guerra, ma fondamentali anche in quella battaglia (che altro non è se non una guerra su piccola scala) nella quale si svolgono le vite di tutti noi, coi nostri segreti, la nostra natura, la nostra diversità e volontà di essere ciò che realmente siamo, senza doversi nascondere, in un mondo in cui il conflitto tra realtà e apparenza può diventare lancinante e ancora oggi, quando molte delle assurde leggi che condannarono Turing fortunatamente non esistono più, non può davvero dirsi del tutto superato.

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