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June Round-Up: The Moon & Antarctica più altre cose belle

Non c’è niente da fare, RE-ANIMATOR, il nuovo album degli Everything Everything in uscita il prossimo agosto, promette non bene, ma benissimo. A confermarlo arriva questo terzo estratto, Planets, che la band presenta così:

“Planets is about calling out to be loved, feeling unworthy, and finding the love of the universe instead.”

Musicalmente, si tratta di un brano “progressiveggiante”, basato su synth molto ciccioni e su una andamento decisamente slow-core, scandito un ritmo quasi marziale, sul quale Jonathan Higgs canta temi “classici” per la produzione della band (disagio esistenziale, isolamento ed esclusione sociale, classismo, sensazione di essere fuori posto rispetto al resto dell’umanità). Il video, vagamente ispirato all’artigianalità tipica della serie Cosmos di Carl Sagan (parola dello stesso Higgs), contribuisce a restituire efficacemente il messaggio. La voglia di ascoltare l’intera fatica cresce a vista d’occhio.

Il tono è completamente diverso parlando di Assassin, altro singolone estratto dalla prima fatica sulla lunga distanza dei The Fearless Flyers, costola dei beneamati Vulfpeck. Si tratta di un funk irresistibile, composto da quel geniaccio di Cory Wong e costruito su incastri serratissimi della sezione ritmica (oltre a Wong, composta da Joe Dart, Nate Smith e Mark Lettieri) con gli ondeggiamenti trascinanti dei fiati della Delta Force, una elite horn section che abbiamo ormai imparato ad apprezzare. In particolare l’interplay tra Joe Dart e Nate Smith è ai massimi storici, raggiungendo valori quasi fuori scala: tanto per citare (con qualche lieve modifica) un commento trovato su YouTube sotto un vecchio video dei Vulfpeck, basso e batteria qui sono talmente serrati e compatti nel loro incedere che, se ci lasci in mezzo un pezzo di carbone, alla fine del pezzo ti ritrovi in mano un diamante. Ecco, quel diamante è precisamente Assassin.

Sono percussioni e sonorità tribaleggianti ad aprire Lions, nuovo singolo di Godblesscomputers (al secolo Lorenzo Nada, compositore elettronico bolognese che durante una residenza a Berlino, e dove sennò?, ha dato il via alla propria carriera di sperimentatore sonoro). Alle percussioni si associano presto una poderosa linea di basso, una leggera chitarra, un sax evocativo e infine una pioggia di rintocchi sintetici, in un brano che ha i colori dell’alba e il sapore di un ritorno alla natura (in questo, in qualche modo, ricollegabile alla stessa Planets, di cui parlavamo poco fa). Per uscire dalla cronaca e passare sul personale, ho avuto il piacere di parlare con Lorenzo via e-mail qualche anno fa (probabilmente gli scriveranno in diecimila, e quindi non se ne ricorderà), proponendogli una serata per un festival che stavo organizzando dalle mie parti: non se ne fece niente, ma ricordo sempre volentieri la sua gentilissima risposta, tutt’altro che scontata al giorno d’oggi. Mi direte: ti stupisci della buona educazione? Per carità, mai e poi mai, e poi che motivo avrei di pensare pregiudizialmente che qualcuno sia maleducato? Semplicemente, nel cosiddetto monde della “musica indie” o, più in generale, dell’underground, non mi capita più di darla per scontata. Chissà, magari prima o poi riuscirò a portare Lorenzo a suonare dalle mie parti: intanto, beccatevi Lions, perché sono suoni che fanno bene al cuore e al cervello.

Questo giugno appena concluso è stato anche il mese del 20° anniversario di un disco meraviglioso composto da una delle band che, negli ultimi anni, ho ascoltato e amato di più (per varie ragioni): il bellissimo The Moon & Antarctica, dei Modest Mouse. Vi do alcuni buoni motivi per amare questo disco a suo modo monumentale: l’indie-rock sgangherato e spigoloso imbastito da Isaac Brock e soci, sospeso tra asprezze in odore di Pixies e vaghezze folk, ferocemente ritmico quasi quanto malinconicamente melodico, cinematico e cinematografico (ma questo lo è sempre stato, fin dagli esordi “on the road” di This Is a Long Drive for Someone with Nothing to Think About: citerò solo Dramamine, ma la lista sarebbe lunga); lo sguardo poetico (e profetico), allo stesso tempo grottesco e surreale, con il quale Brock riesce a racchiudere nei suoi testi la tragicommedia della vita umana, le sue contraddizioni, gli scorni, le montagne russe emotive che tutti sperimentiamo, come vivisezionasse degli animaletti sotto il microscopio; 15 tracce nelle quali l’ispirazione è ai massimi, altrettanti episodi di un viaggio metaforico (ma non troppo) che dalla Luna porta all’Antartide, al limite estremo del mondo. Ogni volta che ascolto 3rd Planet non posso fare a meno di pensare che Brock volesse prendersi gioco della hendrixiana Third Stone from the Sun, rispondendo a quella psichedelia hard-rock cosmica con il suo affilatissimo sarcasmo (Well, the universe is shaped exactly like the earth/If you go straight long enough you’ll end up where you were); è bello lasciarsi cullare dalle chitarrine “balneari” di Gravity Rides Everything e cadere a capofitto dentro il pop oscuro e crepuscolare di Dark Center of the Universe (che poi comincia con un bell “I might”, proprio come una delle loro canzoni che più amo, ovviamente Might), poi riprendere fiato con Perfect Disguise e ritrovarsi a danzare in accordo col ritmo geometrico e funk-punk della splendida Tiny Cities made of Ashes; farsi schiaffeggiare dagli start e stop vertiginosi di A Different City (I want to live in the city with no friends or family/ I’m gonna look out the window of my color TV/ I will remember to remember to forget you/ Forgot me/ I’m gonna look out the window of my color TV) e cullare dalla gelida filastrocca esistenzial-folkeggiante di The Cold Part:

So long to this cold, cold part of the world
So long to this bone-bleached part of the world
So long to this salt-soaked part of the world
I stepped down as president of Antarctica
Can’t blame me
Don’t blame me
So long to this sad, sad part of the world
So long

Alone Down There comincia come una filastrocca un po’ inquietante, per esplodere in un ritornello tra i più memorabili dell’intero pacchetto (uno dei miei episodi preferiti); i dieci minuti di The Stars are Projectors coniugano in maniera serratissima la malinconia rabbiosa tipica della band con una psichedelia feroce e affascinante, che fa delle le stelle non più semplici spettatori dei destini umani, ma autentici proiettori della nostra intera vita sul gigantesco schermo 3D di questo pianeta (The stars are projectors, yeah/ Projectin’ our lives down to this/ Planet earth), in una curiosa vertigine astrofisico-esistenziale; siccome il tono va sull’altalena, come i sentimenti umani e, in fondo, proprio come l’intera umanità, al pezzo probabilmente più complesso e impegnativo seguono il folk sghembo di Wild Packs of Family Dogs e le filastrocche paranoiche di Paper Thin Walls e I Came as a Rat (composita e destrutturata, che sembra contenere almeno due/tre pezzi diversi al suo interno). Lives è un episodio riflessivo (Everyone’s afraid of their own lives/ If you could be anything you want/ I bet you’d be disappointed, am I right?) in pieno sound Modest Mouse, preludio delicato spezzato letteralmente a metà da una coda gonfia di archi sulla quale Brock declama la parte finale del testo, per poi tornare al riff iniziale; Life like Weeds assomiglia a una preghiera declamata su una chitarra parecchio stropicciata e brutalmente maltrattata (And in this life like weeds, you’re just a rock to me) e si apre poi in un ritornello di purezza e splendore cristallini, riportando il baricentro della narrazione dall’io al noi, quel bisogno dell’altro che allo stesso tempo è minaccia e salvezza, con tutti i suoi pregressi (la solitudine terribile, la forza di potersi riconoscere di fronte alla paura della morte):

In this life like weeds, eyes need us to see
Hearts need us to bleed, in this life like weeds
You’re a rock to me
I know where you’re from, but where do you belong?
In this life like weeds, you’re the dirt I’ll breath
In this life like weeds, you’re a rock to me

Di fronte al destino, resta il tempo di chiedersi di cosa siano poi fatti, questi benedetti essere umani. Brock ritorna in sé giusto in tempo e si risponde a metà tra il rabbioso e il sarcastico, chiudendo questo viaggio con What People are made of e pochi versi che suonano dolenti, magicamente reali e surreali al tempo stesso (d’altro canto, è il suo marchio di fabbrica):

And you wound up on an island of shells and bones that
Bodies had left
And the one thing you taught me
‘bout human beings was this
They ain’t made of nothin’ but water and shit

La verità è che, ieri come oggi, per Brock come per tutti gli altri, tutti noi, il grande mistero resta semplicemente come possano questi strani essere fatti di acqua a merda provare quei sentimenti che li rendono esseri umani, a volte addirittura riuscendo a esprimerli, e quale forza ci porti a girare tutti attorno a noi stessi. Non si tratta semplicemente di ammazzare il tempo, “come se si potesse ammazzare il tempo senza ferire l’eternità”: c’è sicuramente qualcosa di più, che va probabilmente anche oltre il riconoscimento di un comune destino che è, in ultima analisi, morte e decomposizione. E a questa domanda The Moon & Antarctica, nel suo viaggio affascinante, nel suo immaginario rigoglioso e surreale, nella sua collezione di suoni ora sgangherati ora romantici, ora taglienti e ora eterei, non risponde, perché proprio non c’è risposta se non in quel sentimento di meraviglia per l’umano, per l’esistenza dell’altro che, evidentemente, per Brock come per tanti altri prima e dopo di lui, rappresenta ancora l’unica vera forma di miracolo.

Non c’entra assolutamente nulla ma prima di salutarvi vi voglio lasciare con un altro pezzo dei Modest Mouse, assai più recente, ma che è una delle loro cose che in assoluto preferisco (ma che dico? Forse è in assoluto uno dei pezzi “rock” che preferisco): si tratta di I’ve got it all, contenuta nell’ep No One’s First, and You’re Next, del 2009. Ogni volta che ascolto le armonizzazioni vocali sul secondo ritornello, prima di quella potentissima coda finale sconquassata dalle distorsioni e dalle grida di Brock, mi vengono i brividi (quelli veri).

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