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"La Colazione Dei Campioni", K. Vonnegut

La colazione dei campioni, ovvero Addio, triste lunedì, ovvero (aggiungo io) la resa dei conti di uno scrittore, giunto al traguardo dei 50 anni, con tutte le ossessioni, le storie e i personaggi che hanno popolato i suoi libri fino a quel momento. Servirebbe una grande quantità di pazienza e di tempo per elencare tutto ciò che questo libro rappresenta e tutto ciò che non rappresenta, quello che vuole dire e quello che invece non vuole dire, dove si nascondano i significati ed anche dove questi si mostrino apertamente; è assolutamente riduttivo definire quest’opera una lunga, feroce satira di tutto ciò che di “satirizzabile” ci circonda, così come non rende affatto l’idea definire questo testo semplicemente grottesco, visionario, folle. Vonnegut ha creato un’opera completamente anarchica, camuffando i suoi intenti e nascondendo la sua profonda e sottile critica sotto il racconto della pazzia di Dwayne Hoover, riccone di provincia che dà segno di squilibrio a causa di “certe cattive sostanze chimiche nella sua testa” e che perde definitivamente le rotelle quando incontra Kilgore Trout, scrittore di fantascienza ignoto ai più (forse anche a se stesso) e pubblicato solo da riviste pornografiche piene di, letteralmente, “tope spalancate”, che gli fornisce, sotto forma del suo delirante romanzo Ora si può dire, tutti gli strumenti di cui lo squilibrio ormai necessitasse per trasformarsi in follia cieca e violenza incontrollabile. Quello che succede dentro il testo è una sorta di progressivo “scivolare” in questa follia, un escalation di comportamenti assurdi, un percorso lastricato di feroce ironia dall’autore, che non perde occasione per esercitare la propria vis satirica su qualsiasi argomento riguardi i suoi primi 50 anni di vita e gli Stati Uniti tutti, il suo paese con tutte le storture che ormai sapremmo tutti quanti enumerare anche ad occhi chiusi, dall’ossessione per il denaro ed il successo alla guerra, dalla follia del razzismo a quella della religione: la satira è condotta attraverso il racconto delle assurdità che riempiono le nostre vite ogni giorno come attraverso i sunti, che costellano qua e là la narrazione, di varie opere di Trout, ovviamente tutte quante, per quanto fantascientifiche, ben legate ed ancorate alla realtà, grottesche deformazioni della nostra assurda vita quotidiana e durissime condanne della nostra sempre più presente povertà di spirito ed intelletto. Ma, come detto, La Colazione dei Campioni è anche l’occasione per Vonnegut di una resa dei conti con se stesso e la propria vita: per dare un’idea dell’anarchia che regna sovrana nell’opera, ad un certo punto non dovrete stupirvi di veder spuntare, in prima persona, l’autore stesso all’interno della sua storia di fantasia, protagonista e testimone, con un intento particolare e che lo lega a doppio filo alla storia della follia di Dwayne Hoover. In Ora si può dire, quest’ultimo legge la storia di un uomo al quale il Creatore svela di essere l’unico essere vivente dotato di libero arbitrio di tutto il creato, e che tutto ciò che lo circonda non sono altro che macchine, robot che servono al Creatore dell’Universo per studiare il suo comportamento e le sue reazioni (sempre imprevedibili, perché libere) a differenti stimoli, positivi e non; Vonnegut giunge nel libro per liberare i suoi personaggi, e donare il libero arbitrio alla sua creatura che risponde al nome di Kilgore Trout (quasi un alter ego, a dire il vero). Credete che Trout saprà fare un uso intelligente di quel libero arbitrio? Ma allora non avete ancora capito nulla dell’uomo! L’uomo che è una macchina vanesia, arrivista, cattiva e bieca, meschina anche, sempre pronta a trarre guadagno dalla situazione, se possibile… eppure, contemporaneamente, l’uomo che è come “un fascio di luce verticale”, qualcosa di totalmente buono che trova la sua realizzazione nell’espressione artistica, perché alla fine ciò che conta vedere dell’uomo è quel nocciolo, quel grumo di luce (a volte secco, a volte rattrappito, spesso non curato) che dovrebbe continuare a risplendere anche nel buio della follia più cieca nella quale ogni giorno affondiamo i nostri passi quasi con soddisfazione. C’è un umanesimo di fondo nell’opera di Vonnegut che resiste anche all’ultima, liberatoria risata e che rende questo testo qualcosa di magico ed irrinunciabile.

Ora si può dire? Si può dire. Kurt Vonnegut un po’ ci manca.

"In America ci si aspettava che ognuno arraffasse tutto quello che poteva e se lo tenesse. C’erano americani bravissimi ad arraffare e a tenere ed erano favolosamente ricchi. Altri invece non riuscivano mai a mettere le mani sui quattrini. [….] "

"Una creatura di nome Zog arriva sulla Terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap. Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono. Il padrone di casa gli spacca il cranio con una mazza da golf."

(dal libro di Kilgore Trout "L’Idiota Ballerino", riassunto nel testo)

Tra le altre cose, esiste anche un film omonimo tratto da questo libro, con Bruce Willis e diretto da Alan Rudolph… pare non sia un granchè, ma per dovere di cronaca ve lo segnalo. Buona lettura e, se vorrete, buona visione!

2 Risposte a “"La Colazione Dei Campioni", K. Vonnegut”

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