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La dialettica dello sguardo: “Il Sale della Terra”, di W. Wenders e J. Ribeiro Salgado (2014)

Il sale della terra_PosterE infine, all’inizio di Dicembre, sono riuscito a vedere questo film. Scrivo “infine” perché, come potrete immaginare, riuscire a beccare certe opere nella programmazione dei cinema nell’era del multiplex è più che un’impresa, purtroppo. Forse (dico forse) la situazione attuale della distribuzione cinematografica dovrebbe spingere ad una riflessione: per fortuna, resistono alcuni piccoli cinema che proiettano opere comunque di qualità ma evidentemente destinate (per propria natura? Per fallace autoconvinzione del distributore? Per decisione insindacabile del Dio Mercato?) ad un pubblico maggiormente di nicchia. Ed è un peccato, perché la visione di questo Il Sale della Terra, opera ultima (in ordine cronologico) di Wim Wenders, coadiuvato alla regia da Juliano Ribeiro Salgado, figlio del protagonista, il ben noto fotografo brasiliano Sebastião Salgado, farebbe bene a parecchi, per le più svariate ragioni: a chi reputa ancora giusto preoccuparsi per l’uomo e per il pianeta in cui vive, certamente; ma anche a chi si considera appassionato di Cinema (la maiuscola non è casuale), e che da quest’opera potrà apprendere come si realizza un documentario che è soprattutto un diario di viaggio, una bussola poetica che accompagni attraverso il labirinto delle immagini raccolte (o, per citare lo stesso Wenders, “disegnate”, con sapiente uso di luce e ombra) dal protagonista nel corso della sua intera vita. Un viaggio che si compone di tre istanze, tre movimenti distinti ma, come vedremo, convergenti: la scoperta dell’uomo, quella del fotografo, e quella del padre, quest’ultima compiuta dal figlio Juliano anche attraverso il filtro della macchina da presa. Wenders ripercorre, nel documentario, l’intera vita di Salgado: dall’infanzia nella fazenda del padre, agli studi di economia a Vitoria, all’incontro con la moglie; dall’impegno politico, che gli costerà la fuga dal Brasile durante la terribile dittatura militare, alla nascita dei figli, all’incontro con l’arte fotografica, inizialmente casuale, e che lo spinge infine verso la sua vera vocazione: conquistare immagini. Perché di questo si tratta, una conquista: l’immagine va cercata ad ogni costo, cercata laddove c’è davvero quella che chiamiamo Vita, disegnata con pietas e senso diIl sale della terra_04 profonda comunanza coi destini degli uomini. Il resto è storia nota, ed è il racconto dei progetti artistici pensati e realizzati da Salgado e dalla moglie Lélia Walnick Salgado, concretizzatisi nei reportage fotografici e nelle mostre che, dalla metà degli anni ’70 ad oggi, hanno scandito il lavoro del grande fotografo brasiliano: da Sahel- The End of the Road a Workers: Archaelogy of the Industrial Age; dalle opere sui migranti, alle fotografie dei pozzi petroliferi in Kuwait dati alle fiamme da Saddam Hussein, a Genesis, opus maius nel quale Salgado ritrae il mondo e i suoi abitanti (uomini, animali) in quei luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, cristallizzato al momento stesso della “creazione”, luoghi sui quali la lunga mano dell’uomo ancora non si è avventata. Quello del film è un viaggio affascinante e difficile: un viaggio nel cuore del processo creativo di un artista e, soprattutto (ma è possibile davvero scindere i due piani?), nel cuore della sua vita personale, nel suo rapporto coi figli, cresciuti con un padre che era come “un supereroe”, un uomo che viaggiava ai quattro angoli del globo per catturare quelle immagini, restando lontano da casa per mesi, a volte anni, nel suo rapporto con la moglie e con la propria terra. Ma il segreto per comprendere tutta la storia è, molto semplicemente, legato ad uno degli atti più comuni che tutti noi compiamo: vedere. Non mi sorprende che Wenders sia stato coinvolto in questo lavoro, un’opera che si incentra di fatto sullo sguardo e le sue possibilità: uno dei nuclei centrali dell’intero cinema del cineasta di Düsseldorf. C’è lo sguardo colmo di meraviglia dell’ammiratore del lavoro di Il sale della terra_01Salgado, Wenders stesso, che tenta di restituire le opere del fotografo brasiliano seguendolo durante la realizzazione di vari reportage senza semplicemente mostrarle, ma tentando di allargarne l’ inquadratura a includere l’uomo che scatta la foto, abbracciandolo e introducendolo in quel paesaggio che egli cerca di tratteggiare con luci e ombre, tentando una volta di più di affermare la vitalità del mondo al di là dell’obiettivo; c’è lo sguardo dolce e paziente di un figlio che desidera conoscere davvero il padre, e lo accompagna telecamera alla mano in una delle sue spedizioni avventurose, una di quelle su cui fantasticava da bambino, con lo scopo di fotografare i leoni marini nel loro habitat naturale, o intervista i suoi parenti ancora in vita, e in particolare il padre di Salgado, per sapere qualcosa di più, in fondo, su se stesso; e c’è lo sguardo dell’artista, Salgado stesso, che racconta le sue foto come sfogliasse un libro di fotografie, inquadrato frontalmente in primissimo piano, di modo che sul volto e negli occhi si possano leggere i segni del cammino di un’intera vita. Il sale della Terra è una dialettica di sguardi, un film sulla possibilità di vedere il mondo, la realtà, prima ancora che un documentario di natura biografica. La mano di Wenders è ben evidente nella paziente tessitura delle immagini, tenute assieme da associazioni di idee, dalle parole, dall’uso sapiente delle musiche, come nell’alternanza tra il bianco e nero delle fotografie e il colore, ora sgranato, ora accecante, un autentico marchio di fabbrica del cineasta tedesco: perché va detto che raramente, negli ultimi anni, mi è capitato di vedere un film in cui la tensione interna fosse così forte. E certo, il film è un film sulla fotografia, e quindi una larga fetta del merito va alle splendide immagini raccolte da Salgado lungo la sua vita straordinaria: ma un film è costituito da immagini in movimento, e come il fotografo disegna con luci e ombre, il cineasta dipinge con immagini, musica e parole, e quindi l’incredibile tensione che si avverte in ogni singolo istante della proiezione deve per forza emergere dalla perfetta commistione tra questi due piani. E un’altra sovrapposizione tra piani, stavolta narrativi, costituisce il nucleo del film: da una parte la macchina da presa, che girovaga con tutto il senso di meraviglia dell’autore e del suo pubblico, nella vita e nelle opere di Salgado, eIl sale della terra_03 dall’altra la vita stessa del fotografo, che si sviluppa al di fuori della fotografia, rendendoci partecipi di un percorso che è sì artistico, ma anche e soprattutto umano. Una lenta discesa nel dolore della condizione umana: rifugiati, vittime di pulizia etnica, vittime di guerre senza nome e apparentemente senza fine, vittime della follia del potere. Gli uomini raffigurati da Salgado nelle sue foto racchiudono tutto questo, il dolore eppure la dignità della condizione umana: e la fotografia è contemporaneamente inevitabile denuncia dell’orrore, riflessione sulla condizione umana e ammirata rappresentazione della dignità dei deboli, degli oppressi, degli schiavi, malati e maltrattati, tutti coloro ai quali si deve un’immagine, perché non si può accettare che vengano semplicemente spazzati via senza che nessuno sappia mai della loro esistenza. Quella di Salgado è quasi una missione, fondata sulla convinzione che sia davvero l’uomo il sale di questa nostra Terra, e che mi riporta alla mente una sequenza di un vecchio film di Wenders, il documentario Tokyo-Ga, girato in Giappone sulle orme del grande regista nipponico Yasujiro Ozu. In questa scena, Wenders incontra Werner Herzog in cima a un grattacielo a Tokyo, e i due discutono del loro lavoro di cineasti: Herzog parla della sua ricerca di immagini “pure” e “trasparenti”, non ancora contaminate dall’uomo, immagini che possano dare un senso alla vita stessa, e di come sia disposto ad ogni cosa pur di riuscire ad ottenerle (a proposito della poetica herzoghiana, rimando sempre alla splendida monografia di Fabrizio Grosoli, purtroppo introvabile se non in qualche biblioteca, che la definisce prometeica: mai termine fu più adatto), mentre Wenders, pur comprendendo il punto di vista del collega, riconosce come per lui la ricerca delle immagini debba avvenire proprio lì, dove l’uomo esiste, trascorre la sua vita, imprime il suo marchio sul mondo, e nei volti delle persone, nell’incontro con gli altri, nella metropoli caotica; un percorso in direzione contraria all’ascensione cui Herzog fa riferimento con diversi esempi nel suo discorso, una discesa al livello dell’uomo. Mi torna in mente questa scena non soltanto perché sia Wenders che Herzog sembrano aver scoperto una splendida “seconda vita cinematografica” nella declinazione personale del genere documentario, ma soprattutto Il sale della terra_02perché, mentre vedevo Il sale della Terra, ho pensato precisamente che la missione di Salgado, in qualche modo, riunisse i mondi ideali dei quali parlavano i due registi, altrimenti tanto distanti: nella sua ricerca dell’uomo, di segni di vita, e nel suo essere disposto a spingersi ovunque, sempre più lontano (e non solo fisicamente), pur di testimoniarla. Perché questo film sarebbe solo una collezione di bellissime fotografie accostate paratatticamente tra loro se da questo accostamento, manovrato dallo sguardo incantato di Wenders, non scaturisse un racconto: una storia. Serve una storia, è necessaria: mi torna in mente Omero, il cantore degli angeli ne Il Cielo Sopra Berlino, che dimora nella Staatsbibliothek e che conserva l’intera memoria del genere umano, e ne canta la Storia, senza la quale dell’uomo non resterebbe alcunché. La Storia emerge naturalmente dalle immagini, ed è la Storia dell’uomo, una storia fatta di guerra, violenza, sopraffazione (la stessa di cui parlavano, dolenti, Damiel e Cassiel), di dolore e morte: le immagini di Salgado, progressivamente, incarnano una lenta discesa negli inferi della vita, quelli che, purtroppo, l’uomo non ha mai smesso di sperimentare, e che segnano profondamente lo stesso fotografo, sottraendogli infine ogni speranza per l’umanità e il suo fragile pianeta. E qui mi chiedo, come i due angeli storici del cinema di Wenders, Damiel e Cassiel, se potrà mai essere scritta una storia diversa, una Storia di Speranza, una Storia di Pace. Deve esserselo chiesto anche Salgado, che con la moglie concepisce a quel punto il colossale progetto che porta il nome di Genesi: una raccolta di immagini dai quattro angoli del globo, che testimonino di un mondo intatto, puro, che si è conservato come era all’atto della nascita della vita, della “creazione” o come la vogliamo chiamare. Una ricerca di purezza e bellezza che convince Salgado di una cosa: tutto è strettamente interconnesso, la sua storia personale (e quella di Juliano che insegue la conoscenza del padre, e quella di Wenders che insegue la sua ammirazione per il Salgado fotografo) è parte di una storia più ampia, ad essa indissolubilmente legata. La zampa di un’iguana alle Galapagos, argentea nel lucido bianco e nero del fotografo, rimanda alla mente inevitabilmente la mano di un soldato medioevale protetta dalla sua armatura; gli sguardi degli animali sono vivi, fieri come quelli dei molti uomini fotografati da Salgado; gli spazi naturali ancora intatti, catturati dal suo obiettivo, tolgono il fiato. E l’amore e l’impegno possono ancora ripopolare una mata atlantica ormai estinta da decenni a causa della desertificazione: le ultime, emozionanti sequenze del film trattano proprio di questo, il lavoro dell’Instituto Terra, che con la spinta di Léila, avvia un progetto di ripopolamento boschivo nella regione in cui sorge la fazenda dei Salgado, un tempo (durante la giovinezza del fotografo) avvolta da una lussureggiante foresta tropicale e, negli anni, resa arida e sterile dalla desertificazione. Un’impresa che va a buon fine, e che testimonia ancora di più di un senso di speranza: il potente spettacolo continua davvero, e si può sul serio contribuire con un verso. Tutti gli sguardi presenti nel film, quello di Wenders, quello di Juliano e quello di Sebastião Salgado, collassano in un unico punto: il cantore Omero, ne Il Cielo Sopra Berlino, avrebbe senz’altro chiosato con un siamo tutti sulla stessa barca. Sta a noi decidere quale direzione prendere nel mare in tempesta.

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