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La musica come luogo di guarigione: Meditations (Jon Batiste & Cory Wong, 2020)

The album is called Meditations because of the origin and intent of the music. Jon and I both have a pretty hectic schedule on a regular basis. Music is both our job, and our escape. The intention of making this album was to find ourselves in a healing place with the music. We’re not chasing radio play or a Billboard hit with this particular collection of music…we’re chasing that feeling of freedom and healing that comes from that place that gives us that deep connection on a human and spiritual level. Hopefully the listener will connect with the music in a way that allows them to connect to themselves in a new way.

Poche settimane fa su queste pagine recensivamo l’ultimo album solista di Cory Wong, Elevated music for an Elevated Mood, chiosando con la netta sensazione che Wong, virtuoso chitarrista proveniente da Minneapolis, già elemento fondamentale all’interno dei Vulfpeck, fosse un ottimista: lo suggerivano il tono della sua produzione musicale, il tono complessivo di quell’album, ma anche e soprattutto l’atteggiamento dell’artista nei confronti della musica, abbastanza scanzonato e assolutamente non serioso. Insomma, come diceva qualcuno, “non prendete la vita troppo sul serio: comunque vada, non ne uscirete vivi”. Chiaro che una battuta non possa comprendere l’intero universo di un’artista talentuoso come Wong, e questo Meditations, un lavoro dalle atmosfere completamente differenti rispetto a Elevator Music…, lo dimostra appieno. Andiamo per ordine: Meditations è innanzitutto un album collaborativo che nasce dall’incontro professionale (ma soprattutto umano) tra il chitarrista di Minneapolis e il pianista, band leader e compositore americano Jon Batiste, e si compone di sole sei tracce, completamente strumentali. Ad accompagnare i due compositori, le percussioni di un Nate Smith sempre monumentale ma per l’occasione eccezionalmente compassato e il pianista e organista Sam Yahel. Fin dai primi secondi del disco, si capisce immediatamente di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso: Meditations non è un lavoro orientato all’ascolto facile o distratto, né tantomeno un disco da passaggi radio o che altro, piuttosto una narrazione all’interno della quale Wong e Batiste tentano di ritagliare per la loro musica uno spazio di cura, quello che proprio Wong, nella dichiarazione riportata in epigrafe a quest’analisi, definisce “a healing place”. Una musica che possa curare l’anima, in una profonda ricerca di (ri)connessione spirituale (con sé, con gli altri, col mondo): queste meditazioni prendono il via da una fluviale rilettura di Meditation, una delle composizioni migliori contenute in Elevator Music for an Elevated Mood. Introdotta da poche note sparpagliate del piano, che intessono lo spazio armonico a partire dal quale Cory Wong ricamerà poco più avanti, dapprima da solo e poi seguito da Batiste e dalle percussioni di Nate Smith, la splendida melodia, Meditation si espande fino a diventare un brano quasi ambientale: la pulsazione ritmica di Smith, minimale e continua, ospita tra i suoi spazi vuoti il piano di Batiste che cresce e divaga a partire dall’idea originaria. Come in un’autentica meditazione, l’input originale viene costantemente superato, e i musicisti sembrano volteggiare attorno a nuove idee e nuove strutture, abbracciando e accrescendo gli uni le linee degli altri, fino a un finale che sembra portare il brano ad attraccare su spiagge lontanissime da quelle da cui era partito, in una spirale affascinante di suoni, prima che la melodia di Wong torni a far capolino tra i tasti di Batiste, come se i dieci minuti del brano rappresentassero il percorso che occorre al pianoforte per appropriarsi di questa melodia della chitarra, penetrandola e facendola propria. Anche metaforicamente parlando, l’intero album sembra un racconto di mare, la traversata di un oceano sconfinato e feroce, avvolto dalla nebbia (come la stessa immagine di copertina sembra suggerire), una lunghissima preghiera musicale: e infatti Prayer è il titolo del secondo brano in scaletta, in cui il pianoforte tratteggia una piccola pioggerellina di note e accordi gravi e meditabondi sui quali Wong recupera uno stile chitarristico che rimanda, qui più che altrove, ai brani più up-tempo della sua produzione; tuttavia si tratta di pochi passaggi di colore, perché a dominare restano il pianismo elegante e riflessivo di Batiste e le spazzolate di Nate Smith sulla batteria, lievi frustate come spruzzi d’acqua fresca che colpiscono il volto durante una traversata col mare mosso. Con Home si ha il secondo déjà-vu dell’album: il brano, infatti, era già stato inciso da Wong e Batiste nel precedente Motivational Music for the Syncopated Soul. Qui Batiste sembra rallentare ancora di più il ritmo, disegnando armonie senza tempo e spostando delicatamente il brano da un jazz discreto verso quella che pare quasi una bossa, lieve e rallentata. Relationship si basa ancora sulle straordinarie doti pianistiche di Batiste, un suono che gronda emotività e sentimento da ogni nota e che si appoggia ancora sulle pulsazioni minimali di Smith ma soprattutto sullo splendido lavoro di supporto offerto dall’organo di Yahel, senza disdegnare l’introduzione di inattese dissonanze, che screziano il brano e lo accompagnano a chiudersi delicatamente in un crescendo arpeggiato, caleidoscopico e scintillante. Teardrops si basa interamente su un arpeggio di chitarra e sparuti interventi di piano filtrato, piccoli rumorismi analogici cui si sovrappongono registrazioni concrete: una voce sputata fuori da un altoparlante, respiri, piccoli rumori, telefoni cellulari. Il mondo che cerca di entrare dentro la musica, che preme da fuori per entrare dentro la testa, brulicante di distrazioni, e di tutto ciò che, a torto o a ragione, si può chiamare vita. Lullaby accompagna l’ascoltatore verso la conclusione del viaggio: è una melodia sospesa, in fragile equilibrio sopra il baratro. Il fronte sonoro ondeggia, appare e scompare e ancora riappare, grappoli di note di piano galleggiano sopra il maelstrom generato dall’organo e accresciuto dalle percussioni quasi subsoniche di Nate Smith. Wong e Batiste riescono, lungo queste sei tracce, a creare sei ambienti sonori raffinati, eleganti e completi, all’interno dei quali si snoda il percorso di Meditations: con un’opera che è quasi più da architetti che da musicisti, i due disegnano traiettorie che, come archi, accompagnano il loro suono, per entrambi assolutamente caratteristico e ben connotato, verso una fusione profonda e quasi mistica. Sia Wong che Batiste entrano in punta di piedi dentro questo gigantesco maelstrom, che li culla e li inghiotte dolcemente, lasciando ai brani il modo e il tempo di svilupparsi in totale libertà con una delicatezza e un rispetto per la musica che solo i musicisti più grandi dimostrano: l’oceano di Meditations risucchia ogni fronte d’onda e quando, sul finire di Lullaby, sembra tornare a gonfiarsi e a crescere (in una colossale ultima ondata?), si spegne improvvisamente in un buio e in un silenzio enormi. È molto difficile non essere attraversati da una sensazione di pacificazione, durante questi 31 minuti: una sensazione di pace che si insinua sottilmente fino ad esplodere, ma in un’esplosione senza fragore. Meditations è uno di quei dischi che non troverete nelle classifiche, i cui brani non passeranno per radio, e del quale probabilmente non leggerete molto sui siti web di settore, né sulle riviste musicali; e tuttavia, Meditations è anche uno di quegli album che fanno bene alla musica, e senz’altro ne faranno a voi, ed è definitivamente uno di quegli album che dovreste ascoltare. Si tratta di imparare a prendersi un po’ di tempo per sé stessi: trovo molto significativo che questo album sia uscito verso la fine di maggio (il 29, per essere precisi), proprio mentre una bella fetta del mondo ritornava a muoversi e, quasi istantaneamente, a correre, dopo il lungo stop forzato degli ultimi mesi, e proprio mentre Minneapolis, la città natale di Wong, veniva sconvolta dalle proteste per l’assassinio di George Floyd. Ci ho pensato spesso, durante questi mesi, ogni volta che veniva ripetuto come un mantra quel leit-motiv, “ne usciremo migliori”: sarà davvero così? Per quel che è dato vedere, sembra difficile crederlo. Eppure continuo a pensare che l’esperienza dell’Arte possa essere l’esperienza di una guarigione per i (molteplici) malanni dell’animo umano, e che sia importante ora più che mai mettersi alla ricerca di quel contatto con se stessi (ascoltare ed ascoltarsi), o tornare a cercarlo se non lo si è ancora fatto, e soprattutto tentare con tutte le proprie forze di non perderlo, qualora si sia riusciti a trovarlo: e trovo che soprattutto in questo, nella ricerca, risieda la più autentica importanza artistica di questi 31 minuti di splendida musica.

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