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"Man Alive", Everything Everything (2010)

Cominciare quella che vorrebbe essere una sorta di recensione premettendo come il genere musicale di cui si andrà a parlare non sia proprio il mio genere può sembrare un po’ fuori luogo; però ormai l’ho fatto, quindi non c’è molto da aggiungere. Mi sono accostato a questo Man Alive, opera prima degli inglesi Everything Everything, praticamente per caso, dopo aver ascoltato, in una delle mie rare incursioni tv, il brano che apre il disco, dall’impronunciabile titolo MY KZ, UR BF: la mia reazione ha spaziato nell’arco di quindici secondi dalla risata a scena aperta ad un ascolto quanto mai attento e incuriosito. Il primo e più grosso errore che potreste infatti commettere avvicinandovi a questo dischetto è quello di attendervi la solita fuffa indie-rock più o meno modaiola e all’ultimo grido; intendiamoci, non che elementi del genere non siano compresi nel mix degli Everything Everything, ma fortunatamente, come con un po’ di pazienza avrete modo di accorgervi, non ne costituiscono l’essenza ultima. L’abilità del quartetto di stanza a Manchester è semmai quella di pescare elementi che vanno dall’indie-rock al pop, dall’elettronica alla dance spensierata, dal progressive (alcune ritmiche reclamano il copyright dei Genesis dell’ultimo Gabriel, per intendersi quelli di The Lamb Lies Down On Broadway) al soul fino all’R’n’B, vero motore di molte di queste tracce, condendo tutto con un massiccio uso di accordi e armonizzazioni decisamente inconsuete per la band indie di turno, oltre che con straordinarie sequenze ritmiche (l’interplay tra basso e batteria è da capogiro, specialmente quando si incontrano, e tra i 12 brani che compongono questo Man Alive è tutt’altro che raro, scansioni ritmiche basate su tempi dispari), restando allo stesso tempo completamente riconoscibili, stordenti, adorabili e decisamente odiosi. Tutto questo preambolo potrà sembrarvi drammaticamente inconcludente, ma vi assicuro che restituirà bene le sensazioni che proverete facendo girare il cd nel vostro stereo. L’esordio della già citata MY KZ, UR BF metterà immediatamente le cose in chiaro, e comincerà subito a spaccare in due l’uditorio nelle categorie “quelli che sopportano la voce del cantante” e “quelli che proprio non ce la fanno”. Perché il timbro di Jonathan Higgs, come avrete modo di sentire, è davvero molto particolare e scivola con facilità tra soul, venature decisamente black e acuti di yorkiana memoria, senza contare una decina di altre citazioni che potrebbero venirvi in mente ma che, inevitabilmente, aggiungeranno poco al contesto, volutamente stordente e caleidoscopico. MY KZ, UR BF è un pezzo totalmente avulso dagli standard radiofonici dell’indie che ha imperversato nel primo decennio del secolo, un brano costruito sull’incastro di blocchi armonici accostati tra loro in modo straniante, così da creare un incedere spezzato impalcato su tempi sghembi e coloriture elettroniche, con il rifinitissimo lavoro di voci e chitarre a inseguirsi arrampicandosi su tutte queste asperità. Un singolo, strano a dirsi, orecchiabilissimo ma del tutto impossibile da canticchiare che, se ci pensate, per un gruppo dichiaratamente pop costituisce già un bel paradosso. Qwerty Finger prosegue su questa falsariga, con le chitarre che passano in primo piano e un finale davvero molto bello, stemperato su tappeti di synth; Schoolin’ pesca a piane mani da ritmiche dance e R’n’B, o comunque semplicemente ballabili, sovrapponendole in modo ammaliante a soluzioni melodiche che rimandano direttamente al soul: imponente il finale, costruito sul poderoso lavoro ritmico di Michael Spearman alla batteria e Jeremy Pritchard al basso elettrico. Leave The Engine Room costituisce uno strambo esempio di ballad, un pezzo lento e melodico intessuto sui synth e le acidità elettroniche, e venato da azzeccate coloriture della chitarra di Alex Robertshaw, protagonista di scelte armoniche mai banali lungo tutto il lavoro: la tensione e il groove dei primi brani si allentano, e si crea una certa atmosfera ai limiti dell’ambient. La successiva Final Form ripropone la formula dei primi brani, dimostrando ancora la capacità della band di mescolare tutti questi elementi e ispirazioni ottenendo un mix paradossalmente originale e di qualità. Probabilmente uno dei brani che meno aggiungono è la seguente Photoshop Handsome, secondo singolo estratto: costruzioni tipicamente indie-rock su tempi veloci, un brano che passa e va ed è, sostanzialmente, innocuo, ma che di certo suonato con minor faccia tosta di quella mostrata dai nostri avrebbe causato maggiore imbarazzo. Tutt’altro discorso per Two For Nero, che inizia con un mantra di voci intrecciato con cura su un tappeto arpeggiato di gusto avvicinabile al progressive più romantico e sinfonico per stemperare in una parte finale in cui i suoni caldi e rotondi del basso duettano con lontani interventi della batteria a comporre un quadro che sembra di vedere attraverso uno spesso vetro appannato: uno dei momenti migliori e più curiosi dell’intero disco. Suffragette Suffragette, primissimo singolo della band, pubblicato addirittura nel 2008, mescola melodie pop con ritmiche curate su cui crescono chitarre che rimandano inizialmente a band come i The Strokes: solo che non fai a tempo a fare il paragone che Robertshaw ti inanella un giro armonico che Casablancas e soci non avrebbero mai tirato fuori, più vicino a certo Math-Rock che all’estetica indie, una soluzione abbastanza inconsueta per un brano che si può per il resto considerare senz’altro nel genere. Godibili anche le scelte melodiche di Come Alive Diana, nelle quali continua a fare capolino un’elettronica discreta e vagamente glitch a sporcare strutture sempre in bilico tra estremi molto lontani, blocchi concatenati senza soluzione di continuità a creare una sensazione come di ondeggiamento. NASA Is On Your Side rallenta il ritmo, come già aveva fatto Leave The Engine Room: un lieve strumming di pianoforte apre a nuove riuscitissime ritmiche stoppate di basso e batteria che creano un andamento a singhiozzo molto particolare. Subito dopo arrivano i rintocchi elettronici di Tin (The Manhole), avvolti da bassi mai così fondamentali e da una pioggia di riverberi e rumori d’ambiente che preludono all’ingresso di atmosferici tappeti di synth: la voce, di nuovo costituita da più linee accuratamente intrecciate tra loro, disegna melodie mai stucchevoli con una continuità invidiabile, e Tin (The Manhole) ondeggia nelle orecchie di chi ascolta come il ricordo di un sogno lontano del quale si sa dire soltanto che deve essere stato molto dolce. La conclusiva Weights è il brano che forse più di tutti compie il succitato saccheggio dalle ritmiche marcate Rutherford/ Collins del genesisiano The Lamb…, ancora una volta un incedere dispari e zoppicante ma colorato e cucito assieme alla perfezione dalle melodie cantate da Higgs, e dalle chitarre ricercate di Robertshaw. Un brano assai riuscito, probabilmente uno dei momenti migliori di un lavoro che qua e là paga un po’ lo scotto di essere concepito come una sorta di grandioso greatest hits sui primi anni di lavoro di una band all’esordio discografico, inanellando in buona sostanza dodici potenziali singoli con una facilità impressionante, ma contribuendo a mantenere intatto l’interesse per le future evoluzioni di questo quartetto, che promette senz’altro bene (ma come sempre, in questo ambiente, bisogna sperare con tutte le forze che le buone promesse vengano mantenute e non svuotate di senso da un’industria la cui decadenza attuale è ben testimoniata dalla bulimia di nuove proposte che possano in qualche modo essere appetibili commercialmente e che rischiano di esser lasciate appassire ai primi segni di “minore successo”). La sensazione più piacevole lasciata dal disco, tra le altre, è che questi quattro cerchino di sorprenderti costantemente durante l’ascolto, spesso anche riuscendoci: la ricchezza armonica e ritmica di queste composizioni è ben al di sopra della media di prodotti analoghi che ormai escono al ritmo di decine al mese. Intendiamoci: Man Alive è un prodotto pop d’ispirazione R’n’B (i quattro citano Beyoncé tra i propri riferimenti… mannaggia!), e ha tutti i difetti e i pregi del genere, ma unisce a questa matrice molto ben evidente una ricchezza di spunti e idee che aggiungono indubitabile freschezza ad un edificio musicale altrimenti a pesante “rischio banalità e noia mortale”. La voce sui generis di Higgs, le chitarre sempre inconsuete di Robertshaw e l'ottima sezione ritmica imbastita da Spearman e Pritchard fanno più che ben sperare per il futuro; per adesso, comunque, regalano un disco piacevole e, credo, pesantemente sottovalutato in un paese come il nostro, sempre pronto a inseguire l’italico qualunquismo dei guitti che meritiamo di chiamare artisti e forse troppo provinciale e isolato per mettere il naso fuori dalla cameretta (e dagli stilemi confortanti e sempre riconoscibili dei generi ai quali ci piace ascriverci allo scopo di sentirci meno soli e inutili, o semplicemente di farci dire chi vorremmo essere da qualcun altro a cui vogliamo disperatamente riconoscere un’autorità) per ascoltare qualcosa che non sarà rivoluzionario ma che senz’altro è inconsueto e realizzato con tantissimo buon gusto musicale e ricchezza di spunti a noi (sigh) sconosciuta. E non è poco. Perchè da noi, sulle nostre riviste e nei nostri programmi tv, il pop-rock italiano è incarnato dai Negramaro, e poi da oltremanica arrivano cose così, assolutamente imparagonabili? Anche nella leggerezza sembriamo aver perso originalità. Per citare un amico, “da noi ci sono due categorie di musicisti, "gli outsiders tuttologi" e gli "spensierati tronisti mancati". Il resto è critica”: quanto è vero!

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