Crea sito

Un martedì sera a Firenze coi Low (Teatro Puccini, 5/11/2013)

Lo ammetto: è stata soprattutto una coincidenza “numerica” a convincermi definitivamente a comprare un biglietto per il secondo concerto dei Low nel giro di circa sei mesi. 11/5 e 5/11: date troppo coincidenti per non attrarre morbosamente la mia attenzione. Va da sé che di buoni motivi per non mancare un appuntamento del genere (intendo dire, buoni sul serio) ce ne sono quanti se ne vuole, e potremmo elencarne giusto un paio, tanto per dare un’idea: le canzoni, ovvero la musica, e il luogo. Sulla musica si è detto pressoché tutto, suppongo, lungo questi 20 anni di carriera della band di Duluth: Alan Sparhawk e Mimi Parker, accompagnati da diversi altri musicisti (l’ultimo in ordine di tempo, ma non di importanza, è Steve Garrington, che si occupa assai più che egregiamente dei bassi e delle tastiere), hanno saputo reinventare ad ogni passo il proprio sound senza mai snaturare se stessi, sempre arricchendone le prospettive e il significato, aggiungendo attraverso una minuziosa opera di sottrazione: se da un lato questa rischiosa operazione non ha impedito di ottenere risultati musicalmente notevoli quali quelli rappresentati dalla ormai nota “svolta elettronica” di Drums & Guns, disco mal digerito da una buona (e miope) fetta dei fan storici, o da numerosi altri capolavori sparsi generosamente negli anni (faccio un titolo solo: Trust), dall’altra ha consentito alla band di non fossilizzarsi su una sola posizione, di non sacrificare la propria musica sull’onnipresente altare dello “stile”, riuscendo nella non semplice impresa di creare un suono che, pur in costante evoluzione, mantenesse un’impronta definita e riconoscibile. Qualcosa in cui, mi si conceda di scriverlo, solo i più grandi riescono davvero. Musica a parte, anche se mi rendo conto che fa un po’ ridere scriverlo così, c’è il luogo: nuovamente, come era stato all’Antoniano di Bologna, un piccolo cinema-barra-teatro, una platea a ridosso del palco, un’ambientazione scarna fatta di colori e luci essenziali, e reale vicinanza col pubblico. Già, perché se il mondo è pieno di musicisti rock satolli del proprio status e che mettono a bagno ben volentieri il proprio ego in mostruosi e ipertrofici maxi-spettacoli rutilanti, coloratissimi e del tutto spersonalizzanti, per fortuna c’è ancora chi decide di sacrificare la quantità per la qualità: un’ora e quaranta di grande musica suonata a meno di dieci metri da te in un contesto tanto intimo da lasciarti immaginare che ogni singola nota sia suonata proprio per te stesso (e questo per ciascuno degli altri presenti, immagino, una sorta di “personale che diventa collettivo” in maniera molto dinamica) resta un’esperienza imparagonabile a qualsiasi mega-raduno che si nutre solo ed esclusivamente della propria chiassosa enormità. Forse tutto questo ha qualcosa a che vedere con la mia completa idiosincrasia per la massa delle persone, o col fatto che mi capita di trovarmi in difficoltà quando attorno c’è un po’ troppa gente, non so; fatto è che questo genere di eventi live è esattamente quello che fa per me. E con questo, coincidenze calendaristiche a parte, credo di aver spiegato abbastanza bene per quale ragione abbia deciso di tornare a trovare i Low. Cos’altro resta da aggiungere? Ma le canzoni, ovviamente. Per la cronaca sono state diciannove, distribuite tra concerto vero e proprio e due “encore” (ma sì, usiamo termini che fanno figo), su grande richiesta del pubblico entusiasta. La scaletta è stata inizialmente molto simile a quella del concerto di Bologna, con una vasta scelta di brani tratti dall’ultimo, bellissimo, The Invisble Way: da Plastic Cup, che ha aperto nuovamente la serata, a On my Own, e da qui a Clarence White e Holy Ghost. Poi arriva il momento di Monkey, tratta da The Great Destroyer, un momento che, lo ammetto, attendo sempre con grande avidità: un brano estremamente semplice e altrettanto incisivo, come da copione quando si tratta del trio di Duluth. Da Monkey si torna a The Invisible Way, con una bella riproposizione di Waiting, che apre a un trittico di brani per così dire “ormai storici” pescati da tre album completamente diversi tra loro: ci sono gli arpeggi di Especially Me (da C’mon), l’elettronica minimale di Dragonfly (dal già citato Drums & Guns), riproposta con una dolcezza e un’introversione tali da far pensare a un fiore colto nell’atto di schiudersi, e infine quel gran pezzo che risponde al titolo di Words e che apriva il primo, seminale e (secondo molti) insuperato LP della band, I Could Live in Hope. Va detto che, anche a distanza di vent’anni, Words regge sempre benissimo il colpo, segno che davvero la grande musica non invecchia mai. A seguire, la band attinge ancora all’ultimo album riproponendo Just Make it Stop, per poi tornare a pescare a piene mani dalla propria ampia discografia per gli ultimi sei brani di questa prima parte della serata: si inizia con la sempre splendida Nothing but Heart, tratta da C’mon e trascinante come sul disco; a seguire, la band ripropone Sunflower, che apriva Things We Lost in the Fire, album del 2001, e subito dopo pesca l’ennesima perla con l’esecuzione di In The Drugs, direttamente da Trust. A grande richiesta (a essere onesti, bisognerebbe scrivere “a seguito di richiesta fatta a gran voce intorno a metà concerto da una delle file di poltroncine alla mia destra”) arriva Pissing, tratta da The Great Destroyer, cui succede, e nel suo malinconico e minimale splendore per me è stata un po’ il colpo di grazia, la bellissima Murderer, da Drums & Guns, che riesce sempre a ricordarmi perché ami tanto questa band. L’ultimo brano scelto dai Low prima degli encore è un po’ una sorpresa, anche se in effetti ci si poteva attendere: la band di Duluth ripropone la cover del brano Stay, originariamente cantato dalla popstar americana Rihanna, brano registrato per la SubPop in occasione di un’iniziativa di beneficienza legata al progetto Rock for Kids. Che dire? Non pensavo che avrei mai ascoltato una canzone di Rihanna per intero, e per giunta a bocca aperta. I Low a questo punto lasciano il palco per pochi minuti, giusto il tempo di un lungo e caloroso applauso del pubblico, per tornare ad imbracciare nuovamente gli strumenti ed eseguire altri due brani: si ricomincia con Violent Past, il pezzo che chiudeva Drums & Guns, e a ruota segue When I Go Deaf, direttamente ancora da The Great Destroyer, brano sul quale i coniugi Sparhawk trovano modo di battibeccare simpaticamente in diretta dopo una piccola incomprensione sul testo, sotto lo sguardo impassibile di Garrington e tra gli applausi divertiti del pubblico. Il siparietto viene prolungato da una serie di piccole, scherzose svisate della chitarra, prima che il climax drammatico del brano si porti via le ultime note e lasci spazio ad un lungo applauso che costringe il trio di Duluth a tornare nuovamente sul palco per un ultimo pezzo prima del definitivo commiato. “Questa però è l’ultima”, scherza Alan Sparhawk prima di attaccare I hear… Goodnight, con la quale la band aveva chiuso anche la tappa di Bologna poco meno di sei mesi fa. Quale modo migliore per salutarsi di questo augurio di buonanotte? La serata finisce, si accendono le luci in platea, defluiamo fuori dal teatro, dribblando un’ultima piccola calca nel foyer, dove è allestito il banchetto del merchandising ufficiale, gestito da un simpatico signore americano che non ha mai i contanti per farti il resto a inizio serata. Sul tavolo fa bella mostra di sé una maglietta recante la scritta “I’m sick to death of Low”. Autoironia a parte, non credo che riuscirò mai a stufarmi di questi signori, né del calore che riescono a farmi sentire ogni volta, un malinconico torpore che riconcilia con l’esistenza ed è, questo sì, una vera, autentica rivoluzione, mai uguale a se stessa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *