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"Mattatoio n.5, o La Crociata dei Bambini", K. Vonnegut

[…] Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come "Puu-tii-uiit?".

Mi sono solo recentemente avvicinato all’opera di Vonnegut, uno dei maggiori scrittori americani del novecento. Questo libro nello specifico, forse la sua opera più famosa, parla di un argomento tanto ingombrante quanto scomodo, il bombardamento durante il quale, tra il 13 ed il 15 febbraio del 1945, la città tedesca di Dresda fu rasa al suolo dalle truppe alleate allo scopo di anticipare la conclusione della guerra. Vonnegut si trovava a Dresda durante quel bombardamento, prigioniero di guerra e rinchiuso nel "mattatoio numero 5" (Schlachthof-fünf) del titolo, fortunosamente solido rifugio quanto bizzarro punto d’osservazione sui fatti tragici di quei giorni. Come narrare l’indicibile, la violenza distruttiva che riduce una delle più belle città al mondo ad un cumulo di macerie, un paesaggio lunare in cui niente di umano sembra poter attecchire? La risposta di Vonnegut è nella fantasia, il suo testo è un’opera che alterna al dolore di tutto quello che è senza senso l’ironia che svela la bassezza di molti degli interessi e degli istinti umani, un testo che affianca alla riproposizione grottesca di vicende di reale tragicità la loro trasfigurazione attraverso la lente del fantastico, capace di distorcere e restituire nuove dimensioni alla realtà: così la vicenda è narrata attraverso gli occhi di Billy Pilgrim, pellegrino come suggerisce il nome, ma un pellegrino un pò particolare, capace di viaggiare attravero il tempo e lo spazio e di essere ora presente al suo matrimonio, ora al suo anniversario di matrimonio, ora su Tralfamadore, pianeta alieno, come attrazione in uno zoo insieme ad un’avvenente starlette americana, ora a Dresda, prima, durante e dopo il bombardamento. Il caleidoscopio temporale coloratissimo nel quale è gettato Billy Pilgrim lo porta a contatto con numerosi altri protagonisti abituali dell’universo di Vonnegut (da Kilgore Trout, scrittore di fantascienza trash pieno di buone idee ma pessimo prosatore [un pò un sarcastico alter-ego dello scrittore)] a Eliot Rosewater, miliardario grande fan di Trout stesso, a Howard W. Campbell Jr., americano passato alla causa nazista, uomo dall’intelligenza portentosa, ex scrittore e commediografo, ma che intrattiene un rapporto alquanto perverso con la realtà) e permette di esercitare l’arma della profonda e radicale critica sociale sia nei confronti del mondo e della vita dell’americano medio, la cui mente è rapidamente "atrofizzata" da una società che lo vuole burattino e genitore di berretti verdi, consumatore di pervesioni pornografiche a buon mercato ed imbottito di programmi televisivi che ne ammorbano la mente, sia nei confronti della guerra, un mostro freddo che consuma soldati poco più che bambini, morti senza senso, e civili privati di ogni dignità della propria vita. Perchè Mattatoio n.5 è prima di tutto una grande opera antimilitarista, una delle più grandi del secolo scorso, un’opera nella quale il pacifismo è finalmente una radicale visione del mondo e delle cose. Lo sgomento e la follia in cui precipita chi vive esperienze tanto traumatiche ammette come unica forma di comunicazione delle stesse esperienze la potenza del ricordo e la trafigurazione della fantasia: il bombardamento di Dresda è stato una follia troppo grande per potervi sopravvivere così, nel modo distratto in cui attraversiamo molti dei nostri giorni. Vonnegut ne scrive un romanzo, un romanzo di ripulsa della guerra e di tutto il dolore che gli uomini arrecano agli altri uomini, con una scrittura sempre piacevole e costantemente in bilico, come già accennato, tra ironia, dolore, sarcasmo, grottesco, fantastico e razionalità: splendide le parentesi tralfamadoriane, così come i brevi riassunti delle trame di alcuni libri di Trout citati nel corso della storia, particolarmente gravide di significati sotto l’apparenza bislacca. Un’esperienza indicibile, una "vertigine del ricordo", ma un fatto da non dimenticare sulla strada che conduce alla costruzione di un mondo migliore, nel quale la dignità umana non debba essere piegata alla logica della violenza e della sopraffazione.

"Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero, sempre volando all’indietro, e succhiarono proiettili e schegge da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con alcuni bombardieri americani distrutti, che erano a terra e poi decollarono all’indietro, per unirsi alla formazione. Lo stormo, volando all’indietro, sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono i portelli del vano bombe, esercitarono un miracolo magnetismo che ridusse gli incendi e li raccolse in recipienti cilindrici d’acciaio, e sollevarono questi recipienti fino a farli sparire nel ventre degli aerei. I contenitori furono sistemati ordinatamente su alcune rastrelliere. Anche i tedeschi, là sotto, avevano degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi di acciaio. Li usavano per succhiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei. Ma c’erano ancora degli americani feriti, e qualche bombardiere era gravemente danneggiato. Sopra la Francia, però, i caccia tedeschi tornarono ad alzarsi e rimisero tutti e tutto a nuovo. Quando i bombardiere tornarono alla base, i cilindri d’acciaio furono tolti dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, dove c’erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellarli, a separarne il pericoloso contenuto e a riportarlo allo stato di minerale. Cosa commovente, erano soprattutto donne a fare questo lavoro. I minerali venivano poi spediti a specialisti in zone remote. Là dovevano rimetterli nel terreno e nasconderli per bene in modo che non potessero mai più fare male a nessuno. Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo ne film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre due individui perfetti di nome Adamo ed Eva."

7 Risposte a “"Mattatoio n.5, o La Crociata dei Bambini", K. Vonnegut”

  1. non conoscevo questo libro, sembra bello e interessate.. la cosa triste di dresda è che fu voluto dagli inglesi (americani a seguire pieni di remore) come parte di una strategia del terrore per fiaccare lo spirito di resistenza della popolazione tedesca, che com’è noto è dura a mollare l’osso. gli strumenti di puntamento della Northtrop erano già sufficientemente evoluti per fare bombardamenti mirati di obiettivi bellici e industriali senza coinvolgere abitazioni civili. la strage fu tanto più ampia perchè la città era sovraffollata di profughi dall’est. fu una scelta dettata da una precisa e deliberata volontà di devastazione e assassinio. insensata perchè dresda non era un obiettivo militare. capisco che a volte l’unico modo di reagire a quell’orrore sia la fantasia e l’allegoria. come per il vietnam.

    tommaso

  2. A proposito di orrori guerra e dintorni, ne “la tregua” di Primo Levi, l’autore, che narra in prima persona il viaggio di ritorno dall’inferno del Lager, non risparmia commenti amari sulla natura squallida dei suoi aguzzini, da lui ricondotta a espressione di un carattere nazionale quasi imprescindibile e di una cultura comunitaria radicata. Non so se Primo Levi abbia mai concepito l’idea del perdono nei confronti del popolo tedesco. Sono frequenti richiami alla ottusa attitudine “tedesca” all’obbedienza e al bisogno servile quanto feroce di autorità e di un principio ordinatore qualunque, anche se votato al male. Alcune volte li vede strisciare come vermi svuotati dalla caduta del regime, altre volte li vede fieri, chiusi nel mutismo in castelli di rovine come in castelli di “sconoscenza”, ancora pronti all’odio. I vincitori russi e americani si muovono come delle comparse inconsapevoli, in questo libro c’è spazio solo per il torturato e per il torturatore.

    “Ricordava invece da vicino un altro scenario, la Borsa del Lager, indelebile nelle nostre memorie. Non banchetti, ma gente in piedi, freddolosa, inquieta, a piccoli crocchi, pronta alla fuga, con borse e valige in mano e le tasche gonfie; si scambiavano minuscole cianfrusaglie, patate, fette di pane, sigarette sciolte, spicciolo e logoro ciarpame casalingo.

    Risalimmo sui vagoni col cuore gonfio. Non avevamo provato alcuna gioia nel vedere Vienna sfatta e i tedeschi piegati: anzi, pena; non compassione, ma una pena più ampia, che si confondeva con la nostra stessa miseria, con la sensazione greve, incombente, di un male irreparabile e definitivo, presente ovunque, annidato come una cancrena nei visceri dell’Europa e del mondo, seme di danno futuro.”

    Non c’è una speranza nemmeno nella fantasia perché quello che è accaduto non è revocabile, ed è stato superiore alla fantasia stessa. Non sono l’ingiustizia la gratuità e l’inutilità gli aspetti peggiori di questi orrori, quanto la negazione della tua vita da parte del nemico e l’annullamento di tutto ciò che è vitale, anche per i tuoi persecutori, senza battere ciglio senza emozione, con l’attitudine di un animale che si suicida e gode della sua degradazione. Per cui davvero si va molto al di là del bene e del male, il cui campo di azione è quello ristretto e un po’ antiquato dell’etica. Un caos ordinatissimo nel quale non ci sono cause agenti ma solo metodi. È un senso di vuoto disgusto che fa dire a un professore universitario antinazista epurato negli anni ’30 col plauso entusiasta di colleghi, nemici ed ex amici: “c’è una nausea che supera i secoli”.

    tommaso

  3. Su Primo Levi: bè non credo che abbia mai avuto bisogno di perdonare il popolo tedesco perchè credo non lo abbia mai odiato. Nell’ultima parte de I sommersi e i salvati parla della edizione tedesca di “Se questo è un uomo” e del suo rapporto di grande stima con il traduttore tedesco e sopratutto di alcune relazioni epistolari intrattenute con alcuni tedeschi che, colpiti dalla lettura del libro, gli avevano scritto.

    Tranne in un caso (se vuoi saperne di più leggi I sommersi e i salvati) sono tutti rapporti di amicizia, stima, interesse reciproco.

    E’ vero che anche lì Levi fa’ riferimento a una certa “statolatria” hegeliana, un culto dell’Autorità che secondo lui farebbe parte dello “spirito” del popolo tedesco o almeno della sua maggioranza..ma certo non fa generalizzazioni nè stereotipi…

    quentin84

  4. non credo di aver parlato di odio di primo levi nei confronti del popolo tedesco in quanto tale. né del resto nei confronti dei singoli individui. piuttosto di una responsabilità collettiva, un senso di condanna irrevocabile per tutti quei comportamenti che hanno permesso l’affermarsi di una ideologia di violenza. il che non esclude rapporti di stima e amicizia.

    perdono non è l’opposto di odio.

    tommaso

  5. Quello che dite è molto interessante, e mi dimostra (almeno su questo blog) che è ancora possibile discutere senza necessariamente “polemizzare sul nulla”, quello che sempre più spesso è scambiato per dialogo, quindi innanzitutto grazie, anche per i toni composti e scusate questa divagazione, ma era un pensiero che mi ronzava in testa da un pò.

    Detto ciò, vengo al merito. Credo che la situazione descritta da Vonnegut richiedesse come tale uno sforzo talmente penoso, da parte di chi l’aveva vissuta, da necessitare in qualche modo di un “filtro”. Il filtro è individuabile in Billy Pilgrim e nella sua fantascientifica capacità di viaggiare nel tempo, caratteristica questa che, unita alle conoscenze acquisite nel corso delle proprie esperienze… “del terzo tipo”, garantiscono un reale visione d’insieme sulle questioni della guerra, della vita, della morte, del bene e del male. Onestamente non so nemmeno io se Levi abbia perdonato o solo pensato di perdonare i tedeschi in generale e i suoi aguzzini in particolare, perchè credo anch’io, come è stato qui scritto, che si tratti di avvenimenti che sono andati ben oltre i concetti di bene e male, cose inconcepibili che rendono bestie più che uomini. Ho appena finito di leggere un altro libro di Vonnegut, del quale spero scriverò presto, “Madre Notte”, e lì ci sono alcuni passaggi che fanno riflettere, come il dialogo (immaginario) con un ebreo che partecipò all’impiccagione di Hoss, aguzzino di Auschwitz, legandolo per i piedi con una cinghia di cuoio; poco dopo questo fatto, lo stesso uomo dovette chiudere la sua valigia rotta con un’analoga cinghia di cuoio, e la cosa terribile è la sua ammissione di non aver provato emozioni differenti nel compiere i due gesti, dagli esiti indubitabilmente ben diversi. Nessuna emozione, un senso di disgusto generale che prende tutto e tutti, “la propria parte” come “la parte avversa”, e accomuna tutto nella brutalità che ci trasforma in bestie e non in uomini. Diceva Wenders che ogni guerra, anche la più giusta, finisce sempre per mangiarsi tutte le sue ragioni, anche fossero le migliori. Diceva Nietzsche che chi combatte i mostri deve badare a non diventare egli stesso un mostro, perchè “quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te”. Ed io non so immaginare abisso più grande di Auschwitz, abisso più grande di queste guerre mondiali, e lo ammetto, non so e non sono in grado di immaginare la privazione, il dolore e l’annullamento di sè che esperienze come queste comportano. Resto a bocca aperta come un idiota, e spero con tutto me stesso che sia possibile un domani migliore nel quale incubi come questo siano per sempre dimenticati.

    Insomma, leggendo questi libri penso che non si possa che provare una totale ripulsa nei confronti della guerra, dell’odio (e del più insulso di tutti, l’odio razziale), della violenza dell’uomo sull’uomo. Mi piacerebbe che si verificasse l’auspicio di un critico letterario italiano (formulato per “Madre Notte”), e che anche questi libri di Vonnegut diventassero lettura obbligatoria nelle scuole: quanto ne avremmo bisogno!!

    Ciao a tutti!

  6. X Hias: Primo Levi non ha mai perdonato i suoi aguzzini, nè era possibile riuscirci.

    Sembrerebbe una buona idea rendere Vonnegut (aggiungerei pure Saramago) lettura obbligatoria nelle scuole..non vorrei facessero però la fine di Manzoni comunque ritengo i loro romanzi molto più “arricchenti” dei celebrati Promessi Sposi.

    X Tommaso: scusa devo aver frainteso il tuo discorso. Sul tema della responsabilità collettiva dei tedeschi (di quell’epoca) Primo Levi, sempre nell’ultima parte de I sommersi e i salvati scrive queste parole:

    “Quasi tutti, ma non tutti, erano stati ciechi, sordi e muti: una massa di invalidi intorno a un nocciolo di feroci. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati vili”.

    Ovviamente si riferisce agli anni successivi all’arrivo dei nazisti al potere. Scrive ancora Levi:

    “la colpa vera, collettiva, generale di quasi tutti i tedeschi di allora, è stata quella di non aver avuto il coraggio di parlare”.

    Quel coraggio che invece ebbero i ragazzi della Rosa Bianca.

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