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“Melancholia”, di Lars Von Trier

Che cosa abbiamo in comune col bocciuolo di rosa, che trema perché su di esso si è posata una goccia di rugiada? È vero: noi amiamo la vita non perché siamo abituati alla vita ma perché siamo abituati all’amore. C’è sempre un po’ di follia nell’amore. Ma c’è anche sempre un po’ di ragione nella follia.
(F.W. Nietzsche, Così Parlò Zarathustra)

L’anno scorso è tornato anche Lars Von Trier, a due anni dal suo Antichrist, con questo Melancholia, accompagnato, tanto per cambiare, dalle solite, infinite (e francamente pretestuose e tediose) polemiche innescate dalla stampa e allegramente (o incoscientemente?) cavalcate dallo stesso regista danese (le parole Cannes 2011 dovrebbero farvi accendere qualche lampadina). Tuttavia è assolutamente fuori luogo perdere tempo in chiacchiere sterili quando davanti ai tuoi occhi, per circa due ore e mezza, va in scena del Cinema con la maiuscola, come capita ormai sempre più di rado. Melancholia è un’opera figlia dello stesso stato d’animo devastato che ha partorito la discesa agli inferi di Antichrist, ma attraverso la messa in scena delle dinamiche interne di una famiglia borghese (e in particolar modo del rapporto tra le due sorelle protagoniste del film) sullo sfondo di una fantascientifica apocalisse planetaria, il regista tenta di recuperare un senso dell’umano che il film precedente spazzava via lontano nell’annichilente e pervasiva convinzione del Male insito dentro ciascuno di noi. Esemplare fin da subito la sequenza del breve prologo sulle note wagneriane di Tristano e Isotta, nel quale si dipingono come veri e propri quadri (che saranno ripresi in una sequenza successiva, e numerose sono le citazioni di opere d’arte ben note dalla pittura al cinema, dai preraffaelliti a Tarkovskij) gli ultimi istanti dei protagonisti della vicenda prima del colossale scontro interplanetario che porrà fine alla vita come la conosciamo, il film si articola in due grandi parti, che prendono il nome dalla due sorella protagoniste dell’opera: Justine e Claire. Nella prima parte va in scena il fallito tentativo di organizzare il matrimonio di Justine (Kirsten Dunst), portato avanti dalla sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) e dal di lei marito John (Kiefer Sutherland), tentativo frustrato dal progressivo incedere di una qualche misteriosa malattia che sembra minare la più giovane delle due sorelle; nella seconda parte si raccontano invece gli ultimi giorni prima del terribile scontro tra la Terra e il pianeta Melancholia, destinato a spazzare via la vita dal nostro pianeta. Dopo che il prologo ha lasciato intuire quale sarà la conclusione della vicenda, fin dalle prime immagini, nervose e riprese con camera a mano, della prima parte del film, si comincia ad avvertire un disagio che, in un wagneriano crescendo, porterà lo spettatore a seguire empaticamente il tracollo psicologico ed emotivo di Justine: il matrimonio organizzatole con schiacciante cura dei particolari dalla sorella e dal cognato si rivela (o tale viene avvertito dalla sposa, e progressivamente dallo spettatore) come una geniale trappola nella quale tentare di “imprigionare” la sua natura volubile, folle e incontrollabile. Nonostante tutta la buona volontà dei familiari, eccezion fatta per padre (John Hurt) e madre (Charlotte Rampling) che non riescono a smettere di battibeccare nemmeno in un’occasione che dovrebbe essere gioiosa, e dello sposo Michael (Alexander Skarsgård), Justine passa da un’iniziale condizione di quasi- felicità ad un tracollo che la conduce ad un passo da una strana depressione “fulminante”: si assenta ripetutamente durante la cerimonia, tradisce il marito sul campo da golf della villa del cognato, dove è stata organizzata la festa, con un fresco collega di lavoro che le sta addosso tutta la sera per carpirle uno slogan per una non meglio specificata campagna pubblicitaria (Justine è una copyrighter), litiga con il datore di lavoro fino a dare le dimissioni, tenta disperatamente di farsi ascoltare dai genitori e infine, a cerimonia fallita, riesce a far imbestialire anche la sorella. Forse la chiave di questo progressivo sfacelo è da cercare nella prima cosa che Justine vede appena arrivata alla villa del cognato: una misteriosa, enorme stella rossa che si trova proprio dove dovrebbe essere Antares, e che attira subito la sua attenzione, come fosse un elemento fuori posto (uno dei tanti segnali disseminati lungo il film, a partire dalla limousine che, nelle prime scene, si incastra lungo lo strettissimo vialetto che conduce al luogo dei festeggiamenti) in grado di incrinare impercettibilmente ma in modo inesorabile l’intero quadro di ordine e regolarità disegnato da Claire per il matrimonio della sorella. In questa prima parte dell’opera Claire tenta di ingabbiare Justine dentro un’insieme preciso di avvenimenti, strutturando la sua festa di nozze di modo da non lasciare alcuno spazio all’improvvisazione: ma, come se stesse tentando di frenare un fiume in piena, alla fine le deboli dighe delle formalità e della buona educazione cedono, e Justine straripa confondendo tutti i colori sulla tavolozza. Per contrasto questo “straripamento” di Justine che si rivela per quello che è, una natura capricciosa e intrattabile, provoca una prima vertigine anche alla sorella che al termine di questa prima parte, dopo che la festa è fallita e con essa l’intero matrimonio (Michael lascia la novella sposa il mattino seguente alla cerimonia), si lascia andare ad un’ammissione di odio per la sorella, odio in larga parte scaturito dal rifiuto di Justine di conformarsi all’obbedienza ad una serie di dettami che, soli, sembrano in grado di garantire la pacifica convivenza tra gli esseri umani (molte volte Claire e John ricordano allo spettatore tramite i vari dialoghi quanto grande sia ciò che stanno facendo per la sorella, e quindi per contro quanto meschina sia la reazione di Justine ai loro tentativi di migliorare la sua esistenza).
La seconda parte dell’opera si apre con Claire e il marito che accolgono a casa proprio Justine, qualche tempo dopo le nozze fallite. Justine è scivolata in una spirale di depressione apparentemente inarrestabile dal momento della cerimonia, sempre in quella stessa villa dove si svolge l’intera azione, e quando ritorna a casa della sorella e del cognato riesce a malapena a camminare portata a spalle e non proferisce parola, come fosse incapace di compiere alcun gesto, come se ogni gesto fosse inutile. Nel frattempo i terrestri hanno scoperto che quella luce lontana nel cielo è in realtà un pianeta, ribattezzato Melancholia, che seguendo un’orbita a dir poco eccentrica dovrebbe effettuare un passaggio ravvicinato attorno alla Terra di lì a pochi giorni: nonostante le parole degli scienziati e i tentativi di rassicurazione di John, che coglie l’occasione per rinsaldare il rapporto col loro figlio, Claire è terrorizzata dalla possibilità che i calcoli siano sbagliati e i due pianeti siano destinati ad entrare in rotta di collisione. La narrazione in questa seconda parte si concentra sul lento recupero di Justine, dallo stato di semi-incoscienza iniziale all’accettazione finale, e sul progressivo, contrastante abbandono della propria orbita stabile da parte della sorella, che svela tutte le proprie fragilità lasciandosi lentamente infettare da quella stessa strisciante malattia che pareva aver colpito la sorella durante la prima metà del film. Il pianeta Melancholia non fa che mettere a nudo, con la sua presenza inattesa nel cielo che abbiamo tutti imparato a conoscere, le paure di Claire, mostrandocela fragile come non sembrava quando, perfetta padrona di casa, tentava di amministrare e organizzare come un’equazione il matrimonio della riottosa sorella; e nel contempo sembra svelarsi come la ragione del lungo silenzio e del tracollo di Justine, come se in una visione ella avesse visto il destino di morte dell’umanità e avesse deciso di non opporvi nient’altro che muta rassegnazione: l’incontro surreale dei due pianeti costringe l’uomo a fare i conti con la morte, il dolore, la fine, la solitudine, l’abbandono, tutti quei sentimenti che Claire cercava di nascondere sotto il tappeto con una cerimonia che avrebbe dovuto essere un inno alla gioia e col continuo, ripetuto domandare “sei felice?” da parte dei convitati ad una sempre più sconvolta Justine. Ma l’anello di congiunzione tra le due sorelle, che impedisce la frattura anche quando il destino della Terra è segnato e il marito di Claire si toglie vigliaccamente la vita per la vergogna (e presumibilmente la paura) legata all’aver sbagliato tutti i calcoli, quando non c’è più fuga possibile, è il figlio di Claire, Leo, sul quale Justine ha un netto ascendente fin dall’inizio della vicenda (la chiama sempre e solo “Zietta spezza-acciaio”, a far riferimento alla di lei forza morale) e alla quale il bambino si rivolge per trovare un rifugio all’apocalisse quando ormai non c’è più scampo. È qui che Melancholia si distacca fortemente e volutamente da Antichrist, oltreché nel perfetto e quasi algido rigore col quale è realizzato, lontano anni luce dalla paratassi angosciante che ricostruiva per singulti le vicende dell’uomo e della donna nella precedente opera di Von Trier: nell’opporre al devastante calore di due atmosfere che si compenetrano annunciando l’apocalisse il flebile calore dell’animo umano, degli affetti, la comunione delle paure, come se una grande paura divisa per tre non fosse più una grande paura me tre paure un po’ meno spaventose. Leo, con l’aiuto di Justine, costruisce la “Caverna Magica” della quale parlava sempre con la zia, vero fulcro della narrazione e l’unica cosa che potrà difenderli dall’impatto di Melancholia: il fragile scheletro di una capanna, una decina di legnetti ammonticchiati sotto i quali restare seduti in attesa dell’inevitabile, opponendo la creazione alla distruzione. Sarebbe stato terribile attendere la fine di tutto in terrazza sorseggiando vino, come suggerito da Claire all’apice del terrore, come passeggeri di un Titanic che affonda senza orchestra tradito proprio da ciò in cui più crede, la scienza, i numeri, i calcoli. Le proprie certezze. È uno strumento rozzo, costruito da Leo con un legnetto e un fil di ferro, che serve a capire se Melancholia si stia allontanando o avvicinando, e che preannuncia la catastrofe: uno strumento caldo che deve essere appoggiato al torace, sul cuore, per funzionare. È l’Arte che sembra costruire una diga tramite la quale proteggere l’Uomo dal Niente che avanza, dall’annientamento  fisico (nel film) e da quello ideologico (nella realtà delle nostre società schiavizzate dai numeri, dalla competitività, dall’economia, dalla tecnologia e incapaci a ritrovare un valore delle cose che vada oltre il loro prezzo); è l’Arte, il lavoro dell’ingegno che ti parla se lo accosti al cuore, e non la scienza o la tecnologia, a permettere a Leo e al padre di rendersi conto, attraverso quel rozzo strumento, di cosa stia realmente per accadere. Così lo scontro dei mondi, che è anche lo scontro tra le due anime dell’uomo incarnate dalle figure di Justine e Claire, quella vitalistica e incontrollabile e quella che tenta di nascondere l’oscuro e il maligno nell’ordine, nel rigore, nella disciplina di sé e nel controllo degli altri, diventa allegoria trasfigurata e potente di un’umanità che, come in Antichrist, è lacerata e piena zeppa di lati oscuri e inconfessabili, di paure vigliacche, di cieco disinteresse per tutto ciò che esula dall’io di ciascuno di noi, ma che può ancora trovare qualcosa di sacro semplicemente nell’amore che unisce le due sorelle e il bambino, un flebile fuoco che certo non potrà rivaleggiare con la catastrofe portata da Melancholia, ma che potrebbe essere sufficiente a riscaldare per l’arco di una vita intera.

Una risposta a ““Melancholia”, di Lars Von Trier”

  1. Il mio commento sul film e’: analizzatelo piu’ volte con chiavi differenti. Una mia chiave e’ l’evoluzione umana, dalla materia allo spirito (o anche rinascita).

    ma apparte questo sto cercando di capire quali sono tutti i quadri che mostra quando Justine sfoglia i libri, c’e’ ad esempio la decollazione del Battistia, ma credo ce ne siano altri, vorrei sapere se qualcuno li ha individuati tutti.
    Perche’ volevo coglierne il concetto che Lars tenta di trasmettere.

    Ad esempio il Battista credo sia esempio di chi non sta alle regole, ovvero di chi non accetta il dogmatismo della societa’ contemporanea (rappresentato da un matrimonio) e quindi quando questo dogma viene rifiutato (ovvero Justine rifiuta la celebrazione delle nozze) si viene espulsi dalla societa’… il Battista fu decollato per non sottostare alla regole terrena della societa’ di allora… credo questo sia il paragone, il messaggio… ma gli altri quadri? di chi sono, cosa rappresentano?

    Chi mi aiuta per favore? Mia email [email protected].

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