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Metti un sabato sera coi Low… (Teatro Antoniano, Bologna, 11/5/2013)

E poi c’è anche un tipo di musica che, regolarmente, è in grado di riconciliarti con te stesso nell’ondivaga marea che trasporta incurante i rimasugli di tutti i giorni. Per fare un esempio, la musica dei Low: in vent’anni di onorata carriera, la band di Duluth, Minnesota, è stata in grado, con ammirevole costanza e un passo dietro l’altro, di spostare il proprio limite sempre un po’ oltre, costruendosi una voce personale, un timbro inconfondibile, una ricchezza inattesa, per chi della sottrazione ha fatto un marchio di fabbrica, anche nelle diverse contaminazioni tentate negli anni (dall’elettronica al rock). La musica della band di Alan Sparhawk e Mimi Rogers è un po’ una musica “sacra”, in qualche misura, e non si tratta di religione: si tratta, più probabilmente, di stupore. Senso di meraviglia. Incontro con qualcosa di dolce, di bello. Di indefinito, certamente, ma non per questo meno malinconicamente struggente. O forse proprio per questo. Insomma, è chiaro che, quando sei portatore di un veicolo espressivo tanto caratteristico eppure, contemporaneamente, tanto sfuggente, tanto difficile da catturare, anche il contesto fa la sua parte. Ecco, forse questa è una delle ragioni per le quali il concerto di ieri sera, tenuto presso il Teatro Antoniano di Bologna, è stato un momento speciale. Speciale perché ha significato in qualche modo un “raccoglimento”: non so se siate mai entrati all’Antoniano, anche se la vostra testa, colonizzata (che lo vogliate o meno) da sessant’anni di Zecchino D’Oro e di cultura televisiva imperversante, dentro quel teatro c’è già stata almeno una volta. Ad ogni modo, si tratta di un piccolo teatro: un teatro a misura d’uomo in una città a misura d’uomo. Un teatro nel quale l’incontro/scontro tra i musicisti e il loro pubblico si è esplicitato in un qualche tipo di contatto intimo, quasi surreale, in un’atmosfera calda e sospesa. I Low, dal canto loro, sono arrivati sul palco dopo la breve esibizione di un emozionato Lullabier (al secolo Andrea Vascellari) durante l’opening act e un trepidante countdown di dieci minuti, ma hanno impiegato pochissimo tempo a instaurare un contatto col proprio pubblico. A farla da padrone, come prevedibile, i brani del nuovo album, The Invisible Way (sul quale spero di riuscire a scrivere un paio di righe molto presto, tempo permettendo): apertura affidata ad una rigorosa versione di Plastic Cup, seguita da una divagante riproposizione di On My Own. Holy Ghost, eterea come nella registrazione presente nel disco, è il primo pezzo sul quale possiamo ascoltare la voce di Mimi Rogers e prelude ai bassi profondi di Clarence White, ideale apripista per un primo tuffo nel passato, rappresentato dalla sempre splendida Monkey. A questo punto, l’atmosfera della serata è già stabilita: l’incedere corale di Waiting e poi Especially Me e una straniante versione di Witches, queste ultime due estratte da C’mon, lasciano letteralmente a bocca aperta prima della breve e intensa ninnananna di Mother e del primo singolo estratto dall’ultimo disco, Just Make it Stop. A questo punto, le incursioni dei Low nella scaletta di The Invisible Way si concludono, e il trio di Duluth regala un’antologia (nel vero senso etimologico del termine, un florilegio) delle perle disseminate in vent’anni di Musica (prima che ve lo chiediate no, la maiuscola non è casuale, e non è nemmeno un errore): Pissing, direttamente da The Great Destroyer, seguita da una clamorosa versione di Words, un po’ più agile della registrazione presente su quel gran disco che è I Could Live in Hope, quindi In Metal (da Things We Lost in Fire), la sempre meravigliosa Dragonfly, direttamente da Drums & Guns, e una toccante riproposizione di Walk into the Sea, ancora da The Great Destroyer. Un autentico climax, un crescendo di emozioni (queste sì, emozioni vere) capace di lasciare un’intera platea col fiato sospeso. E quando sei ancora a bocca aperta ecco che la band esce dal palco, per rientrare poco dopo per un breve encore, una decina di minuti capaci di metterti definitivamente al tappeto: è la volta di Murderer, ancora da Drums & Guns, e della splendida Last Snowstorm of the Year, dritta dritta da quel capolavoro che prende il nome di Trust. A chiudere la serata arriva, inattesa almeno per il sottoscritto, una riproposizione di I hear… Goodnight, ripescata dalla collaborazione di una decina di anni fa coi Dirty Three per l’ep In The Fishtank. Intendiamoci, quando il tuo gruppo si chiama Low non è che ti manchino le canzoni con le quali incantare un’intera platea: ma non tutti i gruppi che ho visto dal vivo hanno questa capacità di coinvolgere il proprio pubblico senza il concorso di effetti più o meno speciali ma solo con la forza di una musica straordinaria e l’esibita fragilità di due voci, queste sì, senza tempo. Quindi, per riallacciarmi al punto di partenza di questo breve resoconto, certamente il contesto può molto: ma un’altra delle ragioni che rendono speciale una serata come quella di ieri è lo spirito che anima queste composizioni, capace di creare momenti di autentica Rivelazione. Ti alzi dalle seggioline, che in realtà erano abbastanza scomode, ora te ne rendi conto, ma semplicemente non avevi avuto modo di pensarci, fino a quel momento; ti alzi dalle seggioline, dicevo, ancora con una lieve incazzatura per non esser riuscito a scattare nemmeno una fotografia degna di questo nome, guardato a vista da addetti alla sicurezza a dir poco zelanti per quel che riguarda le nuove tecnologie, e ti avvii in fila indiana verso l’uscita, trasportato dal moto ondoso delle persone; esci all’aria di una sera fresca, la mezzanotte dietro l’angolo, e per un miracolo o per l’altro c’è un lungo istante nel quale riesci a sentirti meno solo. Ecco, non è solo merito del contesto (anche se il contesto aiuta, come sempre): è questa Musica ad avere qualcosa di speciale, qualcosa di Assoluto che la pone quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ed è straniante pensare che si tratti davvero soltanto di una chitarra, una batteria molto, molto spoglia, un basso, un piano, due voci di fulgida bellezza. Uscire da un concerto così ti rende ottimista, ecco la verità: probabilmente i Low non suonano musica che i più tra noi definirebbero “allegra”, ma io sono uscito dal Teatro Antoniano con una certa dose di ottimismo, perché se esiste musica come questa e occasioni come queste, allora non tutto è perduto.

 

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