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Modern day elevator music: Elevator Music for an Elevated Mood (Cory Wong, 2020)

Se vogliamo dar retta a Jack Stratton, pare che i genitori di Cory Wong lo abbiano chiamato così proprio per omaggiare il brano omonimo dei Vulfpeck: “On guitar, his parents named him after a Vulfpeck song, Cory Wong”. Al netto della consueta ironia stralunata di Stratton, è chiaro come Cory Wong sia molto più che una semplice emanazione dei Vulfpeck. Songwriter e chitarrista di formazione jazz e funk, proveniente da Minneapolis (terreno fertile, evidentemente), Wong vanta una carriera decennale con già quattro album in studio a proprio nome (e numerosi live record), oltre a importanti collaborazioni con diversi altri artisti, ma è forse noto ai più per essere appunto il fidatissimo chitarrista dei Vulfpeck, quello che, mentre suona, fa le facce un po’ strane. Questo Elevator Music for an Elevated Mood, pubblicato il 10 Gennaio scorso, è dunque il quarto dei quattro dischi in studio pubblicati da Wong a proprio nome, anticipato dal singolo Golden. Peraltro, l’album (e il suo lavoro con Stratton e soci, certamente) ha lanciato abbastanza il suo autore da valergli un tour mondiale che avrebbe dovuto portarlo anche dalle mie parti, al Pistoia Blues, in una data prevista per il prossimo 12 Luglio. Al momento in cui scrivo non è chiaro se la data avrà luogo, però non è stata ancora cancellata e quindi mi sembra lecito sperare che tutto vada per il meglio, perché perderla sarebbe un autentico peccato.
Per venire ai contenuti musicali di
Elevator Music for an Elevated Mood, è proprio il già citato singolo Golden ad aprire l’album: dietro il suo irresistibile groove si nasconde (ma non troppo) il trascinante drumming di Nate Smith (batterista caro, tra gli altri, a Dave Holland, già collaboratore di Wong per gli album precedenti e coinvolto, parimenti a Wong, Joe Dart e Mark Lettieri, chitarrista degli Snarky Puppy, nel side project di casa Vulfpeck ribattezzato The Fearless Flyers, il cui primo LP uscirà a breve, preceduto da un singolo il cui titolo è tutto un programma: Nate Smith is the ace of aces), con Cody Fry a metterci la voce e Wong che si preoccupa delle parti di chitarra (compreso il fulminante assolo) e basso. Golden è probabilmente il brano più easy-listening e più smaccatamente pop dell’intera operazione, per quanto stiamo parlando di un pop non classico, fortemente ibridato con il funk tanto caro al suo autore. Airplane mode sospende in qualche modo il flusso, ed è a tutti gli effetti una bizzarra “musica d’atmosfera”, intesa come una musica di passaggio tra una stanza e l’altra di questo edificio (o, se volete, una perfetta musica da ascensore, che si ascolta nel tragitto tra un piano e l’altro). Restoration è una ballad su cui si staglia il sassofono malinconico di Dave Koz, che flirta apertamente col jazz cedendo qua e là a piccole tentazioni world music. Treehouse, che vede il contributo di Phoebe Katis alla voce, torna a un funk orientato verso il pop e che è effettivamente molto vicino a certi episodi dei Vulfpeck, una traccia forse meno sorprendente di altre nel disco ma non per questo meno piacevole. Particolarmente bello invece lo strumentale Meditation, aperto su un riff malinconico della chitarra di Wong (che qua e là non rinuncia a un po’ di sano slap, evidentemente non prerogativa dei soli bassisti) cui si uniscono la batteria e poi soprattutto i fiati, in un crescendo illuminante che culmina in un assolo di piano in vago odore jazz, prima lieve e infine scrosciante, condito di piccole dissonanze e accompagnato verso il finale da un nuovo crescendo: Meditation è probabilmente uno dei brani in cui le capacità di scrittura di Wong sono meglio rappresentate. Team Sports, altro strumentale, trasuda invece funk e r’n’b fin dal riff introduttivo, anche se si apre all’improvviso su un ritornello arioso e soft che giunge decisamente inatteso e si pone come una cesura affascinante: il brano procede incalzante alternando i momenti di piano strumentale a piccole sospensioni, per poi venire letteralmente scomposto nel finale, nella quale c’è spazio per ognuno degli strumentisti coinvolti, facendo della partitura una tavolozza sulla quale scompaginare e riordinare le varie parti, con un bello spazio concessa all’improvvisazione. Julia è un altro strumentale apertamente funk, che replica l’idea già espressa in Team Sports, ovvero l’alternanza tra l’up-tempo delle strofe e i down-tempo dei ritornelli, con un finale aperto alle divagazioni, che stavolta coinvolgono soprattutto la chitarra di Wong e i synth, ma che ritorna circolarmente alla melodia iniziale. Watercolors è invece una classica ballad, adagiata sul drumming sicuro di Aaron Sterling (già batterista di fiducia di John Mayer) e su cui Wong ricama il delizioso tema principale, contrappuntato dall’ensemble dei fiati e in particolare dal sax di Dave Koz, col quale ingaggia un dialogo sulla coda del brano: al pari di Restoration e Meditation, un altro dei momenti più alti del lavoro, quasi un jazz atmosferico, lieve, delicato e al tempo stesso fortemente incisivo. Takeoff si avvale delle venature soul della voce di Rachel Mazer, che del brano è anche coautrice, ed è uno slow-funk sapientemente cadenzato, ideale apripista allo strumentale Winslow, piccolo frullatore di funky retrò, sonorità blues (penso soprattutto all’assolo di organo Hammond) e passaggi d’ensemble quasi da orchestra Jazz (la presenza di Ricky Peterson non è ovviamente casuale) che rallenta improvvisamente verso il finale, svuotandosi per un momento di tutta la sua grandeur, prima di spegnersi in un minimalismo che prelude alla chiusura, affidata a BBC News, up-tempo funky imperniato sull’interplay tra piano e chitarra, cesellature curatissime su cui tornano a manifestarsi i vocalizzi di Phoebe Katis. Si potrebbe pensare a BBC News come a una chiosa ottimistica, e in effetti il tono complessivo di questo lavoro, tanto per tenere fede al suo titolo, è soprattutto brillante, pensato appunto per un Elevated Mood, e questo anche nei suoi episodi maggiormente riflessivi (penso ancora a Restoration, Meditation e Watercolors, probabilmente anche i tre vertici compositivi dell’album): non è un caso che uno dei precedenti lavori di Wong fosse intitolato all’ottimista (The Optimist, 2018), ed è chiaro come lo strumentista e compositore di Minneapolis sia soprattutto sedotto dalle spigolosità ritmiche (che costituiscono la gran parte del suo eccelso lavoro strumentale, un virtuosismo mai fine a se stesso imperniato su uno strumming energico e precisissimo e su cesellature puntuali e scelte melodiche mai svincolate da un profondissimo senso del groove) e dalle geometrie compositive. Non bisogna comunque trascurare come questa musica per Elevated Mood sia anche e soprattutto una Elevator Music: musica d’ascensore, per restare al senso letterale, ma non per questo da confondersi con banale musica di sottofondo; piuttosto, musica che promette un’ascensione, musica che solleva, che tenta di portare in alto. Sarebbe un peccato non notare la ricchezza della scrittura, specialmente in molti degli episodi strumentali, ma anche banalmente la forza di diversi passaggi melodici e soprattutto ritmici disseminati lungo le 11 tracce: non musica pensata per un ascolto passivo, ma per il coinvolgimento, musica per l’attenzione e l’azione, scritta e cesellata con passione e notevole competenza, senza far mancare qua e là un pizzico di quel mestiere che ha risolto (e risolve) più di un inghippo lungo l’orbe terracqueo. La cosa davvero divertente di questo disco (ma anche di molti dei lavori precedenti di Wong) è che, ad un ascolto attento, va a finire che la “musica di passaggio” sembra risiedere proprio negli episodi “cantati”, mentre il piatto forte negli strumentali, ovvero tutti quegli episodi nei quali ai musicisti viene lasciata maggiore libertà espressiva e viene concesso di divagare: esattamente il contrario di quello cui siamo abituati, o se non altro di quello che la vulgata si attenderebbe, quantomeno nel panorama pop (cui sicuramente anche questo disco, almeno in parte, si ascrive), in qualche modo un rovesciamento di prospettiva. Questo era vero anche per Motivational Music for Syncopated Souls, album del 2019 che lo ha preceduto e al quale, fin dall’assonanza nel titolo, questo Elevator Music for Elevated Mood si lega idealmente come costruzione in qualche modo speculare, due album autenticamente gemelli (valga come esempio per tutti la fulminante Cosmic Sans, sulla quale si intrecciavano i fraseggi della chitarra filtrata di Tom Misch, l’inesauribile sostegno ritmico di Nate Smith e tutto il resto, suonato proprio da Wong). L’ascolto di entrambi gli album non fa che confermare l’estrema attenzione che Wong dedica alla scrittura, alla partitura, alla composizione nel senso più materiale, e la cura profondissima per le parti strumentali, i suoni, l’esecuzione. In questo, anche Elevator Music for an Elevated Mood rispecchia fedelmente il suo autore: consta difatti di una collezione di partiture composte con sapienza e gusto ed eseguite con trascinante sicurezza, ricche di spigolosità ritmiche e geometrie cadenzate, accarezzate con delicatezza ora dai fiati (spicca su tutti lo splendido sassofono di Koz: un buon musicista si valuta anche dai compagni di strada che sa scegliersi, e coi nomi che ho fatto lungo questa breve recensione c’è proprio poco da dire), ora dai virtuosismi chitarristici del suo autore, un’anima sincopata, senz’alcun dubbio, baciata da un incrollabile buonumore. Cory Wong, in ultima analisi, è proprio ciò che sembra, un ottimista, e il suo è un ottimismo trascinante, tutt’altro che superficiale, e che strappa ben più di un sorriso.


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