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Modern Johnny Sings: Songs in the Age of Vibe (Theo Katzman, 2020)

Modern Johnny non è tanto una persona, non è semplicemente un alter ego, un moniker: per Theo Katzman, polistrumentista e voce principale dei Vulfpeck, Modern Johnny è soprattutto un sentimento, qualcosa che gli permette di difendersi dal mondo mentre parla di argomenti che definiremmo “seri” (politica, ambiente, relazioni interpersonali), in pratica una maschera protettiva, un filtro, una tuta mimetica fatta di autoironia e sarcasmo, con la quale affrontare ogni discussione, anche la più difficile. La carriera solista di Katzman in realtà non comincia oggi, ma la scoperta di quel peculiare sense of humour che attraversa il suo lavoro (e innerva l’intera produzione della band madre, i Vulfpeck) si deve probabilmente a una serie di sfortunati eventi avvenuti nel 2017, proprio poco prima che il nostro iniziasse a lavorare all’album che sarebbe poi divenuto Heartbreak Hits: la morte del padre, una rottura amorosa e un mucchio di soldi persi in quella che sembrava essere una buona opportunità professionale, qualcosa che avrebbe fiaccato più di uno spirito ma non quello del buon Theo. Certo, gli amici che si prendono affettuosamente gioco di te fanno comodo, e se uno di questi è Jack Stratton, come minimo un po’ di autoironia, se già non la possiedi, impari a svilupparla (si veda su tutti il video di Animal Spirits dei Vulfpeck, brano cantato proprio da Katzman con annesso lip-sync di un’icona danzerina di Stratton, che si manifesta in sovrimpressione sul video vestito come si vestirebbe un babbo per imbarazzare il figlio a una partita di calcio per bambini, uno dei tanti effetti speciali caserecci presenti nei video del quartetto e sul quale sovente i fan ironizzano nei commenti su YouTube: “Guys, don’t blow your whole special effects budget on one song”). E quindi ecco che Katzman diventa Modern Johnny, la cui voce definisce come quello che accade quando da piccolo ascolti talmente tanto i Fleetwood Mac da decidere di voler cantare proprio come Stevie Nicks: ne esce fuori un falsetto acutissimo ma non privo di sfumature graffianti, una voce soul esile e potente allo stesso tempo, che il pubblico ha imparato a conoscere negli album dei Vulfpeck ma che si dispiega qui in una dimensione di songwriting in odore di folk che lo stesso Katzman definisce come a sé più congeniale. Di fatto, Modern Johnny Sings: Songs in the Age of Vibe riprende e amplia il discorso avviato da Heartbreak Hits, virandolo però maggiormente a una dimensione di cantautorato-soul-folk, una combinazione già di per sé tutta particolare: Katzman si rivela soprattutto un formidabile narratore di storie, elemento questo che spinge a concentrarsi fortemente anche sulla componente dei testi, che sono spesso autoironici, come già detto, stralunati, ma anche taglienti e molto, molto brillanti. C’è l’invettiva politica di You Could Be President, che ovviamente parte dal trumpismo per parlare di un male più ampio, diffuso ormai a tutte le latitudini, ovvero di quella politica che, per dirla con le parole di Katzman, “[is] sort of, being like, throwing truths out the window and trying to confuse people”; la splendida The Death of Us, su cui sale sugli scudi il basso del fido Joe Dart (Vulfpeck, ma che ve lo dico a fare…), che può funzionare allo stesso tempo da racconto dolce-amaro sulla fine di una relazione e da metafora sul pericolo del riscaldamento globale (quando dei nerd interpretano le parole di un nerd, la polisemia più spericolata è dietro l’angolo); i tormenti amorosi di What did you mean (when you said love), uno shuffle affascinante scandito dal basso “muted” di Joe Dart che cresce fino ad un ritornello di cristallina bellezza, sempre sul punto di incrinarsi come un’esplosione a stento trattenuta; il folk nostalgico di Hardly Ever Rains (“She calls me from the airport just to say goodbye/ And that’s when it starts pouring teardrops from my eyes/ And I don’t have my hopes up but I don’t have no shame, ‘cause/ Where I come from, honey, it hardly ever rains”) e il romanticismo di Lily of Casablanca, che abbacina ancora per il valore assoluto delle parti vocali; “Best”, che racconta non senza ironia di una relazione interrotta per mezzo di una lettera firmata appunto con un freddissimo e totalmente anodino “best”; la ballad 100 Years from now, uno dei pezzi più notevoli del lotto, che riflette pessimisticamente sul senso dell’esistenza (“If you’re listening to this song then 100 years from now/ You’ll probably be dead unless you’ve figured out/ How to change the serpentine belt, replace all your stem cells/ Seven daily health tips, ketosis or kale chips/ So what’s it all about? Can’t we figure this shit out?”) chiosando con un doloroso “Do we really have to fight if we all still have to die?”, sebbene il fiore assurdo della speranza sia lì pronto a sbocciare, come non se ne potesse fare a meno (“100 years from now, remember: all new people” che suona come un verso amaro ma, in fondo, anche come attestazione dell’esistenza di infinite nuove possibilità); ancora il romanticismo pianistico di Darlin’ don’t be late, un altro dei momenti più brillanti, su cui si arrampica la voce affascinante di Katzman, piena di vibrazioni e sfumature, intenta a raccontare un’altra storia di separazione, un’altra storia finita; (I dont’ want to be a) Billionaire, che ritorna al funk, come in parte già You Could Be President e The Death Of Us (brani che hanno tutti in comune il mai meno che brillante motore ritmico di Joe Dart, in grado di donare vita propria a qualsiasi pezzo), e si concentra sull’ansia di accumulare denaro, senza rinunciare a criticarla coi consueti sarcasmo e stralunato sense of humour (“I don’t want to sacrifice my life, tryin’ to/ Shave five seconds off a checkout line/ Think of something that the whole world needs/ Faster fast food delivery”); Like a woman scorned è una vera e propria ode alla figura femminile, e poi Fog in the mirror, una ballad fatta di pause e off-beat, affascinante e crepuscolare (“How would you like it/ To be confused by a/ Sad romantic/ Looking for a muse?”), scritta con la stessa delicatezza con cui le dita scrivono sul vetro appannato di una finestra (“There’s fog in the mirror/ With my fingers, I draw a map/ Of a different time zone/ Across an ocean/ On an island/ Where Irish eyes are smilin’”) e accompagnata da chitarra e pianoforte, autentico gioiello; a chiudere l’album, il piccolo trotto di All’s well that ends well, un’altra storia sussurrata da Katzman col tono del narratore ormai consumato. Ovviamente un album così sembra essere destinato soprattutto agli ultimi romantici, forse anche un po’ sdolcinati, dei nerd fuori tempo massimo senza troppa speranza; eppure, ognuna di queste dodici tracce è portatrice di una musicalità e di una ricchezza di scrittura davvero profonde, grondando qualità anche strumentale da ogni poro (Katzman e Dart sono un’assoluta garanzia in questo senso, ma anche il resto dei musicisti, quando Katzman non suona tutto quanto, tiene altissimo il livello). Se a dominare è il lato più intimista del songwriter Katzman (con perle assolute come “Best”, 100 Years from now, Darlin’ don’t be late o Fog in the mirror), gli episodi, per così dire, più upbeat sono di qualità altissima (penso a The Death of Us o What Did You Mean (when you said love), tanto per fare due titoli soltanto) e l’insieme ha il sapore genuino e ricco delle scommesse vinte: per usare le parole di Katzman, “I don’t think I’m making comedy music. If I’m doing my job right, the people in my audience at times will be insanely sad. I like to play with emotion that way. But I think you can explore the light along with the dark. I’m a joyful, extremely passionate person who feels things deeply. But I can’t make you hurt if you can’t walk into my room and have a beer on the couch with me.” E senza dubbio, dietro al moniker di Modern Johnny, Katzman riesce a rivelare tutto del suo animo e tirar fuori dodici tracce che aprono il 2020 musicale (l’album è uscito lo scorso 10 gennaio) come meglio non si sarebbe potuto.


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