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"Oblio", David Foster Wallace

[…] Conosci già la differenza tra l’ammontare e la velocità di tutto quello che ti balena dentro e quella parte infinitesimale e inadeguata che riusciresti a comunicare. Come se dentro di te ci fosse questa enorme stanza piena si direbbe di tutto quello che prima o poi è presente nell’universo e invece le uniche parti che ne emergono devono in qualche modo essere spremute attraverso uno di quei piccolissimi buchi della serratura che si vedono sotto il pomello delle vecchie porte. Come se cercassimo di vederci fra di noi attraverso quei minuscoli buchi. Ma un pomello ce l’ha, la porta si può aprire. Ma non nel modo che pensi tu. E anche se ci riuscissi? Pensaci un attimo: e se tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di te ogni istante della tua vita a questo punto si rivelassero in qualche modo completamente aperti ed esprimibili dopo, dopo la morte di quello che ritieni essere te, e se dopo questo momento ciascun istante fosse in sé un mare o uno spazio o un tratto di tempo infinito in cui esprimerlo o comunicarlo, senza neanche il bisogno di una lingua organizzata, e ti bastasse come si suol dire aprire la porta e trovarti nella stanza di chiunque altro in tutte le tue multiformi forme e idee e sfaccettature? […]

(David Foster Wallace, da "Caro Vecchio Neon", "Oblio")

[…] L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica [..] l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente [..] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione la fiducia nel futuro dipendono [..] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto. […]

(F.W. Nietzsche, "Considerazioni Inattuali")

Se avete appena cominciato ad avvicinarvi all’opera di Wallace, forse Oblio non è il testo giusto col quale cominciare, e non soltanto perché trattasi dell’ultima raccolta di racconti (e più in generale di narrativa) pubblicata in vita dall’autore, il che introdurrebbe un piccolo per quanto non fondamentale “errore cronologico” nella scelta delle vostre letture, ma anche e forse soprattutto perché non se ne possono cogliere tutte le sfumature senza aver letto, prima, altre opere del geniale scrittore americano. Potrebbe capitare di sentirsi come catapultati nel bel mezzo di un’enorme vertigine, frastornati da un flusso continuo e portentoso di parole, di immagini, in ultima analisi di storie, che riescono a mostrare qualcosa del nostro mondo che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, a volte sembriamo non essere in grado di vedere davvero. Credo non abbia molto senso consigliare, come altrove potrebbe capitarvi di leggere, di iniziare dal racconto forse un po’ più normale del gruppo, Il canale del dolore, che in realtà chiude la raccolta; e non credo sia giusto ritenere alcuni di questi otto racconti superiori agli altri, come se ve ne fossero di riusciti e di non riusciti, o peggio ancora di inutili. Quello che più non si capisce di Oblio partendo da presupposti del genere, unicamente legati al “proprio gusto”, è quel senso di intima coerenza e tutta particolare che sottende gli otto mo(vi)menti catturati nel testo. Mo(vi)menti che a volte sono tutti interiori, flussi di pensieri e sensazioni come nelle pochissime, fulminanti pagine di Incarnazioni di bambini bruciati o nella straniante cronaca in miniatura di La filosofia e lo specchio della natura, e a volte affiancano al racconto di un moto reale un moto dei ricordi, come nel geniale Caro vecchio neon, o nel malinconico L’anima non è una fucina; e a volte, è pur vero anche questo, trattasi di artistiche peristalsi intestinali, come leggiamo tra il divertito e l’agghiacciato appunto nel già citato ultimo passaggio di questa raccolta, Il canale del dolore. Ma non ha molta importanza che al centro di questi racconti ci siano spiazzanti “metafore” della società in cui viviamo (Un altro pioniere) o un rapporto matrimoniale in crisi (Oblio), piuttosto che la tecnica della creazione del consenso, dello sfruttamento dell’emozione o dell’appiattimento del gusto (lo straordinario tour de force sintattico e linguistico di Mister Squishy è forse l’esempio più calzante al riguardo) o ancora un silenzio quasi attonito di fronte al nulla lasciato dalla morte (Caro vecchio neon). Ciò che più conta è forse come Wallace persegua con costanza, coraggio e ammirevole caparbietà il tentativo di dire tutto, dire quanto più possibile, fino all’ultimo punto cui sia possibile spingersi, fino in mare aperto, nell’infinita distanza forse evocata dall’immagine di copertina scelta nell’edizione Einaudi, in qualche modo “in mare aperto”, anche se forse quella è solo l’illusione di un mare, di una distanza, e anche se forse l’ironia nasce, come in Kafka, dal fatto di aprire una porta verso un “fuori” e scoprire di esser già “fuori”, e che quella porta s’apra verso di te che la stai aprendo dandoti un improvviso, violento giramento di testa. Fa una strana sensazione “vedersi” all’improvviso come si è, senza mediazione, esposti: non è lontano dalla verità il commento che si può leggere sulla quarta di copertina dell’edizione succitata, per il quale questa raccolta “ci mette davanti agli occhi il corpo martoriato, eppure incredibilmente normale, della nostra società”. Noi stessi, come siamo quando smettiamo di vedere come dovremmo essere: esistenze che si trascinano nell’ombra auto-derubricandosi a meri target commerciali per multinazionali che producono tortine al cioccolato talmente buone da meritarsi il nome di Misfatti! ®, “un nome rischioso e polivalente che voleva evocare e parodiare la sensazione di indulgenza/vizio/trasgressione/peccato del moderno consumatore salutista al consumo di un simile snack ipercalorico”; esistenze strappate per un momento di distrazione alla banalità di ogni giorno e destinate a restare nella memoria a seguito di un improvvisato, folle sequestro; vite consumate nell’incapacità di gettare un ponte tra sé e gli altri, di scambiare qualcosa che sia reale e non un jingle preconfezionato o una gamma (per quanto illusoriamente ampia) di sentimenti precotti e inscatolati a dovere in una confezione gradevole; e infine la ricerca costante della sensazione, dello shock, di ciò che sembra sconvolgere ma invece è solo l’ennesima, massiccia dose di anestetico che tutti sembriamo cercare come fosse questione di vita o di morte soltanto per stordirci e smettere di intuire come tutto ciò che stiamo vivendo sia davvero un grande incubo, e credere disperatamente che possa una volta trasformarsi, grazie alla tv, ai media, al possesso, al consumo, in un sogno, in un profluvio di reali possibilità, in una conta che, per una volta, non vada a nostro sfavore. Tutto questo (e molto di più) potete leggere dentro Oblio; tutte queste riflessioni, sensazioni, pensieri, tutto espresso con estrema attenzione al particolare, nominando ogni cosa o tentando di nominarla, cercando, come già accennato, di “dire tutto”, di racchiudere il reale (o almeno una parvenza che di esso sia contemporaneamente suggerimento e trasfigurazione, e non semplice bignami) nel giro di una frase, una pagina, un paragrafo. Cosa può e cosa non può rivelare di noi la semplice forza delle parole? Non bisogna essere scrittori o letterati perché questi pensieri ci sembrino di vitale importanza: lo sono e basta, e lo sono perché sono tutto ciò di cui il mondo in cui viviamo è fatto. È sufficiente guardarsi attorno, ai media, a internet, al mondo del marketing e della finanza, la pubblicità, tutto ciò che è pop nel senso deleterio del termine, prodotto, appeal presso il consumatore, la politica trasformata in reality show, i reality show trasformati in realtà, il supermarket dei sentimenti, dati in pasto alle masse per sollazzarsi dopo il pranzo come la brutta sceneggiatura di una vita indesiderabile ma che morbosamente non si può fare a meno di guardare, l’eterno infallibile meccanismo col quale l’opinione si crea e si manipola. Pensate a tutto questo, aprite gli occhi, guardatevi attorno, e la cosa migliore che potrebbe capitarvi sarebbe proprio scoprire di essere già qui, e  come niente di tutto ciò che possiate immaginare di più terribile si trovi, purtroppo, dall’altra parte di quella porta.

[…] Perché sembravo essere così egocentrico e disonesto che le cose per me contavano soltanto nella misura in cui incidevano sull’opinione che gli altri si sarebbero fatti di me e richiedevano il mio intervento per creare l’immagine che volevo avessero di me. […] E io con una certa qual rassegnazione dissi di sì, e sembrava che avessi sempre avuto questa parte calcolatrice, fraudolenta del cervello ininterrottamente in azione, come se stessi continuamente giocando a scacchi con chiunque e valutando che se volevo fargli fare una certa mossa dovevo muovere in modo tale da indurlo a muovere in quel modo. […]

Approfondimenti: qui, in un nostro vecchio post, trovate un ampio stralcio di Caro Vecchio Neon; qui invece una recensione nemmeno lontanamente inadeguata come quella che avete appena finito di leggere. Buona lettura!!!

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