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Per il capitolo “Consigli Musicali”, ecco “Oil Tries To Be Water”, album di debutto dei Werner

Werner: un nome insolito per un trio che propone musica insolita. Tentate definizioni a parte, dietro questo nome si nasconde un trio costituito da Stefano Venturini (già chitarra e voce dei Ka Mate Ka Ora), Elettra Capecchi (pianoforte) e Alessia Castellano (violoncello) il cui primo lavoro, questo Oil Tries To Be Water, uscirà il prossimo 29 Aprile per White Birch Records. Dicevamo: musica insolita. Già, perché i Werner mescolano, nelle dieci tracce di questo loro album di debutto, lo slow-rock con la musica da camera, creando appunto un insolita miscela che potremmo definire “rock da camera”, non priva di tentazioni cinematografiche (e qui un appiglio col nome qualcuno potrebbe già trovarlo…) e tutta incentrata su un’intimistica dimensione acustica. Il carattere introverso della musica dei Werner emerge prepotentemente sull’iniziale Valzer For Annie, malinconica composizione dominata dal suono caldo del piano e attraversata da nostalgiche melodie che cullano per quattro minuti scarsi lasciando con la sensazione che un brano del genere possa tranquillamente durare all’infinito senza annoiare mai, configurandosi come uno dei momenti migliori di tutto il lavoro; Your Essence lascia duettare le chitarre acustiche con un trascinante arpeggio del piano prima di sfociare in una sezione strumentale arricchita dalle lunghe note evocative del violoncello. Homesleeping rimanda, nelle scelte vocali, alle composizioni dei Ka Mate Ka Ora, un terzo dei quali, come già detto, opera in questa band: ancora chitarra acustica e pianoforte che si inseguono lungo crinali emotivi, prima di venir sostenuti dai “bordoni” del violoncello (chissà se si possono definire “bordoni”: chiedo venia agli esperti!): ancora una volta le scelte melodiche comunicano una raffinata tenerezza, e si mescolano ad un’inventiva armonica (come testimoniato dalle parti strumentali) tutt’altro che trascurabile o scontata; quando poi il brano sembra finito, la linea melodica riemerge sugli accordi indolenti della chitarra e su lievi interventi di piano e violoncello. È invece del tutto pianistica l’introduzione a Blue Sea of Runa: al piano ben presto si unisce il violoncello, e insieme i due strumenti accompagnano la melodia, ancora una volta destinata a rimanere impressa nella mente dell’ascoltatore quando, improvvisamente, lascia spazio ad un ritornello corale costruito sull’alternanza pieno- vuoto con la strofa, un classico compositivo che non delude mai; gli interventi di chitarra sono misurati e sognanti, lenti slides luminosi scavati sulla superficie del mare “sonoro” che costituisce il cuore del brano. Russian Sky si presenta con un incedere maggiormente folk, accentuando la dimensione di rock acustico dell’intero lavoro, e ancora una volta le melodie vocali intessono una trama pregna di malinconica dolcezza: potente e azzeccato il ruolo di piano e violoncello, mai come in questo caso dediti a sottolineare i momenti di “piena emotiva” del brano, in un ruolo quanto mai diegetico e, per l’appunto, pienamente cinematografico. La sezione strumentale rallenta il tempo, lo dilata avvolgendolo in lunghi bordoni del violoncello che attraversano il fronte uditivo colorati da un enorme riverbero, sotto il magma pulsante dei quali la chitarra folk e i leggeri arpeggi del piano sembrano lentamente sparire per un lunghissimo momento, prima di tornare alla luce reintroducendo alla melodia conclusiva, sostenuta stavolta dal pianoforte di Elettra Capecchi sul quale si inseriscono semplici intarsi di chitarra e coloriture ambientali del violoncello. La successiva Brown Eyes rimanda potentemente alla memoria echi dei Red House Painters, imperniandosi ancora una volta su una melodia difficile da dimenticare, inizialmente tratteggiata dalla sola chitarra acustica per lasciare poi spazio ad una sezione nella quale il piano fa da tappeto per una voce riverberata e distante, ancora una volta un rallentamento cinematico capace di avvolgere nel suo incedere malinconico prima di spegnersi in un’inattesa dissonanza. Why Didn’t You? si presenta nello scambio dialettico tra il piano e la voce, prima di arricchirsi delle linee di violoncello, che lentamente si sovrappongono ad un intermezzo vocale che prelude al ritorno della melodia principale per poi aprirsi in un crescendo per la prima volta giocato sul volume degli strumenti e non solo sul volume emotivo della loro eco: rintocchi ieratici della batteria fanno da tappeto ritmico per questo primo vero crescendo sonoro del lavoro, che si spegne in un coro accarezzato dalle ultime note del violoncello. Erick paga il tributo dei Werner a quello che senz’altro è uno dei maggiori riferimenti musicali del terzetto, e cioè Erik Satie: sono le immortali note della prima delle sue Gymnopédies quelle che si introducono inattese sotto il tappeto di violoncello e chitarra filtrata da un malinconico tremolo, a preludere ai cori senza parole del brano, laddove anche la fonazione si tramuta semplicemente in musica e nient’altro: l’eleganza con cui le melodie di Satie si compenetrano con l’accompagnamento costruito dal terzetto pistoiese è merce davvero rara, al giorno d’oggi. Un vero e proprio esempio di intreccio tra tentazioni di rock acustico e suite pianistiche di derivazione classica, che si chiude in un finale nel quale, per la prima volta con grande evidenza, la chitarra riscopre la distorsione e un lieve, disorientante feedback. The Dawning apre con un violoncello pizzicato per lasciare spazio ancora alla chitarra acustica, alle carezze morbide del violoncello e ad una linea di piano che si arricchisce col passare dei secondi, pur restando delicatamente e indefinibilmente eterea, come il primo sottile filo di luce che lascia l’orizzonte all’alba di un nuovo giorno: ce ne vorrebbero di risvegli di questo tenore! Ancora una volta, il brano riprende quando sembra essersi spento, come se la pausa nel suono fosse dovuta solo ad una nuvola birichina, che per un attimo ha oscurato la luce dell’alba proveniente dall’astro sorgente: la dolcezza della melodia e dell’intera costruzione armonica, nei suoi momenti di pieno come in quelli di vuoto, riesce ancora a realizzare un trasporto emotivo non comune. His Beautiful Rooster inizia con un’armonizzazione vocale che, in qualche modo, rimanda agli ultimi Low (quelli di Nightingale, per intendersi), prima di lasciar spazio ad un accompagnamento nervoso e discontinuo di piano e violoncello, la cui potenza fa da perfetto contraltare per la leggerezza della linea melodica tratteggiata dalla voce; poi il pezzo si apre, senza preavviso, su un punto di fuga nel quale l’arpeggio del piano e le poche note del violoncello si sposano alla perfezione con la malinconia di una chitarra relegata in un angolo, quasi sommergendola, prima di una conclusione, stavolta vera, improvvisa e netta, che strozza in gola l’ultimo sussulto di questo disco. Certo, l’ultimo per circa un minuto, prima che dal silenzio riemerga un suono enigmatico e atmosferico che prelude alle melodie sospese della bonus track, un coro che recita come in un mantra eternato dai riverberi il titolo dell’album, oil tries to be water, in un crescendo catartico accompagnato da intrusioni strumentali quasi dissonanti, per spegnersi delicato come la spuma delle onde del mare sulla spiaggia, in una deflagrazione di minuscole bollicine.
Che cosa si può dire di questo lavoro di debutto dei
Werner? Niente che non sia già detto ampiamente, e con una proprietà di linguaggio enormemente superiore, all’interno di queste stesse dieci tracce più una. Devo ammettere che, di fronte ad un collage come questo, poco si può dire che non risulti ridondante o, peggio, artificioso: perché la vera forza di questa musica, probabilmente, risiede proprio nel suo trovarsi in un magico e sospeso limbo, un equilibrio su un abisso incalcolabilmente profondo nel quale la più minimale delle ispirazioni incontra la più magniloquente delle sue realizzazioni. Ogni parola che si aggiunge a quello che è impresso su disco o è una ridondanza o è una costruzione, perché queste dieci tracce sono insieme il minimo e il massimo possibile, la base di partenza minimale che tutto suggerisce, e permette di edificare storie e castelli di parole, e contemporaneamente la sua incarnazione fisica migliore, nella quale ogni elemento è già dosato, pensato, equamente e magicamente distribuito lungo i secondi, i minuti di ogni episodio. Non c’è un suono fuori posto, né una parola, ma forse sarebbe più corretto dire che non v’è un’emozione fuori posto: Oil Tries To Be Water è un lungo, oscuro, malinconico e tenero magma sonoro, un unico flusso al quale non si può far altro che arrendersi, lasciandosi delicatamente trasportare. Disarmante e bellissimo nel suo essere, inevitabilmente, prima e ultima parola possibile.

Per chi volesse un primo assaggio del disco dei Werner, qui si trovano tre tracce dell’album più una traccia non inclusa, una cover di Hey Joe di Daniel Johnstone. Qui invece, ancora per qualche giorno, è possibile ascoltare uno streaming integrale del disco dei Werner. Buon ascolto!

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