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Quarantine Round-Up, ovvero: cose che mi hanno accompagnato e antipasti di cose belle a venire

Avvertenza: questo è un post a carattere catalogico, che raccoglie non già recensioni ma anticipazioni, cose che ho ascoltato negli ultimi due mesi e che, in qualche caso, sono anticipazioni di album in procinto di essere pubblicati.

Del nuovo album degli Everything Everything, in arrivo ad agosto, ho già detto qualcosa alcune settimane fa (cogliendo l’occasione offerta dall’affinità tematica tra il primo singolo estratto, In Birdsong, e il romanzo Picnic sul Ciglio della strada, che stavo leggendo). Andrò veloce e mi limiterò a dire che c’è anche un secondo singolo, Arch Enemy, un up-tempo che frulla tra loro le atmosfere angosciose di A Fever Dream e qualcosa del piglio di Get to Heaven in un crescendo potentissimo. Tutta roba di qualità, come al solito.

I Khruangbin sono una band proveniente dall’assolato Texas, un po’ psichedelica, un po’ soul e un po’ surf-rock, con un batterista che è un omone ma pare un metronomo (praticamente è un metron-uomo, al secolo Donald Johnson) e chitarrista e bassista (Mark Speer e Laura Lee, rispettivamente) che condividono una liscissima frangetta e un interplay commovente per quanto è stretto e ti si appiccica addosso: mi sono capitati per caso nella riproduzione automatica di YouTube nei mesi passati, e ho imparato quasi subito ad apprezzare questo strano space-rock geometrico e grondante groove, pesantemente incernierato sulle linee di basso efficacissime della Lee. La band ha all’attivo 3 dischi, con il quarto in arrivo il prossimo 25 giugno, intitolato Mordechai: ad anticiparlo i singoli Time (You and I) e So We Won’t Forget. Quest’ultimo in particolare è una ballad sorretta dal basso onnipotente suonato da Laura Lee, con il valore aggiunto costituito da un video bellissimo e delicato: una carezza poetica, quanto mai necessaria in tempi come questi.

Beh, Dua Lipa la conoscono tutti. Il suo secondo disco, Future Nostalgia, è uscito a fine marzo ed è una specie di macchina del tempo: ci entri, e ti ritrovi negli anni ’80. Il titolo chiarisce perfettamente l’intenzione programmatica, ma l’operazione citazionista, il recupero delle sonorità pop del decennio più pop che si ricordi, è condotta con garbo e non senza alcuni colpi di genio in termini di scrittura e presentazione, di fatto mutuando molto da esperienze “colte” di anni più o meno recenti (penso soprattutto all’elettronica dei Daft Punk, e in particolare a Random Access Memories, ma d’altronde i riferimenti culturali sono molteplici). Da bassista di poche/belle speranze posso solo dirvi che, anche se siete tra quelli che ritengono che il genere/l’hype che lo circonda/ciò che in generale un’operazione come questa può rappresentare vi possa agevolmente servire da rimedio per un’atavica stitichezza, in molte delle tracce si incontrano linee di basso mostruose (leggasi semplici, elegantissime ed estremamente efficaci), baciate da una scrittura splendidamente sensibile al groove, e che (al pari degli arrangiamenti, curatissimi, ma cos’altro volevi aspettarti?) valgono da sole il prezzo del biglietto. In particolare a me piace questa:

I Fearless Flyers sono in pratica una specie di bizzarro side-project della band più bizzarra e adorabile del mondo, i Vulfpeck. In particolare, dentro ci sono Joe Dart (big guitar: loro scrivono proprio così) e Cory Wong (medium guitar), accompagnati da Mark Lettieri (small guitar, già chitarrista degli Snarky Puppy), Nate Smith (dietro i tamburi) e, in occasione della pubblicazione del primo LP, l’autoproclamata Delta Force, una “elite horn section” composta da Alekos Syropoulos (small sax), Kenni Holmen (medium sax) e Grace Kelly (big sax). Sì, avete letto bene, Grace Kelly. A governare il tutto, il piglio funk e surrealista di Jack Stratton (e chi se no?), del quale si può dire molto e comunque potrebbe non essere sufficiente. L’LP, intitolato Tailwinds e che si poteva preordinare fino ai primi di Giugno via QRates, è già stato preceduto da tre singoli, con annessa serie di video: si notano, nell’ordine, una batteria che ha subito una mitosi cellulare, e il rigido dress-code a metà strada tra forza aerea e ghostbusters (ghostbusters buoni e ghostbusters cattivi, ovviamente, per non farsi mancare niente). Yin e Yang, se volete. Vi lascio il primo singolo, Nate Smith is the Ace of Aces, che insieme a Test Drive, brano della casa-madre Vulfpeck pubblicato poco dopo, rinfocola il sospetto che il motto di questo strano 2020 possa essere: “The year of the Fuzz Bass”.

Ah, e ovviamente ci sono i Vulfpeck. In attesa del nuovo album, hanno mandato in stampa un LP che raccoglie i migliori brani suonati insieme al grandioso Antwaun Stanley, lanciato da un singolone che si chiama 3 on E e rimanda immediatamente alla memoria il leggendario video di presentazione del modello di basso signature di Joe Dart prodotto da Ernie Ball Music Man (se non sapete di cosa io stia parlando, vuol dire che non siete versatili: cliccate qui e fatevela caricare bene). Tornando a questa versione di 3 on E, il video è stato girato per metà sulla Terra e per metà, apparentemente, sul pianeta Namecc, dove per l’occasione un bizzarro Genio delle tartarughe di mare, che sembrerebbe essere la seconda identità di Jack Stratton, segue passo passo il buon Antwaun. Cose che accadono nel frattempo sulla Terra: Joe Dart inventa il Mi, Woody Goss si diletta con tastiera e (udite, udite) ocarina, Cory Wong e Theo Katzman sono impegnati in un contest di facce da strumming, Joey Dosik shakera qualcosa e, ovviamente, “everything is so funky and low volume”. Si tratta solo di ipotesi, ma può darsi che la scena raffigurata in questo video bipartito sia ciò che accade quando devi registrare delle linee vocali ma ti trovi in regime di distanziamento sociale.

Ora una nota di gran classe: sempre nella riproduzione automatica di YouTube ho pescato Marcus Miller< che, accompagnato dalla Metropole Orkest, ritira l’Edison Jazz/World Award a Eindhoven nel 2013 e soprattutto suona sei brani che non ci sono parole per descrivere. Ascoltare Miller fa sempre bene al cuore, sia che suoni il basso (sontuosissime le versioni live di Detroit e la splendida riproposizione di Tutu, brano chiave dell’omonimo album scritto con Miles Davis), sia che si dedichi al sax (come in Gorée), sia che si limiti a raccontare l’origine di questi brani, e quindi fatevi del bene al cuore e schiacciate play:

In ultimo, ma non certo per importanza, cito qualcosa di particolare: l’incisione, da parte del Philip Glass Ensemble, di una partitura di Glass vecchia di cinquant’anni e che si riteneva perduta, almeno fino alla sua ricomparsa durante un’asta nel 2017. La partitura, intitolata Music in Eight Parts, risale alla fine degli anni ’60, ed è stata riadattata per l’ensemble di Glass nella sua attuale composizione e registrata durante questo periodo di lockdown. Ci si ritrovano, in nuce, quelle sperimentazioni minimaliste sugli additive rhythms che avrebbero costituito l’ossatura di acclamate opere successive del suo autore (a partire da Music in Twelve Parts). Qui trovate un articolo del NYT che spiega nel dettaglio la genesi di questa registrazione, e qui sotto trovate la registrazione (purtroppo solo da Spotify, quindi si tratta di trenta secondi di anteprima; potete comunque ascoltarvela intera scaricando la app):

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