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Reality Sandwiches: Welcome to Sparks, Nevada (Sun Kil Moon, 2021)

Welcome to Sparks, Nevada non ha niente a che vedere con il rock alla cui storia Mark Kozelek si è già consegnato da tempo, prima coi suoi Red House Painters e poi indossando i panni di Sun Kil Moon; ha forse poco a che vedere anche con la musica in sé, figurarsi con l’ambito ristretto e insufficiente del rock, più o meno indipendente, o dello slow-core o qualsiasi altra definizione vogliate usare. Probabilmente è poco imparentato anche col songwriting classico, se con questo vogliamo intendere un racconto in musica che punti a trasmettere un qualche tipo di punto di vista sulla realtà, il mondo, la società o che altro. È un po’ tutte queste cose, sotto sotto, ma non è niente di tutto questo. Di sicuro non è quel disco che ascolterete in cuffia durante i vostri tragitti, i viaggi (sebbene sia nei fatti un disco “di viaggio”), o mentre correte o che altro: non così spesso, quantomeno. È un lavoro difficile da etichettare e molto più difficile da buttar giù, digerire e comprendere: è anzi largamente respingente, fatto di episodi spesso disadorni, ostici, diametralmente opposti all’idea di easy-listening quando non apertamente, altezzosamente e oggettivamente stancanti. Inattuale, ecco, e mi torna in mente David Foster Wallace e il suo tentativo di scrivere un libro che fosse centrato su un concetto totalmente estraneo non solo alla letteratura contemporanea, ma proprio alla nostra società (e sul quale, in larga parte, il mondo in cui viviamo vuole apertamente impedirci di concentrarci): la noia. Il fatto che non accada nulla, non succeda nulla, che si susseguano una miriade di secondi tutti uguali e tutti inutili, senza scopo, e che la nostra esistenza sia composta soprattutto di questi momenti. Ovviamente non c’entra niente con Kozelek e il suo ultimo album, eppure in qualche misura c’entra: dentro non ci troverete dieci canzoni, ma un flusso ininterrotto che comprende tutto, anche quegli stessi momenti tutti uguali, tutti monotoni e tutti insignificanti che messi in fila però fanno una vita intera, la nostra, quella di ognuno di noi. Welcome to Sparks, Nevada non è un disco sulla noia, ovviamente, ma è un disco che cerca di esprimere la vita e la realtà per come esse sono: tutto ciò che si riversa fuori dal nostro cranio e dentro i nostri occhi, che va dentro e fuori contemporaneamente e porta con sé tutto e il contrario di tutto. Il buon Mark lo sa: se si vuole rappresentare fedelmente la vita non si può escluderne alcuna parte in maniera arbitraria, sarebbe come barare, e lui ha tanti difetti ma di sicuro non è uno che gioca sporco.
Welcome to Sparks, Nevada articola lo scorrere della vita in dieci stazioni, dieci tracce che di canonico hanno ben poco, per lo più flussi di coscienza, un po’ cantati e un po’ salmodiati: rievocazioni e ricordi di vicini di pianerottolo che se ne sono andati improvvisamente e riflessioni su come la pandemia abbia cambiato una città, San Francisco, e i suoi abitanti (Angela); collezioni infinite di aneddoti apparentemente insignificanti e racconti di vita vissuta adagiati su loop di piano avvolgenti, notturni (Welcome to Sparks); scheletri di canzoni che raccontano di Salinger e di amici in procinto di sposarsi (The Johnny Cash Trail, dove Kozelek “canta” i bellissimi versi And like a magnet I’m drawn to you/ And like an anchor cast into the ocean from a ship, I fall into you); resoconti torrenziali di viaggi in auto attraverso l’America, precisi fin nei più insignificanti dettagli, uno zibaldone post-atomico di ricordi, metafore e diari di viaggio adagiato su un commento musicale ridotto ai minimi termini (la lunghissima e a tratti snervante William McGirt). Bisogna aspettare la sequenza di Long Slow Spring, Young Road Trips e Lemon Balm per incontrare il momento forse più accessibile e intenso del lavoro: la prima, molto vicina alla forma canzone, a metà tra cantato e recitato, che racconta della primavera cristallizzata del primo lockdown, del desiderio di tornare ad abbracciare gli affetti, in particolare il padre lontano (Long slow spring/ I know it’s gonna bring us together soon); la seconda, una rievocazione dei viaggi in auto fatti da Kozelek ragazzo, accompagnata da una musica ripetitiva e minimalista, meditativa come il racconto, filtrato dalla nostalgia della giovinezza, un brano destrutturato e privo di ritornelli, in cui si accumula una tensione che non viene mai rilasciata; l’ultima, unica vera canzone del lotto, con Kozelek che si lancia anche in un timido cantato, un brano che rilascia di fatto nei ritornelli (sui quali interviene Petra Haden ai cori) tutta quella tensione che si era accumulata nel corso della traccia precedente, andando a chiudere su un auspicio e una nota di speranza (When I die, I hope it’s a long way away and that I’m next to you, where I belong). Elk Grove prende il titolo dal nome di una contea a sud di Sacramento, e diventa l’occasione perfetta per Kozelek per ritornare a declamare, rilanciando la consueta serie di riflessioni e concatenazioni di pensieri che spaziano da John Fante al talento di Rose, il miglior barbiere della contea, più una serie di altre intuizioni, idee e pensieri casuali che sono un po’ come illuminazioni che sembrano passare per la testa del loro autore nel momento stesso in cui vengono impresse sul nastro; di contro, Morning Cherry ha un tono più melodico e confidenziale, digressione centrata sulle bellezze della natura californiana e l’amore di Kozelek per le piccole cose: una dichiarazione di poetica a tutti gli effetti, che qua e là ha accenti luminosi da forma-canzone, seppure impliciti, improvvise aperture che seguono lente dissolvenze, in generale tensioni più facili da seguire. Nella conclusiva Hugo la musica torna a farsi notturna, e un arpeggio minimalista di chitarra screziato qua e là dal piano accompagna la declamazione di Kozelek, l’ultimo racconto di viaggio contenuto in questa ora e mezza di stream of consciousness.
Forse, quando si parla di
Mark Kozelek e di Sun Kil Moon, bisognerebbe imparare a mettere da parte un po’ delle categorie che ci sembrano acquisite, sgombrando il campo dagli equivoci ed accettando come i lavori del buon Mark, da qualche anno a questa parte, esulino parecchio dal campo musicale strettamente inteso, per sconfinare in territori più vicini al reading, allo spoken word, alla poesia recitata: creerebbe sicuramente meno imbarazzo parlare di Welcome to Sparks, Nevada (ma anche di alcuni degli ultimi lavori di Kozelek) come di una raccolta di letture, accompagnate da una musica minimalista ed evocativa, che come di un disco di canzoni (ottica che invece una buona fetta della critica musicale non sembra intenzionata ad abbandonare). Il piatto forte, è evidente, sono ormai solo le liriche: torrenziali, dettagliate, piene di colori, di riflessioni, di dialoghi, ora diario di viaggio, diario intimo, ora elucubrazione e variazione fantasiosa su temi più o meno casuali. Non è che non ci siano momenti più melodici, nel senso comune del termine (ce ne sono di splendidi e luminosi, come ad esempio Lemon Balm), ma questi passaggi rappresentano ormai l’eccezione, gemme preziose incastonate nel percorso tortuoso che lega insieme le riflessioni che accendono le varie stazioni del racconto. Il lavoro di Sun Kil Moon è ormai quello dell’artigiano della parola, più che del musicista: forse è questo il più grande fraintendimento relativamente agli ultimi anni della produzione di Kozelek. Il buon Mark si incazzerebbe di sicuro, perché certamente considera ancora se stesso come un semplice musicista, un cantautore, e non che non lo sia, per carità (peraltro nel disco si ascoltano fior di ospiti musicali, come Mimi Parker, tanto per citarne una, e non dovete pensare che l’aspetto puramente musicale sia trascurato), ma di fatto a me sembra dedicarsi a tutt’altro lavoro: raccogliere pazientemente pensieri, ricordi, riflessioni, cercando di far emergere l’universale dal particolare attraverso l’accumulo di una tensione infinita, che non è più tensione unicamente strumentale, come accade nella musica, ma tensione dettata dall’accavallarsi delle parole, dei significanti e dei loro molteplici significati, con tutto il portato emotivo che ne consegue. Però non credo sia corretto nemmeno sostenere che Kozelek faccia parole in musica, e sia per questo da considerare come un poeta: a volte (spesso) la sua prosa diaristica ha un incedere poetico, i suoi versi si accoppiano magicamente a creare l’effetto di una poesia, e il suo uso dell’enjambement è… beh, preponderante, ma non si tratta nemmeno di questo. Più che altro in questo Welcome to Sparks, Nevada va in scena un flusso di coscienza, un impetuosa successione di parole, immagini, ricordi, rielaborazioni, fantasie, desideri, piccolezze, meditazioni: tutto quanto viene esposto in una maniera tanto sincera da far male, da dare quasi fastidio, a tratti, senza escludere né obliare alcunché, né le proprie debolezze né tanto meno le proprie insicurezze e la propria incapacità di adattarsi perfettamente a ciò che il mondo sembra richiedere (esemplare il resoconto contenuto in Angela, nella quale Kozelek racconta tutte le sue difficoltà a rispettare i mille protocolli anti-covid: si sorride, ma con un retrogusto amaro, pensando a quanto la pandemia abbia cambiato la vita di tutti noi. Ecco un altro spunto interessante: queste di Kozelek sembrano spesso delle meditations in an emergency, tanto per citare Frank O’Hara, cioè delle riflessioni che partono spesso da una realtà trasformata, diventata aliena, a volte quasi impossibile da riconoscere, un tentativo di restare umani mentre tante certezze vengono meno). Ci si può legittimamente domandare se abbia un senso esporsi in questa maniera al prossimo, se tutto questo catalogo di minime cose possa avere davvero un qualche valore (morale? ispirazionale? intellettuale? semplicemente letterario?) o non nasconda piuttosto un calo di ispirazione, una spirale negativa di cattive idee e cattive abitudini che abbia finito per risucchiare Kozelek: probabilmente una risposta netta a questa domanda (come a tante altre) non esiste. Se oggi dovessi considerare Kozelek come un compositore, lo definirei senza dubbio un compositore minimalista, capace di adagiare i propri peculiari e lunghissimi testi su piccoli costrutti musicali ossessivi e basati sulla ripetizione, meccanismi atti a incanalare e accumulare la tensione fornita dal susseguirsi delle parole: una tendenza, ridurre ai minimi termini le architetture sonore, che era però di fatto già presente in molti dei vecchi lavori del cantautore americano, e che nel corso del tempo Kozelek non ha fatto altro che assecondare, fino a portarla alle estreme conseguenze. Potremmo anche considerare Welcome to Sparks, Nevada come un curioso esempio di colonna sonora di un road movie ambientato nel deserto: desertici sono i panorami, scarni (o forse scarnificati) gli orizzonti, a scorrere inesausta e inarrestabile è solo la coscienza di chi si sposta, il pensiero in movimento del viandante/viaggiatore, le associazioni che ad ogni passo egli crea nella mente e riversa fedelmente nella parola. Immaginate di sottrarre le chitarre al desolato rock con cui Ry Cooder infondeva grazia in Paris, Texas, e mettere al loro posto delle parole, e con quelle cercare di dare vita all’immagine di una frontiera, e al suo continuo superamento. Tutto questo serve a dirvi che non potete ascoltare Welcome to Sparks, Nevada come se fosse un disco di dieci canzoni perché, semplicemente, non lo è: è una confessione, un delirio, una lista della spesa, una collezione di aneddoti spesso insignificanti e per lo più scarsamente interessanti, una successione di desideri, sogni, un racconto di bisogni disperati onesto fino all’estremo, una sincera antologia di sofferenze, disagi, sensazioni di trovarsi fuori posto, un pacchetto tutto compreso del quale Kozelek non vuole risparmiarci assolutamente nulla, né i momenti alti né tanto meno le bassezze, le arroganze, gli errori. Un sandwich di realtà, una definizione per la quale ho rubato il titolo ad una raccolta del mio adorato Allen Ginsberg: nell’era della realtà aumentata, una realtà fattuale e completa, una confessione intima sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo e il lucido tentativo di scolpirsene uno nella pietra dei versi. Quant’è difficile rivelare se stessi, riversarsi negli altri, lasciarsi scoprire? In fondo, Kozelek ci sta soltanto dando in pasto tutto se stesso, senza filtro: a che cosa può servire, potreste chiedervi? Ma allo stesso modo dovreste allora chiedervi a cosa possa servire un fiore, un viaggio, l’amore, il calore degli affetti, la pace che si respira a volte nella natura, il mondo che scorre fuori dai finestrini, le pause e i punti di sospensione. Forse, chissà, a consegnarsi all’amore degli altri tutti interi, per come si è veramente, senza nascondere niente.

Oh my God I want to sing to a crowd
To fist bump everyone in the front row
To hear myself holding a long falsetto note
Reverberating around the room and putting everybody into a spell, to hear their applause, to hear them laugh at my jokes
To share my words with that little demographic of the world
Whom I love, and I know that they love me back
When the stars align, I know that the purpose on the Earth is right there in that time
I was recently asked to sing I Left My Heart in San Francisco
For something Will O’Brien related, and I said no
Because I didn’t leave my heart in San Francisco, I left my heart all over the fuckin’ place

2 Risposte a “Reality Sandwiches: Welcome to Sparks, Nevada (Sun Kil Moon, 2021)”

  1. Bella riflessione su Kozelek, non se ne leggono molte. La critica è pigra su di lui. Non so quanti abbiano ascoltato davvero i suoi lavori. Io vedo in questo “Sparks, Nevada” un’evoluzione rispetto allo Spoken Word aspro e privo di compromessi degli album precedenti. Nella mia esperienza, nel mio piccolo, posso dire che lo ascolto e po’ riascolto da un mese, mentre sui dischi da Benji in poi non avevo molta voglia di tornarci su. È letteratura, è musica, è songwriting, è memoir, è arte performativa? Fai bene a farti domande; al contempo non è necessario dare risposte.

    1. Ciao, e intanto grazie per il commento.
      Hai ragione, la gente secondo me lo ascolta poco, e va considerato che il successone (sempre in proporzione) ottenuto da Benji presso una bella fetta di critica musicale indie potrebbe non averlo aiutato, anche perché poi dopo il pubblico tende ad aspettarsi la riproposizione eterna dello stesso schema, una volta che si è dimostrato che questo schema funziona. L’evoluzione del songwriting di Kozelek è stata lunga e profondamente interessante, a mio modo di vedere, e anche adesso che i frutti sono decisamente ostici per l’ascolto “disimpegnato” (chiamiamolo così) il buon Mark regala emozioni che è difficile trovare altrove. Tra gli ultimi dischi di Kozelek (diciamo quelli successivi a Universal Themes), “Welcome to Sparks, Nevada” è stato probabilmente quello che ho ascoltato di più, lo confesso: forse l’ho semplicemente preso nel verso giusto, non saprei dire, o forse alla fine mi è sembrato di capire in quale direzione la sua scrittura stesse andando. Ovviamente, come sempre, le risposte lasciano il tempo che trovano, ma le domande qui sono decisamente affascinanti.
      Ripassa da queste parti quando vuoi, e grazie ancora per l’occasione di questa chiacchierata virtuale.

      Demetrio

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