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"Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado e altre cose divertenti che non farò mai più", David Foster Wallace

Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado e altre cose divertenti che non farò mai più“Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni. Ma allo stesso tempo gli scrittori tendono ad avere un’ossessiva consapevolezza di sé. Dal momento che dedicano molto del loro tempo produttivo a studiare attentamente le impressioni che ricavano dalle persone, gli scrittori passano anche un sacco di tempo, meno produttivo, a chiedersi nervosamente che impressione fanno loro agli altri.”


(tratto da “E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione”)


I saggi di David Foster Wallace sono qualcosa di veramente particolare. Hanno la grande capacità (che condividono un po’ con tutti gli scritti del loro autore) di coinvolgere e affascinare, finanche di appassionare chi legge ben oltre quanto sarebbe lecito attendersi quando si tratti di argomenti anche “non semplici”, o meglio ancora “non popolari”, come la trigonometria o il cinema di David Lynch. Ebbene, Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado e altre cose divertenti che non farò mai più non fa eccezione: in sostanza, il volume (nel nostro paese pubblicato separatamente da “Una cosa divertente che non farò mai più”, reportage in tempo reale su una crociera extralusso e che invece nelle edizioni americane è parte della stessa pubblicazione) raccoglie saggi e reportage pseudo- giornalistici, il cui taglio estremamente personale fa tornare subito alla memoria la particolare ironia che si respira nei romanzi maggiori di Wallace, La Scopa del Sistema ed Infinte Jest. Così può accadere che l’infanzia da tennista di medio livello di Wallace diventi oggetto di un breve saggio estremamente divertente che dà parzialmente il titolo al libro (“Tennis, Trigonometria e Tornado”), nel quale, nel giro di una ventina di pagine, capita di tutto, dal ritrovarsi a disquisire di geometria piana applicata agli scambi nel tennis al calcolare empiricamente differenziali che, nelle astrazioni matematiche dell’autore (numerose nel testo, per usare una frase che incontrerete nella lettura: “procuratevi un goniometro”), possono descrivere certi comportamenti delle masse d’aria che fanno delle campagne del Midwest, ed in particolare dell’Illinois nativo di Wallace, uno dei centri in cui con più facilità si sviluppano tornado dalla forza inaudita; può accadere di parlare di televisione (in “E Unibus Pluram: gli scrittori americani e la televisione”) per la prima volta senza “teorie del complotto”, ma con la candida ammissione di guardarla proprio come tutti, questa televisione, e divertirsi addirittura per buona parte del tempo, e fermarsi per un secondo a riflettere su quale possa essere il rapporto tra la letteratura contemporanea ed il mezzo televisivo, e quale il ruolo dello scrittore in un mondo colonizzato dalle immagini edulcorate quanto furbette che escono dai nostri teleschermi; può accadere di ritrovarsi catapultati, insieme ad una vecchia fiamma del liceo, nel bel mezzo di una grande fiera nell’Illinois rurale (in “Invadenti Evasioni”), con tanto di esposizioni bovine, suine, ovine, equine (un po’ come in ogni fiera di paese, solo… un po’ più in grande), circondati da esempi di varia umanità, quel ventre caldo e profondo degli States che è un po’ assimilabile al famoso e mai ben definito “paese reale”, un mondo fatto di distanze enormi, di solitudine, in cui lo svago, lungi dall’identificarsi nella tranquillità, si incarna nel circondarsi di persone e cose fino a farsi letteralmente girare la testa, nel salire su giostre che hanno come unico scopo apparente far morire di terrore chi ci sale, nel rimpinzarsi di schifezze sulle numerose bancarelle che collegano gli stand espositivi; può accadere di ritrovarsi dentro un brevissimo flash su di un testo di critica letteraria (“Che esagerazione”, titolo non casuale…), frastornati da nomi e termini specialistici che farebbero tremare le vene e i polsi a chiunque, con lo scopo di scoprire se poi sia vero o no che l’autore è morto, che è solo un’identità posticcia aggiunta dopo, posposta; accade di ritrovarsi nel backstage di “Strade Perdute”, film del 1996 di David Lynch, e dentro un reportage che del backstage ha ben poco (intitolato brillantemente “David Lynch non perde la testa”, ma occorre almeno leggere il testo in questione per capire perché) ma che si configura immediatamente come una brillante analisi del perché il cinema di Lynch sia così tanto in grado di turbarci, conducendoci alla scoperta, tra le altre cose, dei riferimenti del grande autore americano, e fornendoci strumenti critici e solide argomentazioni per affrontare i giudizi della critica cinematografica in materia; e infine accade (in “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano”, titolo a dir poco monumentale) di seguire le partite di un giovane tennista americano, un tempo promessa del suo sport, Michael Joyce, di fronte al quale, come in un cerchio che si chiude, Wallace torna a riflettere sul suo stesso, passato, impegno di tennista e sui meccanismi che scattano e si muovono dentro un’atleta nella vita di tutti i giorni, nel modo in cui affronta evidenti torti o comunque le continue difficoltà del suo sport, nel modo, rassegnato ma nel contempo convinto (in quanto l’unico possibile), di farsi coraggio, farsi strada, guardare avanti, tra l’altro dicendosi felice e, per quanto sia difficile crederlo per tutti gli altri, senza affatto mentire. Ovviamente tutto questo non è che un rapido excursus di ciò che troverete nel testo, un sunto veramente fatto per sommi capi: gli spunti critici e le occasioni di riflessione si sprecano, conditi da tutta una serie di momenti realmente comici (capita in effetti, come “minacciato” sulle note di copertine, di ritrovarsi a ridere da soli mentre si legge, con annesse figure di…) che alleggeriscono e rendono assai piacevole la lettura. Ma, a costo di essere ripetitivi, bisogna ammettere come il più grande pregio di questo volume sia quello di creare una vera e propria intimità col lettore, di condurlo ora con tenerezza, ora con forte ironia, dentro mondi che non conosce (anche se probabilmente pensa di conoscerli), e di stupirlo. A tratti ci si sente come se si entrasse, dopo tanto tempo, in una casa che si è conosciuta ma della quale ci pareva di aver perso quasi ogni ricordo, e presto tutto sembra tornare familiare: mi rendo conto dell’astrusità di questa definizione, ma è l’unica che riesco a trovare, o, almeno, numerosi episodi del volume mi hanno fatto questo preciso effetto. Credo che mettere il lettore a proprio agio, con lo scopo, di lì a poco, di rivelargli come questo sia in realtà una sorta di “comodo disagio”, sia qualcosa di estremamente complesso. Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado… è un lampante esempio di raccolta di brani letterari non di fiction che è ancora in grado di stupire, vuoi per il modo inconsueto in cui al suo interno è organizzato il materiale, vuoi per quel senso di quotidianità che si respira pur nelle esperienze più insolite: senza cadere in un banale realismo, Wallace sembra essere (stato) (sic) lo scrittore più capace nel descrivere il mondo nel quale viviamo. Un mondo che non conosciamo poi così bene, anche se saremmo pronti a sostenere il contrario.

“Sono l’unico che da bambino provava questa bizzarra, profonda sensazione, che ogni oggetto esterno esistesse solo in quanto influiva su di me in qualche modo? – che ogni singola cosa fosse, per il tramite di una qualche misteriosa attività adulta, disposta unicamente a mio beneficio? Non c’è nessuno che si identifichi con questo ricordo? Ecco, il bambino esce dalla stanza, e tutto quello che c’era nella stanza, una volta che non è più lì a vederlo, si liquefa in una sorta di vuoto di potenziale, oppure (come nella mia teoria infantile) qualche adulto prima nascosto l’arrotola e lo stipa fino a che il prossimo ingresso del bambino richiama tutto in animato servizio. Ero matto?"

2 Risposte a “"Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado e altre cose divertenti che non farò mai più", David Foster Wallace”

  1. Il brano iniziale, tratto da “Gli scrittori e la televisione” è geniale. Rappresenta quello che io ho sempre ritenuto un aspetto peculiare e molto affascinante dello scrittore, sopratutto lo scrittore di romanzi.

    Anche il brano che hai scelto come conclusione è molto carino.

    Ma Foster Wallace mi spaventa: da ciò che scrivi sembra un autore sicuramente importante, ma anche estremamente complesso e “difficile” (oltre che poderoso come numero di pagine)..forse troppo per me.

    Per adesso cose più complesse di Saramago (come modo di scrivere) e Valerio Evangelisti (come trama, anzi intreccio di trame) non le ho lette…e non so quando avrò voglia di fare un passo ulteriore.

    Comunque lascia che ti dica che sono veramente contento che tu abbia incontrato uno scrittore che ti piace: quando scopriamo e apprezziamo i libri di uno scrittore prima sconosciuto è un po’ come innamorarsi a prima vista, è un colpo di fulmine ..come è successo a me per Valerio Evangelisti, Josè Saramago, Sebastiano Vassalli e ora Eli Amir (e chissà quanti altri ne ho scordati!)

    Ciao!

    quentin84

  2. Hai perfettamente ragione, caro quentin, l’incipit di “E unibus pluram…” è davvero fantastico! E anche il resto è più che all’altezza, se mi consenti.

    Personalmente posso solo dirti di provare: Wallace non è scrittore semplice, questo è sicuro, e mi dà un pò l’impressione di essere uno di quegli autori che “o si amano o si odiano”… però, vale la pena provare: metti che poi tu faccia parte della schiera di quelli che lo amano! In effetti io, come scrivi, ho avuto proprio un colpo di fulmine: non conoscevo questo scrittore fino al giorno in cui i giornali han dato la notizia della sua morte, e l’ho amato dalla prima pagina del primo libro che ho letto, che come ben sai era l’incredibile Infinite Jest… ho proprio incontrato uno scrittore che mi piace ed hai ragione, è sempre bellissimo quando accade!

    Ciao quentin!

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