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“To The Wonder”, di Terrence Malick

“Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta,
anche loro, dopo dei tanti di prima,
e prima di quelli di dopo… lievi.”
(Rainer Maria Rilke, La Nona Elegia, tratta da Elegie Duinesi)

To The Wonder (2013)Alla fine anch’io ce l’ho fatta, a vedere questo film: un traguardo doppiamente importante, se consideriamo la “capillare” distribuzione italiana che ha fatto sì che, nella mia città, si dovesse attendere l’umana compassione di un cinema all’aperto nella sera più fredda d’Agosto, durante la quale ovviamente indossavo l’abbigliamento più sbagliato. Ma nonostante gli ostacoli posti dalla distribuzione e dal freddo, alla fine sono riuscito a vedere To The Wonder, sesta fatica cinematografica di Terrence Malick, che segue molto da vicino quel capolavoro intitolato The Tree of Life che solo un paio d’anni fa vinceva la palma d’oro a Cannes. E qui risiede il primo punto: forse, secondo alcuni, troppo da vicino. Non lo ammetterebbero mai, ma questa è l’idea che mi sono fatto io: di cinema usa e getta, anche di quello realizzato da registi famosi, à la mode, tipicamente americani e con un dubbio gusto per l’autoreferenzialità, la critica cinematografica, a sua volta autoreferenziale e vacua fino al limite della masturbazione patologica, non pare essere mai sazia. Ma due film dello spessore artistico e umano di The Tree of Life e To The Wonder in due anni, uno dietro l’altro, sono troppi: troppi per stomaci abituati a sapori forti ma caduchi, alla successione di tic e mode e non alla disposizione di ascolto che fatiche cinematografiche di questo genere richiedono. Non ho fatto nomi, perché non è elegante, ma sono sicuro di avere già reso sufficientemente antipatica questa recensione: tuttavia, che altro si può aggiungere? Albert Einstein soleva dire di aver preferito, tra le sue passioni, la fisica alla politica, in quanto quest’ultima è per l’oggi, mentre un’equazione è per l’eternità: senza farne un caso di stato, credo valga anche con il Cinema, perché c’è un cinema di consumo, anche se travestito da opera d’autore, e un Cinema che rimane, e non ho dubbi sulla categoria cui appartenga questo To The Wonder. Detto ciò, mi appresto a scrivere una delle poche (pochissime) recensioni positive di quest’opera che potrete trovare gironzolando in rete, perché in realtà  non si può fare altrimenti. Quindi, To The Wonder: storia basilare, lineare e molto semplice da seguire (contrariamente a quanto affermato da una buona fetta degli osservatori, probabilmente tanto avvezzi alle trame da soap opera o agli incastri dei film fighi da non essere più in grado di seguire una storia quando essa venga narrata attraverso canoni lievemente meno classici). Neil, americano, interpretato con la consueta inespressività da Ben Affleck (fortuna vuole, però, che in questo caso l’aria stordita dell’attore non sia un punto debole, ma un punto di forza, data la natura del personaggio che interpreta), si innamora di Marina (Olga Kurylenko) durante un viaggio in Francia. I due vivono la fase travolgente dell’innamoramento in un turbinio di immagini di dolcezza incomparabile, camminando sul limitare dell’alta marea che cresce di fronte a Mont Saint Michel o portando a spasso nei parchi la di lei figlia Tatiana, avuta da un matrimonio giovanile finito male. Al momento del ritorno in USA, Neil porta con sé l’amante e la figlia, e questa famiglia si stabilisce nella casa dell’uomo, in quello che sembra a tutti gli effetti essere il cuore sperduto dell’America più rurale, isolata dal mondo esterno: prati, campi, pascoli, una vita di villette ordinate, palizzate, e strade sovradimensionate che tagliano le enormi distanze in una geometrica incarnazione della solitudine. Qui il rapporto tra Neil, Marina e laTo The Wonder_2 figlia si incrina fino ad andare in pezzi: come già successo a Pocahontas al suo trasferimento in Inghilterra in quel gran capolavoro che era The New World, l’ambiente sembra rifiutare Marina e Tatiana come corpi estranei. Neil si scopre carico di freddezza, incapace di esternare compiutamente i propri sentimenti, come bloccato, incapace a scegliere: la bambina si allontana sia dalla madre che da Neil, incapace di capirne il rapporto ormai logoro e umorale; la coppia litiga, all’amore sembra sostituirsi l’indifferenza, Neil si lascia attrarre da altre donne, e la situazione si trascina senza che l’uomo sappia scegliere cosa vuole, finché il visto turistico di Marina scade, e lei e la figlia lasciano gli States per tornare in Francia. A questo punto Neil torna a buttarsi a capofitto nel proprio lavoro, che comprende l’ispezione di siti a rischio di contaminazione nelle aree di cantieri o pozzi petroliferi: l’uomo torna alla terra, e cerca i veleni che la appestano. In questa fase, torna in contatto con un’amica d’infanzia, Jane (Rachel McAdams), si lascia trasportare dalla passione per lei e la scambia per amore. I due si avvicinano, ma è un percorso destinato a ferire Jane, che ha già un matrimonio fallito alle spalle, una figlia morta piccola, una tragedia che non ha spiegazione, e un ranch sull’orlo del fallimento: pian piano la passione che Neil confonde per amore si esaurisce, diventa arida come un ruscello in secca, e i due si separano. Frattanto, Marina non riesce a riabituarsi alla propria vecchia vita francese: Tatiana l’ha lasciata per andare a vivere col padre, e lei vaga senza lavoro e senza speranza per le vie di Parigi. È a questo punto che Neil acconsente a sposarla perché lei possa avere la green card, e stabilirsi negli USA, e perché la frustrazione di averla perduta possa lasciare spazio alla gioia del nuovo incontro e riportare la pace in una mente sconvolta dalla solitudine e dagli errori passati. I due si sposano, tornano a vivere insieme, e il loro amore torna ad ondeggiare, tra pranzi con gli amici e stanze malinconicamente vuote nella loro grande casa, momenti di tenera intimità e liti furibonde: i due, ormai marito e moglie, si studiano come fossero entrambi ignoti corpi estranei l’uno all’altra; Neil si lascia assorbire dal lavoro, che lo porta a contatto con una realtà di dolore; Marina si lascia trasportare dall’altra sua anima, quella che la spinge a terra, incarnata magistralmente nel personaggio di Anna (cameo dell’italiana Romina Mondello), si convince di meritare più degli angusti spazi offerti dalla provincia dell’Impero in questa America rurale, e infine segue la via dell’istintività tradendo il compagno con un falegname del luogo nel più anonimo dei motel fuori città. Sconvolta dal rimorso, rivela a Neil il proprio tradimento, e l’uomo non è in grado di accettarlo: inizia così le pratiche per il divorzio. La storia si trascina nell’incomprensione fino agli addii finali, all’aeroporto: Marina scivola nel tunnel che la porta nel ventre dell’aereo, ed esce per sempre dalla vita di Neil. Questa, in soldoni, la trama dell’opera, alla quale si intreccia, facendo da collante, la vicenda di Padre Quintana (Javier Bardem), ministro di Chiesa della cittadina nella quale Neil e Marina vivono. Per costituzione tramite agli uomini dell’amore divino, e bocca per le sue parole, in realtà Padre Quintana è un uomo lacerato dal dubbio, che non riesce a sentire la voce di dio ormai da nessuna parte, sostituita da un incalcolabile silenzio, e si vede precipitato in un abisso di dolore e disperazione, quello di malati, di persone costrette a vivere ai margini della società, vittime della crisi economica, semplici naufraghi di storie d’amore fallite. Così alla realtà dell’amore predicata dal vangelo si sostituisce il silenzio, il gelo, l’assenza. Padre Quintana, in piena crisi di vocazione, attraversa la storia alla ricerca di un punto fermo che permetta il contatto tra l’uomo, imperfetto, e il divino, la perfezione, l’amore puro, la necessità. Lo fa fingendo l’esempio che non riesce più a vivere, in perenne ascolto verso una voce ormai muta, interprete di un disegno i cui contorni sono già imperscrutabili.
To The Wonder_1Inutile sottrarsi al confronto: di
The Tree of Life, questo To The Wonder rappresenta l’ideale prosecuzione, nel vuoto diegetico attorno cui è costruito (pochi gli eventi significativi nella storia, molte al contrario le suggestioni che essi evocano) e nella narrazione paratattica, che punta a far emergere il senso dal contrasto e dal contatto tra le inquadrature piuttosto che all’interno di esse, in un flusso che solo apprezzato nella sua totalità permette di ricavare una chiave di lettura, coadiuvata dal ricorso alla voce fuori campo, recante le riflessioni dei protagonisti, collante per le immagini spezzate. Ideale prosecuzione, quindi, ma di segno opposto: se in The Tree Of Life il microcosmo familiare diveniva la chiave di volta attraverso la quale comprendere il macrocosmo dell’universo e della vita in perenne espansione, forza cieca e muta che tutto travolge, indifferente ai destini di quegli uomini che pure, nel loro cammino, ne sono specchio, in To The Wonder la parte è dolorosamente scissa dal tutto, incapace di comprenderlo in sé pur anelandovi con tutte le proprie forze: ciò accade a causa di/in seguito a la sua finitezza, l’incompletezza stridente dell’uomo. Se The Tree of Life si sforzava di trovare il punto di contatto tra l’io e la vita, To The Wonder, sotto le mentite spoglie di una storia d’amore, mette in scena in realtà una colossale rappresentazione dell’assenza dell’amore, non già perché esso non sia presente, e lo è in tutte le inquadrature, nei gesti degli amanti e nei loro occhi come nei prati, nei pascoli, nel freddo cemento di edifici estranei e nelle distanze incolmabili che annullano ogni significato, ma perché la sua presenza non può essere davvero compresa nello spazio di tempo infinitesimale che fa l’io, perché la frattura tra la parte, la finitezza, e il tutto, la perfezione, non può essere in alcun modo ricomposta. Gli uomini di Malick blandiscono stralci dell’ombra di questo amore (o dio, o necessità, o chiamatelo come volete), ma non possono esserne tramite se non deformante, perché non possono smettere di essere, piuttosto che esseri angelicati, esseri umani, col loro carico di dolore, incomprensione, solitudine. Si può dire di questo film di Malick ciò che Abbagnano, a tutt’altro proposito, scrisse della filosofia di Kant: si tratta di ermeneutica della finitudine. La parte non sa totalizzarsi perché una semplice somma non potrà mai comprendere il totale e, se preferite citare Nietzsche piuttosto che un citazionista Battiato, perché non possiamo amare negli altri che le nostre speranze, incatenati a un destino di fragilità, solitudine, distanza, incompiutezza. È questo il paradosso che abbatte la fede di Padre Quintana, e che è alla sorgente del silenzio che circonda gli atti degli uomini: non c’è voce di dio, non c’è traccia dell’amore che può emergere dal quadro che comprende il tutto, ci sono solo gli uomini, schegge impazzite, assetate, cui la pace è negata. In numerose sequenze del film, Marina balla, salta, tenta di spiccare il volo: se è vero che esistono la via della grazia e quella della natura, come statutariamente espresso in The Tree of Life, l’amore dovrebbe essere capace di aprire le porte della prima, e elevare l’uomo al di sopra della materialità. Ma sentire il calore dello spirito è difficile anche appoggiando la mano su uno dei vetri colorati della chiesa di Padre Quintana, perché il sole è troppo lontano per scaldare a sufficienza: così, in una delle sequenze più brevi e più significative dell’opera, Marina rincorre gli stormi di uccelli migratori sul tetto di un palazzo, correndo qua e là in accordo con il moto dei volatili, nel tentativo di farsi uccello essa stessa, e staccarsi da terra: ma ella non possiede la leggerezza che le consenta di arrendersi a quel volo, e alla fine non può che guardare da lontano lo stormo allontanarsi verso il tramonto. Perché dentro di te c’è una parte che ama con tutte le forze e una parte che ti tira a terra, e così l’amore cresce e decresce in un circolo inarrestabile, seguendo l’umore bizzoso delle maree, la cui immagine torna ciclicamente a riproporsi lungo le quasi due ore di proiezione, e le impronte degli amanti sulla sabbia sono tutto ciò che resta del loro passaggio, dettato dal loro peso, dalla forza di gravità, nient’altro che un’ombra evanescente, un anelito in larga parte vano. Ed è proprio qui, al colmo del pessimismo di Malick, che risiede la Meraviglia citata nel titolo, e lo Stupore: è racchiusa nello schiaffo che si fa carezza, ed è nell’attestazione dell’inconciliabilità tra l’uomo e la perfezione che To The Wonder diventa pugno nello stomaco dello spettatore. L’amore imperfetto di Neil e Marina; quello solo terrestre, puramente passionale, di Neil e Jane; il rapporto incrinato tra Marina e la figlia, e quello impossibile tra quest’ultima e Neil; il cammino di Padre Quintana attraverso una comunità alla quale dovrebbe mostrare amore ma all’interno della quale scopre avanzare soltanto il dolore più cieco, mentre smarrisce la sua vocazione: di tutto questa lenta discesa nella reale solitudine e disperazione che gonfia di sé l’intero arco dell’esistenza, To The Wonder non nasconde niente. Non nasconde il vuoto, lo smarrimento, e infatti vuote sono molte delle stanze nella casa di Neil e Marina, vuoti i panorami, un lungo nulla che si stende per miglia e miglia attorno agli uomini; non nasconde il silenzio, l’incomunicabilità: Marina e l’uomo con cui tradisce Neil quasi non si parlano, e così è anche per tutte le altre relazioni proposte nel film, fino al silenzio più atroce, quella voce di dio che non sussurra più all’orecchio di Padre Quintana, fiaccandone l’inutile resistenza; non nasconde il dolore, la solitudine, la disperazione. La storia d’amore finisce in due paesi diversi, le storie dei suoi protagonisti divergono. Ad attendere l’uno una casa immersa nella natura e una famiglia, per l’altra una corsa a perdifiato nei prati, inseguita da una luce accecante, forse ancora nel tentativo di spiccare il volo. Tra questi due estremi, le fredde e austere geometrie di Versailles, la bellezza che è in mezzo da qualche parte, estranea, irrimediabilmente altra, che rimanda alla mente la passeggiata dell’indiano di The New World nel perfetto giardino all’italiana, spigoloso, bello di una bellezza frutto dell’applicazione e del perfezionamento, frutto della scelta, della presa di posizione, in ultima analisi della vita, per dirla ancora con Nietzsche: occorre scegliere di amare, non è sufficiente sperare di lasciar tracimare la perfezionare che non può mai essere trovata dentro di noi. Non è vita tutto ciò che non comporta la decisione, la capacità di parteggiare, di prendere una risoluzione o l’altra, il primo passo di un anelito verso qualcosa, forse la sede vera della Meraviglia, un senso del sacro quasi pasoliniano che si identifica nell’aprire gli occhi ogni mattina e poter guardare con stupore all’altro, ai suoi occhi che sono specchio del nostro tormento, e che sono alla fine l’unico, vero miracolo che possiamo conoscere.

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