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Two roads diverged in a wood: “Trail Songs: Dusk” e “Trail Songs (Dawn)” (Cory Wong, 2020)

“The music I wrote for this album is nothing like the music I’ve put out before. It’s reflective and contemplative. It’s all acoustic music, recorded on acoustic instruments. In March, when everything went into lockdown, it was the first time in a long time I was able to just clear the calendar for a few months and take a breath. It kind of felt like there were no rules for an artist’s output…in a good sense.”

Una cosa è sicura, l’ispirazione di Cory Wong sembra essere inesauribile: e per fortuna, mi viene da aggiungere subito! L’artista di Minneapolis, ma lo avrete già capito se frequentate un po’ questo blog, è molto più che il semplice chitarrista dei Vulfpeck (come se fosse poco già solo questo!): è un musicista di enorme e raffinata sensibilità e un compositore con idee affascinanti e chiare, capace di spaziare dal funky che ne caratterizza la produzione principale al jazz rarefatto al centro di collaborazioni quale quella, recente, con Jon Batiste (di cui avevamo parlato qui) fino a, udite udite!, un lavoro di musica interamente acustica. Ecco, questo doppio Trail Songs, composto dai due episodi Trail Songs: Dusk e Trail Songs (Dawn), pubblicati rispettivamente il 12 Luglio e lo scorso venerdì 7 Agosto, è un esperimento di qualcosa di estremamente dissimile da tutto ciò cui Wong ci ha abituati negli ultimi anni: un doppio lavoro di musica acustica, venato di malinconico folk, che frulla insieme ispirazioni jazzistiche, piccoli cedimenti al funk più graffiante (dovuti soprattutto alle chitarre del suo autore), tentazioni classiche e un gusto tutto particolare per la costruzione di atmosfere raffinate e ricercate, autentici ambienti sonori perfettamente arredati e all’interno dei quali è sempre un piacere entrare, in punta di piedi. Trail Songs è un album fatto di due parti perfettamente complementari, dall’incastro magico e perfetto (come magnificamente raccontato anche dallo splendido, duplice artwork, opera dell’illustratore e batterista Sebastian White): due mondi immortalati al calare dell’oscurità (Dusk) e al sorgere del sole (Dawn), sfruttando una tavolozza scintillante di colori per dipingere un tempo magicamente sospeso. In questo doppio lavoro, le cui due metà sono state anticipate da due singoli assolutamente complementari (Blackbird per la prima, e Bluebird per la seconda, si vedano ancora gli artwork: basta scrollare per arrivare ai video YouTube, che riportano appunto le due immagini come sfondo), si entra, per volere del suo autore, dal tramonto, nel momento stesso in cui la luce comincia ad affievolirsi. Mentre riascoltavo il disco nella sua interezza, ho pensato che potesse essere interessante entrare nelle sue due metà lasciandosi accompagnare da alcuni versi di Robert Frost che forse lo stesso Wong avrà avuto presenti (chissà) e che, in qualche modo, mi sembra catturino magicamente proprio l’atmosfera di questi due lavori (e la esprimano assai meglio di quanto possa fare io con le mie poche, inesatte parole); anche la frase che apre il titolo di questa recensione appartiene a una poesia del grande poeta americano. Se questa associazione vi sembrasse in qualche modo irriverente, pensate come in fondo per questo doppio album di Wong, come anche per la maggior parte della poesia di Frost, l’ispirazione parta proprio dalla Natura, e dalla posizione dell’uomo rispetto ad essa (un tema parecchio caro al poeta americano). In questo senso, leggendo queste poesie e ascoltando i due album, non dovrebbe essere difficile trovare più di qualche punto di contatto tra le due visioni artistiche; se non altro, comunque, spero che questo “dialogo” accenda qualche lampadina, fornendo l’occasione per nuove e inattese rfilessioni.

[…] And further still at an unearthly height,
One luminary clock against the sky

Proclaimed the time was neither wrong nor right.
I have been one acquainted with the night.

Trail songs: Dusk
In
Tomorrow and Forever la chitarra di Wong si adagia delicatamente sugli archi: è con questa melodia dolce che scivoliamo dentro il primo album, mentre le luci si accendono all’orizzonte una ad una nella quiete bucolica della notte che cala lentamente sul mondo. L’opening sfocia naturalmente in una versione di Blackbird che il suo autore, con disarmante sincerità, definisce un esperimento sulla vulnerabilità: Wong, oltre alle proprie evidenti doti di chitarrista, esibisce qui anche la propria voce, con la quale sembra avere un rapporto complicato (my speaking voice has always been really loud. BUT. i found that when i SING in a softer almost…speak singing way…it has a distinct character to it. so i’ve been exploring it and trying to lean into it), e costruisce un brano molto mccartneyano con tanto di assolo di piano (i’ve never taken a piano solo on an album and that was fun to do) lasciandosi accompagnare dal contrabbasso di Seth Tackaberry. The first time I saw the Milky Way è una ballad sognante, dipinta sull’orlo della notte e illuminata da grappoli di note di piano come stelle che, lentamente, si accendano, prima della bruciante accelerazione conclusiva lungo la quale la lieve comparsa delle stelle diventa l’esplosione di una luminosa supernova, e che accompagna al folk acustico e bucolico di One man’s treasure, la trail song perfetta, una vera e propria canzone da suonare (e ascoltare) attorno al fuoco, accarezzata dalla voce di Phoebe Katis tanto quanto dagli archi. The Life Cycle of a Butterfly è un episodio carico di drammaticità, scandito dagli orditi del piano e dagli archi sullo sfondo minimale offerto dal contrabbasso e dagli arpeggi di chitarra: il brano sboccia come una farfalla dalla sua crisalide, fino a un finale in cui le note del pianoforte di Dan Musselman diventano un caleidoscopio di colori, una cascata di suoni. C’è spazio ancora per il lirismo notturno di Aurora, nella quale la chitarra di Wong dialoga elegantemente con gli archi e soprattutto col piano, suonato per l’occasione da Phoebe Katis, in un tempo sospeso che prelude al raccoglimento di Trail End; curioso come questi due ultimi brani condividano esattamente la stessa durata (2:47) e, di fondo, lo stesso malinconico e ombroso romanticismo notturno che accompagna l’intero percorso di questo Trail songs: Dusk.

Nature’s first green is gold,
Her hardest hue to hold.
Her early leaf’s a flower;
But only so an hour.
Then leaf subsides to leaf.
So Eden sank to grief,
So dawn goes down to day.
Nothing gold can stay.

Trail songs (Dawn)
In apertura c’è il ritmo zoppicante di
Trailhead, col suo meraviglioso e brevissimo assolo di contrabbasso (suonato da Kevin Gastonguay), mentre su Bluebird (secondo singolo estratto, come detto, dopo la Blackbird ascoltata in Dusk) la chitarra di Wong dialoga meravigliosamente col mandolino di Chris Thile. In questo Trail Songs (Dawn), l’alba porta energia: si incontrano dunque l’up-tempo di Western Winds, dove è ancora un mandolino, stavolta suonato da Sierra Hull, a rivaleggiare con le chitarre graffianti del nostro, e la ballad Perfect Stone for Skipping, in cui le note pizzicate degli archi rammentano i saltelli dei sassolini lanciati su uno specchio d’acqua nella freschezza del primo mattino. Anche questa Perfect Stone for Skipping è uno strumentale curatissimo nella composizione e nella scrittura, evidentemente un pezzo di Cory Wong ma rivestito di un arrangiamento acustico sorprendentemente caldo e naturale, dove ancora una volta è un solo di contrabbasso (opera stavolta di Andrew Bergman) a chiudere il brano. Race with the River suona complessivamente più folk, ed è un brano fatto di spazi ampi e polverosi, guidato da un drumming energico e puntuale (Petar Janjic, che siede dietro le pelli nella maggior parte di questi brani), su cui sono gli archi a dipingere un atmosfera a tratti realmente western (personalmente mi ha fatto tornare in mente la festa di Hill Valley nel 1885 nel terzo film della Trilogia di Ritorno al Futuro) e che nel finale rallenta il ritmo con il contrabbasso (ancora Seth Tackaberry) in grande evidenza a dipingere la melodia e un lieve arpeggio di chitarra a incastonarsi sul sottofondo degli archi. Overcome, accompagnata dall’armonica a bocca di Cy Leo, è una ballad romantica baciata da una luminosa sezione strumentale guidata dal piano, suonato dallo stesso Wong, e scandita dal drumming puntuale e inconfondibile del grande Nate Smith. Chiude il cerchio See You on the Other Side, altro strumentale delicatissimo che esordisce come una ballad e poi si accende con l’ingresso della batteria e del basso, in generale tornando ad alzare il ritmo.

Nel complesso, le due parti di cui si compone questo Trail Songs, Dusk e Dawn, combaciano perfettamente: i 14 brani sono equamente divisi tra un lirismo notturno, affascinante e delicato, e il risveglio portato dall’alba, caratterizzato da una nuova vitalità ritmica. Wong, che evidentemente è un signor compositore, riesce a sposare il proprio gusto musicale, estremamente connotato (That guy is funky as hell, diceva di lui Theo Katzman in un’intervista di qualche tempo fa), con le esigenze e il respiro di una strumentazione nuova, radicalmente altra. Ecco, la sensazione qui è proprio quella di sentire il respiro: il respiro del legno, il respiro degli strumenti, il respiro dei musicisti. Trail Songs, nelle sue due parti, accompagna il ciclo del respiro, e lo fa con delicatezza, ingenuità melodica e coraggio di mettersi in gioco, che trasuda in ogni singolo passaggio del lavoro: tutte doti che appartengono ai grandissimi, e che fanno di questo doppio album così particolare un qualcosa di francamente inatteso e sorprendentemente speciale; un adorabile variazione sul tema, certo, ma anche un possibile percorso alternativo, qualcosa che apre, che allarga la vista, gli orizzonti, che lascia respirare, forse (perché no) il preludio a qualcosa di ancora più speciale a venire.

Post scriptum. Il verso che apre il titolo di questa recensione proviene dalla notissima poesia di Robert Frost intitolata The Road not taken, pubblicata nel 1916 nella raccolta Mountain Interval (Henry Holt and Co., 1916). I versi posti in introduzione a Trail Songs: Dusk, sempre di Frost, provengono dalla poesia Acquainted with the Night, pubblicata per la prima volta sul Virginia Quarterly Review nel 1927 e successivamente inclusa nella raccolta West-Running Brook (Henry Holt and Co., 1928): una versione italiana di questa poesia (come anche di The Road not taken) può essere letta, nella traduzione di Giovanni Giudici, nella raccolta Conoscenza della Notte e altre poesie, pubblicata nella collana Supercoralli di Einaudi nel 1965. In apertura della breve descrizione di Trail Songs (Dawn) si trova invece la poesia Nothing Gold can stay, scritta da Frost nel 1923 e pubblicata nell’ottobre dello stesso anno dallo Yale Review. La poesia sarebbe stata quindi inclusa nella raccolta New Hampshire (Henry Holt and Co., 1923), che valse a Frost il Premio Pulitzer per la Poesia nel 1924.

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