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"Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più", David Foster Wallace

"E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell’aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull’aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato."
(David Foster Wallace, Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più)


Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai PiùAvete mai sognato, o desiderato, o temuto di partecipare ad una di queste sfarzose crociere pubblicizzate in tv o sui giornali, che sembrano sempre essere perfette, colme di lusso, relax, divertimento, nuove esperienze assolutamente irrinunciabili? David Foster Wallace probabilmente no, ma… ha dovuto farlo, quando qualcuno gli ha commissionato un reportage giornalistico, che si è tramutato poi nel saggio Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più, saggio che, nell’edizione americana, dà il titolo ad una raccolta contenente anche gli scritti pubblicati in Italia all’interno di Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado ed altre cose divertenti che non farò mai più, di cui si è già parlato su queste pagine. Chiaramente non attendetevi un reportage consequenziale o classico, meno ancora una sorta di Brochure dall’ingombrante dignità letteraria, piuttosto accostatevi a questo piccolo capolavoro di ironia come vi accostereste ad un mattoncino che compone un edificio assai più vasto, e cioè quello della profonda riflessione portata avanti da Wallace, lungo tutta la sua bibliografia, riguardo al tema del divertimento nelle nostre società occidentali avanzate: Wallace rimane fedele a se stesso, alle proprie idee e al proprio stile, e proprio dal punto di vista stilistico possiamo fin da subito notare come Una Cosa Divertente… si configuri quasi come una summa del modus operandi del grande scrittore americano, se non altro per l’uso massiccio (e diegetico) delle note a più pagina. Leggendo queste pagine penserete a più riprese a cosa non saremmo capaci di fare per un po’ di divertimento in più; a quali ridicole figuracce saremmo in grado di piegarci per non dovere, almeno per un secondo, pensare; a quali grottesche attività sapremmo dedicarci pur di non provare nemmeno un istante di lunga, profonda, comune noia. E’ convinzione di Wallace, come emerge dalla lettura dei suoi testi, che viviamo nella “società del divertimento”, una condizione conseguente al grande benessere cui il nostro stile di vita è conformato: una crociera diventa così un’occasione ulteriore per essere “viziati”, per non dover fare assolutamente nient’altro che ciò che ci diverte, senza domandarsi niente, senza preoccuparsi delle conseguenze, serviti e riveriti da figure che spesso non hanno volto né nome, e che sembrano dedicare tutto il loro tempo a noi soli, come costituissimo la loro “missione”. La grande capacità di Wallace, quella di condensare un intero mondo all’interno di un balletto di parole, si ritrova qui al suo massimo: sono folgoranti tutte le descrizioni delle attività crocieristiche, dei personaggi che animano questa settimana ai Caraibi, dai capitani e comandanti tutti di origini greche (e non è una sorpresa, come ci ricorda Wallace, visto che i greci sono uno dei popoli che hanno dominato il mare da sempre nella storia dell’umanità) alla varia umanità del tavolo 64 (quello assegnato al passeggero Wallace durante la crociera nel ristorante Caravelle a 5 stelle), al cameriere del tavolo, Àgoston, affettuosamente rinominato “L’Aràgoston”, a Petra, la silenziosa, rapidissima ed invisibile inserviente destinata alla perfetta pulizia della cabina 1009, quella nella quale alloggia, durante la crociera, il passeggero Wallace, a tutte le altre figure che si alternano ed incontriamo nella lettura, a volte in modo fulminante (tutti gli ufficiali greci in occhiali da sole d’ordinanza,il maitre rettileo etc. etc.) altre con succose digressioni sui loro strani comportamenti, come Capitan Video, prototipo vivente di colui che, piuttosto che viversi la vacanza e il relax dedicato, tenta di protrarla infinitamente nel tempo registrando e riprendendo qualsiasi cosa, a costa di non cogliere il “momento”. Ovviamente non bastano queste poche parole per riassumere un testo ricchissimo e tanto divertente (ci sono momenti in cui vi sorprenderete a ridere da soli, nel corso della lettura, e non è un’esagerazione di un lettore entusiasta), ma soprattutto grondante così tanti stimoli per la riflessione, perché forse Una cosa divertente che non farò mai più è soprattutto una fulminante, lucida e spietata analisi del comportamento del turista americano (ma poi per esteso, in un’epoca nella quale ormai, come voleva Wenders, l’America ha colonizzato le nostre menti, i nostri sogni e il nostro americano, del turista tout- court, qualunque sia la sua provenienza o appartenenza geopolitica), del “vacanziero” nella società del benessere e del piacere, e non sorprendetevi quindi quando vi scoprirete a condividere con Wallace, inizialmente anche solo in maniera inconscia, pensieri che avete sempre formulato dentro di voi ma forse senza mai avere la forza, il tempo o il coraggio di dar loro quella sistematizzazione ch’essi meritavano senz’altro, perché il grande segreto di questa come di ogni altra delle grandi opere di questo scrittore (ma come di ogni altra grande opera d’Arte) è quello di riuscire a parlare a ciascuno di noi mentre parla a noi tutti, di riuscire ad entrare in contatto con l’intimo di ogni lettore accompagnandolo nel tempo della lettura come se ogni parola fosse diretta esattamente a lui, e non semplicemente a chiunque legga. In sostanza, leggere un grande libro è un po’ come leggere dentro noi stessi che è un po’ come leggere dentro tutti noi: io personalmente, quando leggo Wallace, mi sento meno solo, e spero che questo possa capitare anche ad altri. Anzi, sono certo che è cosi. E se così non fosse, appena leggerete Una cosa divertente che non farò mai più e scoprirete (quasi subito) quale sia il significato della parola “pamper”, non dovrete far altro che lasciarvi viziare da questa scrittura geniale e da quest’opera dal fascino inesauribile.

Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato “Mister” in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americano benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga. […] Ho visto un sacco di navi bianche veramente enormi. Ho visto frotte di pesciolini con le pinne luccicanti. Ho visto un parrucchino in testa a un ragazzo di tredici anni. (Ai pesci luccicanti piaceva ammucchiarsi tra la carena e il cemento delle banchine ogni volta che attraccavamo.) Ho visto la costa settentrionale della Giamaica. Ho visto e sentito la puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernst Hemingway a Key West in Florida. Ora conosco la differenza tra Bingo e Superbingo, e cosa significa quando il jackpot del Bingo va “a palla di neve”. Ho visto videocamere che praticamente richiedevano un carrello; ho visto valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito. Ho sentito tamburi da banda di paese e ho mangiato frittelle di sgombro e ho visto una donna in lamé argentato che vomitava a getto dentro un ascensore di vetro. Ho tenuto il ritmo di due quarti puntando il dito verso il cielo esattamente sulla stessa disco music sulla quale odiavo puntare il dito verso il cielo nel 1977. Ho imparato che in realtà ci sono intensità di blu anche oltre il blu più limpido che si possa immaginare. Ho mangiato più che mai e piatti più sofisticati che mai, per di più nella stessa settimana in cui ho imparato anche la differenza tra beccheggiare nel mare agitato e rollare nel mare agitato. Ho sentito un comico professionista dire seriamente al pubblico: “A parte gli scherzi”. Ho visto completi fucsia e giacche rosa mestruo e scaldamuscoli viola e marrone e mocassini bianchi senza calzini. Ho visto croupier professioniste così carine che ti facevano venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all’ultimo centesimo a blackjack. Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte. Ora conosco l’esatta differenza mixologica fra uno Slippery Nipple e un fuzzy Navel. So cos’è un Coco Loco. Sono stato oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali. Mi sono scottato e spellato due volte. Ho fatto il tiro al piattello sul mare. È abbastanza? In quei momenti non sembrava mai abbastanza.

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