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Venti anni fa, oggi: Parachutes (Coldplay, 2000)

Che cosa stavate facendo 20 anni fa? In generale, io avevo 16 anni, avevo appena finito la quinta ginnasio, e mi avviavo a cominciare l’esperienza probabilmente fondamentale della mia vita, il triennio di Liceo Classico; non avevo ancora un PC che fosse mio in casa, figuriamoci una connessione internet; leggevo per la prima volta Pessoa, prendendo a prestito un libriccino curato da Antonio Tabucchi dalla biblioteca di Casalguidi, e scoprivo la mia passione per il cinema (in fondo, il 2000 era l’anno di The Million Dollar Hotel, Magnolia, American Beauty, eccetera eccetera eccetera, l’anno in cui scoprii Werner Herzog) dando alle stampe una fanzine con le mie imprescindibili recensioni (tiratura: 3 copie); conoscevo davvero un amico che mi avrebbe trattato, per primo, come un adulto e non come un bambino e sarebbe stato, negli anni a venire e fino ad oggi, un riferimento costante da seguire; guardavo in tv le partire dei Campionati Europei di calcio insieme a mio nonno. Ma più nel dettaglio, che cosa stavate facendo 20 anni fa oggi, il 10 Luglio? Questo io non me lo ricordo tanto bene, ma sono sicuro che Chris Martin, Jonny Buckland, Will Champion e Guy Berryman se lo ricordino eccome. Certo, nel mezzo c’è stata una carriera ventennale fatta (soprattutto nella sua seconda parte) di ingordigia pop-rock, in un cammino che ha portato i Coldplay a trasformarsi geneticamente di volta in volta in mega-gruppo pop fucina di inni da stadio, nei nuovi U2 (una buona fetta di responsabilità qui ce l’ha anche Brian Eno: non è sempre vero che tutto quel che tocca diventi oro…), in quelli che duettano con Rihanna, persino nella band del marito di Gwyneth Paltrow (sì, quella dell’ormai celebre candela aromatizzata, che incidentalmente avrebbe fatto anche l’attrice, almeno fino a qualche colpo di testa fa, splendida nei Tenenbaum di Wes Anderson, tanto per dirne una); ma all’inizio di tutto, 20 anni fa, si aprivano dei paracadute (mi perdonerete senz’altro questo brutto gioco di parole). Il 10 Luglio del 2000 veniva infatti dato alle stampe Parachutes, il primo LP dei Coldplay, che all’epoca altro non erano che quattro ragazzotti inglesi assai poco glamour, non trascendentalmente dotati dal punto di vista strumentale, con un front-man schivo e piuttosto ombroso, all’apparenza un timido capace però, fin dal primo istante, di scrivere melodie (quelle sì) davvero capaci di entrarti in testa, e per restarci. Il mondo, 20 anni fa, era un po’ diverso… beh, parecchio diverso, anche per quel che concerne la musica: lo scrivo a beneficio di chi non c’era, non ricorda, e anche di chi, magari, se l’è dimenticato, perché comunque 20 anni sono tanti e uno non è che possa tenere a mente tutto. Pensate, 20 anni fa i video dei brani passavano su MTV (e anche sui vari, molteplici altri canali di ambito videomusicale: TMC2, VIVA, etc., vi chiedo di perdonare la confusione perché probabilmente le date in cui questi canali comparvero non sono esattamente sovrapponibili ma insomma, il tempo passa per tutti), ed era lì che imparavi, facendo un po’ di slalom tra una certa quantità di cose assai meno memorabili, a conoscere tanti artisti “nuovi” o relativamente nuovi; si vendeva il CD ma si vendevano ancora anche le musicassette, e al di fuori del contesto di nicchia (e volutamente retro-vintage) in cui si continuano a vendere tutt’oggi; tutta la faccenda dello streaming, il web, Spotify e quant’altro era parecchio, parecchio di là da venire. E spuntavano questi Coldplay, una band che musicalmente di nuovo aveva poco o nulla, se non una proposta che si distaccava enormemente dal brit-pop in voga ai tempi (che si identificava soprattutto nell’eterna disputa OasisBlur, con qualche incursione a sorpresa, spesso della durata di un battito di ciglia, come quella dei The Verve, più un mezzo milione di altre band di cui oggi non ricordo più nemmeno il nome, in una british invasion già ai tempi apparentemente infinita e che, di fatto, non è ancora finita neppure oggi), che sceglieva di prediligere sonorità acustiche e spingeva a fondo il pedale dell’emozione e dei sentimenti, appoggiandosi su testi personali e molto intensi, un’intenzione che sarebbe rimasta la base di tutte le future opere della band, arrivando ad incarnarne uno degli stilemi classici, una di quelle cose che rendono immediatamente riconoscibili, attitudine veicolata perfettamente dal cantato intimo, dolente e pieno di trasporto di Chris Martin. Per esempio, io di questo album all’epoca avevo sia la musicassetta (comprata in forte ritardo e letteralmente consumata, verso la fine di quell’anno) che il CD, acquistato invece in tempi non sospetti, un anno e mezzo dopo, in un vecchio, bellissimo negozio di dischi della mia città, Pistoia, un negozio che oggi non esiste più (al pari degli altri che erano presenti e all’interno dei quali ho passato tanto tempo della mia giovinezza, conoscendo tanta musica e tanti artisti che mi hanno formato come persona, prima che come musicista di belle e poche speranze): e questo album era assolutamente un grande album, e riascoltarlo oggi fa quasi impressione, e anche se poi negli anni è diventato più semplice riconoscere tante piccole citazioni che esso contiene, tanti ammiccamenti a un sound che derivava (inevitabilmente) dall’esperienza precedente dei Radiohead (tanto per fare un nome), ancora oggi la sua immediatezza e la sua forza lasciano un po’ basiti. A riguardarsi indietro, 20 anni fa in pentola bolliva di tutto: solo per fare due-tre esempi restando nel genere, giusto un anno prima (piccola licenza poetico-temporale) usciva lo splendido Ágætis Byrjun dei Sigur Rós, che ci insegnava che un’altra musica (totalmente altra) era possibile (a me l’avrebbe insegnato solo qualche anno dopo, con un po’ del solito colpevole ritardo); gli U2 stavano per dare alle stampe il loro ultimo album decente per molti anni a venire (anzi, gli ultimi due: uno, la colonna sonora di The Million Dollar Hotel, firmata collettivamente con altri artisti, era già stata pubblicata); era uscito The Moon & Antarctica dei Modest Mouse, di cui parlavo la settimana scorsa qui; e stava per esser dato alle stampe uno di quei dischi che cambiano le regole del gioco per davvero, Sua Maestà Kid A. Eppure, se lo riascolti oggi, Parachutes conserva un suo fascino, avvolgente e caldo, quasi legato alle vibrazioni del legno: probabilmente per ognuno sarà diverso, e molto per me lo dovrà ai ricordi dei 16 anni, eppure il disco ha una solidità sonora che ancora oggi tiene, funziona; affascina, appunto. Molto è legato alla coesione: come detto, dieci tracce fortemente orientate a una dimensione acustica, intimista, romantica e un po’ crepuscolare, che costituiscono quasi un unico flusso, ininterrotto e costante. C’è la micro-suite di Don’t Panic in apertura, un po’ seria e un po’ giocosa (si veda il video); la canzone d’amore perfetta di Shiver, esposta con tutti i crismi, con tanto di bassi eclettici e schitarrate post-qualche cosa in primo piano, un concentrato di passione vibrante ora sussurrato, ora gridato; il piano riverberato che lambisce delicatamente l’incedere notturno di Spies, altra melodia di purezza cristallina; l’avvolgente dimensione acustica di Sparks, con quei bassi rotondi e pulsanti, la batteria che appena si sente in sottofondo e Martin che canta un amore sfibrato, spento, di cui non resta che un’ultima scintilla, visibile appena nel ricordo; e c’è ovviamente Yellow. A distanza di vent’anni, quando tutto si può perdonare ed è giusto che sia perdonato, io te lo voglio chiedere, Chris Martin, “ma Yellow de che??”, che cosa stavi cercando di dirci? E però l’ho capita la lezione, prendi quattro-accordi-quattro, una melodia che funziona e TOGLI TUTTO TUTTO TUTTO quello che distrae: lavorare per sottrazione, tre parole soltanto. E il giro di piano di Trouble, talmente connotato e bello che ancora oggi lo copiano e lo camuffano (did I say Calcutta?): un brano fatto ancora di pieni e vuoti, come un mare che si gonfia e si spegne sulla stessa spiaggia su cui Martin camminava nel video di Yellow. L’intermezzo totalmente acustico della titletrack, Parachutes, smorza il climax emotivo e lascia spazio a High Speed, che col senno di poi assomiglia un po’ di più a ciò che i quattro avrebbero proposto nei dischi a venire (penso soprattutto a A Rush of Blood to the Head, 2 anni più tardi, e forse collateralmente a X & Y del 2005); c’è spazio ancora per altri quattro-minuti-quattro di pop dolente con We Never Change, una sorta di piccola preghiera acustica ancora adagiata sui bassi legnosi e gonfi di Berryman, prima del pieno di gruppo nel ritornello, poca batteria e un filo di chitarra elettrica, per chiudere con Everything’s not lost (che include nel suo minutaggio la bonus track – erano altri tempi, sì – Life is for living), una piccola iniezione di fiducia dopo 9 passi nella malinconia più profonda, con Chris Martin che gioca a fare il crooner un po’ sornione e un’atmosfera più rilassata, con tanto di ritornello finale da singalong immediato, ideale apripista per la chiosa soft della romantica bonus track, sospesa tra arpeggi di chitarra e delicati tappeti di archi.
Che volete che vi dica? Non troppi anni dopo, quando ho comprato il mio primo basso elettrico, molte canzoni che ho cercato di (e a volte ho imparato a) suonare venivano proprio da questo disco (non si contano i gruppetti con cui abbiamo devastato
Yellow o Shiver – no, non è vero, si contano, ma dire “non si contano” fa più scena – , né le ore perse a strimpellare Sparks), e mi rendo conto che a livello di sonorità, ma anche di emotività, molte piccole cose di questo disco semplice, diretto, onesto quasi fino all’eccesso di esposizione, mi accompagnano ancora. Penso sinceramente che, anche a distanza di 20 anni, Parachutes riesca ancora a insegnare come si faccia un disco di pop-rock, di indie-pop, di musica acustica romantica e crepuscolare (chiamate i generi come più vi aggrada) e come lo si faccia perché sopravviva intatto, con tutta la sua forza emotiva, all’erosione degli anni. Poco importa che solo a tratti, nella luminosissima carriera a venire, i Coldplay siano riusciti ad avvicinarsi a queste vette (almeno nell’opinione di chi scrive): anche se meno convincenti da un punto di vista del loro contesto musicale, le melodie di Chris Martin non hanno (quasi) mai perso quello smalto e quella loro intrinseca, dolorosa e delicata bellezza. E quindi, lunga vita a questo album, che compie vent’anni oggi ma non li dimostra, al suo sentimentalismo soffuso, tenero e un po’ impacciato, e alle sue atmosfere acustiche e notturne, ancora capaci di far sognare: lunga vita a Parachutes.

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