Considera l’aragosta: “The Lobster”, di Y. Lanthimos (2015)

Lobster_posterSchizofrenie della distribuzione cinematografica all’italiana (delle quali a lungo si è discusso, su questo blog): il film vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes che appare in cartellone per un giorno soltanto, almeno nella mia città. Questa volta il caso (la fortuna?) ha voluto che riuscissi a beccarlo al volo, e si sa com’è: le occasioni diventano sempre più difficili da cogliere. A questo bisogna aggiungere che The Lobster è anche il primo film in assoluto del cineasta greco Yorgos Lanthimos a trovare “distribuzione” nel nostro paese (le virgolette sono d’obbligo): si narra che Lanthimos sia uno dei giovani cineasti (anche se di anni ne ha ormai 42) più interessanti, disturbanti e sperimentali degli ultimi anni. “Si narra”, per l’appunto, perché a meno di rivolgersi al mercato home video, in particolare alle edizioni estere, o, più prosaicamente, al magico mondo del download digitale (più o meno legale), tutte queste pare siano destinate a restare soltanto belle parole. Basta questo cappello polemico per capire quanto l’occasione potesse facilmente rendere l’uomo ladro, in questa circostanza: e quindi io questo film l’ho visto, in un freddo martedì sera pistoiese (ormai un mesetto e mezzo fa) e in un cinema assai più affollato di quanto le mie aspettative mi lasciassero immaginare. La storia narrata in The Lobster è semplice e, a suo modo, geniale: in un futuro distopico, essere single è vietato dalla legge. Chiunque si ritrovi senza compagna o compagno dovrà passare un periodo di reinserimento all’interno di una struttura dedicata, un hotel, nel quale avrà 45 giorni di tempo per trovare un nuovo compagno con il quale avviare un ménage soddisfacente, sotto l’attento monitoraggio della struttura. Sarà possibile guadagnare giorni catturando i “solitari” fuggitivi, che si nascondono nei boschi attorno alla struttura, lontano dalla Grande Città, il luogo nel quale soltanto le coppie possono vivere: l’hotel organizza vere e proprio battute di caccia alle quali “gli ospiti” (o sarebbe meglio dire “i degenti”?) sono obbligati a partecipare, senza possibilità di rifiuto. Ma non è ancora questa la parte migliore: se al termine del proprio periodo di permanenza presso l’hotel (45 giorni o più, a seconda del profitto delle battute diLobster_02 caccia al solitario), la persona non avrà trovato un nuovo compagno, il suo reinserimento nella società civile non sarà più possibile, ed egli verrà trasformato in un animale, e liberato nella natura selvaggia. In questo contesto si inserisce la vicenda di David, architetto sulla quarantina cui presta il volto (e il corpo, insolitamente imbolsito) un dimesso Colin Farrell: lasciato dalla moglie, il nostro protagonista avvia la propria permanenza presso l’hotel accompagnato soltanto dal cane, che scopriamo essere in realtà suo fratello, precedentemente trasformato al termine di un rapporto di coppia conclusosi nel peggiore dei modi. Inizialmente incapace di superare lo smacco per il fallimento della propria relazione amorosa, David inizia a conoscere gli altri avventori dell’hotel: un uomo bleso (John C. Reilly); uno zoppo (Ben Whishaw, già visto in Cloud Atlas), determinatissimo a trovare una compagna e sfuggire all’odiosa trasformazione; una ragazza cui sanguina continuamente il naso; la migliore amica di lei, più preoccupata della salute dei propri capelli che di tutto il resto; una donna ossessionata dalla solitudine e appassionata di biscotti al burro. La vita all’interno della struttura è un susseguirsi di situazioni imbarazzanti, provocate dallo staff allo scopo di aumentare la sensazione di disagio di chi si trova a dover essere single (prove estreme, come il dover trascorrere intere giornate usando una mano soltanto, con l’altra ammanettata alla cintola dei pantaloni, per capire cosa significhi dover fare tutto da soli; cameriere che, oltre alle loro mansioni “regolari” hanno quella di provocare erezioni negli ospiti maschi lasciandoli insoddisfatti prima che possano concludere; e la lista potrebbe continuare), di regole castranti (il divieto di masturbarsi, ad esempio) e di dimostrazioni sull’importanza di essere coppia (ridicole scenette imbastite dalla direzione dell’hotel che mostrano come, se si è da soli, un pezzo di cibo che va di traverso possa ucciderci, mentre se si è in due l’altro, o l’altra, possa salvarci; etc.), intervallate alle Lobster_05occasioni sociali (ridicoli balli di gruppo nei quali avviare le pratiche di corteggiamento, occasione per la direttrice dell’hotel e il di lei compagno per inscenare tristissime esibizioni canore con tanto di discutibile balletto) e alle attività concesse agli ospiti, passeggiate o passatempi sportivi (sport rigorosamente individuali, squash e golf: la più acerrima delle punizioni). In un’escalation di sadismo e di scenette grottesche, va in scena la punizione esemplare che la società riserva a chi (per sfortuna o per scelta) si è trovato ad essere solo: il tempo non aiuta David, le battute di caccia vanno male, egli si ritrova ad essere oggetto del corteggiamento della donna dei biscotti al burro, che minaccia più volte il suicidio se dovesse ricevere un no come risposta; col susseguirsi dei giorni, aumenta per David la paura di arrivare al capolinea e vedersi trasformato in un’aragosta, l’animale che ha scelto al momento del suo ingresso nella struttura (da cui il titolo del film). La situazione precipita quando egli decide di corteggiare l’ospite più longeva dell’hotel, una donna chiamata semplicemente donna senza cuore (Angeliki Papoulia): instancabile cacciatrice di solitari, refrattaria a qualsiasi processo empatico, rappresenta per David, incapace di fingere un sentimento profondo per qualsiasi altra donna incontrata durante la sua permanenza, l’ultima speranza di trovare salvezza. Fingendo disprezzo, disinteresse e cattiveria (mirabile la scena nella quale la donna senza cuore mima il soffocamento nell’idromassaggio sotto gli occhi del protagonista, che non muove un dito per tentare di salvarla, riuscendo così a conquistarla con la sua spietatezza), David riesce ad aggraziarsi la donna e ad avviare con lei un qualche tipo di rapporto di coppia. Immediatamente i due vengono trasferiti in una camera doppia per iniziare la nuova vita di coppia “sotto stretta sorveglianza”: ma la donna senza cuore sembra essere più interessata a smascherare quella che crede essere (a ragione) la menzogna imbastita dal partner per salvarsi dalla trasformazione che a condurre una nuova vita amorosa, e al culmine del deserto emotivo nel quale la relazione tra i due si dispiega, approfittando del sonno pesante di David, uccide suo fratello (il cane di cui poco fa) prendendolo a calci nella pancia e lasciandolo in bagno in una pozza di sangue. A questo punto David non riesce a frenare un pianto di dolore, e la donna senza cuore, scoperto l’inganno, decide di denunciarlo alla direttrice dell’hotel: ma David, con l’aiuto di una cameriera Lobster_06(Ariane Labed) riesce ad aver ragione della donna senza cuore, si vendica trasformandola in un animale (ma non sapremo mai quale) e fugge dall’hotel. Inizia a questo punto la seconda parte della storia, che segue David approcciarsi ai solitari del bosco. Qui egli entra in contatto con la leader (Léa Seydoux) e tenta di inserirsi in un ambiente che, per ragioni opposte, è altrettanto autoritario e respingente di quello dell’hotel: è consentito solo essere soli, e chiunque tenti di flirtare con l’altro o intrattenere relazioni sentimentali verrà crudelmente punito (leggendaria e spassosissima la frase proferita dalla Seydoux a riguardo: “Nella nostra comunità è vietato flirtare. Si può ballare. Ma da soli. Per questo ascoltiamo solo musica elettronica”). Le principali attività dei solitari si possono riassumere in: 1) sfuggire alle battute di caccia dei single dell’hotel e 2) procacciarsi il cibo. Direttamente correlato al punto 1) c’è la necessità di scavarsi di propria mano una fossa: nessuno si preoccuperà di dare degna sepoltura al “compagno” venuto a mancare, infatti, e un solitario dovrà pensare a tutto da solo. Qui però, paradossalmente, succede l’inatteso: David incontra una donna (Rachel Weisz) e tra i due cresce un sentimento d’amore. Per la prima volta, la ricerca nell’altro di punti in comune sui quali costruire un rapporto sembra portare i suoi frutti: ma, nella visione dissacrante e distorta del film, il punto in comune, l’appiglio, la scusa che i due trovano per avvicinarsi l’un l’altro è quella di essere entrambi miopi. In spregio alle ferree regole della comunità dei solitari (un ossimoro incarnato), David e la donna elaborano un proprio linguaggio fatto di segni e codici, per comunicare anche non verbalmente all’altro i propri bisogni e i propri sentimenti: ma il segreto è destinato a non durare. Con l’aiuto della stessa cameriera che aveva a suo tempo aiutato David a disfarsi della donna senza cuore, e che si è infine unita al gruppo dei solitari, la leader e il gruppo organizzano iniziative dimostrativo-terroristiche ai danni dei proprietari dell’hotel e dei suoi ospiti, con l’obiettivo di dimostrare la finzione che si cela dietro i sentimenti che legano le coppie e nel tentativo di affermare la superiorità morale della vita in solitario. Durante una di queste azioni, David rientra in contatto con lo zoppo e la ragazza che sanguina dal naso, e tenta di smascherare il finto presupposto sul quale lui ha costruito la sua relazione con la ragazza; e intanto la leader, la donna di cui David si è innamorato e un’altra persona prendono in ostaggio la direttrice dell’hotel e il marito e dimostrano ad entrambi, con l’inganno, come il loro amore sia soltanto una farsa. Durante una delle incursioni che il gruppo fa in città, nelle quali la leader incontra i propri genitori e si fanno provviste per la vita da fuggitivi, il segreto di David e della donna viene allo scoperto. La leader decide quindi di punirli esemplarmente: Lobster_04costringe David a scavare la propria tomba, e a seppellircisi dentro, e conduce con l’inganno la donna dall’oculista, con la scusa di curarle la miopia (togliendole in tal modo il punto di contatto con il nuovo partner); ma, in realtà, l’oculista la rende cieca. Ciò inizialmente non ferma David, intenzionato a non restare solo mai più: colpisce la leader di nascosto, abbandonandola nella propria fossa alla mercé dei cani dei cacciatori di solitari, che la cattureranno e la trasformeranno in un animale; e mette in atto una fuga con la propria amata. La fuga termina in un drive in, dove David decide di cavarsi gli occhi per tornare ad avere tutto in comune con la donna amata, e restare con lei per sempre. L’immagine indugia su David, nel bagno, che si accinge all’atroce gesto; e poi, indefinitamente, sulla donna che lo attende, seduta pazientemente al tavolo del drive in. Titoli di coda.

Potrebbe essere conveniente partire dalla fine, per tentare di analizzare quest’opera, e in particolare dall’attestazione che non sapremo mai se David alla fine abbia deciso di cavarsi gli occhi oppure no; ma questo tentativo di analisi andrebbe presto in testacoda pensando che una possibile risposta si trova già nell’inizio della storia, quindi forse per il momento è meglio concentrarsi sul resto. Ecco, il resto: in uno scenario da fantascienza abortita, grottescamente distorto e distopico, due ambienti privilegiati (anzi, tre) si confrontano, e sono la città, l’hotel e la foresta. Luogo di asettica e straniante geometria il primo, nel quale uomini e donne camminano rigorosamente accoppiati e di tutto punto vestiti, completo e cravatta o tailleur che sia; struttura grigia e dal sapore ospedaliero la seconda, tutta un inanellarsi di corridoi opprimenti e quasi di Kubrickiana memoria, luogo deputato all’umiliazione del diverso (in questo caso, il single); inaccogliente, fredda e perennemente avvolta in una misera caducità invernale l’ultima, che poi è il luogo in cui si inscena la ferocia della lotta per la sopravvivenza, la caccia e tutto il suo catalogo rituale di efferatezze (più ideali che reali). I luoghi sono significativi, perché in ogni caso caratterizzati da un tratto comune: la totale assenza di umanità. Le superfici levigate dei palazzi in vetro e acciaio restituiscono solo il riflesso degli uomini che le attraversano; le stanze buie e la sequenza di lucide depravazioni cui la direzione dell’hotel sottopone i suoi “ospiti”, rei di non aver mai trovato il vero amore, restituiscono corpi scavati, svuotati di ogni ultimo residuo di spiritualità, la cui unica tensione ideale è quella alla sopravvivenza, corpi disposti alla menzogna e a costruirsi una vita che assomiglia a una casa di specchi (non è un caso che questa vita dovrà poi svolgersi in quel labirinto di specchi che è la città mostrata nel film) pur di farsi accettare e non andare incontro all’atrocità della trasformazione; la foresta, con tutte le sue foglie cadute, i suoi alberi, la dura lotta per il cibo, il rapporto animalesco e ridotto ai minimi termini tra i solitari, una prefigurazione e allegoria dell’eterna solitudine cui l’uomo sembra essere ineluttabilmente condannato. David attraversa tutto questo con lo sguardo perso nel vuoto: la faccia, e l’incedere, di chi non è in grado di trovare il proprio posto nel mondo. L’idea su cui si basa il film di Lanthimos è seducente: un mondo che ha reso fuori legge l’essere single, senza riuscire a mettere al bando la solitudine. Sottesa a questa idea, c’è un’immagine dei Lobster_03rapporti umani che lascia con un agghiacciante senso di vuoto: ridotto ai minimi termini, lo schema è solo quello della sopravvivenza. Nel mondo di The Lobster è bandita la reale empatia, sono banditi i sentimenti sinceri, è bandito l’amore, in ogni sua forma: i partner sempre più spesso sembrano essere uniti dalla convenienza, i rapporti in crisi si possono rinsaldare “dando un figlio alle coppie” (da dove peschino questi figli poi, chissà), l’alienazione si taglia col coltello. Il tono scelto dal cineasta greco ondeggia tra grottesco beffardamente esibito e commedia venata di toni dark: si ride, e parecchio, ma nella maggior parte dei casi è la sottile sensazione di non-senso, quel sapore surreale e straniante a spingere alla risata. Lanthimos mette in scena pedissequamente, in maniera letterale, scenette fortemente allegoriche: anche la rappresentazione, come i rapporti che tenta di descrivere, è ridotta ai minimi termini. L’intento è parodistico, vero, ma soprattutto teso a creare uno straniamento che permetta di cogliere, dietro la prima risata (anche un po’ imbarazzata, magari), il sottile surrealismo della realtà narrata. Non ci vuole un genio per capire come il punto di vista di Lanthimos sulla società, sulla collettività, sull’uomo come animale sociale e, in ultima analisi, sui rapporti d’amore sia profondamente pessimistica: la storia del suo film altro non è che una discesa agli inferi condotta dall’uomo più medio che possiate immaginare, spinto dalle contingenze a inventarsi un modo di stabilire un contatto col prossimo (che, per inciso, solo accidentalmente è un contatto amoroso), e che non trova altra strada che l’apatia (come all’inizio), la finzione (come con la donna senza cuore), la spasmodica ricerca di qualcosa che possa avere in comune con l’Altro (o l’Altra, come accade nel rapporto avviato con Rachel Weisz durante la militanza tra i ranghi dei “solitari”). Non si respira un momento di pietas reale lungo tutta la storia: l’unico punto in cui il sentimento esplode (e così esplode il colore nell’inquadratura), è quello del brutale assassinio del fratello/cane di David, ad opera della donna senza cuore. Il colore cui mi riferisco è il rosso profondo del sangue, che circonda il corpo della bestia riversa senza vita in bagno, carne lasciata a imputridire, e che macchia brutalmente le gambe bianchissime della donna incapace di amare. È lo stesso sangue che, più avanti, incrosterà le carcasse dei conigli che David caccia per ringraziare la donna (sempre Rachel Weisz) di averlo salvato durante una battuta di caccia, quando il suo vecchio amico, l’uomo bleso interpretato da Reilly, avrebbe avuto l’occasione di catturarlo con un dardo avvelenato e allungare così la propria permanenza all’hotel di almeno un altro giorno; è il sangue che Lobster_01macchia le garze che cingono per sempre le bocche di due solitari sorpresi nell’atto di baciarsi, e puniti di conseguenza. Ogni qual volta c’è una relazione umana, sgorga sangue: ma questo non è ancora sufficiente a renderla assolutamente reale, sincera. Infatti, la relazione tra lo zoppo e la ragazza cui sanguina il naso si fonda proprio sul sangue, ma origina da una menzogna: unicamente desideroso di non essere trasformato in un animale, e disposto a tutto pur di evitarlo, lo zoppo mente per trovare un punto di contatto con la partner che ha scelto. Provocandosi sanguinamenti dal naso (anche con metodi piuttosto violenti), egli riesce a stabilire un contatto con la ragazza: e anche se il loro rapporto avrà bisogno di un figlio per superare le fasi di difficoltà, i due avvieranno un percorso che, nella condivisione di una menzogna (della quale non è del tutto chiaro se lei sia ignara anche prima dell’incursione terroristica di David e dei “solitari”), li porta a un passo così dalla riconquista di uno status di accettabilità sociale. C’è un’unica circostanza nella quale questo sangue non sgorga, ma è solo suggerito (o immaginato? O desiderato?): si tratta del doppio accecamento di Rachel Weisz e di David. Del primo, nato dall’imbroglio della leader, conosciamo solo le conseguenze: il rapporto tra David e la donna che, iniziato sulla scorta della comune miopia, si incrina fino a spingere David alla risoluzione finale della fuga nel tentativo di recuperare una qualche pace; del secondo, invece, non sapremo mai nulla: l’ultima inquadratura coglie David nell’atto di affondare il coltello nella cornea, titubante. Ed è a questo punto che torna in mente la scena iniziale del film: un auto sotto la pioggia torrenziale, al volante una donna. A un certo punto l’auto si ferma, la donna scende, estrae un’arma e spara a un asino. L’asino cade a terra, agonizza. Gli altri animali lo guardano con apparente perplessità. La donna risale in auto, e riparte. Col senno di poi, probabilmente, quell’asino è un ex amante che ha tradito, abbandonato o fatto soffrire quella donna. Che David abbia abbandonato definitivamente la donna, essendo incapace di accecarsi per restare con lei? Che si sia invece accecato, facendo trionfare l’amore? Dato il pessimismo che regna sovrano lungo le quasi due ore di proiezione, la prima ipotesi pare la più probabile. Tuttavia, seguendo la proiezione, la sensazione è che a Lanthimos non importi poi granché della razza umana: il suo film sembra quasi un’accettazione ex-post della miseria dell’incomunicabilità tra gli esseri umani, e al di là del condimento di (talvolta brutali, talvolta grottesche) efferatezze non si nota mai una partecipazione emotiva di alcun genere ai destini dei personaggi messi in scena. Che poi, va da sé, è tutto perfettamente coerente con l’impianto pessimistico di base dell’intera costruzione: solo resta da domandarsi quanto questo approccio possa essere interessante, ovvero dove finisca la critica d’autore, anche stimolante, e dove cominci il semplice gioco intellettualistico, pure un po’ fastidioso a lungo andare (e che stanca soprattutto nella seconda parte del film). Questo limite, che per chi scrive è un po’ il limite del film, coincide paradossalmente (ma non troppo) con la sua fortuna: Lobster_07tutto si basa sull’esibita ambivalenza del punto di vista scelto da Lanthimos. Non si capisce infatti mai, brutalizzati da un crescendo di situazioni grottescamente violente e feroci, dove finisca la denuncia (legittima e fondata) dell’inarrestabile declino dei rapporti umani e dell’eclissi dell’empatia, e dove cominci il puro gioco intellettuale. In altre parole, aleggia per buona parte del film la sensazione che Lanthimos si prenda gioco dei suoi personaggi e perché no, dello spettatore. Molto intellettuale, come passatempo: ma anche molto, molto sterile. Perché, come ebbe a dire una volta il mai sufficientemente compianto David Foster Wallace, “Really good fiction could have as dark a worldview as it wished, but it’d find a way both to depict this world and to illuminate the possibilities for being alive and human in it.” Benché non tutto in The Lobster sia da buttare (anzi, lo si può considerare di gran lunga uno dei film più stimolanti visti nel 2015, e soprattutto fa venire la voglia di dare una sbirciata agli altri film del suo autore, criticamente considerati anche di assai più pregevole fattura), l’auspicio di Wallace ogni tanto meriterebbe di trovare seguito: ma forse questi non sono i tempi adatti per quel tipo di Good Fiction. Come si può leggere altrove, “questo è un cinema che, più che raccontare l’incomunicabilità, è decisamente impossibile da condividere”, da sentire vicino, da vivere. Un peccato, davvero.

Un pensiero su “Considera l’aragosta: “The Lobster”, di Y. Lanthimos (2015)

  1. la tua recensione è stimolante mette voglia di vedere il film. Sei un critico cinematografico più bravo di me (non che ci voglia molto)

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