Volere Volare: “Birdman (o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza)” di Alejandro González Iñárritu (2014).

Signore e signori, questo prologo non è dell’autore. Certo egli si meraviglierà nell’udirmi. La tragedia di cui ci ha affidato le parti ha uno svolgimento assai delicato. Vi chiederò pertanto di aspettare la fine per pronunciarvi nel caso non foste soddisfatti del nostro lavoro. Ecco la ragione della mia richiesta; lavoriamo molto in alto e senza rete di soccorso. Il più piccolo rumore intempestivo rischierebbe di ucciderci, i miei compagni e me.
(Prologo dell’Orfeo, Jean Cocteau, 1927)

Birdman/posterEsiste tanto cinema sul cinema, anzi: si tratta senz’altro di un metalinguaggio ormai strutturato, profondamente codificato. Le riflessioni sulle immagini, sul loro ruolo e la loro forza, sono state il pane quotidiano di tanti grandi autori nella storia della settima arte, dall’Europa all’Asia fino al cinema americano. Si potrebbero fare molti esempi, da Godard (Passion) a Fellini (8 e mezzo) a Truffaut (Effetto notte), da Wenders (ne cito solo uno? Lo stato delle cose) a Moretti (Sogni d’oro) a Vertov (L’uomo con la macchina da presa). Hollywood stessa, la macchina dei sogni per eccellenza, ha riflettuto spesso sulla sostanza di cui questi sogni fossero fatti: tuttavia questa riflessione si è stemperata, molto di sovente, nell’eterna ripetizione (avvolta da una comoda consuetudine che tenga a distanza di sicurezza il vero pericolo) dello schema, ormai quasi consunto, dell’attore/regista/scrittore/produttore sull’orlo del baratro personale e professionale che tenta, disperatamente, di giocarsi l’ultima carta per tornare trionfalmente sulla scena. Se questo vi sembra un atteggiamento che denota una connotazione molto americana, siete sulla strada giusta e, sarà bene anticiparlo, Birdman, o L’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, non fa eccezione alla regola. In fondo non è un caso che quest’opera abbia fatto incetta di premi oscar proprio nella notte appena trascorsa, compresa la statuetta come miglior film, dopo aver portato a casa anche due Golden Globe: si tratta infatti di un film ottimamente scritto (e infatti premiato per la sceneggiatura originale) e magnificamente girato (e quindi non è giunto inatteso l’oscar per lo stesso Iñárritu alla regia), un vortice caleidoscopico di eventi, personaggi, digressioni che trasporta con sé lo spettatore con agilità lungo le due ore di proiezione, forte soprattutto di alcune interpretazioni davvero notevoli, della splendida fotografia di Lubezki (secondo riconoscimento consecutivo agli oscar dopo quello dello scorso anno per Gravity, ma non dimentichiamo che questo direttore della fotografia è anche dietro alle immagini meravigliose degli ultimi film di Malick, tanto per fare un nome) e di una colonna sonora strepitosa (ecco, il commento musicale di questo film è stato il grande assente delle nomination agli oscar: il lungo assolo di batteria di Antonio Sánchez crea un ritmo che accompagna magicamente le immagini, legandole tra loro in modo originale e evocativo, ed è un vero peccato che la presenza nello score di alcuni brani di musica classica abbia impedito di tenerlo in considerazione per il premio). È mancato solo il riconoscimento per l’attore protagonista, Michael Keaton, ma poco importa; quello che resta impresso nella mente, a conti fatti, sono i movimenti diBirdman/2 macchina di Iñárritu, la loro fluida leggerezza: il film è articolato in lunghi piani-sequenza pieni di elisioni e ellissi temporali, di sottintesi e non detti che aggiungono fascino a una storia già di per sé accattivante, anche se non così nuova. Dunque, la storia: Riggan Thomson (interpretato da Micheal Keaton, che di fatto interpreta se stesso) è un attore di cinema in declino, rimasto intrappolato nel costume da supereroe indossato, ormai vent’anni prima, per interpretare Birdman. Nel tentativo di rilanciare la propria carriera, decide di presentare a teatro, a Broadway, un adattamento della raccolta di racconti Di Cosa Parliamo quando Parliamo d’Amore, di Raymond Carver, da lui scritto, diretto e interpretato. Per far questo, riceve il determinante aiuto dell’amico/avvocato/produttore Jake (uno Zack Galifianakis straordinariamente misurato) e si circonda di un cast di attori spiantati dalle capacità discutibili (Ralph, che verrà messo subito fuori combattimento da una luce di scena), aspiranti stelle di Broadway alla prima (e forse unica) occasione della propria carriera (un’ottima Naomi Watts nei panni di Lesley) e amanti che trovano un posto nel cast più o meno a casaccio (Laura, interpretata da Andrea Riseborough). A complicare la gestazione di questa rappresentazione teatrale, della quale il film ci mostra da vicino le varie prove, le anteprime per il pubblico e, infine, la messa in scena della prima di fronte al temibile critico teatrale del NY Times (Tabitha Dickinson, interpretata da Lindsay Duncan), Riggan si trova a dover far fronte alla sarcastica figlia ex-tossicodipendente Sam (una magnifica Emma Stone), appena uscita da un centro di recupero, per la quale ritaglia il ruolo di sua assistente nel tentativo di essere presente nella sua vita e fare ammenda per gli anni sprecati nei quali, indubitabilmente, è stato un pessimo padre, come la stessa ex-moglie (Amy Ryan) tende a ricordargli qua e là lungo la narrazione. Come se non bastasse, Riggan sembra possedere uno strano potere: sposta gli oggetti col pensiero, e riesce a levitare da terra. Lo incontriamo così, di spalle, seduto a gambe incrociate a un metro di altezza dal pavimento, mentre tenta di ricacciare indietro, con una sorta di tecnica di meditazione trascendentale, una voce calda e potente che si insinua nella sua testa (e, come voce fuori campo, in quella dello spettatore) instillando il dubbio: è la voce di Birdman, il supereroe che Riggan fu un tempo e del quale oggi egli non è altro che un’immagine sbiadita, appesantita dagli anni, quasi calva. Una macchietta di sé stesso. Riggan tenta di isolarsi da quella voce, di nasconderla in un angolo lontano della propria testa, me essa è lì, e lì rimane, insinuante, a riaprire una ferita mai rimarginata: com’è possibile che un attore come te, che era sulla cresta dell’onda, amato da tutti, si sia oggi ridotto a questa misera larva senza speranza e sull’orlo del fallimento e del suicidio professionale? Fin dall’inizio, quindi, gli spettri che agitano la mente e il cuore di Riggan prendono la forma dapprima incorporea e poi sempre più onirica del supereroe con le ali di uccello che gli ricorda il grande fallimento della sua stessa vita: non è un mistero, pertanto, che la condizione psicologica di Thomson non sia proprio invidiabile. D’altronde, egli ha investito tutto il suo capitale in questo progetto di rilancio di se stesso, e si gioca il tutto per tutto in un ambiente nel quale nessuno può credere che egli possegga davvero una qualche abilità recitativa che vada oltre l’indossare un ridicolo costume di lycra. A corollario di una situazione che già di per sé porta Riggan sull’orlo di una crisi di nervi, arriva “l’infortunio” di Ralph Birdman/3(che Thomson, esasperato dalla palese incapacità dell’attore, ritiene aver procurato lui stesso, facendogli cadere una luce di scena sulla testa con la forza del pensiero, lui che è capace di spostare gli oggetti con la mente), che costringe alla ricerca di un sostituto: siccome gli attori suggeriti da Riggan sono tutti quanti impegnati, per un’ironia della sorte, sul set di qualche film sui supereroi (uno degli scambi di battute più divertenti dell’intero film), la scelta ricade su Mike Shiner (uno sfolgorante Edward Norton), suggerito dalla sua ex-amante Lesley, che si è per l’appunto appena liberato da un contratto e parteciperebbe ben volentieri alla messa in scena di Thomson. Questo è il passaggio che fa precipitare gli eventi: Shiner è infatti un attore di prim’ordine, un talento cristallino inarrivabile, purtroppo afflitto da un (molto kinskiano) delirio di onnipotenza che lo rendo violento, iracondo, incontrollabile. Una persona insopportabile, che si scaglia fin dall’inizio contro Thomson e il suo script, accusandolo di aver voluto banalizzare Carver senza averlo realmente compreso; che si prende le luci della ribalta cannibalizzando e rielaborando confessioni fattegli dallo stesso Riggan Thomson in privato; che si rende insopportabile a più riprese a ogni membro della troupe e del cast, arrivando a tentare di avere un vero rapporto sessuale con la sua ex Lesley in scena, durante una delle anteprime, lui che non riesce più ad avere un’erezione se non mentre calca le assi di un qualche palco; che infine incontra, nel suo peregrinare, una solitudine ancora più autentica della sua, quella di Sam, la figlia di Riggan, che se ne invaghisce in qualche modo. Il talento furibondo di Shiner precipita lo spettacolo nel caos più totale: la sua erezione in scena finisce su YouTube, la sbronza colossale con la quale manda a puttane la primissima anteprima dello spettacolo spedisce Thomson molto vicino al collasso, le interviste che rilascia ai giornali crogiolandosi nel suo status di attore-mito, rubando la scena al rilancio di Riggan, gridano vendetta, e i due arrivano più volte alle mani. Eppure quella di Shiner, con il suo continuo appello alla ricerca dell’autenticità, col suo continuo rimarcare l’importanza della verità e il recupero del palco come luogo deputato alla sua più sincera esternazione (la finzione che rivela il vero, un po’ il paradosso poeta fingitore di Pessoa, quello che “arriva a fingere che è dolore, il dolore che davvero sente”), è la figura che catalizza l’esplosione: mentre a più riprese tutti ricordano a Thomson quanto egli sia un povero idiota privo di qualsivoglia tipo di talento e che vive in un passato che non ritornerà, si fa strada nella sua mente l’idea di un coup de théâtre che riporti l’attenzioneBirdman/6 tutta su di lui. Mentre questa presa di coscienza si fa strada nella sua mente, le performance recitative di Riggan si fanno via via più convincenti, fino all’apoteosi onirica durante la quale la voce di Birdman, che ha cadenzato la storia fin dall’inizio, si incarna infine in un’immagine reale, tangibile, che accompagna la risoluzione del nostro protagonista: uccidere Riggan perché Birdman possa tornare a volare. In questa fase di delirio (difficile dire quanto ci sia di narrativo e quanto, piuttosto, di metaforico), la regia di Iñárritu ci catapulta in un mondo di supereroi, nel quale Riggan stesso può volare, elevandosi sopra la medietà del resto del mondo, attingendo alla dimensione più alta che sente competergli. La risoluzione finale di Riggan è quella di uccidersi in scena, ponendo fine una volta per tutte alla propria esistenza: l’ultima scena del suo adattamento di Carver riguarda infatti il suicidio di un uomo che si accorge di non esser mai stato amato quando scopre la donna amata (interpretata da Lesley) a letto col suo amante (manco a dirlo, interpretato da Mike Shiner). Rivediamo questa scena ad ogni anteprima dello spettacolo di Thomson, e ne intuiamo da subito l’importanza capitale per l’economia della storia: la progressione di Riggan verso l’autenticità nella sua recitazione di questo passaggio è evidente, fino alla sua realizzazione definitiva. La sera della prima, scorre sangue vero sul palco, il sangue dell’Arte: Riggan Thomson volge una pistola vera verso la sua testa e si spara. Il critico del Ny Times, Tabitha Dickisnson, è costretta a riconoscere il genio nell’imprevedibile virtù dell’ignoranza che proietta nuovamente il nome di Riggan Thomson tra le stelle della recitazione, ma (s)fortunatamente il nostro eroe non è in grado nemmeno di farla finita come si deve: tentando di suicidarsi, infatti, è riuscito soltanto a portarsi via il naso, prontamente ricostruito dai medici dell’ospedale. E qui si compie il destino del personaggio: la fasciatura che cela la ricostruzione facciale di Riggan ricorda tremendamente da vicino la maschera del supereroe che l’ha reso famoso. Birdman è riuscito a uccidere Riggan Thomson, a riprendersi il suo posto nello star system, e a spiccare il volo, accompagnato dallo sguardo sorpreso e divertito di una figlia con la quale, forse, riuscirà a recuperare un rapporto: ovvero, come si (ri)diventa ciò che si è. Tra meta-cinema e meta-teatro, Birdman decide di sforare in una realtà aumentata che ha molto di pindarico e allusivo (non direi allegorico): gli ultimi minuti del film constano infatti di una vorticosa successione di sequenze oniriche e stranianti, disorientanti, che rafforzano l’elemento fantastico introdotto fin dall’inizio con il riferimento agli strani poteri del protagonista. Riggan è sostanzialmente un infelice, un egocentrico frustrato incapace di amare e immeritatamente amato da molti (troppi), un padre assente, un attore costantemente in bilico tra il trash caricaturale e l’onestà interpretativa del bravo mestierante, un uomo letteralmente accecato dall’immagine di sé che si è costruito nella propria testa; un uomo solo, la cui unica compagnia è il suo alter ego alato, quel Birdman che poi altro non è che una vocetta che gli ricorda, giorno dopo giorno, la sua attuale, cocente insignificanza. Il film si giova anche non poco del gioco di specchi citazionista (una sorta di meta-cinema più grezzo, un gioco di rimandi per iniziati) tra la storia che vuole narrare e quella personale dell’attore che lo interpreta: lo stesso Birdman/1Keaton raggiunse l’apice del successo circa una ventina di anni fa grazie al ruolo di un supereroe, il Batman di Tim Burton, e proprio come Riggan, una volta smessa la calzamaglia, proseguì la sua carriera tra prestazioni opache e ruoli minori; proprio come per Riggan lo spettacolo su Carver, questo film di Iñárritu costituisce la grande occasione del rilancio per il suo attore protagonista. Ma Birdman è anche (e forse soprattutto) dramma psicologico, travaglio interiore di un uomo che si gioca tutto nell’ultima, estrema occasione che la sua ormai quasi defunta carriera artistica gli concederà; è la messa in scena per immagini di una polifonia interiore, dove ogni cosa è il suo doppio: per usare le parole dello stesso protagonista, una sorta di miniatura della sua intera esistenza. Così Birdman, l’uomo mascherato, è l’anima di Riggan che cerca di riprendere il volo proprio dal punto in cui si era interrotto; il vociare confuso e straniante degli addetti ai lavori, l’ultima eco di un successo che risale a un paio di decenni fa, come una radiazione cosmica di fondo che accompagna la speranza di Riggan di ritornare a calcare le scene da (super)eroe; l’incontrollabile Mike Shiner un po’ il riflesso di quel talento latente che Riggan stesso avverte dentro di sé e cerca disperatamente di far uscire per strapparsi di dosso l’etichetta di “idiota mascherato”; l’ex moglie e la figlia Sam, specchi distorti della desolazione che l’ego di Riggan è riuscita a lasciare dietro di sé negli anni, distruggendo quasi ogni cosa bella esistesse nella sua vita; il produttore/amico di lunga data Jake quella vocina che tenta di riportare l’ambizione sulla terra, al freddo calcolo, e che contemporaneamente mantiene viva l’illusione che, sola, può spingere ad andare avanti (come quando racconta a Riggan di Scorsese che cerca un attore per il nuovo film e che, pertanto, sarà presente alla prima: bufala pazzesca per portare avanti il carrozzone dello spettacolo, minacciato dagli eccessi di Shiner e dal crollo psichico ormai sempre più vicino del suo autore/protagonista). Tecnicamente, Birdman è abbagliante: abbacina e splende di luce propria. La fluidità dei movimenti di macchina, che intessono elegantemente i lunghi piani-sequenza attraverso i quali Iñárritu ci narra la sua storia, è affascinante; la camera avvolge i personaggi, li cerca, li insegue, li scruta da vicino, conduce lo spettatore al cuore del racconto, sulla scena, tra gli attori impegnati nelle prove come dentro la testa del suo protagonista, un ex-stella di prima grandezza che non sa come restituire un senso alla propria esistenza; il lungo assolo di batteria che fa da colonna sonora scandisce i tempi e i movimenti dei personaggi creando una tensione magica edBirdman/4 estremamente coinvolgente; le ellissi temporali che, all’interno di uno stesso piano-sequenza, conducono la storia verso la sua conclusione, sono distribuite con eleganza e sapienza innegabili. Pur tuttavia, Birdman è un film profondamente indeciso: comincia come una riflessione sull’arte, il cinema, il teatro (il mondo dello spettacolo, con il suo splendore e le sue molte miserie), diventa un dramma psicologico appena stemperato nei toni da commedia arguta e infine trova il suo scioglimento in una visionarietà che sembra riaffermare il prevalere della fantasia sulla realtà, della volontà sulla triste verità, pur nella lucida coscienza dell’inadeguatezza di questa posizione (desiderio? Speranza?). Ed è proprio qui che Iñárritu, rumorosamente, fallisce: ed è un fallimento che fa rumore perché pochi come lui sono sembrati in grado, in tempi recenti, di investigare le dinamiche delle relazioni umane con acume e delicatezza, e autentica empatia (penso ad esempio a quel gran film che era Babel). Birdman mette insieme tante idee, intraprende numerosi percorsi, è straordinariamente ricco ma è anche un film freddo come il ghiaccio; splendido come una scultura di ghiaccio, è vero, ma altrettanto fragile, diafano, incerto. Un gigante dai piedi d’argilla. Un’opera estremamente complessa e ambiziosa che suggerisce tanto, tantissimo, per arrivare a dire, alla fine, davvero molto poco. Resta la padronanza assoluta del mezzo: Iñárritu muove la camera tentando disperatamente di coinvolgere lo spettatore nella storia, ma questa ricerca di empatia non può che essere superficiale, tanto sono respingenti i personaggi messi in scena, tanto è difficile provare un qualche tipo di simpatia (o antipatia) per la maggior parte di loro. Non c’è soffio caldo di vita, in queste immagini; nessuna traccia dell’umanità dolente che lo sguardo di Iñárritu ci aveva abituato a incontrare in molte delle sue opere precedenti: Birdman si offre allo spettatore come un Moloch stilisticamente impeccabile, elegantemente rifinito, con un sospetto di manierismo prima inimmaginabile nel suo autore e, purtroppo, privo del benché minimo calore umano. Gli stessi sentimenti forti, che pure sarebbero presenti nella sceneggiatura (si pensi al rapporto contrastato di Riggan con la figlia, o ancora ai suoi scontri al calor bianco con Mike Shiner), sono troppo spesso urlati e troppo poco ponderati, finendo per risultare eccessivi e, per chi scrive, francamente poco credibili. Insomma, una gioia per gli occhi ma un (piccolo) incubo per il cuore. Dopo due ore di funambolismi visivi, nella mente dello spettatore si forma la più legittima delle domande: ma di cosa parla, davvero, questo film? Si tratta di un’invettiva diretta sarcasticamente contro i tic e le aberrazioni del mondo del cinema, delle sue stelle e della sua popolarità di cartapesta (“la popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio”, come ricorda Shiner in un Birdman/5dialogo con Riggan)? È forse una lunga digressione sul tema dell’ossessione e dell’ambizione personale? È semplicemente un dramma psicologico, la storia polifonica di un uomo fallito, sull’orlo del tracollo economico e personale, con un matrimonio imploso alle spalle e un rapporto da recuperare con una figlia incostante e distante che gli rinfaccia di vivere in un passato che non tornerà? O un sincero atto d’amore nei confronti di quell’autenticità che gli studios sembrano aver ormai definitivamente barattato con gli effetti speciali, i giocattoloni spettacolari e gli incassi al botteghino? In quest’ultimo caso, la genericità con la quale viene trattata la tesi spingerebbe a domandarsi, legittimamente, se davvero Iñárritu e i suoi colleghi sceneggiatori abbiano scoperto soltanto nel 2014 quale sia la ragion d’essere del 90% delle produzioni hollywoodiane odierne: se fosse vero, ci sarebbe da sedersi tutti a un tavolino, a bocce ferme, e parlarsi fuori dai denti, perché una posizione così tanto naif darebbe tutto un nuovo significato all’espressione “avere la testa tra le nuvole”; anche se è risaputo quanto all’industria cinematografica di Hollywood piaccia ironizzare (principalmente a salve) su se stessa. Non credo sia così, tutto sommato: Iñárritu è un cineasta di grande generosità, e semplicemente la sua opera promette molto, forse troppo, senza riuscire a sintetizzare e a restituire quanto atteso. Birdman è un buon film, decisamente superiore alla media delle produzioni hollywoodiane odierne, e questo soprattutto in virtù delle abilità registiche del suo autore, portatore di uno sguardo raffinato e originale; un buon film che però cede troppo presto alla tentazione di considerarsi un capolavoro: anche se sei un supereroe, non sempre avere le ali significa essere in grado di volare.

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