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Il Futuro passa (anche) da qui

È impossibile non essersi imbattuti, in questi ultimi giorni, nel dibattito suscitato all’interno del PD dall’iniziativa “Big Bang” promossa dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, e svoltasi alla Stazione Leopolda nel capoluogo Toscano. E, almeno per chi scrive, è impossibile non essersi sentiti travolti da un’inesorabile senso di alienazione. “Facce nuove, idee nuove, cambiare le persone e non riverendere sempre le stesse cambiando semplicemente nome ai partiti”: tutti validi slogan, tutti allegramente traditi dalla sostanza dei fatti, che come sempre appare molto diversa. Quali sono le facce nuove, quali le nuove idee? Al convegno di Firenze hanno preso la parola un po’ tutti, politici, comici, attori, imprenditori, giovani, scrittori. Io però non ho sentito una sola idea il cui centro fosse la persona, il cittadino, l’uomo. È evidente che là fuori c’è crisi, e chi scrive certo non lo ignora: quali risposte alla crisi dalla Stazione Leopolda? Meno sindacati, meno conservatorismo, meno lagne e più “dinamismo”. Mi è rimasta in mente principalmente questa parola: “dinamismo”. In un suo breve intervento è stato lo scrittore Baricco a stigmatizzare la “vecchia sinistra”, nella quale ha militato, per aver fatto il male della gente (e in particolare dei giovani) proponendo l’idea dei “diritti” piuttosto che quella del “dinamismo”. Quando lavorerò, dopo aver studiato una vita intera per seguire una passione che fosse utile a me, certo, ma anche agli altri, e guadagnerò 800 € al mese per uno stage semestrale, e avrò bisogno della garanzia di una persona terza con un contratto a tempo indeterminato per potermi permettere un auto, un mutuo, qualsiasi cosa, allora ripenserò a Baricco e potrò consolarmi perché nel 2011 c’è chi ha cercato (e probabilmente e già riuscito nel suo intento) di regalarmi il “dinamismo”. Devo rendere grazie non a dio, ma alla società degli uomini per questo dono imprescindibile che ci è stato fatto: la dinamicità. Non moriremo arroccati ai diritti, al posto di lavoro, vecchi e noiosi: saremo dinamici fino a 90 anni quando forse, finalmente, andremo in pensione con meno di 1000 € al mese. Poi cambi canale e scopri, seguendo Crozza su La7, che Giuliano Amato si pappa una pensione di 31.000 € al mese, e Lamberto Dini di 40.000 € al mese: due nomi a caso, so bene che ci sono pensioni anche più faraoniche, è la sostanza che conta e quella non cambia. Mia nonna non prende nessuna pensione, nemmeno di invalidità, e praticamente non riesce a muoversi dalla sedia. Allora faccio due più due e mi viene un’idea veramente moderna, un’idea ggggiovane da suggerire ai convenuti della Leopolda: riformiamo le pensioni. Ma attenzione, attenzione: nessun aumento dell’età pensionabile. Voglio proporre una riforma basata sulla “redistribuzione”. Con i 40.000 € al mese di Lamberto Dini si mandano in pensione 40 persone con 1000 €/mese, o 26,6 periodiche (sono uno scienziato, una di quelle categorie di persone di cui non v’è mai traccia nei bei discorsi di queste facce pulite) con 1500 €/mese, o 20 con 2000 €/mese. Demagogia? Facile rispondere così. Ma riflettete un attimo: uno lavora tutta la vita e paga le tasse (o dovrebbe farlo) in proporzione a quanto guadagna, cioè quanto può permettersi di pagare per poter vivere in modo dignitoso (anche qui ci sarebbe un lungo discorso da fare). Poi va in pensione: uno che ha guadagnato 100.000 ha sì pagato molte più tasse di chi ha guadagnato 10.000 (in proporzione!!!), ma si suppone (o a me sembra lecito farlo) che abbia accumulato anche più ricchezza. Quindi perché lo Stato, cioè NOI, perché NOI dovremmo fare tali disparità nell’assegnazione delle pensioni? Tutti in pensione con 1000/1500 € al mese, a seconda del reale potere d’acquisto del denaro! Dice: ma non è corretto, io ho pagato una valanga di tasse nella mia vita. Rispondo: perché hai guadagnato una valanga di soldi. Non hai messo da parte niente per la vecchiaia? Fatti tuoi. Avessi voluto metter su un allevamento di cicale l’avrei fatto, invece sono CITTADINO di uno Stato in cui oggi NON SIAMO TUTTI UGUALI. Provocazione? Può darsi. Come provoca chi, alla domanda “accetterebbe di tagliare la sua pensione?”, risponde “Queste domande io non le capisco” (cfr. Giuliano Amato a “In Mezz’ora”, se non erro). Invece io non sento proposte che mirino a ridurre il privilegio e la disuguaglianza: sia chiaro, non le sento provenire quasi da nessuna parte, ma soprattutto non le sento provenire dai GGGGiovani della Leopolda. Invece li ascolto e mi sento fuori luogo, diverso, distante anni luce da professionisti in giacca e cravatta della politica e non solo, gente che cerca di venderti il vecchio per il nuovo mettendoci la faccia (come per vent’anni, tra virgolette, ha fatto anche il nostro attuale premier), faccia giocoforza ancora scarsamente solcata dalle rughe: GGGGiovani dinamici, GGGGiovani imprenditori, GGGGiovani in maniche di camicia pronti a comprarsi il mondo col loro dinamismo. Sia chiaro, largo ai giovani: ma né in platea, né tantomeno sul palco, ho visto qualcuno simile a me. Mi spaventa che la televisione li propagandi come “i Giovani” (la maiuscola non è casuale), “il Nuovo che avanza” (nemmeno qui è casuale), “il Futuro” (idem). Che futuro ci aspetta se non riusciamo ad abbattere il privilegio? Perché nessuno risponde alla più banale delle domande, “come mai vengo al mondo per lavorare sfruttato e sottopagato di modo che si arricchisca sempre qualcun altro, che tra l’altro nemmeno saprei dire che faccia abbia”? Un misto di demagogia e provocazione? Fate voi. Pur non essendo un esperto in materia, mi piace citare una frase di Marx: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Bisogna intendersi, e scusate la ripetizione, su quali siano questi “bisogni”: poter sfamare la propria famiglia, potersi vestire, vivere in maniera dignitosa e poter perseguire il miglioramento di sé. Bisogni reali, per dirla con Marcuse, contrapposti ai bisogni imposti artificialmente dal contesto in cui viviamo, dalla nostra Società. Abbiamo bisogno di vivere una vita piena, degna, e di accrescere noi stessi. Non di essere catechizzati da un Baricco qualsiasi che si alza dalla platea per salire sul palco a lanciare i soliti strali sul lavoro, la scuola, il futuro. Lo stesso Baricco che, non tanto tempo fa, fu protagonista di una voluta provocazione lanciata dalle colonne del “Corriere della Sera”: basta soldi alla Cultura sclerotizzata dei teatri, dei festival, dell’Opera, sì ai contributi per le tv, luogo dove (ahinoi) la maggior parte della gente forma la propria cultura ogni giorno a colpi di “Italia sul Due”, “Pomeriggio Cinque”, “Striscia la Notizia”, “Grande Fratello”, “Mistero”. Sì all’ingresso dei privati negli spazi lasciati vuoti dal pubblico. Ma Baricco si domanda per caso quanto il nostro paese destini oggi alla Cultura, che è fondamentale per poter raggiungere l’obiettivo (forse romantico ,ma certo non disprezzabile) della Pienezza della propria esistenza? Assai meno della media europea, inutile lanciarsi in cifre. E chi sono i privati a cui delegare la Cultura? “Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. E’ davvero così terrorizzante?” Per rispondersi, al nostro sarebbe bastato indagare sulle persone cui fanno capo queste società. Però, e qui voglio essere io a provocare, mi ha sorpreso molto non aver sentito nessuna lamentela da parte di Baricco sui finanziamenti pubblici al cinema, di cui beneficiano film di interesse culturale assai dubbio (cinepanettoni e roba del genere), oltre a opere di indubbio valore. Intendiamoci, è giusto che lo Stato promuova la Cultura, io ci credo e penso si capisca da ciò che scrivo: ma se Baricco non ci crede poi così tanto, perché non sottolineare anche questo dettaglio? Sarà perché in parte con quei contributi (si dice 300.000 €) è stato girato anche un film intitolato “Lezione Ventuno”, di assai dubbio valore culturale e intellettuale, ma ci tengo a sottolineare come sia solo una mia opinione: indovinate chi l’ha diretto. Direte: polemiche sterili, servono solo a colpire chi vuole combattere per il futuro. Lasciatemi dire che la mia idea del Futuro è assai diversa, come forse avrete già capito: sono stanco di gente che parla da un palco solo perché innamorata del suono della propria voce. Sono stanco dei privilegi, e no, non ritengo un privilegio andare in pensione ad un’età decente, pretendere una pensione che permetta di vivere con dignità gli anni che restano, pretendere una contrattualizzazione che permetta il pieno sviluppo della persona senza negare la possibilità di farsi una famiglia, realizzare qualcosa di buono, farsi una cultura; non ritengo un privilegio pretendere che lo Stato promuova la Cultura, la Scuola, un’idea di Dignità del Lavoro e della Persona. Cos’è un privilegio, dunque? Vestirsi da catechista su un palco facendosi pagare la propria vanità coi soldi di tutti. Ho sentito tante chiacchiere, ma non ho sentito niente di concreto contro il privilegio e la disparità. L’idea di futuro che emerge dalla Leopolda è un’idea di Futuro che non mi appartiene, forse perché io, come tanti altri, NON ESISTO. Servo solo a fare numero, a rilanciare l’Economia, a mandare avanti il carro. Questo è tutto ciò che conta di me. Allora forse è arrivato il momento di riappropiarci del nostro diritto all’esistenza, e temo sia difficile attendersi che questi signori lo facciano per noi.

2 Risposte a “Il Futuro passa (anche) da qui”

  1. Come sempre, intervento di grande lucidità
    parlare di dinamismo (cioè precarietà nel mondo del lavoro) in un Paese dove se perdi il lavoro rimani a zero euro finchè non ne trovi un altro se lo trovi..significa diffondere, consapevolmente o meno, maggior povertà e sfruttamento.
    Il fatto è con la fine dell'utopia rivoluzionaria con tutti i suoi errori (gravi) e le sue ingenuità (grosse) è finta pure la socialdemocrazia: per dirlo chiaro, se i capitalisti non hanno paura non ti concedono nemmeno le riforme socialdemocratiche, il welfare,il contratto nazionale..e infatti stanno cercando di smantellare tutto (e ho paura che Renzi darà loro una mano) con la scusa della crisi.

    Paolo Scatolini

  2. Ciao, è da parecchio che manco da Splinder, come da tante altre cose… sono contento di vedere questo tuo post, perchè non scrivevi da luglio, e temevo che tu avessi deciso di non scrivere più.
    Il tuo post è esemplare, e lo codivido. 
    La classe politica (non questo o quel partito), tutta la classe politica, come la vedo io,  non ha sufficientemente a cuore di rappresentare la gente, gli Italiani. La riforma delle pensioni è soltanto un bel "pagherò", o meglio, "pagheranno quelli che verranno a governare dopo di me". Non riforme, non pragmatismo, non produttività, non programmi concreti, ma solo la protezione degli interessi di pochi a scapito dei molti. "bloccheremo i vitalizi!" si, ma nessuno si sognerà di toglierli a coloro i quali lli stanno già percependo. "Domani" è un avverbio di tempo;  ha il significato della speranza, del "nuovo che avanza" di Michele Serra… ma avanzare in italiano ha due significati, uno, è di "andare avanti, procedere", il secondo, "essere di troppo". 
    Domani è un altro giorno, il futuro sarà radioso, ma nessuno ci spiega in termini concreti come farà a renderlo tale. Ma chi si può sentire rappresentato oggi e guardare al futuro valendosi delle proprie capacità e meriti? Degli anni di studio, o comunque dei sacrifici fatti per raggiungere quel minimo di stabilità? I giovani, con un tasso di disoccupazione al 29%? I meno giovani, dove il 42% dichiara di temere per il proprio posto di lavoro e comprende le difficoltà di ricollocarsi? Penso a quanto ha detto in TV un operaio di Termini Imerese: "ho 57 anni, e a questa età devo andare a fare il muratore, l'unico lavoro con cui posso sperare di campare". O gli anziani? che percepiscono pensioni spesso indecorose o, come nell'esempio che hai presentato, nulla del tutto?
    Talvolta penso che io "avanzo", nel senso che sono di troppo. Sì, perchè per i bilanci statali, sia quelli della sanità che quelli pensionistici, se dopo aver fatto per bene il mio compito di contribuente, avessi il buon gusto di tirare le cuoia prima di aver raggiunto l'età pensionabile, rappresenterei un bel risparmio.
    Dignità, rispetto, solidarietà… quando mi hanno trasmesso questi valori, ero bambino, e assieme a loro mi parlavano di Cappuccetto Rosso, Pinocchio e babbo natale. Forse sono io che, data la giovane età, ho creduto che non fossero tutte favole, e mi sono permesso di distinguere fra quello che era vero e quello che è fantasia.
    E come disse la Nuova Compagnia di Canto Popolare sui privilegi e non, in francese maccheronico, "Libertè, Egalitè, e sempre in c..o a me.

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