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Alla fine dell’estate

Un accordo di piano suonato sull’orlo di un precipizio, e la voce che sfida le vertigini: comincia così Caldo, singolo dei Diaframma estratto dall’album Boxe, pubblicato nel 1988. Dentro Caldo ci sono soltanto il pianoforte di Massimo Buffetti e la voce sgraziata di Federico Fiumani, e Caldo è l’unico brano dei Diaframma che davvero adoro. Lo adoro perché, semplicemente, contiene l’estate, tutta e per intero: provate ad ascoltarla mentre guardate il videoclip, che è un guazzabuglio inaccettabile di scenette montate in maniera abbastanza approssimativa, piccole sequenze di repertorio, estetica da pubblicità di una cedrata Tassoni che nessuno vorrebbe bere. Nel videoclip c’è Fiumani, che canta mentre guida un carretto ridicolo tipo quelli che si guidano sui campi da golf (e si volta nervosamente a guardare la strada, temendo uno scontro), con accanto qualcuno che tiene in mano quello che sembra uno stereo (per la sincronizzazione immagine-musica?), e tra le varie sequenze, le note di piano e i versi (perché sono versi, versi di una piccola poesia) ecco che compare l’estate: la sigla di novantesimo minuto che introduce una partita del Napoli di Maradona; il gelato alle 11 di mattina, che mio nonno mi comprava al circolo ARCI sotto casa; quel palazzo di un colore azzurro pastello con le serrande avvolgibili completamente chiuse che è la prima cosa che vedo se chiudo gli occhi e penso “estate, giovinezza”; le giornate infinite alla festa dell’Unità, a preparare la sangria dalle quattro del pomeriggio, e le serate dei mondiali di Italia ’90 a correre per strada con un pallone tra i piedi; la finale dei mondiali del ’98 vista nella cucina della festa de l’Unità, patatine e salsicce; e i viaggi, i treni, lo studio, il sudore, l’amore; un amico che andavo a incontrare alla sua uscita da lavoro, in una fabbrica vicino casa, e un amico che se n’è andato alla fine di questa estate; il silenzio della notte che percorrevo per intero in sella alla mia bicicletta; la luce enorme del pomeriggio, che inghiottiva ogni cosa; le giornate come ostriche, che promettono qualcosa che sanno di non poter mantenere; e tutte quelle estati feroci, spietate, solitarie, passate a camminare su e giù per il paese di mia nonna; e poi la curva della strada e la città stesa sotto i piedi, sdraiata su un fianco. La prima volta che ho ascoltato Caldo era già tardi sotto molti aspetti, eppure l’ho capito subito: ho sentito interamente quella sensazione di cui canta Fiumani, quando dice che “non basta tenere soltanto/ gli occhi aperti/ per buttare giù/ un sorso di caffè”, e che sforzo occorre, a volte; e quelle “serrande abbassate”, dietro le quali “chissà se c’è qualcuno/ che ha coraggio da vendere/ e fa l’amore”, non sono forse le stesse serrande di quel palazzo colore azzurro chiaro, consumato dal tempo? Nell’estate raccontata da Fiumani c’è l’amore, quello non risolto: lui che va al mare a trovare lei, lei che si trova lì coi figli, lui che ha solo voglia di sapere, come tutti noi, se lei alla fine si sia stancata di questi “umanissimi ombrelloni”, e se ogni tanto pensi anche a lui, se ogni tanto pensi anche a noi. Esiste un’estate in cui non ci sia quella luce? In cui non si sia soli contro qualcosa, contro tutti e nessuno? Contro quegli amici di lei, che hanno “facce da ricchi premi/ e cotillon”, proprio loro, quel “mucchio di stronzi”. E proprio lì, nel mezzo del paradigma stesso di un’estate che è prima di tutto un sentimento feroce, che il caldo rende reale e tangibile, un sentimento di infinito, una profondità oceanica, qualcosa di vivo e pulsante, frenetico; proprio lì nel mezzo, Fiumani canta (o forse rantola) quella frase: “Vestito come in città/ il caldo batte in testa/ e al cuore,/ scioglie gli affetti/ e forse li fa cambiare”. E allora il nastro si riavvolge, torna su se stesso, comincia a correre su quell’autostrada che “è un macchia d’olio/ […] una serpe che striscia/ o soltanto un miraggio/ per tornare a casa”, e a casa ti aspetta un divano di pelle alla temperatura dell’inferno in terra, e la radio che dispensa tutte quelle banalità estive e poi quel pensiero che esplode, con un fragore che ti pare di sentire per intero, quel “son chiuse le fabbriche”, e tutto ciò che c’è di irrisolto, la bassa risoluzione, il riverbero che allontana la precisione e aumenta la distanza, il senso ingannevole della permanenza laddove di permanente non c’è nulla. Nelle estati di ognuno di noi c’è stato di tutto un po’, e anche tutto questo: in fondo ha ragione Fiumani, che chiosa cantando semplicemente quel noto ritornello, “non vale la pena/ ricominciare/ con questo caldo”. Oggi anch’io penso che mancare il punto non sia quasi mai semplicemente un difetto di mira.

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