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Apocalypse Funk: Vulfpeck live at Madison Square Garden (2019)

Questo è uno di quei dischi che ho perso del 2019. È arrivato quasi a conclusione dell’anno, pubblicato lo scorso 9 dicembre sui Bandcamp e YouTube ufficiali della band, e io l’ho scoperto solo a un paio di settimane dall’inizio del 2020 (quindi in effetti non l’ho mancato di molto), però è un peccato perché di sicuro sarebbe volato molto alto nella mia consueta top di fine anno… vorrà dire che sarà per il 2020. La band in questione sono i Vulfpeck, originale quartetto allargato di stanza in Michigan, nato come band universitaria e presto convertito, a seguito della lettura di un’intervista al producer tedesco Reinhold Mack da parte del membro fondatore Jack Stratton, in un’immaginaria e visionaria rilettura teutonica della mitologia dei session musicians americani degli anni ’60, nel tentativo di recuperare (aggiornandole) le sonorità di funk, soul e r’n’b classici. L’idea è già delirante di per sé, in perfetto stile Stratton, ma quello che ne è venuto fuori è qualcosa che non vi capiterà molto spesso di ascoltare: un gruppo di musicisti la cui solidità e espressività strumentale è talmente alta da far sembrare semplici, lisce e banali cose che sono tutt’altro. Non fraintendetemi: non si tratta di una volgare manifestazione di spericolatezze tecniche e virtuosismi, ma di una solidità ritmica, melodica e armonica avvolte in un interplay talmente stretto e avvolgente da far strabuzzare gli occhi durante l’ascolto, in grado di lasciar respirare in maniera profonda e trascinante pezzi dalle sonorità più svariate, che vanno dagli strumentali più funky fino alle riletture soul che aggiungono anima e carne a (più o meno) insipidi brani pop, il tutto impacchettato in un immaginario coloratissimo (e curatissimo) nel quale galleggiano perfettamente a proprio agio tutte le peculiarità di questi quattro musicisti, dall’istrionismo danzereccio, stralunato e surreale di Stratton al movimento di collo trascinante di Joe Dart (Groove comes from the neck. The bass is just for the show., si legge su qualche commento YouTube), dalla fisicità e versatilità di Theo Katzman fino addirittura al compassato pianismo jazz e intimista di Woody Goss (no-one, NO-ONE, knows how to sit subtly and powerfully in a song like Woody Goss, la fonte è sempre YouTube). La band si è distinta negli anni per una prolificità notevole (4 album prima di questo, 4 ep, un album di tracce silenziose, Sleepify, pubblicato su Spotify al solo scopo di tirar su i soldi per una tournée, più una lunga serie di side-projects) ed è giunta a chiudere il 2019 con questo Live at Madison Square Garden uscito sia in forma di album digitale (accessibile appunto dal bandcamp ufficiale dei Vulfpeck) che in forma di video completo (che trovate anche qua sotto, o direttamente sul canale YouTube della band). Difficile dire se io stia parlando dell’uno o dell’altro a questo punto, ma è che risulta davvero difficile scindere la componente visiva dello show, immortalata in un incredibile piano sequenza di 1 ora e 43 minuti che segue la band “allargata” (con le presenze fondamentali di Cory Wong alle chitarre, Joey Dosik al piano, voce e sassofono e Antwaun Stanley alla voce, tra gli altri) sul palco di New York di fronte ai 14000 fortunatissimi presenti, dalla sua componente prettamente auditiva: di fatto, qui stiamo parlando di uno spettacolo puro per gli occhi e per la mente, e di aggiunge tutta un’altra multidimensionalità all’esperienza il poter effettivamente vedere Theo Katzman che spiega al pubblico come armonizzare sul sol le parti vocali di Back Pocket (pubblico accordatissimo e intonatissimo, manco a dirlo, un po’ perché siamo in America e un po’ perché l’80% saranno stati musicisti, e versione PAZZESCA del brano in questione, già splendido di suo) o l’incredibile e strampalata meditazione collettiva introdotta e guidata dalla mamma di Stratton. Per il resto nel disco (e nel video) ci sono cose che, come scrivevo poco fa, non si vedono tanto spesso: 14000 persone che accompagnano cantando (senza sbagliare una sola nota) l’intera parte di basso suonata dal mastodontico Joe Dart in Dean Town (linea di basso tutt’altro che facile, ma questo coro è abbastanza un classico nelle performance live della band), o ancora migliaia di telefoni cellulari accesi a ondeggiare nel buio della platea come versione contemporanea dei più classici accendini durante il primo bis della splendida Birds of a Feather; la trascinante Animal Spirit piazzata in apertura subito prima degli intrecci stordenti di basso e chitarra che caratterizzano Cory Wong (brano che, parola di Stratton in fase di introduzione iniziale della band, ha dato il nome al chitarrista Cory Wong, altro assoluto protagonista dell’esibizione: “On guitar, his parents named him after a Vulfpeck song, Cory Wong”), chiusa da uno splendido unisono della “string section” (Dart- Wong- lo stesso Stratton, che mentre suona un po’ di tutto suona anche le chitarre); l’irresistibile linea di basso funky che domina My First Car, suonata da Joe Dart sul suo Ernie Ball Music Man signature bass (“Stop Whining! No more government subsidies for active basses!”), un basso splendido dotato di un unico potenziometro che controlla il volume (se la cosa vi suona strana, è perché non avete mai visto questo), perfetto apripista per il groove supersonico di Tesla, o ancora una sempre emozionante Running Away cantata da Joey Dosik, o Baby I Don’t Know Oh Oh con l’ospitata di Charles Jones; poi l’ingresso in scena della splendida voce di Antwaun Stanley per l’irresistibile 1612, il funky ciccione di Funky Duck, la sempre splendida Aunt Leslie e la ballad Wait for the moment e a seguire lo showcase di Joe Dart in Beastly, un po’ di sano spirito natalizio con Christmas in L.A., la già citata Dean Town (cito da YouTube: Bassist and guitarist are so tight you could put a piece of coal between them and by the end of the track it would be a diamond.) e i bis, che oltre a Birds of a feather comprendono anche It gets funkier. Dentro questo lavoro c’è tutto il microcosmo dei Vulfpeck: Jack Stratton un po’ polistrumentista, un po’ deus ex machina e un po’ assistente di terra durante un decollo, istrionica holy trinity anche da solo (come da copione), sia che si tratti di introdurre la band o i brani, sia che stia presentando la madre che avvia un bizzarro esercizio di meditazione con l’intero uditorio; Theo Katzman che suona un po’ di tutto e poi ci mette il solito inarrivabile falsetto; Woody Goss con un’innata capacità di mettere il proprio piano al servizio di qualsiasi situazione e dotato di un’occhialuta (Joe Dart-style) funky duck appollaiata sulle tastiere; Cory Wong che ci mette lo zampino (sotto forma di inconfondibile stile chitarristico) e sembra divertirsi anche parecchio; Antwaun Stanley che ha ovviamente la solita voce pazzesca; e infine Joe Dart che… beh, è Joe Dart, ogni ulteriore spreco di aggettivi non aggiungerebbe niente, anzi, forse va bene quella frase con cui lo presenta Stratton, “Joe Dart on the… Joe… Dart”, probabilmente uno dei bassisti viventi più impressionanti per precisione, velocità, chiarezza di timbro e qualità di esecuzione (di sicuro, una che sta molto in alto nella mia personale top 5 di bassista di belle, ma poche, speranze). Per chiosare con l’ennesimo, immancabile commento YouTube (ormai quasi un genere letterario a sé stante): Ahh, I love this iteration of vulf, jack on drums, theo and cory on guitars, and joey and woody on keys/piano, and God on bass. It just feels right.
Questo disco, questo video, sono un caleidoscopio di splendori musicali, una coloratissima e trascinante esplosione di suoni, idee, bizzarrie e stranezze assortite, messa in scena da un quartetto improbabile di ultra-nerd che suona appunto come una gioiosa macchina da guerra teutonica dal groove inarrestabile impegnata a scombussolare il mondo con uno spirito funk incontenibile al quale sa alternare caldi colori soul e piacevolezze jazz con un gusto, una ricercatezza e allo stesso tempo una facilità disarmanti. Qui siamo di fronte alla serie A della musica dal vivo, probabilmente, e parecchio in alto nell’Olimpo delle band attualmente attive (e colpevolmente poco note dalle nostre parti, dove siamo evidentemente impegnati ad ascoltare altro). Per fortuna siamo nel 2020, quando bandcamp e YouTube vi consentono di fare un bel regalo alle vostre orecchie: don’t miss the chance!


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