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“Does Internet dream of itself?”: Lo and Behold- Reveries of the Connected World (Werner Herzog, 2016)

Questo post è stato scritto il 2 ottobre del 2016, subito dopo la proiezione in anteprima di Lo and Behold, allora ultima fatica di Werner Herzog, avvenuta presso il Cinema Teatro Odeon di Firenze. Vicissitudini varie ed eventuali ne hanno ogni volta rimandato la pubblicazione, fino di fatto a cancellarla. A distanza di quasi quattro anni, ho ripreso in mano questo testo e lo ripropongo di seguito nella sua versione originale, con solo un leggerissimo editing dei (numerosissimi) refusi. Buona lettura!

Dieci anni fa ebbi modo di assistere, a Pistoia, alla presentazione di un libro scritto da Sergio Givone, intitolato “Il biliotecario di Leibniz”. Il nodo centrale di quell’opera e di quell’incontro era racchiuso nel concetto di biblioteca: Leibniz fu bibliotecario in vita, e gli piacque lambiccarsi con un pensiero profondo e originale, ovvero che la mente di dio altro non fosse che un’enorme biblioteca, capace di racchiudere in sé ogni testo scritto o ancora da scrivere. Poiché è finito il numero delle lettere che compongono i nostri alfabeti, per quanto enorme dovrà essere finito anche il numero dei testi che con esse saremo in grado di comporre; e se un’entità ha tra i suoi attributi quello dell’infinità, come l’entità-dio, nel suo tempo infinito egli potrà leggere, conoscere e conservare una copia di ogni libro. L’idea in realtà non convinceva pienamente Leibniz, perché in qualche modo implicava l’idea che a un certo punto del suo tempo infinito, del suo essere fuori dal tempo, al suo dio-bibliotecario non restasse altro da fare che riprendere a leggere i testi della sua biblioteca dal principio, e alla storia niente di meglio che ripetersi. Leibniz era maggiormente sedotto da un’altra possibilità: che tra ogni libro, ogni testo, ogni manifestazione dell’essere potesse esistere una sorta di “frattura”, uno spazio bianco non computato all’interno del quale potesse in ogni momento inserirsi qualcosa a scompaginarne l’ordine. Questo avrebbe reso la biblioteca assolutamente imprevedibile, la stessa mente di dio assolutamente imprevedibile, e le possibilità sempre “auto-superantesi”. Perché mi viene in mente questo dopo aver assistito alla proiezione, in anteprima nazionale presso il Cinema Teatro Odeon di Firenze, dell’ultima opera di Werner Herzog, “Lo and behold: Reveries of the connected world”, riguardante internet e il futuro della rete (e dell’intera razza umana)? Per uno spunto offerto proprio durante quella serata di dieci anni fa: che internet potesse assomigliare dannatamente alla biblioteca immaginata dal buon Leibniz. Perché il web è fatto proprio di tanti contenuti tra i quali permane uno spazio bianco che in qualsiasi momento può essere “riempito” dall’intervento di qualcuno, come accade ogni volta che correggiamo una pagina di Wikipedia, che carichiamo un contenuto da condividere, che aggiungiamo un mattoncino. Permane un’unica, sottile ma determinante differenza: la mente di Dio è per forza di cose luogo ordinato, nel quale agisce l’azione ordinatrice di un’entità infinita e che attribuisce valore alle cose; il web è, gioco forza, spazio aperto nel quale un ordine non è dato, non è forse neppure concepibile: la rete non discrimina (è la sua forza, e anche la sua debolezza) e una ricerca per parole chiave non è sufficiente a stabilire un ordine al suo interno. Per questo mi è tornata in mente quella sera di dieci anni fa: perché la domanda di base che anima l’ultima opera di Werner Herzog è semplice, quanto affascinante. Parafrasando von Clausewitz, teorico della guerra di epoca napoleonica, Herzog si domanda (e domanda agli esperti intervistati nel film, e ai suoi spettatori) se “internet sogni se stesso”. Ovvero quando un prodotto della mente umana diventi a tal punto complesso da essere in grado di sviluppare immaginazione, di pensare se stesso e di costruire sogni. Una domanda enorme, che probabilmente è destinata a restare senza risposta, eppure una domanda alla quale non è più possibile sottrarsi in un mondo che della connettività ha fatto la sua caratteristica principale. Attraverso i dieci capitoli in cui struttura questa sua ricognizione nel mondo della rete e delle nuove tecnologie (intelligenza artificiale, viaggi spaziali su Marte e via dicendo), il cineasta tedesco ci pone di fronte a un mondo in bilico tra la presenza di una rete che è uno strumento affidato alle mani incerte degli uomini, e la possibilità (ogni giorno più concreta) che quella rete possa diventare imprevedibile, autonomamente normata e capace di prendere decisioni proprie: come in ogni organismo vivente, ogni nodo della rete contribuisce a farne ciò che essa è, ma l’insieme dei nodi potrebbe raggiungere e superare presto una soglia critica oltre la quale la prevedibilità del comportamento del sistema (assicurata dalla legge dei grandi numeri) rischia di essere un mero ricordo: può internet avere coscienza di se stesso, pensare se stesso, sognare se stesso? E cosa significa questa eventualità per la vita umana? Sebbene meno sperimentale di altri “documentari” (le virgolette sono d’obbligo) del cineasta tedesco, Lo and behold ha il grande pregio di non sposare un unico punto di vista, aprendosi alla molteplicità: non è un semplice atto di luddismo hi-tech, una contraddizione in termini, e non è il semplice frutto di un’osservazione distante e fredda (non a caso, Herzog è uno dei più fieri nemici del cosiddetto “cinema verità”). Nel calderone di Herzog ribollono ingredienti che vanno dalla potenza di una tecnologia in grado di annullare le distanze tra gli esseri umani ai suoi lati oscuri, che ne fanno per alcuni “lo spirito del male assoluto” (i genitori di Nikki Catsouras, intervistati nel capitolo III, non a caso denominato “Il lato oscuro”); dalla possibilità di affidare la sicurezza stradale a macchine intelligenti connesse continuamente tra loro alla condizione sfortunata di persone sensibili alle radiazioni elettromagnetiche, la cui esistenza è minacciata e resa addirittura impossibile dalla rete ormai pervasiva, e che li costringe a radunarsi in un forzato eremitaggio in zone WiFi-free (come gli spazi nelle vicinanze dei grandi radiotelescopi, necessariamente liberi dalla radiazioni che potrebbero interferire con le delicatissime misure in corso). Lo and behold si muove in una zona mista a cavallo tra filosofia e tecnica, dove il server originale protagonista della nascita di internet ha ancora un “ottimo odore di vecchie apparecchiature elettroniche”, ma aprendolo e smontandolo non è proprio possibile afferrare quel mistero invisibile che, come l’elettricità un secolo e mezzo fa, pian piano sta rendendosi indispensabile; in un mondo, il nostro, nel quale le macchine connesse tra loro imparano l’una dagli errori dell’altra a una velocità non percorribile per l’essere umano, e sono quindi forse destinate ad apprendere di più, ad apprendere meglio, a rendere presto superfluo il fattore umano per il loro sostentamento. Herzog ci mostra come la rete governi ogni cosa e non possa per sua stessa natura essere ricondotta a schemi semplificati e controllati: gli analisti web scoprono ogni giorno falle nei sistemi di sicurezza (spassose le interviste a riguardo, e soprattutto quelle all’hacker Kevin Mitnick), perché è ancora il fattore umano a essere decisivo. Ma cosa avverrà quando la rete sarà in grado di gestire se stessa? E quanto è fragile questo potere invisibile che tiene insieme le nostre società avanzate, se il capriccio elettromagnetico di un brillamento solare può spazzarlo via? Quanto manco al prossimo evento di Carrington capace di ridurre l’umanità a una nuova età della pietra? E come saremo/saremmo in grado di sopravvivere a un mondo senza connessione, assuefatti come siamo a una realtà in cui la rete permea ogni momento delle nostre vite? Domande che risuonano come echi oscuri lungo l’ora e quaranta e i dieci capitoli di quest’epos. Uso la parola epos con una precisa intenzione: perché Herzog crea poesia. Fedele all’adagio secondo il quale i fatti non trasmettono la verità, creano soltanto norme e regole, mentre la verità crea illuminazione, i momenti più sorprendenti di Lo and behold sono quelli nei quali il materiale filmico cessa di essere mero fenomeno e viene plasmato così da creare una storia, una narrazione: si pensi all’ironia sottesa al titolo, che si riferisce alla prima parola mai trasmessa via internet, un “Login” rimasto troncato in “Lo” a causa di un crash del sistema e che a Herzog suggerisce l’uso della locuzione scherzosa “lo and behold”, guarda e ammira, che si usa per indicare qualcosa di sorprendente; o anche l’inquadratura dello skyline di Chicago all’alba che diviene l’immagine di una città abbandonata dai nuovi viaggiatori interstellari che si sono stabiliti su Marte (magari grazie al progetto spaceX di Elon Musk, anch’egli intervistato nel film), e le opere celebrative dell’era spaziale in un vicino osservatorio nient’altro che la celebrazione dei nuovi coraggiosi viaggiatori e coloni marziani, che hanno abbandonato un mondo nel quale restano solo pochi monaci eremiti incollati agli schermi dei propri smartphone, che hanno cessato la preghiera e la meditazione per dedicarsi alla ben più prosaica attività del cinguettio su Twitter; o infine le comunità degli allergici alle radiazioni elettromagnetiche un ultimo avamposto di umanità nel freddo di un mondo preordinato, rigidamente costituito, eremiti involontari che lottano per la propria esistenza e l’affermazione delle propria dignità come tanti degli eroi herzoghiani del passato e del presente. Perché non v’è materia che lo sguardo del poeta non possa plasmare con la gentilezza: la statura morale che impedisce a Herzog di mostrarci le immagini del corpo martoriato di Nikki Catsouras, oggetto della controversia affrontata nel capitolo III, è la stessa che una decina di anni prima gli impediva di farci ascoltare l’audio del filmato di Timothy Tredwell squartato dagli orsi che pure amava (in quel gran film che è Grizzly Man), nella decisa e precisa convinzione che la condivisione acritica di quell’assurdità non aggiungerebbe niente al discorso che si tenta di condurre. Allora perché non mostrare l’umanità di Nikki attraverso un’immagine surreale ma tenera di una delle stanze della casa in cui abitava, che ella preferiva maggiormente? Scriveva Hölderlin che “un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”: ma il suo potere è l’immaginazione, la stessa che ha creato internet, e ogni altra cosa su questa Terra, sebbene sembra che oggi siamo assai più bravi nel distruggere ogni cosa. Però forse ad Herzog piace anche un’altra frase di Hölderlin, una che a me piace molto: “laddove aumenta il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Del futuro, ci dice Lo and Behold, non è lecito avere paura: va affrontato a occhi aperti.

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