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Il nostro 2014 musicale: una piccola lista

Di solito non è nel mio stile scrivere post per stilare “classifiche”: non credo granché in questa forma espressiva. Tuttavia oggi è il 31 Dicembre, è un po’ tardi per qualsiasi altra cosa e questo piccolo escamotage può permettermi di parlarvi brevemente di alcuni album di cui avrei voluto scrivere (senza mai trovare il tempo) o dei quali mi piacerebbe scrivere in futuro (se questo tempo riuscirò mai ad averlo). Tra l’altro, da un punto di vista stilistico questa potrebbe costituire un’interessante novità: di solito le mie recensioni sono molto verbose e dover condensare un giudizio in poche righe è qualcosa che non mi è mai capitato di fare. D’altro canto, c’è sempre una prima volta… e allora ecco a voi, in rigoroso ordine casuale, i 4 dischi + 1 (il perché 4+1 e non più semplicemente 5 sarà chiaro molto presto) che ho amato visceralmente in questo 2014.
"Benji", Sun Kil MoonBenji (Sun Kil Moon)
Su
Mark Kozelek si è detto tutto, e da aggiungere è rimasto molto poco: sotto il nome di Sun Kil Moon il nostro ha dato alle stampe, all’inizio dell’anno, questo piccolo gioiello, malinconicamente folk. È mia opinione (credo anche piuttosto condivisa) che Kozelek sia uno dei più importanti cantautori americani dell’ultimo ventennio, e Benji non ne è che l’ennesima, meravigliosa conferma: la qualità del songwriting è altissima (come di consueto), e l’ex leader dei Red House Painters dimostra di aver trovato una maturità compositiva invidiabile, che lo rende capace anche di commistioni piuttosto audaci (penso ai fiati della traccia conclusiva, Ben’s My Friend). Da qualche parte in rete ho letto un ironico paragone tra Kozelek e George R.R. Martin, basato sul fatto che Benji, al pari della ben nota serie di libri Game of Thrones, sarebbe pieno di gente morta e la cui morte viene descritta in ricco dettaglio: è senz’altro vero, Benji è pieno di morte. Ma è pieno anche di vita, e soprattutto è una malinconica esaltazione del ricordo e della memoria, una delicata elegia sul tempo della nostra vita. Si possono scegliere vari pezzi rappresentativi, ma è facile individuare gli apici di questo percorso musicale nei delicati fraseggi strumentali dell’opening track Carissa, e soprattutto nel vortice di ricordi ora dolorosi (la splendida, struggente Micheline) ora avvolti da un manto di tenera dolcezza (la monumentale e insuperabile I Watched the film the Song Remain the same) che, tutti insieme, costituiscono l’esperienza di un’intera esistenza, pezzi del puzzle che compone il nostro stesso essere: I got a recording contract in 1992/ And from there, my name, my band and my audience grew/ And since that time, so much has happened to me/ But I discovered, I cannot shake melancholy/ For forty-six years now, I cannot break the spell/ I’ll carry it throughout my life and probably carry it down/ I’ll go to my grave with my melancholy/ And my ghost will echo my sentiments for all eternity. Benji è un grande album perché in esso Kozelek non cessa di porsi la domanda fondamentale: come vivere, per cosa vivere; cosa ci rende ciò che siamo. E, nel farlo, mantiene vivo il ricordo e dà voce alla memoria, incorniciando l’esperienza di tutta una vita dentro poche, delicate, malinconiche note. Assolutamente da non perdere: ma, anche nel caso l’aveste fatto, siete sempre in tempo a rimediare.
"Blank Project", Neneh CherryBlank Project (Neneh Cherry)
Lo ammetto: stante la mia sconfinata ignoranza musicale (ahimé, ogni giorno mi accorgo di conoscere sempre troppo poco), prima di mettere le mani su questo disco per me
Neneh Cherry altro non era che quella tizia divenuta famosa per poco più di 7 seconds grazie all’omonimo duetto col cantante Senegalese Youssou N’Dour nel lontano 1994, o in quanto parente (nello specifico, sorella) di un simpatico cantante rock dal nome piuttosto evocativo. Sappiate che non mi consola la certezza che per molti altri le cose debbano stare nello stesso modo. Ad ogni modo la Cherry, dopo i fasti dei primi anni ’90 e quel celebre duetto, ha attraversato un lungo periodo di inattività, interrotto solo da alcuni progetti paralleli: questo Blank Project si presenta quindi come il suo primo disco da solista dopo un periodo di ben 18 anni. Tuttavia l’artista svedese sa il fatto proprio e si fa accompagnare nell’impresa (potenzialmente mortale, dopo così tanto tempo) da uno di quei produttori che raramente, negli ultimi tempi, sbagliano, ovvero il ben noto Four Tet (al secolo, Kieran Hebden). Ne esce fuori un album lontano anni luce dal rap e dal pop velato di world music degli esordi, un oggetto sonoro estremamente moderno e seducente, carico di una trascinante e ipnotica elettronica: per lunghi tratti, Blank Project si presenta come un suadente duetto tra la voce meravigliosa della Cherry e le percussioni elettroniche, sincopate, digitalmente zoppe imbastite da Hebden. L’effetto è all’inizio spaesante, ma pian piano Blank Project rapisce l’ascoltatore per non lasciarlo più: l’iniziale Across the Water, lo splendido incedere di Naked e il duetto Out of the Black (con Robyn) potrebbero essere le tracce più rappresentative. Un album ideale per spiegare al mondo come si possa restare al passo coi tempi anche dopo 18 anni di silenzio quasi totale: Blank Project coglie appieno lo zeitgeist dei giorni che stiamo vivendo, e lo incarna con eleganza e fascino. In parte è senz’altro merito della produzione accorta di Hebden, ma il miracolo lo fa la voce della Cherry: calda, passionale, carica di sfaccettature. Un altro album da non mancare assolutamente.
"Lament", Einsturzende NeubautenLament (Einstürzende Neubauten)
Ora, questo è uno di quei dischi dei quali vorrei scrivere presto in maniera più estesa, ma chissà se troverò mai il tempo. Era dai tempi di
The Jewels (2008) che Blixa e soci non pubblicavano materiale inedito come Einstürzende Neubauten: un digiuno interrotto nello scorso novembre, con la pubblicazione di Lament. Disco che, come nella miglior tradizione, è un po’ più che una semplice raccolta di canzoni: la nuova fatica degli EN nasce infatti dall’idea di uno spettacolo completo a riguardo della Prima Guerra Mondiale, in occasione del centenario del suo scoppio. Blixa e soci hanno svolto un gigantesco lavoro documentale prima di metter mano alle parti musicali dell’album, scartabellando tra i materiali storici e autentici documenti audio del periodo per restituire, sul palco, tutto l’orrore della Grande Guerra. Quindi Lament non è solo musica: è uno spettacolo per gli occhi, le orecchie e la mente. Ma, avendo mio malgrado mancato la performance live dello scorso 27 Novembre all’auditorium Rai di Torino, posso parlarvi soltanto dell’aspetto più prettamente musicale della faccenda: fortuna che Blixa e Co. non deludono mai, e non lo fanno nemmeno stavolta. Lo spirito della band ben si sposa al tema: l’opening di Kriegsmaschinerie evoca il sollevarsi della macchina bellica attraverso uno stratificarsi minaccioso e  frastornante di rumori e suoni industriali, nel quale le liriche inizialmente pensate da Bargeld non trovano spazio, onde evitare il rischio di “rompere” la tensione; i divertissement di Hymnen e The Willy-Nicky Telegrams; le canzoni che accompagnano le poesie di guerra del poeta fiammingo Paul van den Broeck; i momenti più classicamente neubauten-pop, quali How Did I Die; i tour de force della titletrack Lament, una suite in tre movimenti, o della geniale DER BEGINN DES WELTKRIEGES 1914 (DARGESTELLT UNTER ZUHILFENAHME EINES TIERSTIMMENIMITATORS), riproposizione musicata di un testo dell’imitatore di animali Joseph Plaut mirabilmente recitato da Bargeld; o ancora la proposta della popolare Sag Mir Wo Die Blumen Sind, già cantata da Marlene Dietrich, o il recupero dell’eredità degli Harlem Hellfighters, il primo battaglione di uomini di colore schierato sotto le effigi dell’esercito americano, nonché folgorante marching band, compiuto in On Patrol in No Man’s Land; tutto concorre a fare di Lament un’opera totale e affascinante, che nella rievocazione e condanna dell’orrore della Guerra non può in alcun modo lasciare indifferenti.
"White Threads", Jackson DyerWhite Threads (Jackson Dyer)
Qui occorrerebbe una premessa, prima che I soliti alternativi bene informati si incazzino. So bene che in questo 2014 sono usciti un sacco di dischi che, di solito, non mancano in questi “best of”. Io però non ho tempo di ascoltare tutto quanto, e me ne dispiaccio: preferisco quindi dare spazio a cose che mi abbiano comunque colpito, incuriosito, o semplicemente conquistato. È il caso di questo ragazzotto australiano,
Jackson Dyer: l’ho incontrato a Berlino questa estate, presso il Mauerpark, una domenica mattina, dove si stava esibendo in strada; l’ho ascoltato con attenzione per una decina di minuti, e sono andato via col cruccio di non aver scattato una foto ma con questo ep saldamente stretto tra le mani. Perché questo ragazzo ha talento: sicuramente molti hanno maggior esperienza di palco di quanta ne abbia io, come musicista e come semplice spettatore, ma Jackson Dyer è uno che sa il fatto suo, sa tenere la scena alla grande e lo fa soltanto con una chitarra, una loop station e una voce davvero importante. A questo non dovete far altro che aggiungere che le composizioni sono ben scritte e ottimamente eseguite, oscillando tra una voce sporca, qua e là quasi soul, e molto del miglior cantautorato/slow rock/minimal pop o quello che diavolo volete (alla Boniver, per intendersi), e che c’è dell’innegabile buon gusto negli arrangiamenti (sempre molto minimali), e il gioco è fatto. Suggerisco di ascoltare con attenzione Golden Simmetry, che chiude questo ep, e di recuperare anche il lavoro precedente di Dyer, The Child and the See EP, dove apprezzerete senz’altro lo splendido opening di The Fortress. Siccome sarete tutti quanti hacker o presunti tali, non vi occorrerà troppo tempo per reperire online i lavori del ragazzo di Sidney: fatevi un bel regalo, ascoltatelo!
"Rival Dealer", BurialRival Dealer (Burial)
E qui scatta il 4+1: già perché, come forse I meno goffi tra voi non tarderanno a notare, quest’ultimo disco che cito è stato pubblicato l’11 dicembre del 2013, e quindi sarebbe a tutti gli effetti da escludere da questa lista. Tuttavia, a mia discolpa, posso dire di essere arrivato all’ascolto di questo album con parecchio ritardo, e di essermi accorto di questa piccola complicazione solo quando avevo ormai deciso di includerlo, quindi beh, che dire: il blog è mio e faccio a modo mio. Su
Burial vale quanto detto per Kozelek poco più su, e cioè che s’è già scritto tutto ciò che si poteva scrivere: il nostro ormai comunica col mondo esterno esclusivamente a colpi di EP, e lo splendido Untrue (datato 2007) resta ancora l’ultimo LP da lui pubblicato. Tuttavia è stato bello, in questi anni, seguire l’evoluzione della musica dell’artista inglese: dalle collaborazioni con i Massive Attack (il bellissimo Four Walls/Paradise Circus) a quelle con Four Tet (Moth/Wolf Club e Nova) e ancora con Hebden e Thom Yorke (Ego/Mirror), ai propri ep solisti (Street Halo, Kindred, Truant/Rough Sleeper, forse il meno convincente tra tutti), Burial ha sempre dimostrato la volontà di innovare e uscire dall’immagine, già codificata e parte dell’agiografia culturale, di semplice alfiere della musica dubstep. Questo Rival Dealer costituisce, a detta del suo stesso autore, un trittico sul tema della sopraffazione, del bullismo, della violenza, una risposta di speranza per chi, maltrattato, possa vedere riconosciuta la propria dignità (non a caso, in conclusione del lavoro, Burial piazza un estratto di un discorso tenuto da Lana Wachowski ad un gala per i diritti umani nel 2012): un racconto in tre parti su amore, confusione, solitudine e relazioni umane. L’EP si apre con gli stop e le ripartenze di Rival Dealer che conquistano il cuore fin dal primo ascolto, accompagnate dalla consueta, adorabile ingenuità e immediatezza melodica e da una varietà ritmica invidiabile e affascinante; Hiders, col suo romantico pianoforte che rimbalza su un oceano di piccoli rumori, oscillando tra suono e voce, fa da anello di congiunzione tra la prima traccia e la lunga e conclusiva Come Down To Us, attraversato da richiami orientali e batterie minimali, sulle quali Burial intesse ancora una volta una melodia dolce e distante al tempo stesso, come solo le cose molto belle sanno essere. È presto per dire in che direzione stia andando la musica di Burial, ma non si può che aspettare con ansia il prossimo passo, dovesse anche essere piccolo come gli ultimi.

E qui, mi viene da dire, passo e chiudo. Per correttezza dovrei citare diversa altra musica, quasi tutta (per me) incontrata a Berlino: da Liminal, interessante esordio della band anglo-americana dei The Acid, all’ultimo, omonimo album di Angus and Julia Stones, ricco di interessanti spunti melodici, fino al ben noto Our Love dato alle stampe nello scorso marzo da Caribou; e poi ovviamente (non fosse altro che per la geniale strategia distributiva) Tomorrow Modern Boxes del buon Thom Yorke; eccetera, eccetera, eccetera. Il 2014 si chiude oggi, e da domani è tutta un’altra storia. Buon anno a tutti!

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